De Beneficiis, VI, 3 (“Io ho quel che ho donato”)

di Seneca

Egregie mihi videtur M. Antonius apud Rabirium poetam, cum fortunam suam transeuntem alio videat et sibi nihil relictum praeter ius mortis, id quoque, si cito occupaverit, exclamare:

“Hoc habeo, quodcumque dedi.”

O! quantum habere potuit, si voluisset! Hae sunt divitiae certae in quacumque sortis humanae levitate uno loco permansurae; quae quo maiores fuerint, hoc minorem habebunt invidiam. Quid tamquam tuo parcis? procurator es. Omnia ista, quae vos tumidos et supra humana elatos oblivisci cogunt vestrae fragilitatis, quae ferreis claustris custoditis armati, quae ex alieno sanguine rapta vestro defenditis, propter quae classes cruentaturas maria deducitis, propter quae quassatis urbes ignari, quantum telorum in aversos fortuna conparet, propter quae ruptis totiens adfinitatis, amicitiae, conlegii foederibus inter contendentes duos terrarum orbis elisus est, non sunt vestra; in depositi causa sunt iam iamque ad alium dominum spectantia; aut hostis illa aut hostilis animi successor invadet. Quaeris, quomodo illa tua facias? dona dando. Consule igitur rebus tuis et certam tibi earum atque inexpugnabilem possessionem para honestiores illas, non solum tutiores facturus. Istud, quod suspicis, quo te divitem ac potentem putas, quam diu possides, sub nomine sordido iacet: domus est, servus est, nummi sunt; cum donasti, beneficium est.

A me pare che, nel poeta Rabirio, M. Antonio, quando vede che la sua fortuna passa ormai ad altri e che a lui nulla più rimane se non la facoltà di morire ed anche questa a patto che egli la sfrutti immediatamente, dica splendidamente “io ho quello che ho donato”. Oh quanto avrebbe potuto se solo l’avesse voluto! Queste sono le ricchezze sicure, destinate a rimanere sempre allo stesso posto in qualsiasi volubilità della sorte umana; e quanto maggiori diventeranno, tanto minore invidia provocheranno. Perché risparmi, come se queste cose fossero tue? Tu ne sei solo l’amministratore. Tutte queste cose, che costringono voi, superbi e sprezzanti sopra le sorte umane, a farvi dimenticare la vostra fragilità, queste cose voi, armati, custodite in ferree cassaforti, che, arraffate dal sangue degli altri, difendete a prezzo del vostro sangue, queste cose per le quali varate flotte destinate ad insanguinare i mari, per le quali voi devastate le città senza sapere quanti colpi la fortuna prepari alle vostre spalle, queste cose per le quali, violati tante volte i legami della parentela, dell’amicizia, della società, tutto il mondo fu diviso fra due contendenti, nono sono vostre! Esee sono in conto di deposito mentre guardano da un momento all’altro ad un altro padrone: o un nemico o un erede dell’animo ostile se ne impossesserà. Tu mi chiedi come puoi rendere tue quelle cose dandole come doni. Provvedi dunque alle tue cose e di esse procurati un possesso sicuro ed inespugnabile per renderle non solo più sicure ma anche più oneste. Tutto ciò che ora ammiri, grazie al quale ti consideri ricco e potente, fin quando lo possiedi, va sotto nomi volgari: è, la casa, è lo schiavo, sono i denari; quando tutto ciò hai donato, è beneficio.


“Lealtà del popolo romano”

di Livio

Ingenti poenorum classe circa Siciliam devicta, duces eius, fractis animis, consilia petendae pacis agitabant. Quorum Hamilcar ire se ad consules negabat audere, ne eodem modo catenae sibi inicerentur, quo ab ipsis Cornelio Asinae consuli fuerant iniectae. Hanno autem, certior Romani animi aestimator, nihil tale timendum ratus, maxima cum fiducia ad colloquium eorum tetendit. Apud quos cum de fine belli ageret, et tribunus militum ei dixisset posse illi merito evenire quod Cornelio accidisset, uterque consul, tribuno iacere iusso, “Isto te” inquit “metu, Hanno, fides civitatis nostrae liberat”. Claros illos facerat tantum hostium ducem vincire potuisse, sed multo clariores fecit noluisse.

Dopo che l’ingente flotta dei Cartaginesi fu sconfitta davanti alla costa della Sicilia, i comandanti Cartaginesi pensarono alla pace. Amilcare, scelto per discutere con i Romani delle condizioni di pace, disse di non voler recarsi dai consoli temendo di essere gettato in catene allo stesso modo in cui era stato gettato dai Cartaginesi il console Cornelio. Invece Annone, più consapevole estimatore dell’animo romano credendo che non si dovesse temere nulla di simile, si diresse con la massima fiducia al colloquio. Presso i Romani mentre discuteva della fine della guerra, un tribuno gli disse che poteva accadergli giustamente ciò che era accuduto a Cornelio; entrambi i consoli fatto silenzio e mandato il via il tribuno dissero: “Annone il patto della nostra città ti libera da questa paura”. Tanto li avrebbe fatti famosi, il gettare in catene il comandante dei nemici, ma di gran lunga li rese più celebri non averlo voluto.


“Un Tarentino risponde argutamente a Pirro”

di Eutropio

Cum a Romanis bellum Tarentinis indictum esset, quod legatis iniuram fecisset, illi arbitrati se suis viribus Romanorum impetum sustnère non posse, legatos ad Pyrrhum, Epirorum regem, misèrunt petituros ut sibi in bello autiliaretur. Tum Pyrrhus cum magno et forti exercitu in Italiam venit. Sed cum bellum diutius traheretur quam Tarentini arbitrati erant, alienatio hominum in regem magna esse coepit. Olim igitur accidit ut in convivo iuvenes quidam eum insectarentur: dicebant regem Tarentum venisse dominaturum, quare fortunam suam miserabantur, deos obtestantes et precantes ut regis perfidiam punirent. Quod rex cum audivisset, unum ex iuvenibus arcessivit atque percontatus est quidnam in convivio dixissent. Tarentinus iocando se periculo liberavit: “Multa, inquit, rex, et contumeliosa de te diximus, sed nescio cur mirèris; etenim inter pocula iocabamur et contumelias etiam maiores dixissemus, nisi vinum defecisset”.

Dal momento che dai Romani era stata dichiarata guerra ai Tarentini, perché avevano fatto un oltraggio agli ambasciatori, quelli (i Tarentini), ritenendo di non poter resistere all’attacco dei Romani con le proprie forze, inviarono ambasciatori a Pirro, re dell’Epiro, per chiedergli di aiutarli in guerra. Allora Pirro giunse in Italia con un esercito grande e forte. Ma, poiché la guerra si trascinava più a lungo di quanto i Tarentini pensassero, il malumore degli uomini nei confronti del re cominciò ad essere notevole. Una volta, dunque, avvenne che in un banchetto alcuni giovani si accanissero contro di lui: dicevano che il re era venuto a Taranto per comandare, perciò deploravano il suo destino, chiamando a testimoni gli dei e supplicandoli di punire la slealtà del re. Dopo che il re ebbe udito ciò, fece chiamare uno dei giovani e gli domandò che cosa avesse detto nel banchetto. Il Tarentino, scherzando, si liberò dal pericolo: “O re, abbiamo detto molte parole -disse- anche ingiuriose nei tuoi riguardi, ma non so perché ti meravigli; infatti scherzavamo tra le coppe (di vino) e avremmo detto insulti anche più gravi, se il vino non fosse venuto meno”.


“Cesare previene Pompeo a Durazzo”

di Cesare

Caesar eadem celeritate, qua solebat, usus, saepe conatus est ad pugnam Pompeium provocare, qui autem ne minima quidem audebat. Cum exercitu profectus, expugnato in itinere oppido Parthinorum, tertio die ad Pompeium pervenit iuxtaque eum castra posuit et postridie, omnibus eductis copiis, acie instructa, Pompeio potestatem decernendi fecit. Ubi illum suis locis se tenere animadvertit, reducto in castra exercitu, aliud consilium cepit ut cum Pompeio decerneret. Itaque postero die cum omnibus copiis Dyrrachium profectus est. Pompeius, Caesaris consilium ignorans, putabat eum discessisse rei frumentariae inopia compulsum; postea certior per exploratores factus, castra movit, breviore itinere se ei occurrere posse sperans. Quod fore suspicatus, Caesar, parva parte noctis itinere intermisso, mane Dyrrachium pervenit, dum primum agmen Pompei procul cernitur.

Cesare si servì della stessa velocità che gli era solita e spesso cercò di provocare allo scontro Pompeo, che tuttavia non si arrischiava minimamente. Partito con l’esercito, espugnata nell’itinerario la città dei Parti, nel terzo giorno giunse da Pompeo e pose accanto a quello l’accampamento e il giorno dopo, condotte fuori tutte le truppe, preparata la schiera, rese a Pompeo il potere di combattere. Quando capì che quello si tratteneva nei suoi luoghi, riportato l’esercito nell’accampamento, presa un’altra decisione affinchè si scontrasse con Pompeo. E così l’ultimo giorno partì per Durazzo con tutte le truppe. Pompeo, ignorando il piano di Cesare, riteneva che quello si allontanasse spinto dalla mancanza di viveri, dopo reso più certo dagli esploratori, mosse l’accampamento, sperando di poter imbattersi con quello nel breve itinerario, di mattina giunse a Durazzo, mentre da lontano si vedeva la schiera di Pompeo.


Fabulae, 116 – Nauplius

di Igino

Ilio capto et divisa praeda Danai cum domum redirent, ira deorum, quod fana spoliaverant et quod Cassandram Aiax Locrus a signo Palladio abripuerat, tempestate et flatibus adversis ad saxa Capharea naufragium fecerunt. In qua tempestate Aiax Locrus fulmine est a Minerva ictus, quem fluctus ad saxa illiserunt, unde Aiacis petrae sunt dictae; ceteri noctu cum fidem deorum implorarent, Nauplius audivit sensitque tempus venisse ad persequendas filii sui Palamedis iniurias. Itaque tamquam auxilium eis afferret, facem ardentem eo loco extulit, quo saxa acuta et locus periculosissimus erat; illi credentes humanitatis causa id factum naves eo duxerunt, quo facto plurimae earum confractae sunt militesque plurimi cum ducibus tempestate occisi sunt membraque eorum cum visceribus ad saxa illisa sunt; si qui autem potuerunt ad terram natare, a Nauplio interficiebantur. At Ulixem ventus detulit ad Maronem, Menelaum in Aegyptum, Agamemnon cum Cassandra in patriam pervenit.

Quando i Danai stavano ritornando in patria, dopo la presa di Troia e la divisione del bottino, fecero naufragio sulle scogliere di Cafareo a causa di una tempesta e dei venti avversi mandati dagli Dèi, adirati perché avevano saccheggiato i templi e perché Aiace di Locri aveva strappato Cassandra dalla statua di Pallade. Durante quella tempesta Aiace di Locri fu colpito da un fulmine scagliato da Minerva e venne sbattuto dai flutti contro le rocce, che da allora sono dette rocce di Aiace. Di notte, Nauplio udì gli altri che imptoravano l’aiuto degli Dèi e capì che era giunto il momento di vendicare le offese patite da suo figlio Palamede; e così, come se stesse cercando di aiutarli, portò una fiaccola accesa proprio nel punto più pericoloso, dove gli scogli erano più aguzzi. Quelli, credendo che lo facesse per generosità, diressero le navi verso quel punto; di conseguenza molte navi furono distrutte, moltissimi soldati morirono nella tempesta insieme ai loro comandanti e le loro membra e le loro viscere furono dilaniate dalle rocce. Coloro che riuscirono a nuotare fino a terra vennero uccisi da Nauplio. Ma il vento spinse Ulisse presso Marone e portò Menelao in Egitto, mentre Agamennone arrivò in patria con Cassandra.


