892
di Vitruvio
Aristippus, qui inter Cyrenaicos philosophos excellentissimus habetur, naufragio eiectus ad Rhodiensium litus, cum geometrica schemata animadvertisset in arena descripta, exclamaisse dicitur ad comites suos: “Bene, speremus, amici! Hominum enim hi vestigia video”. Statimque in oppidum Rhodum contendit et ad gymnasium devenit, ibique de philosophia disputans a civibus muneribus est donatus ut non tantum se ornaret, sed etiam eis qui cum eo una fuerunt, et vestium et cetera, quae opus essent ad victum, praestare posset. Cum autem eius comites in patriam reverti statuissent interrogarentque eum quidnam vellet domum propinquis renuntiari , tunc sic respondisse dicitur: “Eiusmodi possesiones er viatica liberis oportet parari, quae etiam in naufragio possint enatare”. Namque ea vera praesiia vitae dicuntur, quibus neque fortunae tempestas iniquia neque publicarum rerum mutationes neque belli vastationes aut piratarum et praedonum incursiones possint nocere.
Aristippo, che tra i filosofi Cirenaici è ritenuto il più intelligente, gettato in seguito a un naufragio sulla spiaggia del Rodii, dopo aver osservato disegni geometrici tracciati sulla sabbia, si dice che abbia esclamato ai suoi compagni: “Speriamo bene, amici! Infatti io qui vedo tracce di uomini”. Subito si diresse vero la città del Rodii e giunse al ginnasio e qui discutendo di filosofia ricevette doni dai cittadini affinché non soltanto arricchisse sé stesso, ma potesse anche offrire sia vestiti che altre cose, che erano necessarie al vitto, a coloro i quali si trovarono insieme con lui. Avendo però i suoi compagni stabilito di tornare in patria e chiedendogli che cosa dunque volesse che a casa venisse annunciato ai suoi familiari, si dice che allora, egli abbia risposto così: “Per i figli è necessario che si preparino beni e provviste di tal genere, che anche se in un naufragio possano salvarsi”. Infatti si dice che le vere difese della vita (siano) quelle alle quali non possono nuocere né l’ingiusto mutare della fortuna né i cambiamenti dei regimi politici né le devastazioni di guerra e le incursioni di pirati e predoni.
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891
di Livio
Post cladem Cannensem, in qua milia Romanorum militum perierant, pauci superfuerant, senatus, omnibus consentientibus, ad P. Cornelium Scipionem, admodum iuvenem, maximum imperium commisit, ut rei publicae saluti provideret. Olim ei, qui senatus consilio intererat, nuntiatum est aliquot nobiles iuvenes, de rei punlicae salute desperantes, statuisse, deserta italia, in asiam apud barbarum regem se transferre. Tum Scipio, consilio dimisso, statim ad illum, qui conspirationis auctor erat, advenit et, cum ibi concilium iuvenum, de quibus supra dictum ast, invenisset, stricto super illorum capita gladio: “Ut ego – inquit – rem publicam romanam in adversis rebus non deseram, sic non sinam ream ab alio cive Romano deseri. Iurate igitur vos numquam patriam vestram deserturos (esse)!”. Iuraverunt illi et semper patriae Scipionique fideles fuerunt.
Dopo la battaglia di Canne, in cui erano morti migliaia di soldati romani e pochi erano sopravvissuti, il senato, con il consenso di tutti, affidò il supremo potere a Publio Cornelio Scipione, assai giovane, perchè provvedesse alla salvezza dello stato. Una volta a lui che partecipava ad una riunione del senato fu annunciato che alcuni giovani nobili, disperando della salvezza dello stato, avevano deciso, abbandonata l’Italia, di trasferirsi in Asia presso il re barbaro. Allora Scipione, sciolta l’assemblea, subito andò da quello che era il fautore della cospirazione e, avendo trovato il gruppo di giovani, di cui si è detto sopra, impugnata la spada sopra le loro teste disse: “Come io non abbandonerò lo Stato romano nelle avversità , così non permetterò che esso sia abbandonato da un altro cittadino romano. Giurate dunque che voi mai abbandonerete la vostra patria!”. Quelli giurarono e furono sempre fedeli alla patria e a Scipione.
