380
di Seneca
13 – Concipere animo non potes quantum momenti afferri mihi singulos dies videam. ‘Mitte’ inquis ‘et nobis ista quae tam efficacia expertus es.’ Ego vero omnia in te cupio transfundere, et in hoc aliquid gaudeo discere, ut doceam; nec me ulla res delectabit, licet sit eximia et salutaris, quam mihi uni sciturus sum. Si cum hac exceptione detur sapientia, ut illam inclusam teneam nec enuntiem, reiciam: nullius boni sine socio iucunda possessio est.
14 – Mittam itaque ipsos tibi libros, et ne multum operae impendas dum passim profutura sectaris, imponam notas, ut ad ipsa protinus quae probo et miror accedas. Plus tamen tibi et viva vox et convictus quam oratio proderit; in rem praesentem venias oportet, primum quia homines amplius oculis quam auribus credunt, deinde quia longum iter est per praecepta, breve et efficax per exempla.
13 – Non puoi immaginare quali progressi io mi accorga di compiere giorno per giorno. Tu mi dici: “Riferisci anche a me questo metodo che hai trovato così efficace.” Certo desidero travasare in te tutto il mio sapere e sono lieto di imparare qualcosa appunto per insegnarla. Di nessuna nozione potrei compiacermi, per quanto straordinaria e vantaggiosa, se ne avessi conoscenza per me solo. Se mi fosse concessa la sapienza a condizione di tenerla chiusa in me senza trasmetterla ad altri, rifiuterei: non dà gioia il possesso di nessun bene, se non puoi dividerlo con altri.
14 – Ti manderò perciò i miei libri e perché tu non perda tempo a rintracciare qua e là i passi utili, li sottolineerò: così troverai subito quello che condivido e apprezzo. Più che un discorso scritto, però ti sarà utile il poter vivere e conversare insieme; al momento è necessario che tu venga, primo perché gli uomini credono di più ai loro occhi che alle loro orecchie, poi perché attraverso i precetti il cammino è lungo, mentre è breve ed efficace attraverso gli esempi.
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379
di Seneca
4 – Quidam quae tantum amicis committenda sunt obviis narrant, et in quaslibet aures quidquid illos urit exonerant; quidam rursus etiam carissimorum conscientiam reformidant et, si possent, ne sibi quidem credituri interius premunt omne secretum. Neutrum faciendum est; utrumque enim vitium est, et omnibus credere et nulli, sed alterum honestius dixerim vitium, alterum tutius.
5 – Sic utrosque reprehendas, et eos qui semper inquieti sunt, et eos qui semper quiescunt. Nam illa tumultu gaudens non est industria sed exagitatae mentis concursatio, et haec non est quies quae motum omnem molestiam iudicat, sed dissolutio et languor.
6 – Itaque hoc quod apud Pomponium legi animo mandabitur: ‘quidam adeo in latebras refugerunt ut putent in turbido esse quidquid in luce est’. Inter se ista miscenda sunt: et quiescenti agendum et agenti quiescendum est. Cum rerum natura delibera: illa dicet tibi et diem fecisse se et noctem. Vale.
4 – Alcuni raccontano ai passanti di cose che è bene riservare solo agli amici e confidano alle orecchie di chiunque le proprie preoccupazioni. D’altra parte ci sono alcuni invece che temono anche la coscienza dei piú cari, e si cacciano sempre piú dentro ogni segreto, riluttanti come sono a concederli persino a loro stessi. È bene stare nel mezzo. Entrambe le cose sono da evitare: sia dar fiducia a tutti, sia non darla a nessuno. Anche se il primo lo direi un vizio piú onesto e il secondo piú cauto.
5 – Tieniti dunque a egual distanza da entrambi, sia da quelli che sono sempre troppo inquieti, sia da quelli mai brillanti. L’operosità infatti non gode di disordine, come invece l’irrequietezza di una mente troppo vivace. Analogamente però non si tratta di quiete quando ogni movimento è considerato un fastidio, ma flemma e dissoluzione.
6 – Ti verrà affidata questa frase che ho letto sfogliando Pomponio: “Vi son quelli che tanto rifuggono sotterra che ritengono turpe tutto ciò che sta sotto il sole”. Bisogna saper confondere queste due tendenze, ed è bene che il flemmatico prenda iniziative e che chi è sempre in attività sappia apprezzare la quiete. Consigliati con la natura, ti dirà di aver creato sia il giorno sia la notte. Sta’ bene.
