750
di Plinio il Giovane
Dolorem ex morte Iunii Aviti gravissimum cepi, quod in primo aetatis flore exstinctus est iuvenis tantae indolis, maxima consecutus, summa consecuturus, si virtutes eius maturescere potuissent. Ille in domo mea latum clavum inderat; me diligebat, me verebatur, me quasi magistro utebatur. Rarum hoc est in adulescentibus nostris; nam quasi cedit vel aetati cuiusdam vel auctoritati? Adulescentes arbitrantur se statim sapere et scire omnia, nec quemquam verentur nec imitantur. Sed non Avitur, qui semper discere volebat et omnes prudentiores quam se arbitrabatur. Semper ille aliquem consulebat aut de studiis aut de officiis vitae. Secutus est ut comes Servianum legatum ex germania en Pannoniam transeuntem. Et labores virtutesque eius et nostri sermones obversantur oculis meis. Afficior magno dolore ob mortem illius nec nunc ullam aliam cogitationem quam de eo habere possum.
Ho provato un dolore grandissimo dalla morte di Giulio Avito, poiché un giovane di cosi straordinaria indole venne a mancare all’inizio della giovinezza dopo avere ottenuto grandissimi onori, destinato ad ottenere cose ancora più grandi se le sue qualità avessero potuto maturare. Egli in casa mia aveva indossato il laticlavio; mi amava, mi rispettava, si serviva di me come di un maestro. Ciò è raro nei nostri adolescenti; infatti chi si sottomette all’età e all’autorità di una persona? Gli adolescenti ritengono di essere subito sapienti e di sapere tutto, e non temono né imitano nessuno. Ma non Avitio, che voleva sempre imparare e riteneva tutti più saggi di lui. Egli consultava sempre qualcuno o sugli studi o sui compiti della vita. Seguì come compagno Serviano che passava dalla Germania alla Pannonia in qualità di ambasciatore. E le sue fatiche e le sue virtù e i nostri discorsi sono presenti davanti i miei occhi. Sono afflitto da un grande dolore a causa della sua morte ed ora non posso avere nessun altro pensiero che di lui.
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748
di Seneca
Adice nunc [huc] quod e lege Chrysippi vivere otioso licet: non dico ut otium patiatur, sed ut eligat. Negant nostri sapientem ad quamlibet rem publicam accessurum; quid autem interest quomodo sapiens ad otium veniat, utrum quia res publica illi deest an quia ipse rei publicae, si omnibus defutura res publica est? Semper autem deerit fastidiose quaerentibus.
Interrogo ad quam rem publicam sapiens sit accessurus. Ad Atheniensium, in qua Socrates damnatur, Aristoteles ne damnetur fugit? in qua opprimit invidia virtutes? Negabis mihi accessurum ad hanc rem publicam sapientem. Ad Carthaginiensium ergo rem publicam sapiens accedet, in qua adsidua seditio et optimo cuique infesta libertas est, summa aequi ac boni vilitas, adversus hostes inhumana crudelitas, etiam adversus suos hostilis? Et hanc fugiet.
Si percensere singulas voluero, nullam inveniam quae sapientem aut quam sapiens pati possit. Quodsi non invenitur illa res publica quam nobis fingimus, incipit omnibus esse otium necessarium, quia quod unum praeferri poterat otio nusquam est.
Si quis dicit optimum esse navigare, deinde negat navigandum in eo mari in quo naufragia fieri soleant et frequenter subitae tempestates sint quae rectorem in contrarium rapiant, puto hic me vetat navem solvere, quamquam laudet navigationem.
Aggiungi, a questo punto, adesso, che è ammesso dalla dottrina di Crisippo vivere nell’ozio, non dico che la sopporti, ma che (lo) scelga. I nostri negano che un saggio parteciperà a qualsiasi tipo di vita pubblica; che importa in che modo il saggio vive nell’ozio? Se perchè gli manca uni Stato oppure è lui a mancare allo Stato, sempre, infatti viene meno a coloro che lo cercano con impegno fastidioso.