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890
di Altre versioni
Primo bello Punico Romani, Carthagiensibus apud Mylas victis, exercitum a Sicilia in Africam traduxerunt ut hostibus commeatum intercluderent atque eorum fines vastarent. Romanorum consules Marcus Manlius et Atilius Regulus cum exercitu usque ad Carthaginem processerunt multa oppida omnesque agros hostium ferro ignique vastantes. Postea M. Manlius consul, in Italiam a senatu revocatus, Romam rediit magnum captivorum numerum secum ducens. A. Regulus autem in Africa mansit ut bellum pergeret; nam tres Carthaginiensium duces vicit eorumque copias fudit. Tum Carthaginienses legatos ad Regulum miserunt ut de pace agerent. Cum Regulus condiciones graviores tulisset – imperaverat enim ut hostes arma deponerent, classem submergerent ac grave tributum penderent – Carthaginienses legatos Lacedaemonem miserunt auxilium contra Romanos petituros. A Lacedaemoniis Carthaginem missus et Xantippus dux cum copiis delectis. Is, cum proelium cum Romanis commisisset, eos vicit fugavitque. A. Regulus consul captus est ac in vincula coniectus (est).
Durante la prima guerra punica i Romani, vinti i Cartaginesi presso Milazzo, condussero l’esercito dalla Sicilia in Africa per bloccare i rifornimenti ai nemici e devastare il loro territorio.
I consoli dei Romani M. Manlio e Attilio Regolo avanzarono con l’esercito fino a Cartagine mettendo a ferro e fuoco molte città e tutti i campi dei nemici. Poi il console M. Manlio richiamato in Italia dal senato tornò a Roma portando con sè un gran numero di prigionieri. Attilio Regolo invece rimase in Africa per proseguire la guerra, infatti vinse tre comandanti dei Cartaginesi e sbaragliò le loro truppe. Allora i Cartaginesi mandarono gli ambasciatori da Regolo affinchè trattassero le condizioni di pace. Avendo Regolo proposto condizioni troppo dure – infatti ordinò che i nemici deponessero le armi, affondassero la flotta e pagassero un pesante tributo, i Cartaginesi mandarono degli ambasciatori a Sparta per chiedere aiuto contro i Romani. Dagli Spartani fu mandato a Cartagine il comandante Santippo con delle truppe scelte. Egli, avendo attaccato battaglia con i Romani li vinse e li mise in fuga, il console Attilio Regolo fu catturato e imprigionato.
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889
di Altre versioni
Maecenas eques Romanus fuit Augusti amicus cuius animum ardentem ac mobilem saepe ad bonum opportune et callide flexit. Interdum principem etiam a malis consiliis devocavit. Olim Augustus cum in tribunali ut iudex sederet multos homines capitis damnavit. Maecenas re cognita ad tribunal accurrit et ad imperatorem appropinquare temptavit sed frustra cum permagnus populi concursus esset. Itaque imperavit ut tabella sibi ferretur ubi haec verba calamo exaravit:”Surge tandem carnifex!” tabellam obsignavit et effecit ut Augusto traderetur. Augustus cum tabellam legit statim ius dicere cessavit ac neminem capitis amplius damnavit.
Mecenate, cavaliere romano, fu amico di Augusto, il cui, animo ardente e nobile spesso lo volse opportunamente e astutamente verso il bene. Talvolta richiamò l’imperatore anche dai cattivi consigli. Una volta Augusto mentre sedeva in tribunale come giudice, condannò a morte molti uomini. Mecenate, conosciuta la cosa, corse verso il tribunale e tentò di avvicinarsi verso l’imperatore ma inutilmente, poichè fu attaccato dal popolo. E così ordinò che gli si prendesse una lettera dove scrisse con lo stilo queste parole: “Vieni fuori una buona volta carnefice!”, sigillò la lettera e fece si che fosse consegnata ad Augusto. Augusto, quando lesse la lettera, subito cessò di amministrare la giustizia e non condannò a morte più nessuno.