“Prodigi annunciano la guerra civile”

di Giulio Ossequente

Cum C. Octavius Romam pervenit, multa prodigia evenerunt. Tabulae aeneae ex aede Fidei turbine evulsae sunt, aedis opis valvae fractae, arbores radicitus et pleraque tecta eversa, fax caelo ad occidentem apparuit, stella per dies septem insignis arsit. Soles tres fulserunt, circaque solem imum corona spiceae similis in orbem emicuit, et postea sol in unum circulum redactus est et multis mensibus languida lux fuit.
In aede Castoris nominum litterae Antonii et Dolabellae consulum excussae sunt, itaque consulibus alienatio a patria significata est. Canum ululatus nocte ante domum auditi sunt; grex piscium in sicco reciproco maris fluxu relictus est. Padus inundavit et intra ripam ingentem viperarum vim reliquit. Postea, inter Caesarem et Antonium civilia bella fuerunt.

Quando Gaio Ottavio giunse a Roma, sucessero molti prodigi. Tavole di bronzo furono trascinate via dal tempio della (dea) Fede da una tromba d’aria, gli alberi furono sradicati e moltissime abitazioni furono scoperchiate, apparve nel cielo una fiaccola ad Occidente. Le porte del tempio di Opi furono rotte, una stella arse osservabile per sette giorni. Splendettero tre soli, e attorno al sole più basso divampò nel cerchio una corona simile ad una spiga, e poi il sole fu diretto su un’unica orbita e durante molti mesi la luce fu debole. Nel tempio di Castore le lettere dei nomi dei consoli Antonio e Dolabella furono scosse via, perciò per i consoli fu preannunciato l’allontanamento dalla patria. Di notte davanti a casa furono uditi ululati di cani. Un branco di pesci fu lasciato al secco da un flusso di mare reciproco. Il po straripò e dentro la riva lasciò una grande quantità di vipere. Poi, fra Cesare e Antonio ci furono le guerre civili.


Prodigiorum liber, 68 (“Prodigi nell’anno di arrivo di Ottaviano a Roma”)

di Giulio Ossequente

C. Octavius testamento Caesaris patris Brundisii se in Iuliam gentem adscivit. Cumque hora diei tertia ingenti circumfusa multitudine Romam intraret, sol puri ac sereni caeli orbe modico inclusus extremae lineae circulo, qualis tendi arcus in nubibus solet, eum circumscripsit. Ludis Veneris Genetricis, quos pro collegio fecit, stella hora undecima crinita sub septentrionis sidere exorta convertit omnium oculos. Quod sidus quia ludis Veneris apparuit, divo Iulio insigne capitis consecrari placuit. Ipsi Caesari monstrosa malignitate Antonii consulis multa perpesso generosa fuit ad restistendum constantia. Terrae motus crebri fuerunt. Fulmine navalia et alia pleraque tacta. Turbinis vi simulacrum, quod M. Cicero ante cellam Minervae pridie quam plebiscito in exilium iret posuerat, dissipatum membris pronum iacuit, fractis humeris bracchiis capite; dirum ipsi Ciceroni portendit. Tabulae aeneae ex aede Fidei turbine evulsae. Aedis Opis valvae fractae. Arbores radicitus et pleraque tecta eversa. Fax caelo ad occidentem visa ferri. Stella per dies septem insignis arsit. Soles tres fulserunt, circaque solem imum corona spiceae similis in orbem emicuit, et postea in unum circulum sole redacto multis mensibus languida lux fuit. In aede Castoris nominum litterae quaedam Antonii et Dolabellae consulum excussae sunt, quibus utrisque alienatio a patria significata. Canum ululatus nocte ante domum auditi, ex his maximus a ceteris laniatus turpem infamiam Lepido portendit. Hostiae grex piscium in sicco reciproco maris fluxu relictus. Padus inundavit et intra ripam refluens ingentem viperarum vim reliquit. Inter Caesarem et Antonium civilia bella exorta.

Secondo le disposizioni testamentarie del patrigno Cesare, a Brindisi C. Ottavio entrò a far parte della gens Iulia. Quando egli, alla terza ora del giorno, entrò in Roma circondato da una enorme folla, il Sole, circondato da un piccolo cerchio di pura e calma luce, lo cinse con la parte finale di un arco simile a quello che l’arcobaleno dispiega in cielo. Durante la celebrazione dei giochi in onore di Venere Genitrice, che istituì per la colleganza, una cometa apparsa all’undicesima ora sotto la costellazione dell’Orsa attirò gli occhi di tutti. Poiché questa stella era apparsa durante i giochi di Venere si decise di dedicarla al Divo Giulio. Con grande tenacia il nuovo Cesare s’oppose all’inumana cattiveria di Antonio. Si verificarono frequenti terremoti. I navigli e molte altre zone e cose furono colpite da fulmini. Una statua che Cicerone aveva fatto innalzare davanti alla cappella di Minerva il giorno prima del suo esilio per plebiscito, cadde in frantumi – testa, omeri, braccia rotte – a causa di una violenta tromba d’aria: terribile presagio per Cicerone. Una tromba d’aria rapì via dal tempio della Fede le tavole di bronzo. Le porte del tempio di Opi vennero squassate; alberi sradicati e abitazioni scoperchiate. Apparve in cielo una cometa: puntò verso occidente. La grande cometa brillò per sette giorni. Splendettero tre soli e intorno alla parte bassa del Sole brillò una corona simile ad una spiga e poi, quando il Sole si ridusse ad un solo cerchio, la luce fu flebile per molti mesi. Nel tempio di Castore, si staccarono alcune lettere corrispondenti ai nomi di Antonio e Dolabella: presagio, per i due, di rottura con la patria. Latrati di cani furono uditi dinanzi all’abitazione di Lepido: il cane più grosso venne sbranato dagli altri: terribile presagio per Lepido. Ad Ostia, la risacca fece arenare un branco di pesci. Si verificò l’inondazione del Po: rifluendo nel suo letto, il fiume lasciò sulle sponde migliaia di vipere. Seguì puntualmente la guerra civile tra Cesare e Antonio.


Ad Lucilium, III, 28

di Seneca

Seneca Lucilio suo salutem
Hoc tibi soli putas accidisse et admiraris quasi rem novam quod peregrinatione tam longa et tot locorum varietatibus non discussisti tristitiam gravitatemque mentis? Animum debes mutare, non caelum. Licet vastum traieceris mare, licet, ut ait Vergilius noster,

terraeque urbesque recedant,

sequentur te quocumque perveneris vitia. Hoc idem querenti cuidam Socrates ait, ‘quid miraris nihil tibi peregrinationes prodesse, cum te circumferas? Premit te eadem causa quae expulit’. Quid terrarum iuvare novitas potest? Quid cognitio urbium aut locorum? In irritum cedit ista iactatio. Quaeris quare te fuga ista non adiuvet? Tecum fugis. Onus animi deponendum est: non ante tibi ullus placebit locus. Talem nunc esse habitum tuum cogita qualem Vergilius noster vatis inducit iam concitatae et instigatae multumque habentis se spiritus non sui:

bacchatur vates, magnum si pectore possit
excussisse deum.

Vadis huc illuc ut excutias insidens pondus quod ipsa iactatione incommodius fit, sicut in navi onera immota minus urgent, inaequaliter convoluta citius eam partem in quam incubuere demergunt. Quidquid facis, contra te facis et motu ipso noces tibi; aegrum enim concutis. At cum istuc exemeris malum, omnis mutatio loci iucunda fiet; in ultimas expellaris terras licebit, in quolibet barbariae angulo colloceris, hospitalis tibi illa qualiscumque sedes erit. Magis quis veneris quam quo interest, et ideo nulli loco addicere debemus animum. Cum hac persuasione vivendum est: ‘non sum uni angulo natus, patria mea totus hic mundus est’. Quod si liqueret tibi, non admirareris nil adiuvari te regionum varietatibus in quas subinde priorum taedio migras; prima enim quaeque placuisset si omnem tuam crederes. Nunc peregrinaris sed erras et ageris ac locum ex loco mutas, cum illud quod quaeris, bene vivere, omni loco positum sit. Num quid tam turbidum fieri potest quam forum? Ibi quoque licet quiete vivere, si necesse sit. Sed si liceat disponere se, conspectum quoque et viciniam fori procul fugiam; nam ut loca gravia etiam firmissimam valetudinem temptant, ita bonae quoque menti necdum adhuc perfectae et convalescenti sunt aliqua parum salubria. Dissentio ab his qui in fluctus medios eunt et tumultuosam probantes vitam cotidie cum difficultatibus rerum magno animo colluctantur. Sapiens feret ista, non eliget, et malet in pace esse quam in pugna; non multum prodest vitia sua proiecisse, si cum alienis rixandum est. ‘Triginta’ inquit ‘tyranni Socraten circumsteterunt nec potuerunt animum eius infringere.’ Quid interest quot domini sint? Servitus una est; hanc qui contempsit in quanta libet turba dominantium liber est.
Tempus est desinere, sed si prius portorium solvero. ‘Initium est salutis notitia peccati.’ Egregie mihi hoc dixisse videtur Epicurus; nam qui peccare se nescit corrigi non vult; deprehendas te oportet antequam emendes. Quidam vitiis gloriantur: tu existimas aliquid de remedio cogitare qui mala sua virtutum loco numerant? Ideo quantum potes te ipse coargue, inquire in te; accusatoris primum partibus fungere, deinde iudicis, novissime deprecatoris; aliquando te offende. Vale.

Seneca saluta il suo Lucilio.
Pensi che sia capitato solo a te e ti stupisci come di un fatto inaudito, perché, pur avendo viaggiato a lungo e in tanti posti diversi, non ti sei scrollato di dosso la tua tristezza e il tuo malessere spirituale? Devi cambiare animo, non cielo. Attraversa pure il mare, lascia, come dice il nostro Virgilio, che

Scompaiano terre e città, all’orizzonte,

i tuoi vizi ti seguiranno dovunque andrai. Socrate, a un tale che si lagnava per la stessa ragione, disse: “Perché ti stupisci se viaggiare non ti serve? Porti in giro te stesso. Ti perseguitano i medesimi motivi che ti hanno fatto fuggire”. A che possono giovare nuove terre? A che la conoscenza di città e posti diversi? Tutto questo agitarsi è vano. Chiedi perché questa fuga non ti sia di aiuto? Tu fuggi con te stesso. Deponi il peso dell’anima: prima di allora non ti andrà a genio nessun luogo. Pensa che la tua condizione è simile a quella che il nostro Virgilio rappresenta nella profetessa esaltata, spronata e invasata da uno spirito non suo:

La profetessa si dimena tentando di scacciare il dio dalla sua anima.

Vai di qua e di là per scuoterti di dosso il peso che ti opprime e che diventa più gravoso proprio per questa tua agitazione; così in una nave il carico stabile grava di meno, mentre, se è sballottato qua e là in maniera diseguale, fa affondare il fianco su cui pesa. Qualunque cosa fai, si risolve in un danno per te e gli stessi continui spostamenti ti nuocciono: tu muovi un ammalato. Ma quando avrai rimosso questo male, ogni cambiamento di sede diventerà piacevole. Anche se verrai esiliato in terre lontanissime o sarai trasferito in un qualsiasi paese barbaro, quel posto, comunque sia, ti sembrerà ospitale. Conta più lo stato d’animo che il luogo dove arrivi, perciò l’animo non va reso schiavo di nessun posto. Bisogna vivere con questa convinzione: non sono nato per un solo cantuccio, la mia patria è il mondo intero. Se ti fosse chiaro questo concetto, non ti stupiresti che non ti serva a niente cambiare continuamente regione, perché sei stanco delle precedenti; ti sarebbe piaciuta già la prima, se le considerassi tutte come tue. Ora non viaggi, vai errando e ti lasci condurre e ti sposti da un luogo a un altro, mentre quello che cerchi, vivere serenamente, si trova dovunque. C’è forse un posto più turbolento del foro? Anche qui, se è necessario, si può vivere tranquilli. Ma se potessimo decidere di noi stessi, fuggirei lontano anche dalla vista e dalla vicinanza del foro; come i luoghi insalubri minano anche una salute di ferro, così per uno spirito sano, ma non ancora perfetto e vigoroso, ci sono posti malsani. Non sono d’accordo con quelli che si spingono in mezzo alle onde e prediligono una vita agitata e lottano ogni giorno animosamente con mille difficoltà. Il saggio dovrà sopportarle, non andarsele a cercare, e preferire la tranquillità alla lotta; non giova a molto essersi liberati dai propri vizi per poi combattere con quelli degli altri. “Trenta tiranni,” ribatti, “fecero pressione su Socrate, ma non poterono fiaccarne lo spirito.” Che importa quanti siano i padroni? La schiavitù è una sola; se uno la disprezza, per quanti padroni abbia, è libero.
È tempo di finire, purché prima io paghi il pedaggio. “Aver coscienza delle proprie colpe è il primo passo verso la salvezza.” A me pare che Epicuro abbia espresso un concetto molto giusto: se uno non sa di sbagliare, non vuole correggersi; devi coglierti in fallo, prima di correggerti. Certi si gloriano dei propri vizi: e tu pensi che cerchi un rimedio chi considera virtù i suoi vizi? Perciò per quanto puoi, accùsati, fa’ un esame di coscienza; assumi prima il ruolo di accusatore, poi di giudice, da ultimo quello di intercessore; e talvolta punisciti. Stammi bene.


