723
di Cicerone
Vetus est haec opinio, iudices, quae constat ex antiquissimis Graecorum litteris ac monumentis, insulam Siciliam totam esse Cereri et Liberae consecratam. Hoc cum ceterae gentes sic arbitrantur, tum ipsis Siculis ita persuasum est ut in animis eorum insitum atque innatum esse videatur. Nam et natas esse has in his locis deas et fruges in ea terra primum repertas esse arbitrantur, et raptam esse Liberam, quam eandem Proserpinam vocant, ex Hennensium nemore, qui locus, quod in media est insula situs, umbilicus Siciliae nominatur. Quam cum investigare et conquirere Ceres vellet, dicitur inflammasse taedas iis ignibus qui ex Aetnae vertice erumpunt; quas sibi cum ipsa praeferret, orbem omnem peragrasse terrarum.
Henna autem, ubi ea quae dico gesta esse memorantur, est loco perexcelso atque edito, quo in summo est aequata agri planities et aquae perennes, tota vero ab omni aditu circumcisa atque directa est; quam circa lacus lucique sunt plurimi atque laetissimi flores omni tempore anni, locus ut ipse raptum illum virginis, quem iam a pueris accepimus, declarare videatur.
O giudici, è antica tradizione, che si fonda su antichissimi documenti e testimonianze dei Greci, che l’isola di Sicilia sia tutta quanta consacrata a Cerere e a Libera. Mentre, da una parte gli altri popoli pensano così (ovvero che si tratti di una credenza) dall’altra gli stessi Siciliani ne sono convinti a tal punto che ciò sembra essere impresso ed innato nei loro animi. Infatti ritengono che queste dee siano originarie di questi luoghi e ritengono anche che in tale regione si sia stata introdotta per la prima volta la coltivazione dei cereali, e che Libera, che essi chiamano anche Proserpina, sia stata rapita dal bosco di Enna, luogo che, poiché si trova in mezzo all’isola, è chiamato ombelico della Sicilia. Si tramanda che Cerere, volendo mettersi sulle tracce di Proserpina, accese delle fiaccole con le fiamme che erompono dal cratere dell’Etna e, protendendole dinnanzi a sè, attraversò l’intero mondo.
Tornando ad Enna, dove, stando alla leggenda, sono accaduti i fatti che sto raccontando, è collocata in una zona molto alta e dominante, sulla cui sommità si slarga una grande pianura e (scorrono) acque perenni; tuttavia, da tutti i lati di accesso, essa si presenta interamente scoscesa e a picco. Intorno ad essa ci sono moltissimi laghi e boschi e rigogliosissimi fiori in ogni stagione dell’anno, tanto che il luogo stesso sembra testimoniare apertamente quel famoso rapimento della vergine, che fin da fanciulli abbiamo conosciuto.
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720
di Lucrezio
At liquidas avium voces imitarier ore
ante fuit multo quam levia carmina cantu
concelebrare homines possent aurisque iuvare.
et zephyri cava per calamorum sibila primum
agrestis docuere cavas inflare cicutas.
inde minutatim dulcis didicere querellas,
tibia quas fundit digitis pulsata canentum,
avia per nemora ac silvas saltusque reperta,
per loca pastorum deserta atque otia dia.
[sic unum quicquid paulatim protrahit aetas
in medium ratioque in luminis eruit oras.]
haec animos ollis mulcebant atque iuvabant
cum satiate cibi; nam tum sunt omnia cordi.
saepe itaque inter se prostrati in gramine molli
propter aquae rivom sub ramis arboris altae.
non magnis opibus iucunde corpora habebant,
praesertim cum tempestas ridebat et anni
tempora pingebant viridantis floribus herbas.
tum ioca, tum sermo, tum dulces esse cachinni
consuerant; agrestis enim tum musa vigebat.
tum caput atque umeros plexis redimire coronis
floribus et foliis lascivia laeta movebat,
atque extra numerum procedere membra moventes
duriter et duro terram pede pellere matrem;
unde oriebantur risus dulcesque cachinni,
omnia quod nova tum magis haec et mira vigebant.
et vigilantibus hinc aderant solacia somno
ducere multimodis voces et flectere cantus
et supera calamos unco percurrere labro;
unde etiam vigiles nunc haec accepta tuentur.
et numerum servare genus didicere, neque hilo
maiore interea capiunt dulcedine fructum
quam silvestre genus capiebat terrigenarum.
Ma l’imitare con la bocca le limpide voci degli uccelli
fu molto prima che gli uomini fossero capaci di praticare
il canto di versi armoniosi e dilettare gli orecchi.
E i sibili dello zefiro per le cavità delle canne dapprima
insegnarono ai campagnoli a soffiare entro cave zampogne.
Poi a poco a poco appresero i dolci lamenti
che effonde il flauto toccato dalle dita dei sonatori,
scoperto fra remoti boschi e selve e pascoli,
nei solinghi luoghi dei pastori e negli ozi divini.
[Così gradatamente il tempo rivela ogni cosa,
e la ragione la innalza alle plaghe della luce.]
Questi suoni carezzavano loro gli animi e davano diletto,
quando erano sazi di cibo; allora infatti tutto è caro al cuore.
Spesso, dunque, familiarmente distesi sull’erba morbida,
presso un ruscello, sotto i rami di un albero alto,
con tenui mezzi davano giocondità ai corpi,
soprattutto quando il tempo arrideva e la stagione
dipingeva di fiori le erbe verdeggianti.
Allora solevano esserci gli scherzi, allora i conversari, allora i dolci
scoppi di gaiezza; allora infatti la musa agreste era in rigoglio;
allora una libera allegria li spingeva a ornare il capo
e le spalle con corone intrecciate di fiori e di foglie,
e ad avanzare in danza senza ritmo, duramente movendo
le membra, e a battere con duro piede la madre terra;
di lì nascevano risa e dolci scoppi di gaiezza, perché allora
tutte queste cose, più nuove e meravigliose, erano pregiate.
E se vegliavano, di qui avevano sollievo per il sonno perduto:
far passare la voce per molti toni e modulare il canto,
e correre col labbro incurvato su per le canne del flauto;
donde venne questa usanza che anche ora conservano le scolte,
e hanno imparato a osservare i tipi dei ritmi, ma intanto
non colgono affatto un frutto di dolcezza maggiore di quello
che coglieva la stirpe silvestre dei figli della terra.
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716
di Seneca
Liberos coniugesque et graves senio parentes traxerunt. Alii longo errore iactati non iudicio elegerunt locum sed lassitudine proximum occupaverunt, alii armis sibi ius in aliena terra fecerunt; quasdam gentes, cum ignota peterent, mare hausit, quaedam ibi consederunt ubi illas rerum omnium inopia deposuit. Nec omnibus eadem causa relinquendi quaerendique patriam fuit: alios excidia urbium suarum hostilibus armis elapsos in aliena spoliatos suis expulerunt; alios domestica seditio summovit; alios nimia superfluentis populi frequentia ad exonerandas vires emisit; alios pestilentia aut frequentes terrarum hiatus aut aliqua intoleranda infelicis soli vitia eiecerunt; quosdam fertilis orae et in maius laudatae fama corrupit. Alios alia causa excivit domibus suis: illud utique manifestum est, nihil eodem loco mansisse quo genitum est. Adsiduus generis humani discursus est.
Si portano dietro i figli, le mogli, i genitori appesantiti dalla vecchiaia. Alcuni, dopo un lungo errare, non si scelsero deliberatamente una sede, ma per la stanchezza occuparono quella più prossima; altri, con le armi, si conquistarono il diritto di una terra straniera. Alcune popolazioni, avventurandosi verso terre sconosciute, furono inghiottite dal mare, altre si stabilirono là dove la mancanza di tutto le aveva fatte fermare. Non tutti hanno avuto gli stessi motivi per abbandonare la loro patria e cercarne un’altra: alcuni, sfuggiti alla distruzione della loro città e alle armi nemiche e spogliati dei loro beni, si volsero ai territori altrui; altri furono cacciati da lotte intestine; altri furono costretti a emigrare per alleggerire il peso di un’eccessiva densità di popolazione; altri ancora sono stati cacciati dalla pestilenza o dai frequenti terremoti o da altri intollerabili flagelli di una terra infelice, altri, infine, si sono lasciati attirare dalla notizia di una terra fertile e fin troppo decantata. Ognuno ha lasciato la sua casa per una ragione o per l’altra: questo però è certo, che nessuno è rimasto nel luogo dove è nato. Incessante è il peregrinare dell’uomo.
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712
di Cesare
In eo proelio Caesar non amplius ducentos milites desideravit, sed centuriones, fortes viros, circiter triginta amisit. Interfectus est etiam, fortissime pugnans, Crastinus, gladio in os adversum coniecto. Neque id fuit falsum quod ille centurio in pugnam proficiscens dixerat. Nam, Caesarem respiciens, se facturum esse promiserat ut imperator sibi aut vivo aut mortuo gratias ageret. Ex Pompeiano exercitu circiter milia quindecim cecidisse dicebantur, sed amplius viginti quattuor milia in deditionem venerunt. At Lucius Domitius,cum eius victoris arbitrio se dedere nollet,ex castris in montem refugit; ibi vero, cum vires eum lassitudine defecissent, ab equitibus Caesaris est interfectus.
Pompeius autem, cum aciem suam iam inclinatam vidisset, equo invectus ad mare advolavit; ibique Lesbum transvehi iussit, in Aegyptum traiecturus.