Domando a che modello di Stato il saggio possa accedere. A quello ateniese dove un Socrate è condannato ed un Aristotele fugge per evitare la condanna? Dove l’invidia opprime la virtù? Dirai che il saggio non accede a questo Stato. Accederà allora a quello cartaginese, dove le sedizioni sono all’ordine del giorno, la libertà è esiziale per tutti i migliori, il bene e la giustizia non valgono assolutamente a nulla, si è disumanamente crudeli con i nemici e si trattano da nemici i concittadini? Fuggirà anche da questo.
Se volessi passarli in rivista ad uno ad uno, non ne troverei nessuno che possa tollerare il saggio o essere da lui tollerato. Ma se quel modello di Stato che noi immaginiamo non esiste, la virtù ritirata incomincia ad essere indispensabile per tutti, perchè la sola cosa che potrebbe essere preferita al ritiro non esiste da nessuna parte.
Se qualcuno mi dice che viaggiare per mare è bellissimo, ma poi aggiunge che non si deve navigare nei mari dove si verificano naufragi e frequenti tempeste improvvise trascinano il pilota contro rotta, io penso che costui mi proibisca di salpare, mentre elogia la navigazione.
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744
di Plinio il Giovane
Ea quae de vobis nuntiabantur magnum gaudium nobis attulerunt, praesertim quod cupis post longum tempus neptem tuam meque una videre. Invicem nos incredibili quodam desiderio vestri tenemur, quod non ultra differemus; atque ideo iam sarcinulas alligamus festinaturi, quantum itineris ratio permiserit. Erit una sed brevis mora: deflectemus in Tuscos, non ut oculis subiciamus agros, sed ut fungamur necessario officio. Oppidum est praediis nostris vicinum, cui Tifemum Tiberinum nomen est quod oppidum, omnibus consentientibus, me paene adhuc puerum dignum existimavit qui suus patronus essem. Qua re adventus meos celebrat, profectionibus angitur, honoribus meis gaudet. Et, quoniam sum qui vinci in amore turpissimum esse iudicem, ut gratiam referrem templum pecunia mea exstruxi, cuius dedicationem differre longius irreligiosum est. Erimus ergo ibi dedicationis die, quem epulo celebrare constitui. Postridie, amicis salutatis, rursus itineri nos committemus,viamque ipsam corripiemus. Contingat modo te filiamque tuam fortes invenire! Vale.
Le tue nuove ci hanno riempito di grande gioia, soprattutto perchè desideri, dopo tanto tempo, rivederci, tua nipote e me. Anche noi, dal canto nostro, nutriamo un incredibile, e improrogabile, desiderio di rivederti. Ma già prepariamo i bagagli per la partenza, con l’intenzione di sbrigarci, strade permettendo. Faremo un’unica sosta, ma breve: devieremo alla volta della villa di Toscana, (ma) non per ispezionare i campi, bensì per ottemperare ad un necessario impegno. C’è una cittadina, chiamata Tiferno Tiberino, adiacente alle nostre proprietà , la qual cittadina, all’unanimità , mi stimò degno – ed ero quasi ancora fanciullo – d’essere suo patrono. Per la qual cosa, (la cittadinanza) accoglie in festa i miei arrivi, si duole per le mie partenze, s’inorgoglisce per i miei successi. Ora, poichè sono uno che ritiene molto sgarbato esser vinto in quanto ad affetto, ho fatto costruire, a mie spese, un tempio, a mo’ di ringraziamento, (tempio) la cui inaugurazione sarebbe empio differire ancora. Ci troveremo dunque lì per il giorno dell’inaugurazione, che ho deciso di celebrare con un banchetto. Il giorno seguente, dopo aver salutato gli amici, ci rimetteremo in viaggio lungo il precedente itinerario. Mi auguro di trovare te e tua figlia in buona salute! Stammi bene.