Divus Iulius, 4

di Svetonio

Ceterum composita seditione civili Cornelium Dolabellam consularem et triumphalem repetundarum postulavit; absolutoque Rhodum secedere statuit, et ad declinandam invidiam et ut per otium ac requiem Apollonio Moloni clarissimo tunc dicendi magistro operam daret. Huc dum hibernis iam mensibus traicit, circa Pharmacussam insulam a praedonibus captus est mansitque apud eos non sine summa indignatione prope quadraginta dies cum uno medico et cubicularis duobus. Nam comites servosque ceteros initio statim ad expediendas pecunias, quibus redimeretur, dimiserat. Numeratis deinde quinquaginta talentis expositus in litore non distulit quin e vestigio classe deducta persequeretur abeuntis ac redactos in potestatem supplicio, quod saepe illis minatus inter iocum fuerat, adficeret. Vastante regiones proximas Mithridate, ne desidere in discrimine sociorum videretur, ab Rhodo, quo pertenderat, transiit in Asiam auxiliisque contractis et praefecto regis provincia expulso nutantis ac dubias civitates retinuit in fide.

Quando la discordia civile fu domata, Cesare incriminò per concussione Cornelio Dolabella, un ex console che aveva meritato il trionfo. Poiché l’imputato era stato assolto, decise di andarsene a Rodi, un po’ per sottrarsi ad eventuali vendette, un po’ per seguire durante quel periodo di inattività e di riposo, le lezioni di Apollonio Molone, a quel tempo il più celebre maestro di oratoria. Durante la navigazione verso Rodi, avvenuta nella stagione invernale, fu fatto prigioniero dai pirati presso l’isola di Farmacusa, e rimase con loro, non senza la più viva indignazione, per circa quaranta giorni, in compagnia di un medico e di due schiavi. I compagni di viaggio, infatti, e tutti gli altri servi erano stati inviati immediatamente a Roma per raccogliere i soldi del riscatto. Quando furono pagati i cinquanta talenti stabiliti, venne sbarcato su una spiaggia e allora, senza perdere tempo, assoldò una flotta e si lanciò all’inseguimento dei pirati: li catturò e li condannò a quel supplizio che spesso aveva minacciato loro per scherzo. Mitridate, intanto, devastava le regioni vicine al suo regno e Cesare, per non apparire inattivo, mentre altri si trovavano in difficoltà, da Rodi, dove era giunto, passò in Asia con un certo numero di truppe che aveva raccolto, scacciò dalla provincia il luogotenente del re e ridiede fiducia alle popolazioni incerte e dubbiose.


A che cosa servono i libri?

di Altre versioni

Olim pater familias, qui Romae vivebat, filium suum, perditum ac prodigium, Athenas miserat ut ibi litterarum studia perficeret et auditur rhetorum et philosophorum fieret. Cum autem adulescens omnem pecuniam, quam a patre proficiscens acceperat, conviviis et crapulis cum amicis consumpsisset, ad patrem epistulam misit, ut pecuniam alteram peteret. Cui rescripsit pater: «te hortor ne pecunia et cupidinibus alliciaris. Studia bonarum artium recole, fili mi, et ad libros confuge, a quibus alimentum et calorem accipies». Cum epistulam recepisset, adulescens Athenis multos libros suos vendidit ut cibum sibi emeret, alios arripuit et in ignem coniecit ut membra sua, frigore hiemis rigentia, calefaceret. Haec cum fecisset, patri Romam rescripsit: «Laetare, pater. Quod cupiebas statim feci et praecepta tua secutus sum. Nunc libri me nutriunt et calefaciunt, sicut ipse dixisti».

Una volta un padre di famiglia, che viveva a Roma, aveva mandato ad Atene, suo figlio, infelice e (prodigium) perchè portasse a termine gli studi letterari e ascoltasse gli oratori e diventasse filosofo. Avendo il giovane tuttavia consumato tutto il denato che partendo aveva ricevuto dal padre con in banchetti e pranzi con gli amici, mandò una lettera al padre per chiedere altro denaro. Il padre gli rispose: ti esorto a non sprecare il denaro in desideri. Coltiva gli studi delle buone arti, figlio mio, rifugiati nei libri, prendi da quelli alimento e calore. Avendo ricevuto la lettera, il giovane vendette ad Atene molti suoi libri per comprarsi il cibo, ne prese altri e li gettò nel fuoco per dare calore alle sue membra congelate dal freddo inverno. Dopo aver fatto queste cose, riscrisse a Roma al padre: rallegrati padre. Ciò che desideri faccio e seguo i tuoi consigli. Ora i libri mi nutrono e riscaldano come tu stesso hai detto.


“Cesare e i pirati”

di Altre versioni

Caesar, morto Sulla, Rhodum secedere statuit, ut Apollonio, tunc carissimo retore, operam daret; sed in itinere a piratis captus est, mansitque apud eos quadraginta dies. Per illud omne tempus ita se gessit, ut piratis terrori pariter ac venerazioni esset; atque ne suspicionem ullam daret iis, qui oculis tantummodo eum custodiebant, numquam aut nocte aut die excalceatus est. Interim comites servosque dimiserat ut pecunias expedirentur, quibus redimeretur. Viginti talenta pirati postulaverant ; ille vero se quinquaginta daturum esse spopondit. Quibus numeratis, Caesar liberatus est. Tum confestim Miletum, quae in urbs proxime aberat, properavit; ibique, contracta classe, noctu adortus est praedones stantes adhuc in eodem loco, aliquot naves cepit, piratasque in deditionem redactos affecit eo supplicio, quod ipsi Caesari illi praedones minitabantur: crucibus in illos suffigi iussit.

Cesare, morto Silla, decise di recarsi a Rodi, per ascoltare Apollonio, allora carissimo retore; ma durante il viaggio fu catturato dai pirati, e rimase presso loro per 40 giorni. Per tutto quel tempo così si comportò, al punto che ai pirati era allo stesso tempo terrore e venerazione; e per non dare alcun sospetto a quelli, che lo custodivano con gli occhi, non tolse mai i calzari nè di giorno nè di notte. Inoltre aveva congedato i compagni e i servi perchè gli procurassero del denaro, con i quale fosse riscattato. I pirati aveva chiesto 20talenti, quello in vero rispose che gliene avrebbe dati 50. Contati questi, Cesare fu liberato.Tum confestim Miletum, quae in urbs proxime aberat, properavit; ibique, contracta classe, noctu adortus est praedones stantes adhuc in eodem loco, aliquot naves cepit, piratasque in deditionem redactos affecit eo supplicio, quod ipsi Caesari illi praedones minitabantur: crucibus in illos suffigi iussit. Allora subito si diresse a Mileto che era una città che distava poco, e qui, portata la flotta, di notte assalì i predoni che c’erano in quel luogo, prese alcune navi, spinse alla resa i pirati presi con quello stesso supplizio con il quale i predoni minacciavano lo stesso Cesare: ordinò che quelli fossero posti in croce.


Epistularum Libri Decem, VIII, 16 (Sensibilità sociale di un romano)

di Plinio il Giovane

Confecerunt me infirmitates meorum, mortes etiam, et quidem iuvenum. Solacia duo nequaquam paria tanto dolori, solacia tamen: unum facilitas manumittendi – videor enim non omnino immaturos perdidisse, quos iam liberos perdidi -, alterum quod permitto servis quoque quasi testamenta facere, eaque ut legitima custodio. Mandant rogantque quod visum; pareo ut iussus. Dividunt donant relinquunt, dumtaxat intra domum; nam servis res publica quaedam et quasi civitas domus est. Sed quamquam his solaciis adquiescam, debilitor et frangor eadem illa humanitate, quae me ut hoc ipsum permitterem induxit. Non ideo tamen velim durior fieri. Nec ignoro alios eius modi casus nihil amplius vocare quam damnum, eoque sibi magnos homines et sapientes videri. Qui an magni sapientesque sint, nescio; homines non sunt. Hominis est enim adfici dolore sentire, resistere tamen et solacia admittere, non solaciis non egere.

Mi hanno abbattuto le malattie, le morti anche, dei miei (schiavi), (che erano) per giunta (ancora) giovani. Due (sono i miei) conforti, per nulla pari ad un così grande dolore, ma comunque dei conforti: uno (è) la (mia) facilità di affrancare (gli schiavi) – (mi) sembra infatti di non aver perduto del tutto prematuramente quelli che ho perduto (quando erano) già liberi -, l’altro (è) il fatto che permetto anche agli schiavi di fare una sorta di testamento, e lo rispetto come legittimo. Ordinano e chiedono quello che (è) sembrato (loro) opportuno; (io) obbedisco come se avessi ricevuto un ordine. Fanno divisioni, doni, lasciti, (ma) solo all’interno della casa; per gli schiavi infatti la casa è una sorta di Stato e per così dire una città. Ma sebbene (io) trovi la calma con questi conforti, sono abbattuto e angosciato da quella stessa umanità che mi ha spinto a permettere proprio ciò. Non per questo tuttavia vorrei diventare più duro. Né ignoro che altri definiscono casi di tal genere nulla più che un (semplice) danno e che per questo credono di essere uomini grandi e saggi. Se questi siano grandi e saggi, non lo so; (ma di sicuro) non sono uomini. E’ proprio di un uomo, infatti, essere colpito dal dolore, sentir(lo), resister(gli) tuttavia e ammettere dei motivi di conforto, non il poter fare a meno di un conforto.


Ab Urbe Condita, V, 47

di Livio

Dum haec Veiis agebantur, interim arx Romae Capitoliumque in ingenti periculo fuit. Namque Galli, seu vestigio notato humano qua nuntius a Veiis pervenerat seu sua sponte animadverso ad Carmentis saxo in adscensum aequo, nocte sublustri cum primo inermem qui temptaret viam praemisissent, tradentes inde arma ubi quid iniqui esset, alterni innixi sublevantesque in vicem et trahentes alii alios, prout postularet locus, tanto silentio in summum evasere ut non custodes solum fallerent, sed ne canes quidem, sollicitum animal ad nocturnos strepitus, excitarent. Anseres non fefellere quibus sacris Iunonis in summa inopia cibi tamen abstinebatur. Quae res saluti fuit; namque clangore eorum alarumque crepitu excitus M. Manlius qui triennio ante consul fuerat, vir bello egregius, armis arreptis simul ad arma ceteros ciens vadit et dum ceteri trepidant, Gallum qui iam in summo constiterat umbone ictum deturbat. Cuius casus prolapsi cum proximos sterneret, trepidantes alios armisque omissis saxa quibus adhaerebant manibus amplexos trucidat. Iamque et alii congregati telis missilibusque saxis proturbare hostes, ruinaque tota prolapsa acies in praeceps deferri. Sedato deinde tumultu reliquum noctis, quantum in turbatis mentibus poterat cum praeteritum quoque periculum sollicitaret, quieti datum est. Luce orta vocatis classico ad concilium militibus ad tribunos, cum et recte et perperam facto pretium deberetur, Manlius primum ob virtutem laudatus donatusque non ab tribunis solum militum sed consensu etiam militari; cui universi selibras farris et quartarios vini ad aedes eius quae in arce erant contulerunt, — rem dictu parvam, ceterum inopia fecerat eam argumentum ingens caritatis, cum se quisque victu suo fraudans detractum corpori atque usibus necessariis ad honorem unius viri conferret. Tum vigiles eius loci qua fefellerat adscendens hostis citati; et cum in omnes more militari se animadversurum Q. Sulpicius tribunus militum pronuntiasset, consentiente clamore militum in unum vigilem conicientium culpam deterritus, a ceteris abstinuit, reum haud dubium eius noxae adprobantibus cunctis de saxo deiecit. Inde intentiores utrimque custodiae esse, et apud Gallos, quia volgatum erat inter Veios Romamque nuntios commeare, et apud Romanos ab nocturni periculi memoria.