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888
di Altre versioni
Ianus a Romanis scriptoribus antiquus Italiae deus putatur. Ianus enim – utt sciptores tradunt – primus Romanis sacros ritus dedit. Is omnium operarum initiis praesidebat, quapropter primus anni mensis Ianuarius appellatus est et deo sacer fuit. Sculptores pictoresque romani Ianum bifrontem fingebant, id est cum duplici vultu, quod uno vulto praeterita facta respiciebant, altero futura
animadvertebat. Praeterea Ianus cum baculo in dextra manu clavemque in sinistra fingebatur, quia sub eius tutela erant urbium domorumque ianuae, qua homines in urbes domosque inibant et quae a deo nomen trahebant. Romae Iani templum apud montem Capitolium erat: templi ianuae belli tempore aperiebantur, pacis tempore, autem, claudebantur. A Iano nomen trahit etiamo Ianiculus mons, qui trans pontem Sublicium apud Tiberim surgit.
Giano è ritenuto dagli scrittori Romani un antico dio dell’Italia. Giano infatti, come tramandano gli scrittori, per primo diede ai Romani i riti sacri. Costui presiedeva alle fasi iniziali di tutte le opere, per la qual cosa il primo mese dell’anno fu chiamato Gennaio e fu consacrato al dio. Gli scultori e i pittori romani raffiguravano Giano bifronte, cioè con un duplice volto, poichè con un volto erano guardate le cose accadute e con l’altro quelle future. Talvolta Giano era raffigurato con il bastone nella mano destra e con la chiave nella sinistra, poichè erano sotto la sua protezione le porte delle città e delle case, attraverso le quali gli uomini entravano in città e nelle case e che prendevano nome dal dio. A Roma vi era presso il colle Capitolino il tempio di Giano: in tempo di guerra le porte del tempio erano aperte, invece in tempo di pace erano chiuse. Da Giano prende anche il nome il monte Gianicolo, che si innalza oltre il ponte Sublicio sul Tevere.
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887
di Altre versioni
Iam Romani multas finitimas gentes crebiis proeliis vicerant, eorumque potentia iam valida erat, sed de penuria mulierum iuventus sollicit erat. Frusta Romulus legatos circa vicinas gentes miserat et conubia petierant; nusquam finitmi benigne audiverant legatos, sed saepe eos spreverant et acerbe dimiserant. Aegre Romani has iniurias tolerabant, et iam animo bellum cogitabant, cum Romulus magna cum calliditate magnificos ludos Neptuno paravit et finitimos ad spectacula invitavit. Multi convenerunt, cupidi visendi et novam urbem et inusitatos ludo; Sabini quoque cum liberis uxoribusque venerunt. Comiter Romni advenas per vias urbis circumducunt, nova aedificia monstrant, liberaliter convivia instruunt.
I Romani avevano vinto con feroci battaglie molte genti confinanti e la loro potenza era già forte, ma la gioventù era inquieta per mancanza di donne. Invano Romolo aveva mandato ambasciatori tra le genti vicine, ma spesso li allontanavano e aspramente li cacciavano. I Romani mal tolleravano queste offese, e già pensavano in animo alla guerra, quando Romolo con astuzia preparò giochi magnifici per Nettuno e invitò i vicini allo spettacolo. Molti giunsero, desiderosi di vedere sia la nuova città sia gli spettacoli inusuali; i Sabini vennero anche con figli e mogli. Amichevolmente i Romani conducono gli arrivati per le vie della città , mostrano i nuovi edifici, preparano pranzi con generosità .
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886
di Cornelio Nepote
Hinc invictus patriam defensum revocatus bellum gessit adversus P. Scipionem, filium eius, quem ipse primo apud Rhodanum, iterum apud Padum, tertio apud Trebiam fugarat. 2 Cum hoc exhaustis iam patriae facultatibus cupivit impraesentiarum bellum componere, quo valentior postea congrederetur. In colloquium convenit; condiciones non convenerunt. 3 Post id factum paucis diebus apud Zamam cum eodem conflixit: pulsus – incredibile dictu – biduo et duabus noctibus Hadrumetum pervenit, quod abest ab Zama circiter milia passuum trecenta. 4 In hac fuga Numidae, qui simul cum eo ex acie excesserant, insidiati sunt ei; quos non solum effugit, sed etiam ipsos oppressit. Hadrumeti reliquos e fuga collegit; novis dilectibus paucis diebus multos contraxit.