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742
di Ampelio
Alexander, Philippi et Olympiadis filius, admodum peritus rei militaris fuit. Ex urbe Pella Macedoniae cum exercitu suo in Asiam venit, ubi aciem contra Darium, regem Persarum, instruixit; primum apud Granicum flumen, deinde apud Issum, in Cilicia, tertio apud Arbela eum vicit: ingentes copias peditatus equitatusque profligavit. Mox regem Indorum et omnes Asiae gentes sub protestate sua redegit et nobiles urbes Asiae cepit, Sardes, Bactra, Susa, Babyloniam; multas tribus barbaras subegit; ad sinum Persicum pervenit.
Alessandro, figlio di Filippo e di Olimpia, fu molto esperto dell’arte militare. Dalla città di Pella in Macedonia venne con il suo esercito in Asia, dove allestì una battaglia contro Dario, re dei Persiani; dapprima vinse presso il fiume Granico, poi presso Isso, in Cilicia, la terza volta presso Arbela: sbaragliò le ingenti milizie della fanteria e della cavalleria. Subito ridusse in suo potere il re degli Indiani e tutte le popolazione dell’Asia e conquistò le famose città dell’Asia, Sardi, Battra, Susa, Babilonia; sottomise molte genti barbare; raggiunse il golfo persico.
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736
di Svetonio
Claudius natus est Iullo Antonio Fabio Africano conss. Kal. Aug. Luguduni eo ipso die quo primum ara ibi Augusto dedicata est, appellatusque Tiberius Claudius Drusus. Mox fratre maiore in Iuliam familiam adoptato Germanici cognomen assumpsit. Infans autem relictus a patre ac per omne fere pueritiae atque adulescentiae tempus variis et tenacibus morbis conflictatus est, adeo ut animo simul et corpore hebetato ne progressa quidem aetate ulli publico privatoque muneri habilis existimaretur. Diu atque etiam post tutelam receptam alieni arbitrii et sub paedagogo fuit; quem barbarum et olim superiumentarium ex industria sibi appositum, ut se quibuscumque de causis quam saevissime coerceret, ipse quodam libello conqueritur. Ob hanc eandem valitudinem et gladiatorio munere, quod simul cum fratre memoriae patris edebat, palliolatus novo more praesedit; et togae virilis die circa mediam noctem sine sollemni officio lectica in Capitolium latus est.
Claudio nacque durante il consolato di Giulio Antonio e Fabio Africano, a Lione, il primo agosto nello stesso giorno in cui vi si consacrò per la prima volta un altare ad Augusto, e fu chiamato Tiberio Claudio Druso. In seguito, quando suo fratello maggiore entrò a titolo di adozione nella famiglia Giulia, prese il soprannome di Germanico. Perse il padre quando era ancora bambino e per quasi tutta la fanciullezza e l’adolescenza fu tormentato da diverse malattie persistenti, tanto che, debole di spirito come di corpo, lo si giudicò inabile, anche in un’età più avanzata, a tutte le funzioni pubbliche e private. Per parecchio tempo, anche dopo che fu uscito di tutela, rimase sotto il controllo degli altri e sotto la direzione di un precettore: lui stesso, nelle sue memorie, lamenta che quest’uomo, un barbaro a suo tempo sovraintendente di mandrie, gli era stato imposto per castigarlo il più severamente possibile, con il più futile pretesto. Sempre a causa della sua salute, presiedette un combattimento di gladiatori, che aveva organizzato unitamente al fratello in ricordo del padre, con un cappuccio in testa, cosa contraria ad ogni tradizione; e quando prese la toga virile, verso la mezzanotte fu portato in lettiga al Campidoglio, senza nessuna solennità .
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734
di Cesare
Caesar, cum ad dextrum cornu pervenisset, suos urgeri a gallis vidit, signis in unum locum adductis, quartae cohortis omnibus centurionibus occisis, signo amisso, primipilo P. Sextio Baculo fortissimo viro, multis gravibusque vulneribus confecto. Ubi animadvertit multos suos milites tardiores esse et nonnullos, deserto proelio, loco excedere ut tela vitarent, scuto uni militi detracto, quod ipse sine scuto in pugnam venerat, suorum omnium animos confirmavit. Postea Caesar signa inferre et manipulos laxare iussit. Ducis adventu spe reddita militibus ac redintegrato animo, omnes milites suam virtutem ostendere optabant in imperatoris conspectu etiam in extremis suis rebus, itaque paulum hostium impetus tardatus est.