Mentre a Veio succedevano queste cose, nel frattempo la cittadella di Roma e il Campidoglio corsero un gravissimo pericolo. Infatti i Galli, o perché avevano notato orme umane nel punto in cui era passato il messaggero giunto da Veio, o perché si erano resi conto da soli che l’erta nei pressi del tempio di Carmenta poteva essere superata senza difficoltà, una notte debolmente rischiarata inviarono prima in avanscoperta un uomo disarmato per accertare che il passaggio fosse praticabile; poi, passandosi le armi nei punti più difficili, appoggiandosi a vicenda e spingendosi verso l’alto gli uni con gli altri a seconda della natura del terreno, raggiunsero la cima in un tale silenzio che non solo riuscirono a passare inosservati alle sentinelle, ma non svegliarono nemmeno i cani che invece sono animali sensibilissimi ai rumori notturni. Non sfuggirono però alla vigilanza delle oche che, non ostante la grande penuria di viveri, erano state risparmiate perché sacre a Giunone. E questo fatto salvò i Romani. Svegliato infatti dal verso e dallo starnazzare delle oche, Marco Manlio, che era stato console tre anni prima e si era sempre distinto in campo militare, afferrando le armi e insieme chiamando gli altri a imitarlo, si fece avanti e mentre i suoi compagni correvano in disordine a armarsi, con un colpo di scudo ricacciò giù dal pendio un Gallo che era già riuscito a raggiungere la sommità dell’erta. Ma siccome la sua caduta travolse quelli che gli venivano dietro, altri Galli, colti dal panico, nel tentativo di aggrapparsi con le mani alle rocce alle quali aderivano con il corpo, lasciarono cadere le armi e finirono sotto i colpi di Manlio. Essendosi nel frattempo aggiunti anche altri Romani, i nemici vennero ricacciati dalle rocce con lancio di frecce e di pietre, così che l’intero contingente di Galli fu respinto con successo franando rovinosamente giù dal precipizio. Tornata la calma, per quanto era consentito a menti sconvolte dal ricordo del pericolo anche se ormai passato, il resto della notte venne dedicato al riposo. Alle prime luci del giorno, il suono delle trombe chiamò i soldati all’adunata di fronte ai tribuni. E siccome era necessario ricompensare chi aveva fatto il proprio dovere e punire chi invece non era stato all’altezza, prima di ogni altra cosa Manlio venne elogiato per il suo coraggio e premiato non solo dai tribuni dei soldati ma anche all’unanimità dai soldati, ciascuno dei quali portò mezza libbra di grano e un quarto di vino alla sua casa sulla cittadella: ricompensa modesta, a parole, ma che in quella situazione di grave penuria era prova di enorme affetto, in quanto ogni soldato, per onorare quell’unico uomo, si privava di viveri, li sottraeva alla propria persona e necessità. Poi vennero chiamati in giudizio le sentinelle di guardia nel punto in cui i nemici erano riusciti a salire senza che nessuno se ne accorgesse. Il tribuno Quinto Sulpicio annunciò di volerli punire tutti in base alla legge marziale: ma trattenuto dalle concordi grida dei soldati che addossavano la responsabilità dell’accaduto su un’unica sentinella, risparmiò gli altri, e, col consenso di tutti, fece scaraventare dalla rupe Tarpea l’uomo che senza dubbio era il responsabile di quella colpa. Da quel momento in poi da entrambe le parti la vigilanza fu più accurata: sia presso i Galli che erano venuti a sapere dell’avvenuto passaggio di messaggieri tra Roma e Veio, sia presso i Romani, memori del pericolo corso quella notte.


Breviarium, VII, 14

di Eutropio

Successit huic Nero, Caligulae, avunculo suo, simillimus, qui Romanum imperium et deformavit et diminuit, inusitatae luxuriae sumptuumque, ut qui exemplo C. Caligulae in calidis et frigidis lavaret unguentis, retibus aureis piscaretur, quae blattinis funibus extrahebat. Infinitam senatus partem interfecit, bonis omnibus hostis fuit. Ad postremum se tanto dedecore prostituit, ut et saltaret et cantaret in scaena citharoedico habitu vel tragico. Parricidia multa commisit, fratre, uxore, sorore, matre interfectis. Urbem Romam incendit, ut spectaculi eius imaginem cerneret, quali olim Troia capta arserat. In re militari nihil omnino ausus Britanniam paene amisit. Nam duo sub eo nobilissima oppida capta illic atque eversa sunt. Armeniam Parthi sustulerunt legionesque Romanas sub iugum miserunt. Duae tamen sub eo provinciae factae sunt, Pontus Polemoniacus concedente rege Polemone et Alpes Cottiae Cottio rege defuncto.

A questo successe Nerone, molto simile a suo zio Caligola; il quale deturpò e diminuì l’autorità dei Romani, affinchè questi con l’esempio delle smodatezze e dell’inusuale lussuria di Caligola si lavasse con unguenti caldi e freddi, pescasse con reti d’oro, che tirava con funi di porpora. Tolse di mezzo un’infinita parte del senato, fu nemico di tutti gli onesti. Infine si oppose con tanto disonore, che ballava e cantava sulla scena nella veste di un citoredico o di un tragico. Uccisi il fratello, la moglie, la sorella e la madre, commise molti omicidi dei parenti. Incendiò la città di Roma, per riconoscere l’immagine del suo spettacolo nel modo stesso che Troia, catturata, era arsa. Non arrischiatosi affatto nell’arte militare, si lasciò quasi sfuggire la Bretagna. Infatti furono catturate sotto di lui due città fortificate e furono distrutte lì stesso. I Parti sottomisero le legioni romane in Armenia. Tuttavia sotto di lui furono create due provincie, il Ponto Polemoniaco per concessione del re Polemone e le Alpi Cozie alla morte del re Cozio.


Ab Urbe Condita, XXII, 7

di Livio

Haec est nobilis ad Trasumennum pugna atque inter paucas memorata populi Romani clades. Quindecim milia Romanorum in acie caesa sunt; decem milia sparsa fuga per omnem Etruriam aversis itineribus urbem petiere; duo milia quingenti hostium in acie, multi postea [utrimque] ex volneribus periere. Multiplex caedes utrimque facta traditur ab aliis; ego praeterquam quod nihil auctum ex vano velim, quo nimis inclinant ferme scribentium animi, Fabium, aequalem temporibus huiusce belli, potissimum auctorem habui. Hannibal captivorum qui Latini nominis essent sine pretio dimissis, Romanis in vincula datis, segregata ex hostium coacervatorum cumulis corpora suorum cum sepeliri iussisset, Flamini quoque corpus funeris causa magna cum cura inquisitum non invenit.
Romae ad primum nuntium cladis eius cum ingenti terrore ac tumultu concursus in forum populi est factus. Matronae vagae per vias, quae repens clades allata quaeve fortuna exercitus esset, obvios percontantur; et cum frequentis contionis modo turba in comitium et curiam versa magistratus vocaret, tandem haud multo ante solis occasum M. Pomponius praetor “pugna” inquit “magna victi sumus”. Et quamquam nihil certius ex eo auditum est, tamen alius ab alio impleti rumoribus domos referunt: consulem cum magna parte copiarum caesum; superesse paucos aut fuga passim per Etruriam sparsos aut captos ab hoste. Quot casus exercitus victi fuerant, tot in curas distracti animi eorum erant quorum propinqui sub C. Flaminio consule meruerant, ignorantium quae cuiusque suorum fortuna esset; nec quisquam satis certum habet quid aut speret aut timeat. Postero ac deinceps aliquot diebus ad portas maior prope mulierum quam virorum multitudo stetit, aut suorum aliquem aut nuntios de iis opperiens; circumfundebanturque obviis sciscitantes neque avelli, utique ab notis, priusquam ordine omnia inquisissent, poterant. Inde varios voltus digredientium ab nuntiis cerneres, ut cuique laeta aut tristia nuntiabantur, gratulantesque aut consolantes redeuntibus domos circumfusos. Feminarum praecipue et gaudia insignia erant et luctus. Unam in ipsa porta sospiti filio repente oblatam in complexu eius exspirasse ferunt; alteram, cui mors filii falso nuntiata erat, maestam sedentem domi, ad primum conspectum redeuntis filii gaudio nimio exanimatam. Senatum praetores per dies aliquot ab orto usque ad occidentem solem in curia retinent, consultantes quonam duce aut quibus copiis resisti victoribus Poenis posset.

Fu questa la famosa battaglia del Trasimeno, una delle poche sconfitte memorande del popolo romano. Quindicimila Romani caddero uccisi sul campo, diecimila si dispersero fuggendo in tutta l’Etruria, per diversi cammini dirigendosi a Roma; dei nemici, duemila e cinquecento perirono in battaglia, molti, più tardi, delle ferite. Secondo altri, la strage d’ambe le parti fu maggiore; io, che non voglio accogliere notizie da fonti dubbie, al che inclinano troppo, quasi sempre, gli animi degli scrittori, mi sono attenuto particolarmente a Fabio, che di questa guerra fu contemporaneo. Annibale, lasciati liberi senza riscatto i prigionieri italici, messi in catene i romani, ordinò che si separassero dai mucchi dei nemici uccisi i cadaveri dei suoi soldati e che si desse loro sepoltura; fece anche cercare accuratamente il corpo di Flaminio, per seppellirlo; ma non lo trovò.
A roma, appena giunse la notizia di quel disastro, il popolo accorse in folla, atterrito e tumultuante, al Foro; le donne, vagando per le vie, chiedevano a tutti quelli in cui s’imbattevano quale strage fosse questa di cui si parlava e che cosa fosse avvenuto dell’esercito. E poiché la folla, come se si trattasse d’una regolare adunazione popolare, si riversava al luogo dei comizi e alla Curia, e reclamava i magistrati, finalmente poco prima del tramonto il pretore Marco Pomponio annunziò: “Siamo stati vinti in una grande battaglia”. Null’altro più preciso si seppe da lui; pure, l’uno con l’altro empiendosi la testa di dicerie, riferirono alle loro case che il console era morto con grande parte delle truppe, e che pochi eran sopravvissuti, o fuggiaschi per l’Etruria o prigionieri del nemico. Quante erano state le vicende dell’esercito vinto, altrettante furono le preoccupazioni di tutti quelli che avevano dei congiunti al seguito del console Caio Flaminio, ignari quali erano della sorte toccata a ciascuno del loro cari; né alcuno aveva certezza di quel che dovesse sperare o temere. L’indomani, e poi per alcuni giorni, alle porte fu maggiore la folla delle donne che non degli uomini, in attesa o di alcuno dei loro o di loro notizie; e a quelli che arrivavano facevan ressa intorno, né se ne potevano staccare, particolarmente dai loro conoscenti, prima di aver tutto domandato per filo e per segno. E avresti potuto distinguere, nei diversi volti di quelli che se ne ritornavano, se liete o tristi erano le notizie da essi apprese, mentre intorno ad essi si affollavano quelli che o si congratulavano o davano conforto mentre tornavano alle loro case. Particolarmente visibili erano le manifestazioni liete o luttuose delle donne. Di una si narra che, incontratasi proprio sulla porta col figlio tornato incolume, spirò tra le braccia di lui; di un’altra, che, mentre sedeva afflitta in casa per il falso annunzio ricevuto della morte del figlio, nel vederlo subitamente ritornato morì per eccesso di gioia. I pretori, per parecchi giorni, tennero riunito il Senato nella Curia, dal mattino fino al tramonto, discutendo con qual comandante e con quali forze si potesse opporre resistenza ai Punici vittoriosi.


