De Officiis, I, 90-91 (“Bisogna conservare la moderazione in ogni circostanza della vita”)

In rebus prosperis superbia magnopere arrogantiaque nobis fugiendae sunt. Nam ut in rebus adversis immoderate queri, sic in rebus secundis nimium laetari levitatis atque stultitiae indiciun est: in omnibus vitae rebus modus, servandus est. Igìtur recte dicunt qui nos monent ut quanto superiores simus, tanto submissius nos geramus. Panaetius, clarus philosophus, narrat Scipionem Africanum solitum esse dicere: “Ut equi indomiti domitoribus tradendi sunt, ut iis sine periculo uti possìmus sic homines secundis rebus ecfrenati sibique praefidentes monendi sunt, ut de rerum humanarum imbecillitate varietateque fòrtunae cogitent”. Etiam in secundissimis rebus maxime utendum est consilio amicorum adsenatores autem omninno fugiendi sunt neque a nobis eorum verbìs, quae saepe nos decipiunt, aures praebendae sunt.

Nelle circostanze fortunate, dobbiamo evitare, in sommo grado la superbia e l’arroganza. Come nell’avversa fortuna il sopportare senza regola, così quando la fortuna ci sorride è indizio di gran leggerezza e di stoltezza il rallegrarsi oltre misura: in ogni circostanza della vita dobbiamo conservare la moderazione; tal che sono nel giusto coloro i quali ci consigliano di comportarci tanto più umilmente quanto più siamo posti in alto. Panezio, filosofo famoso, racconta che Scipione l’Africano soleva dire: “Come i puledri recalcitranti devono essere addomesticati dai domatori, tal che possiamo servircene senza pericolo alcuno, così gli uomini – imbaldanziti ed estremamente fiduciosi delle proprie possibilità nelle circostanze fortunate – devono essere ragguagliati circa l’instabilità delle cose umane e la mutabilità della fortuna. Anzi, quanto più ci arride la fortuna, tanto più bisogna servirsi del consiglio degli amici, al contrario bisogna evitare gli adulatori e non dobbiamo prestare ascolto alle parole di coloro i quali intendono ingannarci.

“Marco Valerio Corvino”

Bello Gallico, anno quadrigentesimo quinto ab Urbe condita, cum Romani in stationibus quieti tempus tererent, Gallus quidam, magnitudine atque armis insignis, processit quatiensque scutum hasta, cum silentium fecisset, per interpretem provocavit unum ex Romanis ut secum ferro decerneret. Marcus Valerius, tribunus militum adulescens, cum facultatem a consule petivisset, in medium armatus processit. Tum res mirabilis accidit: corvus repente consedit in galea iuvenis Romani qui manus cum Gallo conserturus erat. Hoc ut augurium de caelo missum tribunus existimavit et deos oravit ut propitii sibi Romanisque essent. Ales non solum in galea permansit sed, cum Romanus et Gallus certamen inchoaverunt, levans se alis os oculosque Galli rostro et unguibus appetivit, donec Valerius hostem prodigio territum obtruncavit. Tum corvus evolavit orientem petens atque Romani Valerio cognomen Corvinum indiderunt.

Durante la guerra gallica, nell’anno 405 dalla fondazione di Roma, trascorrendo i Romani tranquilli il tempo nei posti di guardia, un Gallo, insigne in armi e in grandezza, avanzò scuotendo lo scudo con la lancia, essendosi fatto silenzio (tacendo tutti), provocò attraverso un interprete uno tra i romani affinchè si battesse con la spada con lui. Marco Valerio, giovane tribuno militare, chiedendo la possibilità al console, avanzò armato nel mezzo. Allora accadde una cosa incredibile: un corvo all’improvviso si sedette sull’elmo del giovane romano che stava per venire in battaglia con il gallo. Il tribuno credette che questo fosse un presagio mandato dal cielo e pregò gli dei affinchè fossero propizi a lui e ai romani. L’uccello non solo restò sull’elmo ma, quando il romano e il gallo vennero allo scontro, sollevandosi con le ali si avvicinò alla bocca e agli occhi del gallo con le unghie e il becco, finchè Valerio sconfisse il temico spaventato dal prodigio. Allora il corvo volò verso oriente e i romani diedero a Valerio il cognome di Corvino.

“Imprudenza di Gaio Ampio e assalto dei Galli Boi”

P. Aelius consul, cum in Gallia citeriorem pervenisset atque audivisset a Boiis ante suum adventum incursiones in agros sociorum factas, duabus legionibus subitariis inter socios conscriptis, additisque quattuor cohortibus de exercitu suo, C. Ampium, praefectum sociorum, hac tumultuaria manu agrum Boiorum invadere iussit. Ampius, ingressus in hostium fines, primum populationes satis prospere ac tuto fecit, deinde, delecto apud Mutilum loco ad castra satis idoneo, castra posuit atque cum omnibus fere militibus frumentatum (iam enim maturae erant segetes) profectus est. Sed, neque explorato circa, neque stationibus positis ut milites inermes et operi demetendi intenti protegerentur, improviso impetu Gallorum cum frumentatoribus circumventus est. Tum pavor etiam armatos (milites) cepit, qui fugae se dederunt. Circiter septem milia hominum palata per segetes caesa sunt, inter quos ipse C. Ampius praefectus: ceteri in castra, metu compulsi, confugerunt. Inde sine certo duce, consensu militari, inseguenti nocte, relicta magna parte rerum suarum, ad consulem P. Aelium per saltus prope invios pervenerunt.

Il console P. Elio, essendo giunto nella Gallia Citeriore e avendo saputo che erano state fatte dai Boi nei campi degli alleati incursioni prima del suo arrivo, arruolate due legioni occasionali tra gli alleati, aggiunte quattro coorti dal suo esercito, ordinò che C. Ampio, prefetto degli alleati, invadesse con questo manipolo tumultuoso i campi dei Boi. Ampio, entrato nei confini dei nemici, rese le popolazioni abbastanza prospere e sicure, infine, scelto un luogo presso Mutilo idoneo all’accampamento, pose l’accampamento e partì con tutti i soldati verso il frumento (già infatti erano mature le messi). Ma, non esplorato intorno, nè poste le stazioni perche fossero protetti i soldati inermi e intenti all’opera della mietitura, con un improvviso assalto dei galli fu circondato con i suoi mietitori. Allora il terrore prese anche gli armati, che si diedero alla fuga. Circa settemila dispersi tra i campi di messi caddero uccisi, tra i quali lo stesso prefesso Ampio: gli altri fuggirono nell’accampamento, spinti dalla paura. Infine senza un sicuro comandante, per il consenso militare, fattasi notte, lasciata grande parte delle sue cose, giunsero al console Elio attravesso il passo quasi inaccessibile.