Da qui senza essere mai stato vinto richiamato per difendere la patria combattè contro Publio Scipione, figlio di quel Scipione che egli stesso aveva messo in fuga la prima volta sul Rodano, la seconda volta sul Po, la terza volta sulla Trebbia. Esaurite ormai le risorse della patria, Annibale sul momento desiderò porre fine alla guerra con lui, per combattere in seguito con maggiore successo. Si incontrò con lui per un colloquio, ma non si misero d’accordo. Pochi giorni dopo questo fatto si scontrò con lui presso Zama; sconfitto – incredibile a dirsi – giunse in due giorni e due notti ad Adrumeto, che dista da Zama circa trecento miglia. In questa fuga i Numidi, che insieme a lui si erano ritirati dal campo di battaglia, gli tesero un’imboscata e non solo riuscì a sfuggire loro, ma addirittura li sterminò. Ad Adrumeto radunò i fuggiaschi; mise insieme molti soldati in pochi giorni con nuove leve.
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885
di Giustino
Siciliam ferunt angustis quondam faucibus Italiae adhaesisse direptamque velut a corpore maiore, impetu superi maris, quod tot undarum onere illuc vehitur. Est autem ipsa tenuis ac fragilis et cavernis quibusdam fistulisque ita penetrabilis ut ventorum tota ferme flatibus pateat; nec non et ignibus generandis nutriendisque soli ipsius naturalis materia, quippe intrinsecus stratum sulphure et bitumine traditur, quae res facit, ut, spiritu cum igne in terra interiore luctante frequenter e compluribus locis nunc flammas, nunc vaporem, nunc fumum eructet. Inde denique Aetnae montis per tot saecula durat incendium, et ubi acrior per sperimenta cavernarum ventus incubuit, harenarum moles egeruntur. Proximum Italiae promuntorium Regium dicitur, ideo quia Graece hoc nomine pronuntiatur. Nec mirum, si fabulosa est loci huius antiquitas, in quem res tot coiere mirae.
Si dice che la Sicilia una volta fosse attaccata all’Italia attraverso un angusto istmo e che fosse stata portata via da questa come da un corpo maggiore dall’impeto del mare che là è trascinato con tutta la forza delle onde. La stessa terra poi è sottile e fragile e attraverso certi canali e cavità è così accessibile da essere esposta quasi completamente al soffio dei venti; inoltre la natura dello stesso suolo sembra adatta a generare e ad alimentare fuochi. Infatti si dice che all’interno ci sia uno strato di zolfo e di bitume; questa cosa fa sì che, lottando il vento col fuoco sottoterra, spesso e in molti luoghi emetta ora fiamme, ora vapore, ora fumo. Perciò l’attività vulcanica del monte Etna esiste da tanti secoli. E, appena il vento più penetrante soffia attraverso gli spiragli delle caverne, grandi blocchi di sabbia vengono gettati fuori. Non c’è da meravigliarsi se è favolosa la fama di questo stretto sul quale si concentrano tante meraviglie.
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884
di Altre versioni
Tulliorum familia, quae et Ciceronis postea cognomentum recepit, ex minicipio Arpinati originem traxit; principium vero generis in Tullium, Volscorum regem, santis constanti opinione hominum referebatur. Haec familia, quamquam a regibus orta est, tamen, quoniam res mortalium fluxae ac labiles sunt, procedente tempore, claritate nominis exstincta, famam omnino amisit et Romae equestrem locum, qui medius inter patricios et plebem habebatur, consecuta est. Qui primus ex ea familia Cicero cognominatus est in estrema nasi parte eminens quidam in figuram ciceris habuit, a quo ei cognomen inditum est, ac per eum in posteros transfusum est. Ex hac itaque famiglia Cicero orator natus est patre Tullio, matre Olbia, quae et ipsa honestis parentibus orta erat. Tradunt nutrici eius phantasma, per somnum visum, dixisse magnam rei publicae salutem ab illa nutriri. Hoc oraculum, ab inizio spretum, ipse mox verum fuisse ostendit.