De Bello Gallico, IV, 27

di Cesare

Hostes proelio superati, simul atque se ex fuga receperunt, statim ad Caesarem legatos de pace miserunt; obsides sese daturos quaeque imperasset facturos polliciti sunt. Una cum his legatis Commius Atrebas venit, quem supra demonstraveram a Caesare in Britanniam praemissum. Hunc illi e navi egressum, cum ad eos oratoris modo Caesaris mandata deferret, comprehenderant atque in vincula coniecerant; tum proelio facto remiserunt et in petenda pace eius rei culpam in multitudinem contulerunt et propter imprudentiam ut ignosceretur petiverunt. Caesar questus quod, cum ultro in continentem legatis missis pacem ab se petissent, bellum sine causa intulissent, ignoscere se imprudentiae dixit obsidesque imperavit; quorum illi partem statim dederunt, partem ex longinquioribus locis arcessitam paucis diebus sese daturos dixerunt. Interea suos in agros remigrare iusserunt, principesque undique convenire et se civitatesque suas Caesari commendare coeperunt.

I nemici, vinti in battaglia, non appena si riebbero dall’affanno della fuga, immediatamente inviarono messi a Cesare per offrirgli la resa, promettendo la consegna di ostaggi e il rispetto degli ordini che volesse impartire. Insieme a loro giunse l’atrebate Commio, l’uomo mandato da Cesare in Britannia in avanscoperta, come in precedenza avevo chiarito. Non appena Commio era sceso dalla nave e aveva riferito, come portavoce, le richieste di Cesare, i Britanni lo avevano fatto prigioniero e messo in catene; ora, dopo la battaglia, lo avevano liberato e, nel domandare pace, attribuivano la responsabilità dell’accaduto al popolo, chiedendo di perdonare una colpa dovuta alla leggerezza. Cesare si lamentò che i Britanni, dopo aver spontaneamente inviato ambascerie sul continente per domandare pace, gli avevano poi mosso guerra senza motivo, ma disse che perdonava la loro leggerezza e chiese ostaggi. Una parte venne consegnata immediatamente, altri invece, fatti venire da regioni lontane. li avrebbero consegnati – dissero – entro pochi giorni. Nel frattempo, diedero disposizione ai loro di ritornare alle campagne; i principi di tutte le regioni si riunirono e cominciarono a pregare Cesare di aver riguardo per loro e per i rispettivi popoli.


Divus Iulius, 54 (Avidità di Giulio Cesare)

di Svetonio

Abstinentiam neque in imperiis neque in magistratibus praestitit. Ut enim quidam monumentis suis testati sunt, in Hispania pro consule et a sociis pecunias accepit emendicatas in auxilium aeris alieni et Lusitanorum quaedam oppida, quanquam nec imperata detrectarent et advenienti portas patefacerent, diripuit hostiliter. In Gallia fana templaque deum donis referta expilavit, urbes diruit saepius ob praedam quam ob delictum; unde factum, ut auro abundaret ternisque milibus nummum in libras promercale per Italiam provinciasque divenderet. In primo consulatu tria milia pondo auri furatus e Capitolio tantundem inaurati aeris reposuit. Societates ac regna pretio dedit, ut qui uni Ptolemaeo prope sex milia talentorum suo Pompeique nomine abstulerit. Postea vero evidentissimis rapinis ac sacrilegis et onera bellorum civilium et triumphorum ac munerum sustinuit impendia.

Non mostrò moderazione né durante il comando né durante le magistrature. Come infatti alcuni hanno dichiarato nei loro documenti, in Spagna prese dagli alleati denaro in aiuto per i debiti contratti e per desiderio di preda distrusse con ostilità alcune città fortificate dei Lusitani benché esse non si rifiutassero ai suoi ordini e avessero aperto le porte a lui che arrivava. In Gallia saccheggiò santuari e templi pieni di doni per il Dio, distrusse città, più spesso per bramosia di preda che per colpa dei nemici. Da qui consegue il fatto che abbondasse d’oro che mise in vendita, in Italia e nelle province, a tremila sesterzi la libbra. Nel primo consolato, rubò dal Campidoglio tremila libbre d’oro ed altrettaante ve ne rimise di bronzo dorato. Vendette per denaro alleanze e regni e per uno a Tolomeo, re degli Egizi, portò via quasi seimila talenti. Dopo in verità sostenne con evidentissime rapine e sacrilegi gli oneri delle guerre civili e le spese dei trionfi.


Saturae, I, 1 (Le ragioni della satira)

di Giovenale

Semper ego auditor tantum? numquamne reponam
uexatus totiens rauci Theseide Cordi?
inpune ergo mihi recitauerit ille togatas,
hic elegos? inpune diem consumpserit ingens
Telephus aut summi plena iam margine libri
scriptus et in tergo necdum finitus Orestes?
nota magis nulli domus est sua quam mihi lucus
Martis et Aeoliis uicinum rupibus antrum
Vulcani; quid agant uenti, quas torqueat umbras
Aeacus, unde alius furtiuae deuehat aurum
pelliculae, quantas iaculetur Monychus ornos,
Frontonis platani conuolsaque marmora clamant
semper et adsiduo ruptae lectore columnae.
expectes eadem a summo minimoque poeta.
et nos ergo manum ferulae subduximus, et nos
consilium dedimus Sullae, priuatus ut altum
dormiret. stulta est clementia, cum tot ubique
uatibus occurras, periturae parcere chartae.
cur tamen hoc potius libeat decurrere campo,
per quem magnus equos Auruncae flexit alumnus,
si uacat ac placidi rationem admittitis, edam.
cum tener uxorem ducat spado, Meuia Tuscum
figat aprum et nuda teneat uenabula mamma,
patricios omnis opibus cum prouocet unus
quo tondente grauis iuueni mihi barba sonabat,
cum pars Niliacae plebis, cum uerna Canopi
Crispinus Tyrias umero reuocante lacernas
uentilet aestiuum digitis sudantibus aurum
nec sufferre queat maioris pondera gemmae,
difficile est saturam non scribere. nam quis iniquae
tam patiens urbis, tam ferreus, ut teneat se,
causidici noua cum ueniat lectica Mathonis
plena ipso, post hunc magni delator amici
et cito rapturus de nobilitate comesa
quod superest, quem Massa timet, quem munere
palpat Carus et a trepido Thymele summissa Latino;
cum te summoueant qui testamenta merentur
noctibus, in caelum quos euehit optima summi
nunc uia processus, uetulae uesica beatae?
unciolam Proculeius habet, sed Gillo deuncem,
partes quisque suas ad mensuram inguinis heres.
accipiat sane mercedem sanguinis et sic
palleat ut nudis pressit qui calcibus anguem
aut Lugudunensem rhetor dicturus ad aram.
quid referam quanta siccum iecur ardeat ira,
cum populum gregibus comitum premit hic spoliator
pupilli prostantis et hic damnatus inani
iudicio? quid enim saluis infamia nummis?
exul ab octaua Marius bibit et fruitur dis
iratis, at tu uictrix, prouincia, ploras.
haec ego non credam Venusina digna lucerna?
haec ego non agitem? sed quid magis? Heracleas
aut Diomedeas aut mugitum labyrinthi
et mare percussum puero fabrumque uolantem,
cum leno accipiat moechi bona, si capiendi
ius nullum uxori, doctus spectare lacunar,
doctus et ad calicem uigilanti stertere naso;
cum fas esse putet curam sperare cohortis
qui bona donauit praesepibus et caret omni
maiorum censu, dum peruolat axe citato
Flaminiam puer Automedon? nam lora tenebat
ipse, lacernatae cum se iactaret amicae.
nonne libet medio ceras inplere capaces
quadriuio, cum iam sexta ceruice feratur
hinc atque inde patens ac nuda paene cathedra
et multum referens de Maecenate supino
signator falsi, qui se lautum atque beatum
exiguis tabulis et gemma fecerit uda?
occurrit matrona potens, quae molle Calenum
porrectura uiro miscet sitiente rubetam
instituitque rudes melior Lucusta propinquas
per famam et populum nigros efferre maritos.
aude aliquid breuibus Gyaris et carcere dignum,
si uis esse aliquid. probitas laudatur et alget;
criminibus debent hortos, praetoria, mensas,
argentum uetus et stantem extrapocula caprum.
quem patitur dormire nurus corruptor auarae,
quem sponsae turpes et praetextatus adulter?
si natura negat, facit indignatio uersum
qualemcumque potest, quales ego uel Cluuienus.
ex quo Deucalion nimbis tollentibus aequor
nauigio montem ascendit sortesque poposcit
paulatimque anima caluerunt mollia saxa
et maribus nudas ostendit Pyrrha puellas,
quidquid agunt homines, uotum, timor, ira, uoluptas,
gaudia, discursus, nostri farrago libelli est.
et quando uberior uitiorum copia? quando
maior auaritiae patuit sinus? alea quando
hos animos? neque enim loculis comitantibus itur
ad casum tabulae, posita sed luditur arca.
proelia quanta illic dispensatore uidebis
armigero! simplexne furor sestertia centum
perdere et horrenti tunicam non reddere seruo?
quis totidem erexit uillas, quis fercula septem
secreto cenauit auus? nunc sportula primo
limine parua sedet turbae rapienda togatae.
ille tamen faciem prius inspicit et trepidat ne
suppositus uenias ac falso nomine poscas:
agnitus accipies. iubet a praecone uocari
ipsos Troiugenas, nam uexant limen et ipsi
nobiscum. ‘da praetori, da deinde tribuno.’
sed libertinus prior est. ‘prior’ inquit ‘ego adsum.
cur timeam dubitemur locum defendere, quamuis
natus ad Euphraten, molles quod in aure fenestrae
arguerint, licet ipse negem? sed quinque tabernae
quadringenta parant. quid confert purpura maior
optandum, si Laurenti custodit in agro
conductas Coruinus ouis, ego possideo plus
Pallante et Licinis?’ expectent ergo tribuni,
uincant diuitiae, sacro ne cedat honori
nuper in hanc urbem pedibus qui uenerat albis,
quandoquidem inter nos sanctissima diuitiarum
maiestas, etsi funesta Pecunia templo
nondum habitat, nullas nummorum ereximus aras,
ut colitur Pax atque Fides, Victoria, Virtus
quaeque salutato crepitat Concordia nido.
sed cum summus honor finito conputet anno,
sportula quid referat, quantum rationibus addat,
quid facient comites quibus hinc toga, calceus hinc est
et panis fumusque domi? densissima centum
quadrantes lectica petit, sequiturque maritum
languida uel praegnas et circumducitur uxor.
hic petit absenti nota iam callidus arte
ostendens uacuam et clausam pro coniuge sellam.
‘Galla mea est’ inquit, ‘citius dimitte. moraris?
profer, Galla, caput. noli uexare, quiescet.’
ipse dies pulchro distinguitur ordine rerum:
sportula, deinde forum iurisque peritus Apollo
atque triumphales, inter quas ausus habere
nescio quis titulos Aegyptius atque Arabarches,
cuius ad effigiem non tantum meiiere fas est.
uestibulis abeunt ueteres lassique clientes
uotaque deponunt, quamquam longissima cenae
spes homini; caulis miseris atque ignis emendus.
optima siluarum interea pelagique uorabit
rex horum uacuisque toris tantum ipse iacebit.
nam de tot pulchris et latis orbibus et tam
antiquis una comedunt patrimonia mensa.
nullus iam parasitus erit. sed quis ferat istas
luxuriae sordes? quanta est gula quae sibi totos
ponit apros, animal propter conuiuia natum!
poena tamen praesens, cum tu deponis amictus
turgidus et crudum pauonem in balnea portas.
hinc subitae mortes atque intestata senectus.
it noua nec tristis per cunctas fabula cenas;
ducitur iratis plaudendum funus amicis.
nil erit ulterius quod nostris moribus addat
posteritas, eadem facient cupientque minores,
omne in praecipiti uitium stetit. utere uelis,
totos pande sinus. dices hic forsitan ‘unde
ingenium par materiae? unde illa priorum
scribendi quodcumque animo flagrante liberet
simplicitas? “cuius non audeo dicere nomen?
quid refert dictis ignoscat Mucius an non?”
pone Tigillinum, taeda lucebis in illa
qua stantes ardent qui fixo gutture fumant,
et latum media sulcum deducit harena.’
qui dedit ergo tribus patruis aconita, uehatur
pensilibus plumis atque illinc despiciat nos?
‘cum ueniet contra, digito compesce labellum:
accusator erit qui uerbum dixerit “hic est.”
securus licet Aenean Rutulumque ferocem
committas, nulli grauis est percussus Achilles
aut multum quaesitus Hylas urnamque secutus:
ense uelut stricto quotiens Lucilius ardens
infremuit, rubet auditor cui frigida mens est
criminibus, tacita sudant praecordia culpa.
inde ira et lacrimae. tecum prius ergo uoluta
haec animo ante tubas: galeatum sero duelli
paenitet.’ experiar quid concedatur in illos
quorum Flaminia tegitur cinis atque Latina.