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375
di Agostino
Non vacant tempora nec otiose volvuntur per sensus nostros: faciunt in animo mira opera. ecce veniebant et praeteribant de die in diem, et veniendo et praetereundo inserebant mihi spes alias et alias memorias, et paulatim resarciebant me pristinis generibus delectationum, quibus cedebat dolor meus ille; sed succedebant non quidem dolores alii, causae tamen aliorum dolorum. nam unde me facillime et in intima dolor ille penetraverat, nisi quia fuderam in harenam animam meam diligendo moriturum acsi non moriturum? maxime quippe me reparabant atque recreabant aliorum amicorum solacia, cum quibus amabam quod pro te amabam, et hoc erat ingens fabula et longum mendacium, cuius adulterina confricatione corrumpebatur mens nostra pruriens in auribus. sed illa mihi fabula non moriebatur, si quis amicorum meorum moreretur. alia erant quae in eis amplius capiebant animum, conloqui et conridere et vicissim benivole obsequi, simul legere libros dulciloquos, simul nugari et simul honestari, dissentire interdum sine odio tamquam ipse homo secum atque ipsa rarissima dissensione condire consensiones plurimas, docere aliquid invicem aut discere ab invicem, desiderare absentes cum molestia, suscipere venientes cum laetitia: his atque huius modi signis a corde amantium et redamantium procedentibus per os, per linguam, per oculos et mille motus gratissimos, quasi fomitibus conflare animos et ex pluribus unum facere.
Non passa invano il tempo e non gira a vuoto sui nostri sentimenti: ha strani effetti sull’anima. E venivano i giorni e passavano uno dopo l’altro, e venendo e passando mi insinuavano dentro altre speranze, altri ricordi: e a poco a poco mi restituivano agli antichi piaceri, e a questi il mio dolore ormai cedeva il passo. Ma gli succedevano, se non altri dolori, altre cause di dolore. E del resto perché quello era penetrato in me tanto facilmente e tanto in profondità, se non perché avevo fondato l’anima sulla sabbia, affezionandomi a un uomo destinato a morte come se non dovesse mai morire. Soprattutto mi aiutava a riprendermi il conforto di altri amici: con loro amavo ciò che amavo in vece tua, cioè una sterminata favola e una lunga bugia, che con le sue lusinghe e seduzioni ci solleticava le orecchie e ci corrompeva la mente. E quella favola non mi moriva: era sopravvissuta alla morte di uno dei miei amici. Altre erano le cose che sempre più mi stringevano a loro: il riso e il conversare insieme, e le reciproche affettuose cortesie, e il fascino dei libri letti insieme, gli scherzi e i nobili svaghi comuni, e il dissentire a volte, ma senza rancore, come succede con se stessi, e con questi rarissimi dissensi fare più intenso il gusto dei molti consensi, e l’insegnare e l’imparare a turno, la nostalgia impaziente per chi manca, le festose accoglienze a chi ritorna: son questi o simili, i segni che dal cuore di chi ama ed è riamato giungono tramite il volto, la bocca, gli occhi e mille graziosissimi gesti, quasi ad alimentare il fuoco che divampa e fonde molte anime in una.
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374
di Quintiliano
6 – Haec cum animadverterit, perspiciat deinceps quonam modo tractandus sit discentis animus. sunt quidam, nisi institeris, remissi, quidam imperia indignantur, quosdam continet metus, quosdam debilitat, alios continuatio extundit, in aliis plus impetus facit. Mihi ille detur puer quem laus excitet, quem gloria iuvet, qui victus fleat.
7 – Hic erit alendus ambitu, hunc mordebit obiurgatio, hunc honor excitabit, in hoc desidiam numquam verebor.
6 – Una volta compreso ciò, consideri quindi come si debba trattare l’animo dell’alunno. Alcuni, se non stai loro addosso, sono indolenti, alcuni disdegnano gli ordini, alcuni per il timore si danno un freno, altri si infiacchiscono, alcuni si formano con un impegno continuato, mentre su altri è più efficace lo slancio del momento. Mi sia affidato il fanciullo che trovi stimolo nella lode, a cui piaccia la gloria e che pianga per le sconfitte.
7 – Bisognerà formarlo con l’ambizione; il rimproverò avrà su di lui l’effetto di un morso, e la lode sarà di stimolo; non avrò mai paura che un alunno di questo tipo possa farsi prendere dalla pigrizia.
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373
di Quintiliano
14 – Caedi vero discentis, quamlibet id receptum sit et Chrysippus non improbet, minime velim, primum quia deforme atque servile est et certe (quod convenit si aetatem mutes) iniuria: deinde quod, si cui tam est mens inliberalis ut obiurgatione non corrigatur, is etiam ad plagas ut pessima quaeque mancipia durabitur: postremo quod ne opus erit quidem hac castigatione si adsiduus studiorum exactor adstiterit.
15 – Nunc fere neglegentia paedagogorum sic emendari videtur ut pueri non facere quae recta sunt cogantur, sed cur non fecerint puniantur. Denique cum parvolum verberibus coegeris, quid iuveni facias, cui nec adhiberi potest hic metus et maiora discenda sunt?