La famiglia dei Tulli, da cui dopo prese il cognome di Cicerone, trasse origine dal municipio di Arpinate, l’inizio in verità della stirpe era attribuita secondo l’opinione degli uomini a Tullio, re dei Volsci. Questa famiglia, sebbene sorta dai re, tuttavia, poichè le cose dei mortali sono volubili e labili, con l’andar del tempo, estinta la celebrità del nome, perse completamente la fama e ottenne a Roma il luogo equestre, che era intermediario tra i patrizi e la plebe. Il Cicerone che per primo ottenne il cognome da quella famiglia aveva nella parte estrema del naso una tale sporgenza dalla forma di un cece, per la quale a quello venne affidato il cognome e attraverso quello venne tramandato ai posteri. Da questa famiglia così l’oratore Cicerone nacque dal padre Tullio, madre Olbia, che lei stessa nacque da onesti genitori. Dicono che il fantasma della sua nutrice, attraverso un sogno, abbia detto che grande parte della salute delle stato era nutrito da quella. Questo oracolo, disprezzato sin dall’inizio, mostra che quello stesso subito dopo sia stato vero.
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882
di Gellio
Filius Croesi regis, quamvis iam fari per aetatem posset, infans erat et, quamvis iam multum adolevisset, item nihil fari quibat. Mutus adeo et elinguis diu existimatus est. Cum in partem eius, bello magno victum et urbe, in qua erat, capta hostis gladio educto, regem esse ignorans, invaderet. Diduxit adulescens os, clamore nitens, eoque nisu atque impetu spiritum vitium nodumque linguae rupit planeque et articulate elocutus est, clamans in hostem, ne rex Croesus occideretur. Tum et hostis gladium reduxit et rex vita donatus est et adulescens loqui prorsum deinceps incepit.
Il figlio del re Creso, all’età in cui poteva parlare, non ne era capace, ed anche crescendo negli anni non riusciva ad articolar parola. Pertanto per molto tempo lo ritennero muto e senza l’uso della lingua. Un giorno in cui Creso era stato sconfitto in una grande battaglia e la città , in cui si trovava, occupata, il giovane principe vedendo un nemico che senza sapere che era il re, tratta la spada, si rivolgeva contro suo padre, aprì la bocca tentando di gridare; per lo sforzo fatto e la violenza del soffio, si ruppe l’impedimento e l’intoppo della lingua, e chiaramente e distintamente gridò al nemico che non uccidesse il re Creso. Nello stesso istante il nemico rifoderò la spada, il re fu salvo e il giovane da allora incominciò a parlare.
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881
di Altre versioni
Sabini bellum adversum Romanos susceperant ut iniuriam raptarum virginum armis vindicarent. Cum hostes iam urbem oppugnarent, Romani in Capitolium confugerunt. Capitolii arcis curtos Spurius Tarpeius erat, cuius filiam, Tarpeiam nomine, Titus Tatius, Sabinorum rex, auro corrupit ut milites armatos in arcem acciperet. Ea enum forte de Capitolio descenderat, ut aquam sacrificiis necessariam e fonte remota hauriret. Tum Tatius, cum virginem conspicatus esset, eam clam secutus est et, ut viam ad Capitolium cognosceret arceque facilius potiretur, magnis pollicitationibus illexit: “Quidquid cupis, puella, tibi libentissime concedam , si me meosque milites in Capitolium perduxeris”. Tarpeia ut proditionis pretium petivit quod Sabini in manibus sinistris gerebant: arbitrabatur enim se pretiosis armillis atque anulis gemmatis ab eis donari. Itaque, falsa spe inducta, portam aperuit ut hostes in arcem ingrederentur. Sed confestim proditionis suae maximas poenas pependit: nam, Sabinorum scutis obruta, suffocatione vulneribusque mortua est. Hostes enim non solum monilia sed etiam scuta in manibus sinistris gerebant. Quicumque turpe facinus commisit, invisus hostibus ipsis est.