Succube sempre starò io ad ascoltare? Vessato a non finire dalla Teseide di quel Cordo ottuso, mai ne otterrò vendetta? Chiunque potrà leggermi commedie o elegie senza correre rischi? Consumeranno i miei giorni un Tèlefo smisurato o un Oreste, che deborda sul recto e sul verso dai margini del libro e non finisce mai, senza subirne pena? Nessuno, com’io conosco il bosco di Marte o l’antro di Vulcano vicino alle rupi Eolie, conosce la sua casa. Il travaglio dei venti, le ombre torturate da Èaco, il luogo dove non so chi ha sottratto il vello dorato, gli immensi frassini che scaglia Mònico: di tutto questo rimbombano notte e giorno i platani e i marmi trafitti di Frontone, le colonne lesionate da continue letture: poeta sommo o scribacchino, sempre è la stessa solfa. Eppure anch’io ho sottratto la mano allo scudiscio e consigliato Silla di dormirsene in pace da privato. È stupida clemenza, in questo brulicare di poeti, graziare carte condannate al macero. Ma perché abbia scelto di lanciarmi nel campo, dove il grande figlio di Aurunca costrinse i suoi cavalli, se avete tempo e pazienza d’udire le mie ragioni, lo dirò. Quando un languido eunuco prende moglie e Mevia a seno nudo impugna un ferro per sventrare cinghiali di Toscana, quando in lusso sfida tutti i patrizi uno, che in gioventú col suo rasoio strappava lai alla mia barba dura, quando una canaglia del Nilo, sí, Crispino, lo schiavo di Canopo, si drappeggia alle spalle un mantello di porpora, agitando al vento con le dita sudate un anellino estivo, come se non potesse sopportare il peso di una gemma piú vistosa, è difficile non scrivere satire. Ma chi può sopportare una città cosí perversa? Bisognerebbe essere di ferro per trattenersi, quando davanti ti passa Matone, l’avvocato, stravaccato nella lettiga nuova, con quel delatore degli amici piú cari che lo segue, pronto ad arraffare i brandelli di una nobiltà dissoluta (e se Massa lo teme, Caro lo blandisce, Latino gli prostituisce pavido Timele). O ancora quando t’impone di farti in là gente che si guadagna i testamenti ogni notte, gente che la via piú sicura oggi a far fortuna, la vulva d’una vecchia danarosa, porta alle stelle. Va una miseria a Proculeio, a Gillo il resto: ognuno eredita la parte sua secondo l’entità del cazzo. E che riscuota il prezzo del suo sangue è giusto, sino a ridursi livido, come chi calpesta un serpente a piedi nudi o un retore che s’accinga a parlare dall’ara di Lione. Come dar voce all’ira, che mi rode d’arsura il fegato, quando vedo un predone che, costretto il pupillo al marciapiede, schiaccia la gente con la masnada dei suoi, o un altro condannato a vuoto in tribunale? Cosa è mai l’infamia, se il denaro è al sicuro? In esilio Mario si ubriaca già di buonora, fottendosene dell’ira divina, e tu, provincia, che pure l’hai vinto, ti disperi. E non è degno questo dei lumi di Orazio? Non dovrebbe spronarmi? E che altro? Una Eracleide, una Diomedea, i muggiti del Labirinto o il mare in cui precipita il fanciullo, il fabbro che si libra in volo, mentre qui un ruffiano, bravissimo a guardare altrove, a fingere di russare col naso nel bicchiere, si prende i beni dell’amante, se la moglie non ha diritto a eredità? mentre qui v’è chi stima lecito aspirare a un comando militare dopo aver sperperato il patrimonio in scuderie ed essere rimasto senza un soldo (scorrazzava per la Flaminia a rotta di collo su un cocchio come un giovane Automedonte, reggendo lui stesso le briglie per farsi bello con l’amica in abiti maschili). E non fa venir voglia, magari per la strada, di riempire tavolette su tavolette un falsario che s’è arricchito a iosa con qualche postilla e un sigillo inumidito ed ora si fa trasportare su sei spalle agli occhi di tutti in una lettiga aperta con tutta l’aria di un Mecenate indolente? E chi lo segue? una dama impettita che al marito assetato propina nettare di Cales mescolato con veleno di rospo e alle sue parenti inesperte insegna, meglio di Locusta, come seppellire le spoglie grigie dei mariti tra le chiacchiere della gente. Se vuoi essere qualcuno devi rischiare tanto da meritarti il confino nella piccola Giaro o la galera. L’onestà vien lodata, ma muore di freddo. Ai delitti si devono i giardini, i palazzi, i banchetti, gli argenti d’antiquariato e le coppe a rilievi di caproni. Come si può dormire tra seduttori di nuore venali, tra promesse spose cosí sfrenate e amanti adolescenti? L’indignazione farà poesia, se manca il genio, come può, come posso farla io o qualsiasi Cluvieno. Tutto ciò che travaglia gli uomini, sin dal tempo in cui Deucalione, tra gli scrosci che gonfiavano il mare, con la nave raggiunse in cima il monte a chiedere il proprio destino e a poco a poco il soffio della vita sciolse al suo calore le pietre e ai maschi Pirra offrí vergini ignude, tutto ciò, desideri, collera e terrori, piaceri, gioie e affanni, tutto si mescola nel mio libretto. Fu mai piú prolifico il vizio? Quando di piú la sete di denaro protese le sue mani? Quando mai fascino uguale vi fu nel gioco? Nelle bische non si va piú con una borsa, come posta ci si gioca la cassaforte. Che scontri memorabili vedrai alla distribuzione delle armi! Semplice pazzia o che altro mai è perdere centomila sesterzi e negare una tunica al servo che trema di freddo? Dei nostri antichi chi s’è mai costruito tante ville, chi cenava in privato con sette portate? Ora sulla soglia di casa misero è il sussidio e se lo contende una folla di gente in toga. Ma il patrono prima ti scruta bene in faccia per timore che tu venga al posto di un altro e lo richieda sotto falso nome. Se ti riconosce, l’avrai. Anche dei discendenti dei troiani pretende che il banditore faccia l’appello, perché anche loro sulla soglia fanno ressa con noi. ‘Prima al pretore, poi tocca al tribuno.’ Ma si fa avanti un liberto: ‘Io sono il primo, io’, dice. ‘Sono nato, è vero, sull’Eufrate e i fori che come una donna ho nelle orecchie, anche se lo negassi, mi tradirebbero. Ma non ho dubbi o timore di difendere il mio posto: le mie cinque botteghe rendono abbastanza per un censo da cavaliere. Che vantaggi ti dà la porpora, se Corvino nella campagna di Laurento porta al pascolo pecore non sue ed io possiedo piú di Pallante, piú dei Licini?’. Arretrino i tribuni, la precedenza è alla ricchezza: chi è giunto a Roma appena ieri, con i piedi segnati dalla schiavitú, nemmeno alle cariche sacre deve cedere il passo, perché fra noi piú sacra d’ogni cosa è la maestà del denaro, anche se questa ricchezza funesta non ha un tempio per venerarla come l’hanno Pace, Fede e Vittoria, Virtú e Concordia, i cui nidi risuonano di gorgheggi al ritorno degli uccelli, e al denaro non abbiamo eretto un altare. Ma se a fine dell’anno anche i piú alti magistrati fanno il conto di quel che rende, arrotondando il loro bilancio, la sportula, che faranno i clienti che da quella traggono toga, scarpe, pane e il fuoco per la casa? Un fiume di lettighe limosina quei cento soldi e, per seguirlo nel suo giro, dietro al marito, malata o incinta che sia, viene la moglie. Ormai rotto ad ogni espediente, v’è chi mendica anche per la moglie assente, esibendo in suo luogo una lettiga vuota e chiusa: ‘Svelto, c’è la mia Galla’, dice, ‘avanti, sbrigami, che aspetti? Fuori la testa, Galla! No, non disturbarla, dorme’. Del resto la giornata è divisa in bell’ordine: prima la questua, poi il foro con la statua di Apollo, luce del diritto, e i busti dei trionfatori, fra i quali ha osato, non so a quale titolo, mettere anche il suo un doganiere egiziano (ma ai suoi piedi si può pisciare o far di peggio). Sfiniti e ormai senza speranza, malgrado quella di cenare nell’uomo sia la piú tenace, i vecchi clienti abbandonano le soglie per mettere insieme due cavoli e la legna. Come un re intanto il patrono ingozzerà quanto di meglio si trova nei boschi e nel mare, sdraiato tutto solo nel triclinio vuoto. È di una razza, che su tavole belle, spaziose e antiche si mangia in solitudine interi patrimoni. Niente scrocconi. Ma nulla è piú sordido di questi eccessi. Che gola ha costui se, una selvaggina adatta ai conviti, imbandisce solo per sé cinghiali interi? Ma il castigo t’incalza, quando, spogliati i panni, tutto gonfio porti con te in bagno un pavone che t’è rimasto sullo stomaco. E fulminea verrà la morte, senza permetterti in vecchiaia di testare. Di cena in cena, fra le risa, correrà la notizia e al tuo trasporto funebre gli amici per la rabbia applaudiranno. Di peggio niente è possibile che l’umanità aggiunga in futuro ai nostri costumi: chi ci seguirà, scimmiottandoci, vorrà le stesse cose, perché il vizio ha toccato il fondo. Sciogli le vele, distendile al vento! Mi dirai: ‘C’è materia, sí, ma dov’è il genio? E la naturalezza che, infiammando l’animo loro, avevano gli antichi nel dire qualunque cosa volessero?’. Credi che non osi far nomi? Che m’importa se Muzio approva o no quel che dico? ‘Sí, prendi Tigellino: una torcia in fiamme, questo sarai, come chi brucia crocefisso alzando fumo dal petto trafitto, e in mezzo all’arena lascerai il tuo solco inciso.’ Cosí chi ha propinato a tre zii un veleno può farsi scarrozzare sulle piume e guardarci dall’alto in basso? ‘Se lo incontri, premiti il dito sulle labbra; basta che tu dica: è lui, e finisci incriminato. Vuoi vivere tranquillo? fai duellare Enea col sanguinario Turno; ricorda: la morte di Achille o la ricerca affannosa di Ila scomparso insieme all’anfora, no, non fanno male a nessuno. Ma ogni volta che Lucilio, la spada in pugno, freme di sdegno, chi l’ascolta, con la mente stretta dai propri crimini, si fa di fuoco e il cuore trasuda colpe segrete. Odio e lacrime alla fine. Pensaci bene prima di dar fiato alle trombe: con l’elmo in testa non si evita il duello.’ Rimane un tentativo: vedere se posso almeno dire qualcosa contro quelli che son sepolti lungo la Flaminia o la via Latina.