In quel combattimento Cesare non desiderò più di duecento soldati, ma perse centurioni, uomini forti, circa trecento. Fu ucciso anche, combattendo fortissimamente, Crastino, colpito al volto con la spada. E non questo fu falso perchè quello aveva detto questo al centurione andando in battaglia. Infatti, guardando Cesare, aveva promesso che lui stesso avrebbe fatto in modo che il generale gli rendesse grazie o da vivo o da morto. Si diceva che dell’esercito pompeiano erano caduti circa quindicimila, ma ne vennero di più di ventiquattromila alla resa. Ma Lucio Domizio, non volendo concedersi all’arbitrio del suo vincitore, scappò dall’accampamento al monte: qui in vero, mancandogli le forze per la stanchezza, fu ucciso dai cavalieri di Cesare. Pompeo tuttavia, avendo visto che la sua schiera era piegata, salito a cavallo si diresse verso il mare, e qui ordinò che fosse condotto a Lesbo, per poi dirigersi in Egitto.
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710
di Svetonio
Abstinentiam neque in imperiis neque in magistratibus praestitit. Ut enim quidam monumentis suis testati sunt, in Hispania pro consule et a sociis pecunias accepit emendicatas in auxilium aeris alieni et Lusitanorum quaedam oppida, quanquam nec imperata detrectarent et aduenienti portas patefacerent, diripuit hostiliter. In Gallia fana templaque deum donis referta expilauit, urbes diruit saepius ob praedam quam ob delictum; unde factum, ut auro abundaret ternisque milibus nummum in libras promercale per Italiam prouinciasque diuenderet. In primo consulatu tria milia pondo auri furatus e Capitolio tantundem inaurati aeris reposuit. Societates ac regna pretio dedit, ut qui uni Ptolemaeo prope sex milia talentorum suo Pompeique nomine abstulerit. Postea uero euidentissimis rapinis ac sacrilegis et onera bellorum ciuilium et triumphorum ac munerum sustinuit impendia.
Secondo quanto affermano alcuni autori nei loro scritti, quando era proconsole in Spagna, non si fece riguardo di prendere denaro dai suoi alleati, dopo averlo mendicato, per pagare i suoi debiti, e distrusse, come nemiche, alcune città dei Lusitani, sebbene non si fossero rifiutate di versare i contributi imposti e gli avessero aperto le porte al suo arrivo. In Gallia spogliò le cappelle e i templi degli dei, piene di offerte votive e distrusse città più spesso per far bottino che per rappresaglia. In tal modo arrivò ad essere così pieno d’oro da farlo vendere in Italia e nelle province a tremila sesterzi la libbra. Durante il suo primo consolato sottrasse dal Campidoglio tremila libbre d’oro e le rimpiazzò con un peso uguale di bronzo dorato. Concesse alleanze e regni, dietro versamento di denaro, e al solo Tolomeo estorse, a nome suo e di Pompeo, circa seimila talenti. È chiaro quindi che grazie a queste evidenti rapine e a questi sacrilegi poté sostenere sia gli oneri delle guerre civili, sia le spese dei trionfi e degli spettacoli.
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706
di Altre versioni
Bacchus seu Dionysus iucundus et beneficus deus erat, magnaque beneficia Graecia praesertim incolis praebebat: rubri enim vini ac flavi frumenti dona Graeciae oppidanis agricolisque a deo concedebantur. Ob dei beneficia a viris feminisque multae hostiae ante Bacchi aras immolatae sunt. Grata deo erant sacrificia ferorum aprorum cornigerorumque hircorum. E Graecia per Aegyptum in Asiam processit, cum parvo numero animosorum virorum et effrenatarum feminarum. Bacchus aurem plaustrum habuit, quod non ab equis sed a maculosis pantheris vehebantur. Viri feminaeque non arma, sed tympana at taedas destringebant. Contra stultos superbosque inimicos cruenta bella a Baccho gesta sunt: munita oppida deus expugnavit adversariosque acerbis poenis multavit. In longinqua quoque Indiae loca pervenit: Indiaeque etiam populis grata dona vini ac frumenti concessit.
Bacco o Dioniso era un dio giocoso e benefico, offriva grandi benefici soprattutto agli abitanti della Grecia: infatti venivano concessi dal dio doni di vino rosso e frumento biondo ai cittadini e agli agricoltori della Grecia. Molte vittime sono state immolate da uomini e donne davanti agli altari di Bacco per i benefici del dio. Al dio erano graditi sacrifici di cinghiali feroci, di animali con le corna e capri. Procedette dalla Grecia attraverso l’Egitto verso l’Asia con un piccolo numero di uomini coraggiosi e donne scatenate. Bacco ebbe un carro d’oro che non era trasportato da cavalli, ma da pantere maculate. Gli uomini e le donne non impugnavano armi, ma tamburi e fiaccole. Le guerre sanguinose erano condotte da Bacco contro i nemici stupidi e superbi: il dio espugnò le città fortificate e punì gli avversari con pene crudeli. Giunse anche nelle terre lontane dell’India: e anche ai popoli dell’India concesse doni graditi di vino e frumento.
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704
di Terenzio
Duos cum haberet Demea adulescentulos,
dat Micioni fratri adoptandum Aeschinum,
sed Ctesiphonem retinet. hunc citharistriae
lepore captum sub duro ac tristi patre
frater celabat Aeschinus; famam rei,
amorem in sese transferebat; denique
fidicinam lenoni eripit. vitiaverat
idem Aeschinus civem Atticam pauperculam
fidemque dederat hanc sibi uxorem fore.
Demea iurgare, graviter ferre; mox tamen,
ut veritas patefacta est, ducit Aeschinus
vitiatam, potitur Ctesipho citharistriam.
Personae
MICIO SENEX
DEMEA SENEX
SANNIO LENO
AESCHINUS ADULESCENS
BACCHIS MERETRIX
PARMENO SERVOS
SYRUS SERVOS
CTESIPHO ADULESCENS
SOSTRATA MATRONA
CANTHARA ANUS
GETA SERVOS
HEGIO SENEX
PAMPHILA VIRGO
DROMO PUER.
Demea, siccome aveva due figlioli,
Eschino lascia al fratello Micione
perché lo adotti, mentre Ctesifone
se lo tiene per sé; ma questi,
benché la tutela paterna sia severa,
preso dai vezzi di una suonatrice,
è salvato da Eschino, il fratello,
che i pettegolezzi nati dagli amori di quello
riversa su di sé, giungendo al punto
di rapire al ruffiano la ragazza.
Il medesimo Eschino, peraltro,
aveva violentato una ragazza
povera ma di Atene cittadina,
cui aveva promesso di sposarla.
Demea s’infuria e se la prende a male;
quando, però, la verità vien fuori,
Eschino prende in moglie la ragazza
e Ctesifone ha la sua suonatrice.
Personaggi
MICIONE VECCHIO
DEMEA VECCHIO
SANNIONE RUFFIANO
ESCHINO GIOVANE
BACCHIDE PROSTITUTA
PARMENONE SCHIAVO
SIRO SCHIAVO
CTESIFONE GIOVANE
SOSTRATA MATRONA
CANTARA VECCHIA
GETA SCHIAVO
EGIONE VECCHIO
DROMONE SCHIAVETTO
STEFANIONE SCHIAVETTO
PANFILA RAGAZZA
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702
di Properzio
Cynthia prima suis miserum me cepit ocellis,
contactum nullis ante cupidinibus.
tum mihi constantis deiecit lumina fastus
et caput impositis pressit Amor pedibus,
donec me docuit castas odisse puellas
improbus, et nullo vivere consilio.
et mihi iam toto furor hic non deficit anno,
cum tamen adversos cogor habere deos.
Milanion nullos fugiendo, Tulle, labores
saevitiam durae contudit Iasidos.
nam modo Partheniis amens errabat in antris,
ibat et hirsutas ille videre feras;
ille etiam Hylaei percussus vulnere rami
saucius Arcadiis rupibus ingemuit.
ergo velocem potuit domuisse puellam:
tantum in amore preces et bene facta valent.
in me tardus Amor non ullas cogitat artis,
nec meminit notas, ut prius, ire vias.
at vos, deductae quibus est fallacia lunae
et labor in magicis sacra piare focis,
en agedum dominae mentem convertite nostrae,
et facite illa meo palleat ore magis!
tunc ego crediderim vobis et sidera et amnis
posse Cytaeines ducere carminibus.
et vos, qui sero lapsum revocatis, amici,
quaerite non sani pectoris auxilia.
fortiter et ferrum saevos patiemur et ignis,
sit modo libertas quae velit ira loqui.
ferte per extremas gentis et ferte per undas,
qua non ulla meum femina norit iter:
vos remanete, quibus facili deus annuit aure,
sitis et in tuto semper amore pares.
in me nostra Venus noctes exercet amaras,
et nullo vacuus tempore defit Amor.
hoc, moneo, vitate malum: sua quemque moretur
cura, neque assueto mutet amore locum.
quod si quis monitis tardas adverterit auris,
heu referet quanto verba dolore mea!
Cinzia per prima catturò me misero con i suoi occhi,
me, che prima non ero stato conquistato da nessuna passione.
Allora l’Amore mi fece abbassare gli occhi di solito orgogliosi
e mi premette la testa, con i piedi posti sopra,
finché malvagio mi insegno ad avere a noia le ragazze
virtuose, e a vivere senza alcuna regola.
Così questo furore amoroso non mi abbandona ormai da un intero anno,
nonostante sia costretto ad avere avversi gli dei.