I Sabini avevano mosso guerra contro i Romani per vendicare con le armi l’offesa del ratto delle vergini. Avendo i nemici assediato la città , i Romani si rifugiarono nel Campidoglio. Spurio Tarpeo era custode della rocca del Campidoglio, la cui figlia, di nome Tarpea, Tito Tazio, re dei Sabini, aveva corrotto con l’oro affinchè accogliesse i soldati armati nella rocca. Quella allontanandosi dal Campidoglio, perchè portasse l’acqua necessaria dalla fonte (remota) ai sacrifici. Allora Tazio, avendo visto la vergine, la seguì di nascosto, per conoscere la via al Campidoglio e entrare facilmente nella rocca, la illuse con grandi preghiere: “Qualsiasi cosa desideri, o fanciulla, te la concederò volentieri, se condurrai me e i mei soldati nel Campidoglio”. Tarpea chiese come prezzo del tradimento ciò che i Sabini avevano nella mano sinistra: pensava infatti che quelli gli avrebbero donato braccialetti preziosi e anelli gemmati. E così indotta da falsa speranza aprì la porta per far entrare i nemici nella rocca. Ma subito pagò grandissime pene del suo tradimento: infatti coperta dagli scudi dei Sabini, morì di soffocamento e per le ferite. I nemici infatti non portavano solo gioielli ma anche scudi nelle mani sinistre. Chiunque commetta una turpe azione, è inviso agli stessi nemici.
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880
di Altre versioni
Iam res publica romana tam valida erat, ut finitimis populis numero civium par esset. Sed civitas feminis carebat. Itaque Romulus ad gentes vicina legatos misit, qui ab iis peterent ut Romanis filias uxores darent. Sed cum Romanorum legati nusquam benigne accepti essent, rex dolo mulieribus potitus est. Ludos enim sollemnes maximo apparatu fecit et in urbem proximas civitates invitavit. Cupiditate spectaculorum flagrantes, omnes homines cum uxoribus ac liberis Romam convenerunt; in quibus erant etiam Sabini. Cum universi ludos spectarent, repente regis iussu omnes Romani Sabinorum virgines, quas quisque arripuerat, domos suas vi traxerunt. Parentes filiabus suis orbati magno cum clamore profugerunt et a propinquis quxilium petiverunt, ut violati hospitii iniuriam ulciscerentur. Sic bellum magnum coortum est, sed Romani brevi tempore Sabinos eorumque socios devicerunt.
La repubblica romana era già tanto potente, essendo pari ai popoli limitrofi per numero di cittadini. Ma la città era carente di donne. Perciò Romolo mandò dalle genti confinanti ambasciatori, che chiedessero loro di dare le figlie in mogli ai Romani. Ma, dopo che gli ambasciatori dei Romani non furono per nulla bene accolti, il re con l’inganno s’impadronì delle donne. Egli infatti allestì con grande apparato spettacoli solenni e invitò a Roma le città vicine. Conquistati dal desiderio degli spettacoli, tutti gli uomini convennero a Roma con mogli e figli; tra loro c’erano anche i Sabini. Mentre tutti assistevano ai giochi, improvvisamente per ordine del re tutti i Romani trascinarono con forza verso le proprie case le vergini dei Sabini, che ognuno di loro aveva afferrato. I genitori, privati delle loro figlie, con gran clamore fuggirono e chiesero l’aiuto degli abitanti vicini, affinchè si vendicassero dell’offesa arrecata dall’oltraggiosa ospitalità . Così scoppiò una grande guerra, ma i Romani in breve tempo vinsero definitivamente i Sabini e i loro alleati.
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879
di Altre versioni
Seneca hortabatur Lucilium suum ut libros, non multos sed utiles, apud se haberet. Eadem fuit Aristippi, philosophi eminentissimi, sententia. Olim enim apud eum homo vanus et stultus gloriabatur se plurimos libros lectitavisse. Quare se doctissimum esse arbitrabatur et doctrinam suam iactaner celebrebat. Eius iactantiam Aristippus aegre passus, eum percontatus est: “Meliusne arbitraris copisum deterioremque cibum sumere an modicum sed meliorem? Num validiores esse exstimas eos qui multos cibos edunt quam eos qui salubrioribus vescuntur? Ego quidem arbitror nimium cibum hominii semper nocere. Ita docti existimari debent non illi qui multos, sed qui optimos libros legunt. Non multa enim, sed bona, a viro sapienti expetuntur. Praeterea qui vere sapiens est, etiam modestus est neque arbitrantur se omnia scire”.