Res Gestae, I, 0-1

di Augusto

0 – Rerum gestarum divi Augusti, quibus orbem terrarum imperio populi Romani subiecit, et impensarum quas in rem publicam populumque Romanum fecit, incisarum in duabus aheneis pilis, quae sunt Romae positae, exemplar subiectum.
1 – Annos undeviginti natus exercitum privato consilio et privata impensa comparavi, per quem rem publicam a dominatione factionis oppressam in libertatem vindicavi. [Ob quae] senatus decretis honorificis in ordinem suum me adlegit, C. Pansa et A. Hirtio consulibus, consularem locum sententiae dicendae tribuens, et imperium mihi dedit. Res publica ne quid detrimenti caperet, me propraetore simul cum consulibus providere iussit. Populus autem eodem anno me consulem, cum cos. uterque bello cecidisset, et triumvirum rei publicae constituendae creavit.

0 – (Capitoli) delle opere del sacro Augusto, con le quali sottomise il mondo al potere del popolo romano, e delle spese, che fece in favore dello Stato e del popolo romano, incise su due steli di bronzo, che sono state poste a Roma conformi all’originale.
1 – A diciannove anni costituii un esercito con un’iniziativa e una spesa private; con tale esercito ho restituito la libertà allo Stato, oppresso dal potere delle fazioni. In grazie di ciò il Senato con decreti onorifici mi elesse al suo rango, sotto il consolato di Caio Pansa e Aulo Irzio, mi attribuì la dignità consolare di amministrare la giustizia e mi diede il comando assoluto. Lo Stato, per non subire alcun danno, stabilì che lo proteggessi associandomi ai consoli nelle mie funzioni di pretore con gli stessi poteri. Il popolo nello stesso anno mi elesse console, essendo morti entrambi i consoli in guerra, e inoltre triumviro per la ricostituzione dello Stato.


Fabulae, I, 5 (“La legge del più forte”)

di Fedro

Numquam est fidelis cum potente societas:
testatur haes fabella propositum meum.
Vacca et capella et patiens ovis iniuriae
Socii fuere cum leone in saltibus.
Hi cum sepissent cervum vasti corporis,
sic est locutu partibus factis leo:
“Ego primam tollo, nomina quia leo;
secundam, quia sum socius, tribuetis mihi;
tum, quia plus valeo, me sequetur tertia;
malo adficietur, siquis quartam tetigerit”.
Sic totam praedam sola improbitas abstulit.

Non c’è mai un’alleanza sicura con un prepotente: questa favoletta dimostra la mia premessa. Una mucca e una capretta e una pecora, che tollera l’offesa, furono socie con un leone nei boschi. Avendo questi preso un cervo dalla grande corporatura, il leone parlò così, dopo che furono fatte le parti: “Io prendo la prima (parte), perché sono chiamato leone; la seconda la darete a me, perché sono il vostro socio, poi, la terza parte mi seguirà perché sono il più forte; se qualcuno toccherà la quarta parte, sarà colpito dal male”. Così la sola prepotenza portò via tutta la preda.


Divus Vespasianus, 1 (“Origini della Gens Flavia”)

di Svetonio

Rebellione trium principum et caede incertum diu et quasi vagum imperium suscepit firmavitque tandem gens Flavia, obscura illa quidem ac sine ullis maiorum imaginibus, sed tamen rei p. Nequaquam paenitenda; constet licet, Domitianum cupiditatis ac saevitiae merito poenas luisse. T. Flavius Petro, municeps Reatinus, bello civili Pompeianarum partium centurio an evocatus, profugit ex Pharsalica, acie domumque se contulit, ubi deinde venia et missione impetrata coactiones argentarias factitavit. Huius filium, cognomine Sabinus, expers militiae (etsi quidem eum primipilarem, nonnulli, cum adhuc ordiens duceret, sacramento solutum per causam valitudinis tradunt) publicum quadragesimae in Asia egit; manebantque imagines a civitatibus ei positae sub hoc titulo: kalos telonesanti. Postea faenus apud Helvetios exercuit ibique diem obiit superstitibus uxore Vespasia Polla et duobus ex ea liberis, quorum maior Sabinus ad praefecturam urbis, minor Vespasianus ad principatum usque processit. Polla, Nursiae honesto genere orta, patrem habuit Vespasium Pollionem, ter tribunum militum praefectumque castrorum, fratrem senatorem praetoriae dignitatis. Locus etiam ad sextum miliarium a Nursia Spoletium euntibus in monte summo appellatur Vespasiae, ubi Vespasiorum complura monumenta exstant, magnum indicium splendoris familiae et vetustatis. Non negaverim iactatum a quibusdam Petronis patrem e regione Transpadana fuisse mancipem operarum, quae ex Umbria in Sabinos ad culturam agrorum quotannis commeare soleant; subsedisse autem in oppido Reatino, uxore ibidem ducta. Ipse ne vestigium quidem de hoc, quamvis satis curiose inquirerem, inveni.

L’Impero, reso a lungo instabile e quasi vacillante dalla rivolta e dalla morte di tre principi, fu alla fine raccolto e consolidato dalla famiglia Flavia, che fu senza dubbio oscura e senza antenati degni di rilievo, ma di cui, ad ogni modo, lo Stato non ebbe mai motivo di rammaricarsi, anche se è noto che Domiziano pagò giustamente il fio della sua cupidigia e della sua crudeltà. T. Flavio Petrone, originario del municipio di Rieti, centurione o richiamato dell’armata di Pompeo durante la guerra civile, dopo la battaglia di Farsalo se ne fuggì e si ritirò nel suo paese dove, più tardi, ottenuto il perdono e il congedo, esercitò la professione di cassiere delle vendite all’asta. Suo figlio, soprannominato Sabino, estraneo al mestiere militare (anche se alcuni dicono che era primipilo ed altri che fu esentato dal servizio per ragioni di salute quando era ancora comandante di centuria), fu esattore dell’imposta del quarantesimo in Asia; erano rimaste perfino alcune statue che le città gli avevano eretto con questa iscrizione: “All’esattore onesto.” Praticò poi il mestiere dell’usuraio presso gli Elvezi, dove morì lasciando una vedova, Vespasia Polla, e i due figli che ne aveva avuto; il maggiore, Sabino, arrivò ad essere prefetto di Roma, il minore, Vespasiano, giunse fino alla conquista del potere. Polla, nata da un’ottima famiglia di Norcia, ebbe per padre Vespasio Pollione, che fu tre volte tribuno dei soldati e poi prefetto dell’accampamento, e per fratello un senatore dell’ordine pretorio. Ancora si trova a sei miglia da Norcia, lungo la strada per Spoleto, una località in cima ad una collina chiamata Vespasia, dove restano numerosi monumenti dei Vespasi, autorevole testimonianza della grandezza e dell’antichità di questa famiglia. Alcuni hanno detto, ed io non posso contestarlo, che il padre di Petrone reclutava i braccianti che tutti gli anni si portavano dall’Umbria nel paese dei Sabini per coltivarvi la terra e che si stabilì a Rieti dove pure si era sposato. Personalmente, nonostante le minuziose ricerche fatte, non ho trovato traccia della cosa.


“Pirro e i soldati romani”

di Eutropio

Hi Pyrrum, Epiri regem, contra Romanos in auxilium poposcerunt, qui ex genere Achillis originem trahebat. Is mox ad Italiam venit, tumque primum Romani cum transmarino hoste dimicaverunt. Missus est contra eum consul P. Valerius Laevinus, qui cum exploratores Pyrri cepisset, iussit eos per castra duci, ostendi omnem exercitum tumque dimitti, ut renuntiarent Pyrro quaecumque a Romanis agerentur. Commissa mox pugna, cum iam Pyrrus fugeret, elephantorum auxilio vicit, quos incognitos Romani expaverunt. Sed nox proelio finem dedit; Laevinus tamen per noctem fugit, Pyrrus Romanos mille octingentos cepit et eos summo honore tractavit, occisos sepelivit. Quos cum adverso vulnere et truci vultu etiam mortuos iacere vidisset, tulisse ad caelum manus dicitur cum hac voce: se totius orbis dominum esse potuisse(m), si tales sibi milites contigissent.

Questi chiesero aiuto contro i Romani a Pirro, re dell’Epiro il quale traeva origine dalla stirpe di Achille. Egli venne subito in Italia e allora i Romani combatterono per la prima volta con un nemico d’oltremare. Inviato contro di lui il console P. Valerio Levino, che avendo catturato gli ambasciatori di Pirro, ordinò che venissero condotti attraverso l’accampamento, che venisse mostrato loro tutto l’esercito e poi che venissero congedati affinché riferissero a Pirro tutto quello che facevano i Romani. Attaccata ben presto battaglia, mentre ormai Pirro fuggiva, vinse con l’aiuto degli elefanti dei quali ebbero paura i Romani perché sconosciuti. Ma la notte pose fine al combattimento, tuttavia Levino fuggì durante la notte, Pirro catturò milleottocento Romani, li trattò con sommo onore e seppellì gli uccisi. Avendo visto questi giacere anche da morti con la ferita sul petto e con il volto minaccioso si dice che abbia levato le mani al cielo dicendo che avrebbe potuto essere padrone di tutto il mondo se gli fossero toccati in sorte tali soldati.


Breviarium, II, 11

di Eutropio

Eodem tempore Tarentinis, qui iam in ultima Italia sunt, bellum indictum est, quia legatis Romanorum iniuriam fecissent. Hi Pyrrum, Epiri regem, contra Romanos in auxilium poposcerunt, qui ex genere Achillis originem trahebat. Is mox ad Italiam venit, tumque primum Romani cum transmarino hoste dimicaverunt. Missus est contra eum consul P. Valerius Laevinus, qui cum exploratores Pyrri cepisset, iussit eos per castra duci, ostendi omnem exercitum tumque dimitti, ut renuntiarent Pyrro quaecumque a Romanis agerentur. Commissa mox pugna, cum iam Pyrrus fugeret, elephantorum auxilio vicit, quos incognitos Romani expaverunt. Sed nox proelio finem dedit; Laevinus tamen per noctem fugit, Pyrrus Romanos mille octingentos cepit et eos summo honore tractavit, occisos sepelivit. Quos cum adverso vulnere et truci vultu etiam mortuos iacere vidisset, tulisse ad caelum manus dicitur cum hac voce: se totius orbis dominum esse potuisse, si tales sibi milites contigissent.

Nello stesso tempo fu intimata la guerra ai Tarantini, che stanno nella parte estrema d’Italia, perchè avevano fatto ingiuria ai legati Romani. Questi chiesero aiuto contro i Romani a Pirro, re dell’Epiro, che traeva le origini dalla stirpe di Achille. Questi venne tosto alla volta d’Italia, e allora per la prima volta i Romani s’azzuffarono con un nemico d’oltremare. Fu mandato contro di lui il console P. Valerio Levino, il quale avendo preso (certe) spie di Pirro, ordinò che fossero condotte per il campo, si facesse veder loro tutto l’esercito e poi rimandarle onde riferissero a Pirro tutto ciò che dai Romani si faceva. Attaccata tosto la battaglia, mente ormai Pirro fuggiva, vinse per l’aiuto degli elefanti dai quali furono spaventati i Romani che non li conoscevano. Ma la notte diede fine alla battaglia; però Levino fuggì attraverso le tenebre, Pirro prese milleottocento Romani e li trattò con sommo riguardo, seppellì gli uccisi. E avendoli veduti giacere con ferite sul petto e con volto truce anche morti, si dice alzasse le mani al cielo con queste parole: che egli avrebbe potuto essere il padrone di tutto il mondo, se gli fossero toccati tali soldati.