16 – Adde quod multa vapulantibus dictu deformia et mox verecundiae futura saepe dolore vel metu acciderunt, qui pudor frangit animum et abicit atque ipsius lucis fugam et taedium dictat.
17 – Iam si minor in eligendis custodum et praeceptorum moribus fuit cura, pudet dicere in quae probra nefandi homines isto caedendi iure abutantur, quam det aliis quoque nonnumquam occasionem hic miserorum metus. Non morabor in parte hac: nimium est quod intellegitur. Quare hoc dixisse satis est: in aetatem infirmam et iniuriae obnoxiam nemini debet nimium licere.
14 – Anche se si usa, e anche se Crisippo non lo critica, non mi piace affatto che i discenti subiscano punizioni di tipo corporale, per prima cosa perchè è indecoroso, indegno di un uomo libero e per di più in contraddizione col diritto (la cosa invece ha un senso se si parla di persone di età diversa); secondariamente perchè, se uno ha un’indole così rude da non riuscire a essere migliorata a furia di semplici rimproveri verbali, non si piegherà neanche sotto i colpi di frusta come i peggiori fra gli schiavi; infine poichè non ci sarà neanche bisogno di questo genere di punizione se chi si fa carico di sorvegliare gli studi garantirà sempre la sua presenza costante.
15 – Ai nostri tempi sembra opportuno, oserei dire per la trascuratezza dei pedagoghi, che i ragazzi siano corretti in modo tale da non essere obbligati a fare ciò che è giusto, ma da essere puniti per non averlo fatto. E poi una volta che si sia costretto un bimbo con le percosse, che cosa si farà a un ragazzo con cui non si può usare questa forma di intimidazione e al quale vanno insegnate cose più difficili?
16 – Aggiungi che a coloro che le prendono sono capitate spesso, per il dolore o per la paura, cose orribili a dirsi e destinate a essere motivo di vergogna: questa paura abbatte e deprime lo spirito e spinge a rifuggire e a odiare persino la vita stessa.
17 – Del resto se troppo poca è stata l’attenzione nella scelta delle consuetudini di chi dovrebbe sorvegliare gli studi e dei precettori, è una vergogna dire quali siano le cose riprovevoli per le quali questi uomini scellerati abusino di tale “diritto” all’uso della violenza fisica, e quali occasioni offra non di rado anche ad altri la paura di questi poveri ragazzi. Ma non mi soffermerò su questo argomento: è anche troppo ciò che si sottintende. Basta pertanto quanto è stato detto: a nessuno deve essere concesso avere un raggio d’azione troppo ampio nei confronti di un’età indifesa e ancora esposta alle vessazioni.
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372
di Quintiliano
1 – Tradito sibi puero docendi peritus ingenium eius in primis naturamque perspiciet. Ingenii signum in parvis praecipuum memoria est: eius duplex virtus, facile percipere et fideliter continere. Proximum imitatio: nam id quoque est docilis naturae, sic tamen ut ea quae discit effingat, non habitum forte et ingressum et si quid in peius notabile est.
2 – Non dabit mihi spem bonae indolis qui hoc imitandi studio petet, ut rideatur; nam probus quoque in primis erit ille vere ingeniosus. Alioqui non peius duxerim tardi esse ingeni quam mali: probus autem ab illo segni et iacente plurimum aberit.
3 – Hic meus quae tradentur non difficulter accipiet, quaedam etiam interrogabit: sequetur tamen magis quam praecurret. Illud ingeniorum velut praecox genus non temere umquam pervenit ad frugem.
1 – Una volta che gli sia stato affidato il bambino, l’esperto di eloquenza cercherà per prima cosa di capirne le capacità e l’indole. Nei piccoli la memoria è una spia significativa dell’intelligenza: la duplice caratteristica dell’intelligenza consiste nel percepire con facilità e nel tenere a mente in modo fedele. La spia successiva è la capacità di imitare: anch’essa infatti è tipica di una natura che non ha difficoltà ad apprendere, purché tuttavia riproduca quello che impara e non; mettiamo il caso, l’atteggiamento o il modo di camminare o qualcosa di peggio che si faccia notare.
2 – Non mi lascerà sperare in una buona indole colui che per questa passione dell’imitazione cercherà di suscitare il riso. Li ragazzo veramente dotato infatti sarà per prima cosa anche serio, e d’altro canto non sarei propenso a ritenere una cosa peggiore essere d’intelligenza lenta piuttosto che maliziosa. li ragazzo serio sarà comunque assai
diverso da quello fiacco e trascurato.
3 – Questo mio alunno ideale assimilerà senza difficoltà gli insegnamenti che gli verranno impartiti, alcune volte rivolgerà delle domande, ma in ogni caso seguirà le spiegazioni e non le precorrerà. È facile che quell’intelligenza che si suole definire precoce non arrivi mai a frutto.
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