Milanione non sottraendosi ad alcuna fatica, o Tullio,
fiaccò la superbia della crudele figlia di Iaso.
Infatti ora vagava fuori di sé nelle caverne del Partenio,
ora quello andava a trovare le feroci fiere,
persino una volta ferito dal colpo della clava di Ileo
levò il suo lamento sulle rupi dell’Arcadia.
In questa maniera poté quindi domare la veloce fanciulla:
in amore valgono tanto le preghiere e le attenzioni.
Invece per me Amore non escogita nessun espediente,
né si ricorda di percorrere le vie conosciute come una volta.
Mentre voi, che possedete l’ingannevole arte di tirare giù la luna
e che avete l’incarico di fare sacrifici propiziatori,
orsù dunque trasformate i sentimenti della mia signora,
e fate che diventi più pallida del mio viso!
Solo allora potrei credere a voi maghi, che potete muovere stelle
e fiumi con gli incantesimi della Citaina Medea.
E voi, amici, che troppo tardi richiamate me caduto,
cercate invano rimedi per il mio cuore malato.
Sopporterò coraggiosamente sia la lama affilata che il fuoco crudele,
purché abbia la possibilità di dire le cose che la rabbia desidera.
Portatemi per le genti più lontane e per i mari più remoti,
dove nessuna donna possa conoscere il mio itinerario:
rimanete voi, ai quali il dio con orecchio benevolo diede il suo favore,
e siate sempre pari in un amore sempre solido.
Contro di me la nostra dea Venere mette in moto notti amare,
e Amore in nessun momento viene meno.
Vi avverto, evitate questo male: ognuno si tenga stretto
la propria passione, e non si allontani dal consueto amore.
Se poi qualcuno non avrà ascoltato i miei consigli,
con quanto dolore, ahimé, ricorderà le mie parole.
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700
di Cicerone
Non ita multis ante annis aiunt T. Caelium quendam Terracinensem, hominem non obscurum, cum cenatus cubitum in idem conclave cum duobus adulescentibus filiis isset, inventum esse mane iugulatum. Cum neque servus quisquam reperiretur neque liber ad quem ea suspicio pertineret, id aetatis autem duo filii propter cubantes ne sensisse quidem se dicerent, nomina filiorum de parricidio delata sunt. Quid poterat tam esse suspiciosum? Neutrumne sensisse? Ausum autem esse quemquam se in id conclave committere eo potissimum tempore cum ibidem essent duo adulescentes filii qui et sentire et defendere facile possent? Erat porro nemo in quem ea suspicio conveniret.
Tamen, cum planum iudicibus esset factum aperto ostio dormientis eos repertos esse, iudicio absoluti adulescentes et suspicione omni liberati sunt. Nemo enim putabat quemquam esse qui, cum omnia divina atque humana iura scelere nefario polluisset, somnum statim capere potuisset, propterea quod qui tantum facinus commiserunt non modo sine cura quiescere sed ne spirare quidem sine metu possunt.
Si racconta che non molti anni fa un certo Tito Celio di Terracina, un personaggio di un certo rilievo, si coricò dopo cena nella stessa stanza con i suoi due giovani figli e che la mattina dopo fu trovato sgozzato. Poiché non si trovava né uno schiavo né un uomo libero che desse adito a sospetti e poiché i due figli di quell’età , che gli dormivano accanto, dicevano di non essersi accorti di nulla, fu mossa contro di loro un’accusa di parricidio. Che cosa ci poteva essere di altrettanto sospetto? Era mai possibile che nessuno dei due avesse sentito nulla? che qualcuno avesse avuto l’audacia di entrare in quella stanza proprio mentre vi si trovavano i due figli, che sarebbero stati facilmente in grado di accorgersene e di difendere il padre? Inoltre non c’era nessuno su cui si potesse appuntare il sospetto di quell’azione.
Ciononostante, siccome i giudici appurarono che, quando fu aperta la porta, i figli erano stati trovati addormentati, i giovani furono assolti con formula piena. Nessuno infatti pensava che ci fosse qualcuno capace di prender sonno subito dopo aver calpestato ogni diritto umano e divino con un delitto infame; perché chi commette un misfatto così grave non è in grado non solo di riposare tranquillamente, ma nemmeno di respirare senza timori.
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698
di Igino
Oenomaus, rex Elidis, oraculo monitus erat ut generum suum cavaret. Itaque quia equi longe optimi totius Graeciae ei erant, palam edixerat: “Filiam meam Hippodamiam in matrimonium dabo ei qui primus curriculo eqorum me superaverit. Quem superavero, is vitam pessime amittet”. Tamen nonnulli adulescentes maximum periculum audacter neglegentes Hippodamiam sibi petiverunt. Quibus Oenomaus concedebat ut praecurrerent, inde lente currum ascendens equos suos incitabat ut vento celerius currerent; tum proprius accedens, adversarios suos pilo a tergo crudeliter perfodiebat. Olim Pelops, Tantali filius, amore fortissimo in Hoppidamiam captus, auxilium petivit a Neptuno qui equos omnium celerrimos ad iuvenis currum iunxit. Reliqui dei praeterea, ne Pelops necaretur, pessimi regis currum in mare praecipitaverunt. Tum Pelops Hippodamiam in matrimonium duxit et Olympia instituit, ut memoria illius curriculi quam diutissime maneret. Illa autem terra, cuius Elis pars est, a Pelopis nomine Peloponneus appellata est.
Enomao, re dell’Elide, era stato ammonito dall’oracolo a fare attenzione a suo genero. Perciò, poichè egli aveva cavalli migliori fra tutti quelli della Grecia, apertamente dichiarò: “Darò in matrimonio mia figlia Ippodamia a colui che per primo mi avrà superato nella corsa dei cavalli. Colui che mi avrà superato, perderà la vita nel modo peggiore”. Tuttavia alcuni giovani chiesero per se Ippodamia non tenendo conto del grandissimo pericolo. E a quelli Enomao concedeva di correre davanti a lui, quindi con lenti carri ascesero e incitarono i loro cavalli a correre più veloci del vento; allora facendosi più vicino, trafiggeva i suoi avversari alle spalle crudelmente con il giavellotto. Una volta Pelope, figlio di Tantalo, catturato da un fortissimo amore per Ippodamia, chiese aiuto a Nettuno che aggiogò i cavalli più veloci fra tutti al carro del giovane. Gli altri dei inoltre, per non fare uccidere Pelope, fecero precipitare il carro del malvagio re in mare. Allora Pelope condusse in matrimonio Ippodamia e istituì le Olimpiadi, affinchè il ricordo di quella gara rimanesse il più lungo possibile. Poi quella torre di cui l’Elide fa parte, fu chiamata Peloponneso dal nome di Pelope.
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696
di Seneca
Vis tu cogitare istum, quem servum tuum vocas, ex isdem seminibus ortum eodem frui caelo, aeque spirare, aeque vivere, aeque mori! Tam tu illum videre ingenuum potes quam ille te servum. Variana clade multos splendidissime natos, senatorium per militiam auspicantes gradum, fortuna depressit, alium ex illis pastorem, alium custodem casae fecit: contemne nunc eius fortunae hominem, in quam transire, dum contemnis, potes. Nolo in ingentem me locum immittere ed de usu servorum disputare, in quos superbissimi, crudelissimi, contumeliosissimi sumus. Haec tamen praecepti mei summa est: sic cum inferiore vivas, quemadmodum tecum superiorem velis vivere. Quotiens in mentem venerit, quantum tibi in servum tuum liceat, veniat in mentem tantumdem in te domino tuo licere. “At ego” inquis “nullum habeo dominum”. Bona aetas est: forsitan habebis. Nescis qua aetate Hecuba servire coeperit, qua Croesus, qua Darei mater, qua Plato, qua Diogenes? Vive cum servo clementer, comiter quoque, et in sermonem illum admitte et in consilium et in convictum.
Considera che costui, che tu chiami tuo schiavo, è nato dallo stesso seme, gode dello stesso cielo, respira, vive, muore come te! Tu puoi vederlo libero, come lui può vederti schiavo. Con la sconfitta di Varo la sorte degradò socialmente molti uomini di nobilissima origine, che attraverso il servizio militare aspiravano al grado di senatori: qualcuno lo fece diventare pastore, qualche altro guardiano di una casa. E ora disprezza pure l’uomo che si trova in uno stato in cui, proprio mentre lo disprezzi, puoi capitare anche tu. Non voglio cacciarmi in un argomento tanto impegnativo e discutere sul trattamento degli schiavi: verso di loro siamo eccessivamente superbi, crudeli e insolenti. Questo è il succo dei miei insegnamenti: comportati con il tuo inferiore come vorresti che il tuo superiore agisse con te. Tutte le volte che ti verrà in mente quanto potere hai sul tuo schiavo, pensa che il tuo padrone ha su di te altrettanto potere. “Ma io”, ribatti, “non ho padrone.” Per adesso ti va bene; forse, però lo avrai. Non sai a che età Ecuba divenne schiava, e Creso, e la madre di Dario, e Platone, e Diogene? Sii clemente con il tuo servo e anche affabile; parla con lui, chiedigli consiglio, mangia insieme a lui.
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694
di Cornelio Nepote
Primus autem gradus, ut capesseret rem publicam, fuit bello Corcyraeo, ad quod praetor a populo creatus est et non solum praesenti bello, sed etiam reliquo tempore ferociorem reddidit civitatem. Nam cum pecunia publica, quae ex metallis veniebat, largitione magistratuum quotannis consumeretur, ille tam prudenti et eloquenti consilio populum monuit, ut pecunia classis centum navium aedificata sit. Qua classe primum Corcyraeos fregit, deinde maritimos praedones consectatus est et mare tutum reddidit. In quo cum divitiis ornavit, tum etiam peritissimos belli navalis fecit Athenienses.