Seneca esortava il suo Lucilio affinché avesse con sé dei libri, non molti ma utili. Uguale fu il pensiero di Aristippo, eminentissimo filosofo. Una volta infatti presso di lui un uomo vano e stolto si glorificava per aver letto moltissimi libri. Per questo motivo credeva di essere molto sapiente ed esaltava spudoratamente la sua dottrina. Aristippo, tollerando a stento la sua arroganza, gli chiese: “E’ forse meglio assumere cibo abbondante e meno buono o modico ma migliore? Forse giudichi che siano migliori quelli che mangiano molto cibo rispetto a quelli che mangiano cibi più salutari? Io per conto mio reputo che troppo cibo danneggi sempre l’uomo. Così devono essere considerati sapienti non quelli che leggono molti libri, ma quelli che leggono i migliori. Infatti dall’uomo sapiente sono cercate non molte cose, ma buone. Inoltre chi è veramente saggio, è anche modesto e non crede di sapere tutto”.
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876
di Svetonio
Confectis bellis quinquiens triumphavit, post devictum Scipionem quater eodem mense, sed interiectis diebus, et rursus semel post superatos Pompei liberos. Primum et excellentissimum triumphum egit Gallicum, sequentem Alexandrinum, deinde Ponticum, huic proximum Africanum, novissimum Hispaniensem, diverso quemque apparatu et instrumento. 2 Gallici triumphi die Velabrum praetervehens paene curru excessus est axe diffracto ascenditque Capitolium ad lumina, quadraginta elephantis dextra sinistraque lychnuchos gestantibus. Pontico triumpho inter pompae fercula trium verborum praetulit titulum VENI·VIDI·VICI non acta belli significantem sicut ceteris, sed celeriter confecti notam.
Concluse le guerre, riportò il trionfo cinque volte: quattro volte nello stesso mese, ma a qualche giorno di intervallo, dopo aver sconfitto Scipione, e una volta ancora, dopo aver superato i figli di Pompeo. Il primo, e il più bello, dei suoi trionfi fu quello Gallico, poi l’Alessandrino, quindi il Pontico, dopo l’Africano e infine lo Spagnolo, ciascuno differente per apparato e varietà di particolari. Nel giorno del trionfo sui Galli, attraversando il Velabro, per poco non fu sbalzato dal carro a causa della rottura di un assale; salì poi sul Campidoglio alla luce delle fiaccole che quaranta elefanti, a destra e a sinistra, recavano sui candelieri. Nel corso del trionfo Pontico, tra gli altri carri presenti nel corteo, fece portare davanti a sé un cartello con queste tre parole: “Venni, vidi, vinsi”, volendo indicare non tanto le imprese della guerra, come aveva fatto per le altre, quanto la rapidità con cui era stata conclusa.
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874
di Cesare
Dictatore habente comitia Caesare consules creantur Iulius Caesar et P. Servilius: is enim erat annus, quo per leges ei consulem fieri liceret. His rebus confectis, cum fides tota Italia esset angustior neque creditae pecuniae solverentur, constituit, ut arbitri darentur; per eos fierent aestimationes possessionum et rerum, quanti quaeque earum ante bellum fuisset, atque hac creditoribus traderentur. Hoc et ad timorem novarum tabularum tollendum minuendumve, qui fere bella et civiles dissensiones sequi consuevit, et ad debitorum tuendam existimationem esse aptissimum existimavit. Itemque praetoribus tribunisque plebis rogationes ad populum ferentibus nonnullos ambitus Pompeia lege damnatos illis temporibus, quibus in urbe praesidia legionum Pompeius habuerat, quae iudicia aliis audientibus iudicibus, aliis sententiam ferentibus singulis diebus erant perfecta, in integrum restituit, qui se illi initio civilis belli obtulerant, si sua opera in bello uti vellet, proinde aestimans, ac si usus esset, quoniam aui fecissent potestatem. Statuerat enim prius hos iudicio populi debere restitui, quam suo beneficio videri receptos, ne aut ingratus in referenda gratia aut arrogans in praeripiendo populi beneficio videretur.