Cesare, terminato il suo discorso alla decima legione, si diresse verso l’ala destra, dove vide che i suoi erano alle strette e che i soldati della dodicesima legione, vicini l’uno all’altro, si impacciavano a vicenda, perché le insegne erano state raccolte in un sol luogo; tutti i centurioni e un vessillifero della quarta coorte erano caduti, il vessillo perduto, quasi tutti i centurioni delle altre coorti morti o feriti; tra di essi il primipilo P. Sestio Baculo, soldato di grandissimo valore, non riusciva più a reggersi in piedi, sfinito com’era dalle numerose e gravi ferite; gli altri andavano esaurendo le forze e alcuni della retroguardia, rimasti senza comandanti, lasciavano la mischia e si sottraevano ai colpi; il nemico non cessava di avanzare dal basso frontalmente e di premere dai lati. Quando vide che la situazione era critica e che non aveva truppe di rincalzo, prese lo scudo a un soldato della retroguardia (perché era giunto fin lì senza), avanzò in prima linea, si rivolse ai centurioni chiamandoli per nome, uno per uno, arringò i soldati e diede l’ordine di muovere all’attacco e di allargare i manipoli, perché i nostri potessero usare le spade con maggior facilità . Il suo arrivo infuse fiducia nei soldati e restituì loro il coraggio: ciascuno, pur in una situazione di estremo pericolo, voleva dar prova di valore agli occhi del comandante, per cui l’impeto dei nemici per un po’ venne frenato.
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732
di Cornelio Nepote
Scio plerosque ita scripsisse, Themistoclem, Xerxe regnante, in Asiam transisse. Sed ego potissimum Thucydidi credo, quod aetate proximus de iis, qui illorum temporum historiam reliquerunt, et eiusdem civitatis fuit. Is autem ait ad Artaxerxen eum venisse atque his verbis epistulam misisse: “Themistocles veni ad te, qui plurima mala in domum tuam intuli, quamdiu mihi necesse fuit adversum patrem tuum bellare patriamque meam defendere. Idem multo plura bona feci, postquam in tuto ipse et ille in periculo esse coepit. Nam cum in Asiam reverti vellet, proelio apud Salamina facto, litteris eum certiorem feci id agi, ut pons, quem in Hellesponto fecerat, dissolveretur atque ab hostibus circumiretur: quo nuntio ille periculo est liberatus. Nunc autem confugi ad te exagitatus a cuncta Graecia, tuam petens amicitiam: quam si ero adeptus, non minus me bonum amicum habebis, quam fortem inimicum ille expertus est”.
So che la maggior parte (degli scrittori) così ha scritto, che Temistocle andò in Asia, sotto il regno di Serse. Ma io credo di più a Tucidide perché fu il più vicino (a lui) di tempo tra coloro che lasciarono un’opera storica di quei tempi, e fu suo concittadino. Egli per altro afferma che Temistocle si recò da Artaserse e (gli) mandò una lettera con queste parole: “Sono giunto da te (io) Temistocle, che ho arrecato moltissimi mali alla (tua) casa, per tutto il tempo che fu necessario per me far guerra contro tuo padre e difendere la mia patria. (Ma) nello stesso tempo (gli) recai molti più beni, dopo che io stesso incominciai ad essere al sicuro ed egli in pericolo. Infatti, allorché (egli), dopo la battaglia di Salamina, voleva ritornare in Asia, lo informai con una lettera che si progettava di distruggere il ponte, che aveva costruito sull’Ellesponto, e di farlo accerchiare dai nemici: e con quella informazione egli fu liberato dal pericolo. Ora, però, mi sono rifugiato da te, perseguitato da tutta la Grecia, chiedendo la tua amicizia: e se la otterrò non avrai (in) me un amico meno valido di quanto forte avversario egli (= tuo padre) mi sperimentò”.