Il primo passo della sua vita politica fu durante la guerra di Corcira; eletto stratega dal popolo per dirigerla rese la città più fiera non solo durante l’attuale guerra ma anche nei tempi successivi. Infatti con il denaro pubblico, che veniva dalle miniere, che era ogni anno sperperato dalle donazioni dei magistrati, egli ammonì il popolo con un tanto saggio ed eloquente progetto, affinchè fosse costruita, con quel denaro, una flotta di cento navi. Tale flotta in primo luogo distrusse i Corciri, poi perseguitò i pirati e il mare ritornò sicuro. Con che arricchì gli AtenÃesi e nel contempo li rese anche espertissimi di battaglie navali.
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690
di Livio
Post Tulli regis mortem, ut a patribus institutum iam inde ab initio erat, patres interregem nominaverant. Cum comitia haberentur, Ancum Marcium regem populus creavit; patres fuerunt auctores. Numae Pompili regis nepos, filia genitus, Ancus Marcius erat. Avitae gloriae memor, quia Tulli regnum, cetera egregium, ab una parte haud satis prosperum fuerat, cum neglectae religiones essent aut prave cultae essent, longe antiquum sacra publica facere quae ab Numa instituta erant putavit er pontificem omnia ea ex Numae regis commentariis in album elata in publico proponere iubet.
Dopo la morte del re Tullio, come era già stato deciso dai padri dall’inizio, essi avevano nominato un successore. Quando si riunirono, il popolo scelse Anco Marzio; come avevano designato i padri. Anco Marzio era nipote del re Numa Pompilio, nato dalla figlia. Memore dell’avidità della gloria, poiché il regno di Tullio, buono per gli altri, era stato da una parte prospero, però carente o mal rispettoso della religione, si facevano da quel tempo tantissime manifestazioni pubbliche a sfondo sacro istituite da Numa, che propose di raccoglierle su di un libricino da esporre in pubblico.
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688
di Curzio Rufo
Indi corpora usque ad pedes carbaso velant, capita linteis vinciunt. Lapilli ex eorum aueibus pendent; brachia quoque et lacertos auro ornant, capillos non tondent sed pectunt. Mentum eorum semper intonsum est, reliqua vultus pars rasa. Regum luxus superat omnium gentium vitia. cum rex in publicum procedit, ministri cum turibulis argenteis antecedunt ut totum iter eius odoribus compleant. Rex in aurea lectica recubat; undique aves doctae cantu regem delectant. Regia domus vastas porticus et auratas columnas habet et vitis aurea cum racemis argenteis totas columnas complet. Dum legationum mandata exaudit, rex capillos pectit et ornat. Eius maximus labor in venatu est at, dum inclusa animalia in vivario figit, pelices cantu et motibus eum et eius comites delectant.
Gli Indiani si coprono il corpo con una veste lunga fino ai piedi; legano delle bende di lino al capo; pietre preziose pendono dai loro orecchi, le braccia e gli avambracci ornano con oro, non tagliano ma pettinano i loro capelli; il loro mento è sempre non rasato; rendono liscia ed uniforme la restante pelle della faccia. Tuttavia il lusso dei re, supera i vizi di tutti i popoli. Quando il re acconsente ad apparire in pubblico, i servi portano dei turiboli d’argento, e riempiono di effluvi tutto il percorso attraverso il quale il re ha stabilito esser trasportato. Egli è sdraiato su una lettiga d’oro attorno alla quale donne ammaestrate al canto dilettano il re. La casa regale ha vasti portici e colonne di oro e riempi tutte le colonne di oro con grappoli d’uva di argento. Mentre ascolta i mandati delle legazioni, il re pettina e sistema i capelli. Il suo grande lavoro è nella caccia ma, mentre appende nel vivaio gli animali, odalische con il canto e danze dilettano quello e i suoi compagni.
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686
di Sallustio
Igitur iis genus aetas eloquentia prope aequalia fuere, magnitudo animi par, item gloria, sed alia alii. Caesar beneficiis ac munificentia magnus habebatur, integritate vitae Cato. Ille mansuetudine et misericordia clarus factus, huic seueritas dignitatem addiderat. Caesar dando subleuando ignoscendo, Cato nihil largiendo gloriam adeptus est. In altero miseris perfugium erat, in altero malis pernicies. Illius facilitas, huius constantia laudabatur. Postremo Caesar in animum induxerat laborare, vigilare; negotiis amicorum intentus sua neglegere, nihil denegare quod dono dignum esset; sibi magnum imperium, exercitum, bellum novum exoptabat, ubi virtus enitescere posset. At Catoni studium modestiae, decoris, sed maxime seueritatis erat; non divitiis cum divite neque factione cum factioso, sed cum strenuo virtute, cum modesto pudore, cum innocente abstinentia certabat; esse quam videri bonus malebat: ita, quo minus petebat gloriam, eo magis illum assequebatur.
Dunque, essi, furono pressoché uguali per età , nascita e eloquenza, pari per grandezza d’animo, parimenti per fama ma era diversa per ciascuno dei due. Cesare era considerato grande per i suoi privilegi e la sua generosità , Catone per la sua integrità di vita. Quello fu reso famoso dalla mitezza e generosità , a questo aveva aggiunto dignità il rigore morale. Cesare conseguì la gloria con la prodigalità , con il soccorso prestato ad altri, con il perdono, Catone non elargendo niente. Nell’uno c’era rifugio per i miseri, nell’altro la rovina per i malvagi. Di quello era lodata la condiscendenza, dell’altro la tenacia. Insomma, Cesare si era proposto di lavorare, vegliare e di trascurare i propri interessi per gli affari degli amici, non rifiutava niente che fosse adatto per essere dato in dono. Per sé desiderava un grande potere, un esercito, una nuova guerra in cui il suo valore avesse la possibilità di risplendere. Catone, invece, aveva amore per la modestia, la dignità e la severità . Non lottava col ricco per la ricchezza, né col fazioso per gli intrighi; ma con il valoroso per la virtù, con il modesto per il pudore, con l’onesto per l’integrità . Preferiva essere retto più che sembrarlo, così che egli quanto meno inseguiva la fama, tanto più se la guadagnava.
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680
di Altre versioni
Dum Marcus et Philippus dormiunt, eorum patres sermonem in multam noctem producunt. Pater Philippi, qui Graecus est, dicit: “Graecia etiam nunc artificiis ornamentisque fulget, sed nobis desunt fortitudo et concordia: bellis intestinis patria nostra deleta est”. Pater Marci dicit: “Graeciae dignitatem non ignoro, quae non solum artibus clara fuit aritque in perpetuum, sed etiam gloria belli. Nam a Miltiade, Cimonis filio, copiae Darei apud Marathona profligatae sunt; a Themistocle Xerxis classis Salaminia pugna superata est; ab Alexandro Magno Persarum opes factae sunt et Macedonum Graecorumque phalanges usque ab Indum flumen victores ductae sunt. Nunc Graecia Romana provincia est et imperium Romanum toto orbe terrarum floret. Sed Graecia capta ferum victorem artibus carminibusque suis cepit.
Mentre Marco e Filippo dormono, i loro padri producono un discorso per tutta la notte. Il padre di Filippo, che è greco, dice: “Anche ora la Grecia splende in artifici e ornamenti, ma ci mancano il valore e la concordia: la nostra patria è distrutta dalle guerre interne”. Il padre di Marco dice: “Non ignoro la dignità della Grecia, che non solo fu illustre per arti e lo sarà per sempre, ma anche la gloria di guerra. Infatti da Milziade, figlio di Cimone, le truppe di Dario vennero sconfitte presso Maratona; da Temistocle la flotta di Serse fu superata nella battaglia di Salamina; da Alessandro Magno furono infrante le opere dei Persiani e le falangi dei Macedoni e Greci fino al fiume Indo furono considerate vincitrici. Ora la Grecia è una provincia romana e l’impero romano in tutta la terra fiorisce. Ma presa la Grecia si impossessò del feroce vincitore con le arti e i carmi.
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678
di Gellio
De Maximo Valerio, qui Corvinus appellatus est ob auxilium propugnationemque corvi alitis, haut quisquam est nobilium scriptorum, qui secus dixerit. Ea res prorsus admiranda sic profecto est in libris annalibus memorata. Adulescens tali genere editus L. Furio Claudio Appio consulibus fit tribunus militaris. Atque in eo tempore copiae Gallorum ingentes agrum Pomptinum insederant, instruebanturque acies a consulibus de vi ac multitudine hostium satis agentibus. Dux interea Gallorum vasta et ardua proceritate armisque auro praefulgentibus grandia ingrediens et manu telum reciprocans incedebat perque contemptum et superbiam circumspiciens despiciensque omnia venire iubet et congredi, si quis pugnare secum ex omni Romano exercitu auderet. Tum Valerius tribunus ceteris inter metum pudoremque ambiguis impetrato prius a consulibus ut in Gallum tam inmaniter adrogantem pugnare sese permitterent, progreditur intrepide modesteque obviam; et congrediuntur et consistunt, et conserebantur iam manus, atque ibi vis quaedam divina fit: corvus repente inprovisus advolat et super galeam tribuni insistit atque inde in adversari os atque oculos pugnare incipit; insilibat, obturbabat et unguibus manum laniabat et prospectum alis arcebat atque, ubi satis saevierat, revolabat in galeam tribuni. Sic tribunus spectante utroque exercitu et sua virtute nixus et opera alitis propugnatus ducem hostium ferocissimum vicit interfecitque atque ob hanc causam cognomen habuit Corvinus. Id factum est annis quadringentis quinque post Romam conditam. 10 Statuam Corvino isti divus Augustus in foro suo statuendam curavit. In eius statuae capite corvi simulacrum est rei pugnaeque, quam diximus, monimentum.