“Pirro quasi alle porte di Roma”

di Eutropio

Eodem tempore bellum a Romanis indietum est Tarentinis. Hi Pyrrhum, Epiri regem, qui originem trahebat ex genere Achillis, contra Romanos in auxilium poposcerunt. Is magno cum exercitu mox ad Italiam venit, tumque primum Romani cum transmarino hoste dimicaverunt.
Missus est contra eum consul P. Valerius Laevinus, qui, cum exploratores Pyrrhi insidiis cepisset, iussit eos per castra duci et inde dimitti, ut renuntiarent Pyrrho quaecumque a Romanis agerenturl. Commissá mox pugná, cum iam Pyrrhus fugeret, elephantorum auxilio vicit. Laevinus per noctem fugit; Pyrrhus Romanos mille octingentos cepit atque occisos sepelivit. Postea Epirotarum rex omnia ferro ignique vastavit, Campaniam populatus est atque ad Praeneste venit.

Durante quello stesso lasso di tempo, i Romani dichiararono guerra contro i Tarantini. Questi chiamarono in aiuto, contro i Romani, Pirro, re dell’Epiro, discendente dalla stirpe di Achille. Egli si precipitò in Italia, e (fu) allora (che) per la prima volta i Romani combatterono con un nemico che proveniva oltremare.
Contro di lui fu inviato il console P. Valerio Levino, il quale – dopo aver catturato (alcuni) esploratori di Pirro per mezzo di un agguato – comandò ch’essi fossero condotti per l’accampamento e (che) quindi fossero lasciati liberi, affinché riferissero a Pirro qualunque cosa venisse preparata dai Romani. Ingaggiata presto battaglia, Pirro – pur ormai in fuga – vinse grazie all’apporto degli elefanti. Levino fuggì durante la notte; Pirro catturò 1800 (romani) e seppellì i caduti. Di poi, il re dell’Epiro mise a ferro e a fuoco l’intero territorio, saccheggiò il territorio campano e si portò alla volta di Preneste.


Fabulae, 41 – Minos

di Igino

Minos Iovis et Europae filius cum Atheniensibus belligeravit, cuius filius Androgeus in pugna est occisus. Qui posteaquam Athenienses vicit, vectigales Minois esse coeperunt; instituit autem, ut anno uno quoque septenos liberos suos Minotauro ad epulandum mitterent. Theseus posteaquam a Troezene venerat et audiit, quanta calamitate civitas afficeretur, voluntarie se ad Minotaurum pollicitus est ire. Quem pater cum mitteret, praedixit ei, ut, si victor reverteretur, vela candida in navem haberet; qui autem ad Minotaurum mittebantur, velis atris navigabant.

Minosse, figlio di Giove e di Europa, combatte contro gli Ateniesi e suo figlio Androgeo venne ucciso in battaglia. Dopo che Minosse ebbe sconfitto gli Ateniesi, questi divennero suoi tributari; egli stabilì inoltre che ogni anno gli mandassero sette dei loro figli, da dare in pasto al Minotauro. Quando Teseo, arrivato da Trezene, udì da quale terribile disgrazia fosse stata colpita la città, promise di andare a battersi con il Minotauro. Il padre, alla partenza, gli raccomandò di far issare vele bianche sulla sua nave, nel caso tornasse vincitore; invece coloro che venivano mandati dal Minotauro navigavano con vele nere.


Fabulae, 40 – Pasiphae

di Igino

Pasiphae Solis filia uxor Minois sacra deae Veneris per aliquot annos non fecerat. Ob id Venus amorem infandum illi obiecit, ut taurum [...] amaret. In hoc Daedalus exsul cum venisset, petiit ab eo auxilium. Is ei vaccam ligneam fecit et verae vaccae corium induxit, in qua illa cum tauro concubuit; ex quo compressu Minotaurum peperit capite bubulo parte inferiore humana. Tunc Daedalus Minotauro labyrinthum inextricabili exitu fecit, in quo est conclusus. Minos re cognita Daedalum in custodiam coniecit, at Pasiphae eum vinculis liberavit; itaque Daedalus pennas sibi et Icaro filio suo fecit et accommodavit et inde avolarunt. Icarus altius volans a sole cera calefacta decidit in mare, quod ex eo Icarium pelagus est appellatum. Daedalus pervolavit ad regem Cocalum in insulam Siciliam. Alii dicunt: Theseus cum Minotaurum occidit, Daedalum Athenas in patriam suam reduxit.

Pasifae, figlia di Sole e moglie di Minosse, per molti anni non fece sacrifici alla Dea Venere; per questo motivo, Venere le ispirò un amore mostruoso, sicché cominciò ad amare in modo anormale un toro che le era caro. Quando Dedalo arrivò esule a Creta, le chiese aiuto e in cambio fece per lei una vacca di legno e la rivestì della pelle di una vacca vera, sicché, entrandovi, Pasifae poté giacere col toro. Da questo amplesso partorì il Minotauro, che aveva la testa di un toro e la parte inferiore umana. Dedalo costruì per il Minotauro un labirinto dall’uscita introvabile, in cui venne rinchiuso il mostro. Minosse, venuto a conoscenza di tutta la faccenda, gettò Dedalo in prigione, ma Pasifae lo liberò dalle sue catene; allora Dedalo fabbricò delle ali, le adattò a se e a suo figlio Icaro e i due fuggirono da Creta volando. Ma poi che Icaro volle salire troppo in alto, Sole sciolse la cera e il ragazzo precipitò nel mare, che da lui fu chiamato Icario. Dedalo arrivò in volo presso il re Cocalo, nell’isola di Sicilia. Altri dicono che, quando Teseo uccise il Minotauro, riportò Dedalo ad Atene, la sua patria.


Fabulae, 39 – Daedalus

di Igino

Daedalus Eupalami filius, qui fabricam a Minerva dicitur accepisse, Perdicem sororis suae filium propter artificii invidiam, quod is primum serram invenerat, summo tecto deicit. Ob id scelus in exsilium ab Athenis Cretam ad regem Minoem abiit.

Dedalo, figlio di Eupalamo, che a quanto si dice aveva ricevuto la sua abilità da Minerva, gettò dall’alto del tetto il figlio di sua sorella, Perdice, geloso della sua bravura, poi che era stato lui a inventare per primo la sega. Per questo delitto, fu mandato in esilio da Atene a Creta, presso il re Minosse.


Breviarium, IV, 11-12

di Eutropio

11 – Per idem tempus Masinissa, rex Numidarum, per annos sexaginta fere amicus populi Romani, anno vitae nonagesimo septimo mortuus quadraginta quattuor filiis relictis Scipionem divisorem regni inter filios suos esse iussit.
12 – Cum igitur clarum Scipionis nomen esset, iuvenis adhuc consul est factus et contra Carthaginem missus. Is eam cepit ac diruit. Spolia ibi inventa, quae variarum civitatum excidiis Carthago collegerat, et ornamenta urbium civitatibus Siciliae, Italiae, Africae reddidit, quae sua recognoscebant. Ita Carthago septingentesimo anno, quam condita erat, deleta est. Scipio nomen, quod avus eius acceperat, meruit, scilicet ut propter virtutem etiam ipse Africanus iunior vocaretur.

11 – Nello stesso tempo Masinissa, re dei Numidi, per circa sessanta anni amico del popolo Romano, morto di novantasette anni lasciando quarantaquattro figli, ordinò che Scipione fosse il divisore del regno fra i figli suoi.
12 – Essendo dunque già illustre il nome di Scipione, giovane ancora fu fatto console e mandato contro Cartagine. Egli la prese e la distrusse. Ivi furon trovate le spoglie che Cartagine aveva adunato con la rovina di varie città e restituì alle città di Sicilia, d’Italia, dell’Africa gli ornamenti cittadini che riconobbero per propri. Così Cartagine settecent’anni dopo che era stata fondata , fu distrutta. Scipione meritò il nome che aveva preso il suo avo, cosicchè per il suo valore anch’egli si chiamò Africano minore.


De Senectute, 79-80

di Cicerone

79 – Apud Xenophontem autem moriens Cyrus maior haec dicit: ‘Nolite arbitrari, O mihi carissimi filii, me, cum a vobis discessero, nusquam aut nullum fore. Nec enim, dum eram vobiscum, animum meum videbatis, sed eum esse in hoc corpore ex eis rebus quas gerebam intellegebatis. Eundem igitur esse creditote, etiamsi nullum videbitis.
80 – Nec vero clarorum virorum post mortem honores permanerent, si nihil eorum ipsorum animi efficerent, quo diutius memoriam sui teneremus. Mihi quidem numquam persuaderi potuit animos, dum in corporibus essent mortalibus, vivere, cum excessissent ex eis, emori, nec vero tum animum esse insipientem, cum ex insipienti corpore evasisset, sed cum omni admixtione corporis liberatus purus et integer esse coepisset, tum esse sapientem. Atque etiam cum hominis natura morte dissolvitur, ceterarum rerum perspicuum est quo quaeque discedat; abeunt enim illuc omnia, unde orta sunt, animus autem solus nec cum adest nec cum discedit, apparet. Iam vero videtis nihil esse morti tam simile quam somnum.

79 – In Senofonte, Ciro il vecchio pronuncia queste parole in punto di morte: “Non pensiate, o figli carissimi, che, quando me ne sarò andato da voi, non sarò da nessuna parte o non esisterò più. Mentre ero con voi, infatti, non vedevate la mia anima, ma, sulla base delle mie azioni, pensavate che si trovasse in questo mio corpo. Dovete credere allora che sarà sempre la stessa, anche se non la vedrete più.
80 – Gli uomini illustri non continuerebbero a ricevere onori dopo la morte se non fossero le loro anime a rinnovare in noi il loro ricordo. Quanto a me, non sono mai riuscito a convincermi che le anime, finché si trovano nei corpi mortali, vivano, ma, una volta uscite, muoiano, né che l’anima perda il senno quando si stacca dal corpo che senno non ha, ma sono convinto che quando l’anima, liberatasi da ogni contatto fisico, incomincia a essere pura e incorrotta, allora acquisisca il senno. Inoltre, una volta che l’organismo umano si disfa con la morte, si vede bene dove si disperdono gli altri elementi: vanno tutti a finire là da dove sono sorti; soltanto l’anima non appare né quando c’è, né quando se n’è andata.


“Annibale incita le truppe”

di Livio

Cum Carthaginienses in cospectum Alpium pervenissent, magnus pavor eos invasit. Tum Hannibal, contione vocatā, militum animos ad spem erexit. Cur -inquit- vestra pectora semper impavida repens terror invasit? Memoria tenete totam Hipaniam a vobis occupatam esse, flumen Hiberum superatum ad delendum nomen Romanorum liberandasque omnes gentes orbis terrarum. Cum autem montes Pyrenaeos et flumen Rhodanum, inter fercissimas gentes, superabatis, pro certo habebatis etiam Alpes a vobis superatum iri. Nunc, tot populis victis, cum Alpes in conspectu habeatis, quarum alterum latus Italiae est, cur putatis fore ut vestra virtus minus quam antea niteat? Quid existimatis Alpes esse? Dico vobis Alpes habitari, coli, pervias esse exercitibus, etiam a Romanis saepe superatas esse. Eaedem olim Gallorum gentibus superandae fuerunt, ut Romam peterent vastarentque. Proinde vobis aut virtute Gallis cedendum est, aut Roma, caput orbis terrarum, itineris finis existimanda?

I Cartaginesi essendo giunti al cospetto delle Alpi, li invase un grande timore. Allora Annibale, convocata l’assemblea, eresse alla speranza gli animi dei soldati. “Perchè” -disse- ” il terrore invade all’improvviso i vostri petti sempre impavidi? Ricordate che avete occupato tutta la Spagna, superato il fiume Ibero per distruggere il nome dei romani e per liberare tutte le genti della terra. Quando tuttavia supererete i monti Pirenei e il fiume Rodano, tra le genti ferocissime, certamente supererete anche le Alpi. Ora, vinti tutti i popoli, quando sarete davanti alle Alpi, dall’altro lato delle quali si trova l’Italia, perchè ritenete che la vostra virtù splenda meno di prima? Che pensate siano le Alpi? Vi dico che le Alpi sono abitate, sono state attraversate dagli eserciti e spesso anche dai Romani. Le stesse furono superate anche dai popoli dei Galli, per prendere e devastare Roma. Infine bisogna che i Galli cedano a voi e alla virtù, e che Roma, capitale di tutte le terre, sia considerata la fine del viaggio.


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