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730
di Valerio Massimo
Hoc superbum Scipionis Nasicae responsum memoriae traditum est. Cum res publica annona laboraret, tribunus plebis quidam consules in contionem convocavit et ab iis postulabat ut referrent de frumento emendo et de legatis mittendis ad id negotium explicandum. Cuius rei, quam inutilem putabat, impediendi causa Scipio Nasica loqui orsus est. Obstrepente plebe: “Tacete – inquit – Romani, plus ego quam vos quid rei publicae prosit intellego”. Qua voce audita, omnes, magna reverentia capti, maiorem respectum auctoritatis eius quam suorum alimentorum egerunt.
Questa orgogliosa risposta di Scipione Nasica è tramandata alla memoria. Lavorando la repubblica sulla raccolta del frumento, il tribuno della plebe convocò qualche console in assemblea e a quelli domandò affinché rispondessero sul frumento da comprare e sui legati da mandare a questo lavoro da sbrigare. Scipio Nasica cominciò a parlare con grazia di impedire quella cosa che riteneva inutile. Allora alla plebe che schiamazzava: “Tacete per favore Romani – disse – che cosa sia a favore dello stato ne so più io che voi”. Tutti sentita quella voce, colti da una grande reverenza, porsero maggior rispetto della sua autorità che dei loro alimenti.
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727
di Sallustio
In tanta tamque corrupta civitate Catilina, id quod factu facillimum erat, omnium flagitiorum atque facinorum circum se tamquam stipatorum cateruas habebat. Nam quicumque impudicus adulter ganeo manu ventre pene bona patria laceraverat, quique alienum aes grande conflaverat, quo flagitium aut facinus redimeret, praeterea omnes undique parricidae sacrilegi conuicti iudiciis aut pro factis iudicium timentes, ad hoc quos manus atque lingua periurio aut sanguine civili alebat, postremo omnes quos flagitium egestas conscius animus exagitabat, ii Catilinae proximi familiaresque erant. Quod si quis etiam a culpa vacuos in amicitiam eius inciderat, cottidiano usu atque illecebris facile par similisque ceteris efficiebatur. Sed maxime adulescentium familiaritates appetebat: eorum animi molles etiam et [aetate] fluxi dolis haud difficulter capiebantur. Nam ut cuiusque studium ex aetate flagrabat, aliis scorta praebere, aliis canes atque equos mercare; postremo neque sumptui neque modestiae suae parcere, dum illos obnoxios fidosque sibi faceret. Scio fuisse nonnullos, qui ita existimarent iuventutem, quae domum Catilinae frequentabat, parum honeste pudicitiam habuisse; sed ex aliis rebus magis, quam quod cuiquam id compertum foret, haec fama valebat.
In una città così grande e corrotta Catilina, cosa che era facilissima a farsi, aveva attorno a se bande di depravati e di criminali come guardie del corpo. Infatti qualsiasi impudico, adultero, crapulone che aveva scialacquato il patrimonio ereditato con il gioco, con i banchetti e col sesso, e quello che aveva contratto un grande debito, per riscattare una vergogna, un delitto, e inoltre da ogni parte tutti i parricidi, i sacrileghi, i pregiudicati e quelli che temevano un processo per le (loro) azioni, inoltre coloro ai quali davano sostentamento la mano e la lingua con lo spergiuro e con il sangue civile, e infine tutti quelli che il delitto, la povertà , il rimorso tormentava, (tutti) questi erano amici intimi di Catilina. E se qualcuno era caduto nella sua amicizia anche vuoto di colpa, con la frequentazione quotidiana e con le lusinghe facilmente era reso del tutto simile agli altri. Ma desiderava moltissimo la compagnia dei giovani: i loro animi molli e malleabili per l’età erano presi senza difficoltà dalle frodi. Infatti a seconda di come il desiderio di entrambi ardeva a causa dell’età , ad alcuni procurava donne, ad altri comprava cani e cavalli; infine non badava né a spese né alla sua reputazione, purché rendesse quelli obbedienti e fidati verso di lui. So che c’è stato qualcuno, che così pensava, (e cioè) che la gioventù, che frequentava la casa di Catilina, fosse stata sfacciatamente impudica, ma questa voce correva per altri motivi, più perché qualcuno l’avesse accertato.
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