Di Valerio Massimo, soprannominato Corvino per l’aiuto e la difesa datagli da un corvo, nessuno dei più noti scrittori ha narrato diversamente tale vicenda. Quel fatto davvero singolare è così ricordato dagli Annali. Un giovane uscito da quella famiglia fu nominato tribuno militare sotto il consolato di Lucio Furio e Claudio Appio. In quel tempo grandi forze dei Galli avevano invaso la Pontinia e i consoli, preoccupati dal numero e dalla forza dei nemici, schiereranno le proprie truppe in battaglia. Allora il capo dei Galli, che si distingueva per la corporatura grossa e alta e per il luccicare delle armi dorate, avanzò a grandi passi, e facendo mulinare con la mano l’asta e guardando tutt’intorno con altezzosa superbia, ordinò con aria di disprezzo che avanzasse e si presentasse se v’era qualcuno in tutto l’esercito romano che osasse combattere con lui. Allora il tribuno Valerio, di fronte agli altri che esitavano per timore e vergogna dopo aver chiesto ai consoli che gli consentissero di combattere con quel gallo così vanamente arrogante, si fece innanzi con coraggio e ritegno; i due combattenti si fan sotto, s’arrestarono e già hanno messo mano alle armi quando avviene un fatto miracoloso: d’improvviso un corvo giunge in volo, si posa sull’elmo del tribuno e poi comincia a colpire il viso e gli occhi dell’avversario; lo sorprende, lo turba, gli graffia le mani con le unghie, lo acceca con lo sbattere delle ali e, quando gli par di avere infierito a sufficienza, ritorna sull’elmo del tribuno. Allora questi, dinanzi ad ambedue le schiere, facendo assegnamento sul proprio coraggio e sull’aiuto dell’uccello, atterra quel ferocissimo capo dei nemici, lo uccide e per questo fatto assume il cognome di Corvino. Ciò avvenne nell’anno 405 dalla fondazione di Roma. Il divo Augusto fece erigere nel suo Foro una statua a questo Corvino. Sulla testa di tale statua v’è l’effigie di un corvo, il ricordo del combattimento che ho descritto.
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676
di Gellio
Dux interea Gallorum, vasta et ardua proceritate, grandia ingrediens et manu telum reciprocans despiciensque omnia, iubet congredi, si quis proeliari secum ex omni Romano exercitu auderet. Tum Valerius tribunus, cum ceteri inter metum pudoremque ambigui essent, progreditur intrepide modesteque obviam. Congrediuntur et consistunt et conserebantur iam manus: atque ibi vis quaedam divina fuit. Corvus repente advolat et super galeam tribuni moratur, atque inde in avversarii os atque oculos proeliatur. Ubi satis saevierat, revolabat in galeam tribuni. Sic tribunus, et sua virtute nixus et opera alitis propugnatus, ducem hostium ferocissimum vicit et interfecit atque ob hanc causam congnomen habuit Corvinum.
Intanto il comandante dei Galli, di altezza smisurata ed impressionante, avanzando a grandi passi e facendo mulinare con la mano l’asta e guardando dall’alto in basso ogni cosa, ordinò di avvicinarsi, se qualcuno fra tutto l’esercito romano aveva il coraggio di duellare con lui. Allora il tribuno Valerio, mentre tutti gli altri erano incerti tra il timore e la vergogna, gli si avanzò incontro intrepidamente e con calma. Si avvicinarono e si arrestarono e ormai stavano venendo alle mani: e là ci fu una specie di forza divina. Improvvisamente un corvo arrivò in volo e si fermò sull’elmo del tribuno, e quindi si avventò contro il viso e gli occhi del nemico. Quando gli pareva di avere infierito a sufficienza, tornava all’elmo del tribuno. Così il tribuno, facendo assegnamento sul proprio coraggio e sull’aiuto dell’uccello, vinse e uccise il ferocissimo comandante dei nemici e per questo motivo ebbe il soprannome di Corvino.
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674
di Cicerone
Etenim si constat inter doctos, hominem ignarum astrologiae ornatissimis atque optimis versibus Aratum de caelo stellisque dixisse; si de rebus rusticis hominem ab agro remotissimum Nicandrum Colophonium poetica quadam facultate, non rustica, scripsisse praeclare, quid est cur non orator de rebus eis eloquentissime dicat, quas ad certam causam tempusque cognorit? Est enim finitimus oratori poeta, numeris astrictior paulo, verborum autem licentia liberior, multis vero ornandi generibus socius ac paene par; in hoc quidem certe prope idem, nullis ut terminis circumscribat aut definiat ius suum, quo minus ei liceat eadem illa facultate et copia vagari qua velit. Nam quod illud, Scaevola, negasti te fuisse laturum, nisi in meo regno esses, quod in omni genere sermonis, in omni parte humanitatis dixerim oratorem perfectum esse debere: numquam me hercule hoc dicerem, si eum, quem fingo, me ipsum esse arbitrarer. Sed, ut solebat C. Lucilius saepe dicere, homo tibi subiratus, mihi propter eam ipsam causam minus quam volebat familiaris, sed tamen et doctus et perurbanus, sic sentio neminem esse in oratorum numero habendum, qui non sit omnibus eis artibus, quae sunt libero dignae, perpolitus; quibus ipsis si in dicendo non utimur, tamen apparet atque exstat, utrum simus earum rudes an didicerimus: ut qui pila ludunt, non utuntur in ipsa lusione artificio proprio palaestrae, sed indicat ipse motus, didicerintne palaestram an nesciant, et qui aliquid fingunt, etsi tum pictura nihil utuntur, tamen, utrum sciant pingere an nesciant, non obscurum est; sic in orationibus hisce ipsis iudiciorum, contionum, senatus, etiam si proprie ceterae non adhibeantur artes, tamen facile declaratur, utrum is, qui dicat, tantum modo in hoc declamatorio sit opere iactatus an ad dicendum omnibus ingenuis artibus instructus accesserit.
Infatti poichè è noto fra i dotti che un uomo ignaro di astrologia, Arato, trattò del cielo e delle stelle con versi ottimi e molto eleganti; che un uomo, lontanissimo dalla campagna, Nicandro di Colofone, scrisse mirabilmente con una certa capacità poetica, non rustica, sull’agricoltura, perchè l’oratore non deve poter trattare con molta eloquenza di quegli argomenti, che avrà conosciuto per una determinata questione e occasione? Infatti il poeta è affine all’oratore, un poco più vincolato alle leggi ritmiche, ma più libero nell’uso delle parole, certamente compagno e quasi alla pari in molte specie di ornamenti; certamente quasi uguale almento in questo, perchè non circoscrive nei termini nè limita la sua giurisdizione, in modo che non gli sia lecito aggirarsi dove voglia con quel medesimo ingegno e facondia. Quanto poi a ciò che tu, Scevola, dicevi che non avresti potuto tollerare quella mia affermazione, se non fossi nel mio territorio, perchè avevo detto che l’oratore deve essere perfetto in ogni tema di conversazione, in ogni ramo di cultura: giammai in fede mia direi una tale cosa, se ritenessi che io stesso sono quell’oratore che mi fingo. Ma, come spesso soleva dire C. Lucilio, un po’ in collera con te, e proprio per quella ragione mio amico meno di quanto avrebbe voluto, ma tuttavia erudito e di molto buon gusto, così giudico che nessuno sia da annoverare fra gli oratori, se non sia raffinato in tutte quelle dottrine, che sono degne di un uomo libero; e anche se non usiamo di esse nel parlare, tuttavia è evidente e spicca che siamo ignari o che non le abbiamo studiate. Come quelli che giocano a palla non si servono nello stesso gioco delle regole della palestra, ma gli stessi movimenti indicano se hanno imparato la ginnastica o se non la sanno, e coloro che plasmano qualche cosa, benchè non usino per nulla il disegno, pur tuttavia si vede bene se sanno o non sanno disegnare, così in questi stessi discorsi dei tribunali, delle concioni, del senato, anche se di proposito non sono usate le rimanenti discipline, tuttavia senza dubbio si capisce se l’oratore si sia esercitato in questo lavoro di declamazione o se si sia accostato all’eloquenza nutrito di tutte le dottrine liberali.
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672
di Plinio il Giovane
Causam per hos dies dixit Iulius Bassus, homo laboriosus et adversis suis clarus. Sortitusque Bithyniam rediit reus, accusatus non minus acriter quam fideliter defensus. Egit contra eum Pomponius Rufus, vir paratus et vehemens; Rufo successit Theophanes, unus ex legatis, fax accusationis et origo. Respondi ego. Nam mihi Bassus iniunxerat, totius defensionis fundamenta iacerem, Eundem me voluerat occurrere crimini quo maxime premebatur. Hoc illum onerabat quod homo simplex et incautus quaedam a provincialibus ut amicus acceperat – nam fuerat in eadem provincia quaestor -. Haec accusatores furta ac rapinas, ipse munera vocabat. Sed lex munera quoque accipi vetat. Hic ego quid agerem, quod iter defensionis ingrederer? Negarem? Verebar ne plane furtum videretur, quod confiteri timerem. Praeterea rem manifestam infitiari augentis erat crimen non diluentis, praesertim cum reus ipse nihil integrum advocatis reliquisset. Multis enim atque etiam principi dixerat, sola se munuscula dumtaxat natali suo aut Saturnalibus accepisse et plerisque misisse. Veniam ergo peterem? Iugulassem reum, quem ita deliquisse concederem, ut servari nisi venia non posset. Tamquam recte factum tuerer? Non illi profuissem, sed ipse impudens exstitissem. In hac difficultate placuit medium quiddam tenere: videor tenuisse. Actionem meam, ut proelia solet, nox diremit.