Nei comizi che si tennero sotto la dittatura di Cesare, furono eletti consoli Giulio Cesare e Publio Servilio; era quello infatti l’anno in cui, a termini di legge, egli poteva accedere di nuovo al consolato. Fatto ciò, poiché in tutta l’Italia il credito era in una situazione piuttosto grave, e i debiti non venivano pagati, stabilì che venissero nominati degli arbitri, che procedessero alla stima dei beni mobili e immobili, in base al loro valore di prima della guerra, per soddisfare con questi i creditori. Ritenne che questo fosse il provvedimento più adatto ad eliminare o almeno a diminuire il timore della cancellazione dei debiti, normale conseguenza delle guerre e delle discordie civili, e a salvaguardare il credito dei debitori. Parimenti, su proposta presentata al popolo dai pretori e dai tribuni della plebe, riabilitò alcuni cittadini condannati per broglio elettorale in base alla legge Pompea, nel periodo in cui Roma era presidiata dalle legioni di Pompeo e le sentenze venivano emesse da giudici diversi da quelli che avevano seguito la causa, e il tutto veniva liquidato in una sola giornata. Questi cittadini si erano messi a sua disposizione fin dall’inizio della guerra civile, nel caso volesse servirsi di loro nel conflitto, ed egli si comportava come se se ne fosse servito, poiché gli avevano dato la loro disponibilità . Aveva infatti stabilito che costoro dovevano essere reintegrati nei loro diritti con una pubblica sentenza, piuttosto che sembrare riabilitati dal suo personale favore, questo per non sembrare ingrato nel restituire un favore o arrogante nell’attribuire a se stesso la facoltà di accordare un beneficio che spettava al popolo concedere.
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873
di Altre versioni
Urbs Troia a graecis multos per annos obsessa est. Ab omnibus fere populis Asiae strenui duces cum ingentibus copiis troianis auxilio venerunt. Inter eos eminebat Glaucus, iuvenis Lycius acris aingenii ac singularis audiaciae, qui in bello saepe magna experimenta virtutis suae dedit. Is olim sub moenibus Troiae Diomedem, fortem virum graecum ad singulare certamen proocavit. Ante proelium Diomedes sic eum interrogavi: “Quod nomen inquit est tibi? Unde originem trabis?”. Respondit Glaucus: “Voluntati tuae satisfacere volo tibique genus meum libenter indicabo. Mihi pater est Hippolochus avus Bellerophon, vir audax fortisque: nam Chimaeram mosntrum triforme, necavit et amazones genus mulierum bellicosarum er crudelium occidit”. Tunc Diomedes magno gaudio captus est: “Mihi tecum inquit antiquum hospitium est! Nam cum Bellerophon in Graeciam venit, benigne acceptus est ab Oeneo avo meo. Bellerophon balteum purpureum hospiti dono dedit, Oeneus ei pateram auream donavit et amicitiam sempiternam iunxerunt”. Itaque Glaucus et dioemdes amicos non hostes se agnoverunt, proelium non commiserunt et arma inter se commutaverunt.
La città di Troia fu assediata dai Greci per molti anni. Da tutti i popoli vicini dell’Asia vennero in aiuto ai Troiani comandanti con ingenti truppe. Tra loro emergeva Glauco, giovane della Licia di acuto ingegno e di singolare audacia, che spesso aveva dato prova della sua virtù in guerra. Lui una volta provocò Diomede, forte uomo greco, a singolare duello sotto le mura di Troia. Prima della battaglia Diomede lo interrogò così: “Qual è – disse – il tuo nome? Da dove provieni?” Glauco rispose: “Voglio soddisfare la tua volontà e volentieri ti indicherò la mia stripe. Mio padre è Ippoloco, mio nonno Bellerofonte, uomo audace e forte: infatti uccise Chimera, mostro a tre teste, e uccise le amazzoni, stirpe di donne crudeli e bellicose”. Allora Diomede fu preso da grande gioia: “Tra me e te – disse – c’è un antico vincolo di ospitalità ! Infatti quando Bellerofonte giunse in Grecia, fu accolto benignamente da Eneo, mio nonno. Bellerofonte diede in dono all’ospite una cintura purpurea, Eneo gli donò un recipiente d’oro e unirono l’amicizia eterna”. Così Glauco e Diomede si riconobbero come amici e non nemici, non commisero battaglia e si scambiarono le armi tra loro.
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