Giulio Basso, personaggio tormentato e noto per le sue disavventure, in questi giorni ha presentato la sua difesa in tribunale. E, ottenuta in sorte la Bitinia, ne ritornò sotto accusa, ed è stato accusato con accanimento non minore della lealtà con cui è stato difeso. Sostenne l’accusa contro di lui Pomponio Rufo, uomo preparato e vigoroso; prese il posto di Rufo Teofane, uno dei legati, istigatore ed origine dell’accusa. Ribattei io: infatti Basso mi aveva conferito l’incarico di gettare le fondamenta dell’intera difesa. Aveva poi voluto che io medesimo affrontassi l’accusa che maggiormente l’opprimeva. Questo pesava su di lui, che cioè, da persona semplice ed incauta, aveva accettato dai provinciali alcuni regali, come (loro) amico: infatti nella medesima provincia era stato questore. Gli accusatori (chiamavano) queste cose furti e rapine, egli le definiva doni. Ma la legge proibisce di accettare anche i doni. A questo punto, che cosa avrei potuto fare? Quale linea difensiva avrei dovuto adottare? Dovevo negare? Avevo il timore che ciò che esitavo ad ammettere apparisse fuor di dubbio una ruberia. Oltre a ciò contestare un fatto manifesto era piuttosto proprio di chi aggrava un’accusa che di chi cerca di sminuirla, tanto più che l’accusato stesso non aveva lasciato ai (suoi) difensori nulla di concreto. Infatti egli aveva raccontato a molti, ed anche all’imperatore, di avere accettato unicamente dei piccoli doni, e unicamente al compleanno o ai Saturnali, e di averne inviati ai più. Avrei dovuto chiedere perdono? Avrei tagliato la gola all’imputato, che avrei ammesso aver commesso colpe tali da non poter essere salvato che dal perdono. Dovevo difenderlo come se si fosse comportato legittimamente? Non gli avrei giovato, ed sarei risultato io stesso impudente. In questa difficoltà , decisi di tenermi in un certo modo nel mezzo: mi pare di essermici tenuto.
La notte interruppe il mio discorso, come suole (interrompere) le battaglie
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670
di Curzio Rufo
Acies autem hoc modo stetit. Nabarzanes equitatu dextrum cornu tuebatur additis funditorum sagittariorumque viginti fere milibus. In eodem Thimodes erat, Graecis peditibus mercede conductis triginta milibus praepositus. Hoc erat haud dubium robur exercitus, par Macedonicae phalangi acies. In laevo cornu Aristomedes Thessalus XX milia barbarorum peditum habebat. In subsidiis pugnacissimas locaverat gentes. Ipsum regem in eodem cornu dimicaturum tria milia delectorum equitum, adsueta corporis custodia, et pedestris acies, quadraginta milia, sequebantur; Hyrcani deinde Medique equites, his proximi ceterarum gentium, ultra eos dextra laevaque dispositi. Hoc agmen, sicut dictum est, instructum VI milia iaculatorum funditorumque antecedebant. Quidquid in aliis angustiis adiri poterat inpleverant copiae, cornuaque hinc a iugo, illinc a mari stabant: uxorem matremque regis et alium feminarum gregem in medium agmen acceperant. Alexander phalangem, qua nihil apud Macedonas validius erat, in fronte constituit. Dextrum cornu Nicanor, Parmenionis filius, tuebatur: huic proximi stabant Coenos et Perdiccas et Meleager et Ptolomaeus et Amyntas, sui quisque agminis duces. In laevo, quod a mare pertinebat, Craterus et Parmenio erant, sed Craterus Parmenioni parere iussus. Equites ab utroque cornu locati: dextrum Macedones Thessalis adiunctis, laevum Peloponnesii tuebantur. Ante hanc aciem posuerat funditorum manum sagittariis admixtis. Thraces quoque et Cretenses ante agmen ibant, et ipsi leviter armati. At his, qui praemissi a Dareo iugum montis insederant, Agrianos opposuit ex Graecia nuper advectos. Parmenioni autem praeceperat, ut, quantum posset, agmen ad mare extenderet, quo longius abesset acies montibus, quos occupaverant Barbari. At illi neque obstare venientibus nec circumire praetergressos ausi funditorum maxime aspectu territi profugerant, eaque res Alexandro tutum agminis latus, quod ne superne incesseretur timuerat, praestitit. XXX et duo armatorum ordines ibant: neque enim latius extendi aciem patiebantur angustiae. Paulatim deinde et laxare se sinus montium et maius spatium aperire coeperant, ita ut non pedes solum ordine incedere, sed etiam lateribus circumfundi posset equitatus.
L’esercito allora si schierò in quest’ordine di battaglia. Nabarzane proteggeva l’ala destra con la cavalleria, in aggiunta a quasi ventimila arcieri e frombolieri. Nel medesimo posto vi era Timode, a capo di trentamila fanti mercenari greci. Questo era senza dubbio il nerbo dell’esercito, uno schieramento pari alla falange macedone. All’ala sinistra il tessalo Aristomede era a capo di ventimila fanti barbari. Aveva schierato come truppe di sostegno i popoli più bellicosi. Tremila cavalieri scelti, consueta guardia del corpo, e un corpo di fanteria di quarantamila uomini, tenevano dietro al re in persona, pronto a combattere all’ala sinistra. Quindi seguivano i cavalieri Ircani e i Medi: vicino ad essi la cavalleria delle altre popolazioni, disposta a destra e a sinistra dopo di essi. Seimila uomini armati di giavellotti e di fionde, come si è detto, precedevano questo esercito così schierato. Le truppe avevano occupato ogni luogo accessibile in quelle strettoie, e le ali stavano l’una ai piedi della montagna, l’altra alla riva del mare. La moglie e la madre del re e tutte le altre donne erano state sistemate al centro dello schieramento. Alessandro schierò di fronte la falange, formazione della quale nessun’altra era più efficiente tra i Macedoni. L’ala destra la presidiava Nicanore, figlio di Parmenione: vicino a lui c’erano Ceno, Perdicca, Meleagro, Tolomeo ed Aminta, ognuno a capo dei propri uomini. All’ala sinistra, che si estendeva verso il mare, si trovavano Cratero e Parmenione, con Cratero agli ordini di Parmenione. La cavalleria era schierata ad entrambe le ali: a destra i Macedoni, appoggiati dai Tessali, a sinistra i Peloponnesiaci. Davanti a questo schieramento aveva disposto un manipolo di frombolieri misti ad arcieri. L’avanguardia era costituita da Traci e Cretesi armati alla leggera. Inoltre oppose a coloro che, mandati da Dario, avevano preso possesso della parte alta della montagna, gli Agriani, da poco arrivati dalla Tracia. Inoltre aveva ordinato a Parmenione di estendere per quanto possibile l’esercito fino al mare, in modo che lo schieramento fosse il più distante possibile dai monti che avevano occupato i barbari. Ma questi ultimi, non osando né opporsi alle truppe che avanzavano verso di loro né circondare quelle che li avevano oltrepassati, e soprattutto spaventati alla vista dei frombolieri, erano scappati e ciò rese sicuro ad Alessandro il lato dello schieramento che lui aveva temuto che fosse assalito dall’alto. I ranghi avevano un fronte costituito da trentadue uomini: infatti le strettoie non permettevano che lo schieramento si estendesse più in largo. Poco a poco quindi gli spazi montani cominciavano a divenire più larghi e ad offrire maggior spazio, in modo che non solo i fanti potevano incrementare il fronte, ma anche i cavalieri dispiegarsi sui fianchi.
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668
di Cornelio Nepote
Alexander, ne otium aleret, in Indiam movit, semper bello quam post victoriam clarior. India tota ferme spectat orientem. Ex amnibus, indus gelidior est quam ceteri; aquas vehit a colore maris haud multum abhorrentes. Ganges a meridiana regione decurrit, et magnorum montium iuga recto alveo stringit. Uterque Rubro mari accipitur. Indus, ubi mollius solum reperit, stagnat insulasque format. Alia flumina, quia per ultimas Indiae terras currunt, minus clara sunt; ceterum nn solum crocodilos, ut Nilus, sed etiam delphinos ingnotasque beluas alunt. In illa plaga mundus temporum vices mutat: sic, cum alia fervore solis exaestuant, Indiam nives obruunt, rursusque, ubi cetera rigent, in India intolerandus aestus existit.
Alessandro, per non alimentare l’ozio, si mosse verso l’India, sempre più famoso per la guerra che dopo la vittoria. Quasi tutta l’India è rivolta a oriente. Tra i fiumi l’Indo è più gelido di tutti gli altri; trasporta le acque non molto dissimili dal colore del mare. Il Gange scorre dalla regione meridionale e taglia le cime di grandi montagne con un alveo diritto. Ciascuno dei due (fiumi) è ricevuto dal mar Rosso. L’Indo, dove trova un suolo più molle, ristagna e forma isole. Altri fiumi, poiché scorrono attraverso le estreme terre dell’India, sono meno famosi; del resto nutrono non solo coccodrilli, come il Nilo, ma anche delfini e bestie sconosciute. In quella zona il cielo muta l’alternarsi delle stagioni: così quando le altre terre sono roventi per il calore del sole, le nevi ricoprono l’India e al contrario, dove le altre regioni sono gelate, in India c’è un caldo insopportabile.
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665
di Giustino
Inter Dores et Athenienses cum veteres essent inimicitiae, Dores bellum Atheniensibus paraverant; sed antea oraculum Delphicum de belli exitu rogaverant. Pythia sacerdos legatis haec verba responderat: “Vestra erit victoria, nisi hostium regem necaveritis”. Itaque duces militibus imperaverant, ne Atheniensium regem necarent. Codrus, Atheniensium rex, qui oraculi responsum cognoverat, statim optavit ut morte sua patriam liberaret et populo pararet victoriam. Codrus enim vestem mutavit, ligna in humeros sibi imposuit et, quasi servus esset, in hostium castra intravit. Ibi verbis contumeliosis militis iram excitavit et eum falce vulneravit, tum ille gladio Codrum acriter interfecit. Hoc modo Dores inviti regem hostium necaverunt, qui morte voluntaria rem publicam Atheniensium magno periculo liberavit.
Poiche tra i Dori e gli Ateniesi c’erano antiche inimicizie, i Dori avevano preparato la guerra contro gli Ateniesi; ma prima avevano interrogato l’oracolo di Delfi sull’esito della guerra. La sacerdotessa Pizia aveva risposto ai legati con queste parole: “La vittoria sarà vostra se non ucciderete il re dei nemici”. Così i comandanti avevano ordinato ai soldati di non uccidere il re degli Ateniesi. Codro, re degli Ateniesi, il quale aveva subito conosciuto il responso dell’oracolo scelse di liberare la patria con la sua morte e di preparare la vittoria per il popolo. Infatti Codro cambiò abito, si mise dei legni sulle spalle e, e come se fosse un servo, entrò nell’accampamento dei nemici. In quel luogo provocò l’ira di un soldato con parole offensive e lo ferì con una falce, allora quello uccise barbaramente Codro con la spada. In questo modo i non sconfitti Dori uccisero il re dei nemici, il quale liberò lo stato degli Ateniesi da un grande pericolo con la morte volontaria.
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663
di Cesare
Caesari nuntiatur Helvetiis esse in animo per agrum Sequanorum et Haeduorum iter in Santonum fines facere, qui non longe a Tolosatium finibus absunt, quae civitas est in provincia. Id putabat magnum periculum provinciae futurum esse, quia homines bellicosos, populi Romani inimicos, locis patentibus maximeque frumentariis finitimos habebat. Ob eas causas ei munitioni, quam fecerat, T. Labienum legatum praefecit; Caesar in Italiam magnis itineribus contendit duasque ibi legiones conscribit et tres, quae circum Aquileiam hiemabant, ex hibernis educit et, qua proximum iter in ulteriorem Galliam per Alpes erat, cum eis quinque legionibus contendit.
A Cesare venne riferito che gli Elvezi avevano intenzione di passare, attraverso le terre dei Sequani e degli Edui, nella regione dei Santoni, confinanti con i Tolosati, popolo compreso nella Provincia. Capiva che, se ciò fosse avvenuto, sarebbe stato molto pericoloso per la Provincia avere per vicini, in regioni piane e fertilissime, genti bellicose e nemiche dei Romani. Per questa ragione diede al legato T. Labieno il comando della linea fortificata che aveva costruito e a grandi giornate tornò in Italia, vi arruolò due legioni, fece uscire dai quartieri d’inverno le tre che erano nei pressi di Aquileia, e con queste cinque legioni ritornò in Gallia, passando per la strada più breve, attraverso le Alpi.
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di Irzio
Magnus fons aquae sub ipsius oppid muro prorumpebat. Itaque a nostris extruitur agger, in quo alta turris collocatur, non quidem quae menibus adaequet sed quae fontis fastigium superet. Ex qua cum tela tormentis iacerenturad fontis aditum, oppidani a fonte removebantur: qua re non solum homines, sed pecora atqu iumenta siti consumebantur. Quo malo perterriti, oppidani cupas sevo, pice, scandulis complebant; eas ardentes in opera provolvebant eodemque tempore acerrime pugnabant, ne Romani incendium restringuere possent. Magna repente in ipsis operibus flamma exstitit. Quaecumque enim per locum praecipitem missa erant, ea, vineis et aggere suppressa, incendebant id ipsium quod morabatur. Milites nostri, qui periculoso genere proelii premebantur, tamen omnia fortissimo sustinebant animo; quisquis in operibus erat, telis hostium flammaeque se praebebat.
Una grande fonte sgorgava dal muro della stessa città . E così dai nostri venne costruita una diga, nella quale venne collocata un’alta torre, che doveva non tanto raggiungere l’altezza delle mura ma superare l’altezza della fonte. Dalla torre le macchine da lancio scagliavano dardi verso l’accesso alla fonte e gli abitanti non potevano rifornirsi senza pericolo così non solo il bestiame e i giumenti soffrivano la sete, ma anche la grande massa dei nemici. Atterriti da questo male, gli abitanti riempivano barili di sego, pece, assicelle, gli davano fuoco e li facevano rotolare e nello stesso tempo combattevano strenuamente, perchè i Romani non potessero estinguere l’incendio. All’improvviso nelle stesse opere scoppiò una grande fiamma. Tutte erano mandate in un luogo in discesa, quelle, ostacolate dalle vigne e dal campo, incendiavano ciò stesso che tratteneva. I nostri soldati, che erano premuti dal pericoloso tipo di combattimento, tuttavia sostenevano ogni cosa con grande animo, chiunque era in opera, si offriva ai dardi dei nemici e alle fiamme.
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659
di Cornelio Nepote
Plato autem tantum apud Dionysium auctoritate potuit valuitque eloquentia, ut ei persuaserit tyrannidis facere finem libertatemque reddere Syracusanis; a qua voluntate Philisti consilio deterritus aliquanto crudelior esse coepit. Qui quidem, cum a Dione se superari videret ingenio, auctoritate, amore populi, verens ne, si eum secum haberet, aliquam occasionem sui daret opprimendi, navem ei triremem dedit, qua Corinthum deveheretur, ostendens se id utriusque facere causa, ne, cum inter se timerent, alteruter alterum praeoccuparet. Id cum factum multi indignarentur magnaeque esset invidiae tyranno, Dionysius omnia, quae moveri poterant Dionis, in navis imposuit ad eumque misit. sic enim existimari volebat, id se non odio hominis, sed suae salutis fecisse causa. Postea vero quam audivit eum in Peloponneso manum comparare sibique bellum facere conari, Areten, Dionis uxorem, alii nuptum dedit filiumque eius sic educari iussit, ut indulgendo turpissimis imbueretur cupiditatibus. Nam puero, priusquam pubes esset, scorta adducebantur, vino epulisque obruebatur, neque ullum tempus sobrio relinquebatur.
Ora Platone godette di tanta autorità presso Dionisio e tanto poté con la sua eloquenza che lo persuase a porre fine alla tirannide ed a restituire la libertà ai Siracusani; ma il tiranno fu distolto da questa risoluzione dal consiglio di Filisto e cominciò ad essere ancora più crudele. Questi, in verità si rendeva conto che Dione lo superava in ingegno, prestigio e simpatia popolare e temendo che, se lo tenesse con sé, gli avrebbe offerto una qualche occasione per toglierlo di mezzo, gli dette una trireme, con la quale se ne andasse a Corinto, dicendogli chiaramente che faceva ciò per il bene di tutti e due, perché l’uno dei due, dato il reciproco timore, non sopraffacesse l’altro. Poiché molti erano indignati per questo fatto e c’era un grande risentimento contro il tiranno, Dionisio fece imbarcare su delle navi tutti i beni mobili di Dione e glieli spedì. Voleva infatti che si ritenesse che lui aveva agito così non tanto per odio della persona, ma per la sua propria incolumità . Ma quando venne a sapere che quello preparava nel Peloponneso un esercito e si apprestava a muovergli guerra, dette Areta la moglie di Dione in sposa ad un altro e ordinò che il figlio venisse educato in modo tale che, con l’assecondarlo in tutto, venisse fatto crescere tra i più turpi piaceri. Infatti al ragazzo, prima che diventasse adolescente, si portavano prostitute, si rimpinzava di vino e di cibi e non gli si lasciava alcun tempo per la sua sobrietà .
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655
di Altre versioni
Mea dicta erunt tibi legenti tam mirabilia quam mihi audienti fuerunt.
Arria, nobilis mulier, marito et solacium mortis et exemplum fuit. Aegrotabat Caecina Paetus maritus eius, aegrotabat et filius, uterque mortifere. Denique filius eorum decessit eximia pulchritudine, pari verecundia et a parentibus valde amatus. Huic illa funus paravit et exsequias duxit, sed maritum de illius morte non docuit. Immo quotiens cubiculum eius intrabat, vivere filium simulabat, ac persaepe marito de puero interroganti, respondebat: “Bene quievit, libenter cibum sumpsit”. Deinde, cum diu cohibitae lacrimae vincebant prorumpebantque, egrediebatur; tunc se dolori dabat; postea, satiata siccis oculis composito ore redibat. Ita, amisso filio. illa lacrimas abdebat. Postea, quia maritus ob morbum magno dolore conficiebatur, Arria gladium strinxit et suum pectus perfodit; deinde pugionem extraxit, marito porrexit et addidit hanc vocem, immortalem ac paene divinam: “Poete, non dolet”. Sed tamen ista facienti, ista dicenti, gloria et aeternitas ante oculos erant.
Le cose che sono state dette sono state tanto meravigliose a te che le leggevi quanto a me che le ascoltavo. Arria, donna nobile, fu al marito sia consolazione di morte che esempio. Suo marito Peto piangeva Cecina, piangeva il figlio, morti entrambi. Infine il figlio di questi morì di esimia bellezza, di simile verecondia amato fortemente dai genitori. Quella rovina preparò a questo e condusse le esequie, ma non il marito non seppe della morte di quello. Anzi ogni volta che entrava nella sua stanza, fingeva che il figlio vivesse, e spesso al marito che chiedeva del figlio, rispondeva: “Riposa tranquillo, assume tranquillamente il cibo”. Infine, quando a lungo trattenute le lacrime (queste) la vincevano, e quando uscivano (le lacrime) si allontanava; allora si dava al dolore, dopo saziata, asciugati gli occhi, ritornava con volto composto. Così, perso il figlio, nascondeva le lacrime. Dopo, poichè il marito era tormentato con grande sofferenza dalla malattia, Arria strinse la spada e la affondò nel suo petto; infine estrasse il pugnale, si inginocchiò al marito e aggiunse questa voce, immortale e quasi divina: “O Peto, non piangere”. Ma tuttavia queste cose che fai a te, queste cose che dici a te, la gloria e l’eternità saranno davanti ai tuoi occhi.
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652
di Cornelio Nepote
Bello Peloponnesio Alcibiadis consilio atque auctoritate Athenienses bellum Syracusanis indixerunt; ad quod gerendum ipse dux delectus est, duo praeterea collegae dati, Nicia et Lamachus. Id cum appararetur, priusquam classis exiret, accidit ut una nocte omnes Hermae, qui in oppido erant Athenis, deicerentur praeter unum, qui ante ianuam erat Andocidi. Itaque ille postea “Mercurius Andocidi” vocitatus est. Hoc cum appareret non sine magna multorum consensione esse factum, quae non ad privatam, sed publicam rem pertineret, magnus multitudini timor est iniectus, ne qua repentina vis in civitate exsisteret, quae libertatem opprimeret populi. Hoc maxime convenire in Alcibiadem videbatur, quod et potentior et maior quam privatus existimabatur: multos enim liberalitate devinxerat, plures etiam opera forensi suos reddiderat. Qua re fiebat ut omnium oculos, quotienscumque in publicum prodisset, ad se converteret neque ei par quisquam in civitate poneretur. Itaque non solum spem in eo habebant maximam, sed etiam timorem, quod et obesse plurimum et prodesse poterat. Aspergebatur etiam infamia, quod in domo sua facere mysteria dicebatur; quod nefas erat more Atheniensium, idque non ad religionem, sed ad coniurationem pertinere existimabatur.
Durante la guerra del Peloponneso gli Ateniesi, seguendo l’autorevole parere di Alcibiade, dichiararono guerra ai Siracusani; a condurla fu scelto come comandante lui stesso, inoltre (gli) furono assegnati due colleghi, Nicia e Lámaco. Mentre si preparava questa (guerra), prima che la flotta uscisse, accadde che in una sola notte tutte le Erme che c’erano nella città di Atene venissero abbattute, tranne una, che si trovava davanti alla porta (della casa) di Andocide. Perciò quello fu chiamato in seguito “Mercurio di Andocide”. Siccome era evidente che questa (azione) era stata compiuta non senza la massiccia complicità di molti, che non riguardava faccende private, ma pubbliche, nacque nella gente una grande paura che si verificasse nella città un improvviso colpo di Stato per sopprimere la libertà del popolo. Sembrava che questo si addicesse perfettamente ad Alcibiade, dato che era ritenuto troppo potente ed influente per (essere) un privato cittadino: infatti molti aveva legato con la (sua) generosità , più ancora aveva reso suoi (alleati) con la (sua) attività forense. Per questo accadeva che, ogni volta che si presentava in pubblico, attirasse su di sé gli occhi di tutti, e che nessuno in città fosse considerato pari a lui. Perciò non solo riponevano in lui grandissima speranza, ma (ne avevano) anche timore, perché poteva fare moltissimo male e (moltissimo) bene. Era inoltre macchiato da cattiva reputazione perché si diceva che in casa sua praticasse riti misterici, cosa che era vietata secondo la morale degli Ateniesi, e si riteneva che questo fosse in relazione non tanto con la religione, quanto con una congiura.
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650
di Livio
Ex hiberis Hannibal per Etruriam ad Trasumenum lacum perverat, ibique in loco aperto castra posuit, pedites post montem locavit equitatumque apud saltus fauces occultavit. Romanorum exercitus quoque, a Flaminio consule ductus, ad lacum pervenit, angustias superavit et, postquam Poenorum castra copiasque in patenti campo conspexerant, ad hostes processit. Forte e lacu densa nebula surrexit atque omnia loca contexit; itaque consul Carthaginiensium indias supra caput inmpendentes non animadverit. Hannibal, ubi clausum lacu ac montibus et circumfusum suis copiis habuit hostem, signum omnibus dat pugnae. Carthaginienses undique in Romanos impetum fecerunt. Romani in fronte, in laevo cornu et post terga hostes habebant, montes lacumque in dextero cornu; prae strepitu ac tumultu consulis imperia non audiebantur. Praeterea visum et prope armorum usum densa caligo eripiebat. Tum terrificus terrae motus multas italicas urbes ac vicos prostravit avertitque cursu rapidos amnes et montes ingenti lapsu proruit, sed nemo pugnantium id sensit, tantus fuit ardor animorum in pugna. In tam atroci tumultu ingens fuit caedes. Hostium ictus multos Romanos obtruncaverunt; pauci per montium saltus evaserunt. Flaminius quoque in proelio strenue pugnans cecidit.
Dai quartieri invernali Annibale attraverso l’Etruria era giunto al lago Trasimeno, e qui in luogo aperto pose l’accampamento, posizionò i fanti alle spalle dei monti e nascose la cavalleria presso dei passaggi stretti della foresta. Anche l’esercito dei Romani, condotto dal console Flaminio, giunse al lago, superò le difficoltà e, dopo che avevano visto in campo aperto l’accampamento e le truppe dei Cartaginesi, avanzò contro i nemici. Per caso dal lago si sollevò una densa nebbia e oscurò ogni luogo; e così il console dei Cartaginesi non si rese contro della (indias) che incombevano sulla testa. Annibale, appena ebbe il nemico chiuso dal lago e dai monti e circondato con le sue truppe, dà a tutti il segnale della battaglia. I Cartaginesi da ogni parte fecero impeto contro i Romani. I Romani di fronte, avevano dal lato sinistro e alle spalle i nemici, e i monti e il lago dal lato destro; non sentirono per lo strepito e il tumulto gli ordini del console. Inoltre la densa nebbia sottraeva la vista e l’uso delle armi. Allora un tremendo terremoto devastò le molte città italiche e i vicoli e allontanò i rapidi fiumi nel corso e fece cadere in un grande crollo i monti, ma nessuno dei combattenti capì ciò, tanto fu l’ardore degli animi in battaglia. Nell’ingente tumulto grande fu la disfatta. I colpi dei nemici massacrarono molti Romani, pochi evasero attraverso i passi dei monti. Anche Flaminio cadde in battaglia combattendo strenuamente.
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648
di Altre versioni
Cum Romana plebs a patribus in montem Sacrum secessissent, quod tributum et militiam non tolerabat, nec revocari posset, senatui placuit oratorem ad plebem mitti Menenuim Agrippam, facundum virum et, quod inde oriundus erat ei carum. Is in castra intromissus, hanc fabulam populo narravit: “Olim humani artus, cum ventrem otiosum cernerent, eum punire voluerunt et suum ministerium illi negaverunt. Cum eo modo et ipsi deficerent, intellexerunt ventrem in otio non esse sed acceptos cibos per omnia membra dissere, et cum eo in gratiam reverterunt; sic senatus et plebs quasi unum corpus discordia pereunt, concordia valent”. Rerum scriptores Romanam plebem hac fabula flexam in urbem revertisse tradunt.
Essendosi la plebe romana divisa dai senatori sul monte Sacro, perchè non tollerava il tributo e la milizia, nè potendo essere richiamato, il senato decise di mandare alla plebe come oratore Menenio Agrippa, uomo facondo e, perchè era oriundo, a quella caro. Questo entrato nell’accampamento, narrò questa storia al popolo: “Una volta le membra dell’uomo, vedendo il ventre ozioso, erano in dissidio con quello e cospirarono affinchè la mano non portasse il cibo alla bocca, affichè la bocca non prendesse ciò che gli veniva dato e i denti non lo masticassero. Ma mentre vogliono domare il ventre, loro stessi mancarono, e così tutto il corpo arrivò all’estrema consumazione. Così il ventre non sembrò per niente essere una funzione pigra, e che quello distribuiva tutti i cibi assunti attraverso tutte le membra. E così tornarono in pace con quello; così il senato e il popolo, come un corpo solo, periscono con la discordia, acquisiscono forza con la concordia”. Gli storici dicono che la plebe romana piegata da questa storia sia tornata in città .
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