“Gli spettacoli che Augusto offrì al popolo romano “

di Augusto

Ter munus gladiatorium dedi meo nomine et quinquiens filiorum meorum aut nepotum nomine, quibus muneribus depugnaverunt hominum circiter decem millia. Bis athletarum undique accitorum spectaculum propulo praebui meo nomine et tertium nepotis mei nomine. Venationes bestiarum Africanarum meo nomine aut filiorum meorum et nepotum in circo aut in foro aut in amphitheatris populo dedi sexiens et viciens, quibus confecta sunt bestiarum circiter tria millia et quingentae. Navalis proeli spectaclum populo dedi trans Tiberim in quo loco nunc nemus est Caesarum, cavato solo in longitudinem mille et octingentos pedes, in latitudinem mille et ducenti, in quo triginta rostratae naves triremes aut biremes, plures autem minores inter se confilxerunt; quibus in classibus pugnaverunt praeter remiges millia hominum tria circiter.

Tre volte ho fornito spettacoli di gladiatori sotto il mio nome (quando ero imperatore) e cinque volte sotto il nome dei miei figli e nipoti; in questi spettacoli circa dieci mila uomini combattevano. Due volte ho allestito sotto al mio nome spettacoli di atleti radunati da ogni luogo, e tre volte sotto il nome di mio nipote. Ventisei volte, sotto al mio nome o dei miei figli e nipoti, ho dato al popolo delle battute di caccia di bestie Africane nel Circo, all’aperto, o nell’anfiteatro, nelle quali furono uccise circa tremila e cinquecento bestie. Ho dato al popolo uno spettacolo di battaglia navale, nella zona al di là del Tevere dove è ora il boschetto dei Cesari, con il terreno scavato in lunghezza per 1800 piedi e in larghezza per 1200 (piedi), nel quale trenta navi munite di rostro, biremi e triremi, ma anche molte (navi) più piccole, si combatterono l’un l’altra; in queste navi circa tremila uomini combatterono oltre ai rematori.


Res Gestae I, 22

di Augusto

Ter munus gladiatorium dedi meo nomine et quinquiens filiorum meorum aut nepotum nomine, quibus muneribus depugnaverunt hominum circiter decem millia. Bis athletarum undique accitorum spectaculum propulo praebui meo nomine et tertium nepotis mei nomine. Ludos feci meo nomine quater, aliorum autem magistratuum vicem ter et viciens. Pro conlegio XV virorum magister conlegii collega M. Agrippa ludos saeclares C. Furnio C. Silano cos. feci. Consul XIII ludos Martiales pimus feci quos post id tempus deinceps insequentibus annis s.c. et lege fecerunt consules. Venationes bestiarum Africanarum meo nomine aut filiorum meorum et nepotum in circo aut in foro aut in amphitheatris populo dedi sexiens et viciens, quibus confecta sunt bestiarum circiter tria millia et quingentae.

Tre volte allestii uno spettacolo dei gladiatori a nome mio e cinque volte a nome dei miei figli o nipoti; e in questi spettacoli combatterono circa diecimila uomini. Due volte a mio nome offrii al popolo spettacolo di atleti fatti venire da ogni parte, e una terza volta a nome di mio nipote. Allestii giochi a mio nome quattro volte, invece al posto di altri magistrati ventitré volte. In nome del collegio dei quindecemviri, come presidente del collegio, avendo per collega Marco Agrippa, durante il consolato di Gaio Furnio e Gaio Silano, celebrai i Ludi Secolari. Durante il mio tredicesimo consolato celebrai per primo i Ludi di Marte che in seguito e di seguito negli anni successivi, per decreto dl senato e per leggi, furono celebrati dai consoli. Allestii per il popolo ventisei volte, a nome mio o dei miei figli e nipoti, cacce di belve africane, nel circo o nel foro o nell’anfiteatro, nelle quali furono ammazzate circa tremilacinquecento belve.


“Noè e il diluvio universale”

di Lhomond

Postquam numerus hominum crevit, omnia vitia invaluere. Quare offensus Deus statuit perdere hominum genus diluvio. Attamen pepercit Noemo et liberis eius, quia colebant virtutem. Noemus, admonitus a Deo, extruxit ingentem arcam in modum navis: linivit eam bitumine, et in eam induxit par unum omnium avium et animantium. Postquam Noemus ipse ingressus est arcam cum coniuge, tribus filiis et totidem nuribus, aquae maris et ominum fontium eruperunt. Simul pluvia ingens cecidit per quadraginta dies et totidem noctes. Aqua operuit universam terram, ita ut superaret quindecim cubitis altissimos montes. Omnia absumpta sunt diluvio; arca autem supernatans ferebatur in aquis. Deus immisit ventum vehementem, et sensim aquae imminutae sunt. Tandem, mense undecimo, postquam diluvium coeperat, Noemus, aperuit fenestram arcae, et emisit corvum, qui non est reversus. Deinde emisit columbam: cum ea non invenisset locum ubi poneret pedem, reversa est ad Noemus, qui extendit manum, et intulit eam in arcam. Columba rursum emissa attulit in ore suo ramum olivae virentis, quo finis diluvii significabatur.

Dopo che il numero degli uomini crebbe, tutti i vizi presero vigore. Allora Dio irritato decise di distruggere il genere umano con un diluvio. Tuttavia risparmiò Noè e i suoi figli, poichè coltivavano la virtù. Noè, avvertito da Dio, costruì una grande arca simile ad una nave: la ricoprì con il bitume e su di essa convocò una coppia di tutti gli uccelli e di tutti gli animali. Dopo che Noè fu entrato nell’arca con la moglie, i figli e le nuore, le acque del mare e di ogni fonte tracimarono. Allo stesso modo, cadde un’ingente pioggia per 40 giorni e altrettante notti. L’acqua ricoprì tutta la terra e tutte le cose furono distrutte dal diluvio: l’arca invece galleggiò. Dio mandò un vento che soffiava fortemente e lentamente le acque furono diminuite. Noè aprì la finestra dell’arca e mandò un corvo; ma esso non tornò. Quindi mandò una colomba; poichè non aveva trovato un luogo asciutto la colomba tornò all’arca; Noè stese la mano e la riprese. La colomba fu nuovamente mandata e ritornò: teneva in bocca un ramoscello fiorente d’olivo: da quel ramoscello veniva annunciata la fine del diluvio.


Annales, I, 61

di Tacito

Igitur cupido Caesarem invadit solvendi suprema militibus ducique, permoto ad miserationem omni qui aderat exercitu ob propinquos, amicos, denique ob casus bellorum et sortem hominum. praemisso Caecina ut occulta saltuum scrutaretur pontesque et aggeres umido paludum et fallacibus campis inponeret, incedunt maestos locos visuque ac memoria deformis. prima Vari castra lato ambitu et dimensis principiis trium legionum manus ostentabant; dein semiruto vallo, humili fossa accisae iam reliquiae consedisse intellegebantur: medio campi albentia ossa, ut fugerant, ut restiterant, disiecta vel aggerata. adiacebant fragmina telorum equorumque artus, simul truncis arborum antefixa ora. Iucis propinquis barbarae arae, apud quas tribunos ac primorum ordinum centuriones mactaverant. et cladis eius superstites, pugnam aut vincula elapsi, referebant hic cecidisse legatos, illic raptas aquilas; primum ubi vulnus Varo adactum, ubi infelici dextera et suo ictu mortem invenerit; quo tribunali contionatus Arminius, quot patibula captivis, quae scrobes, utque signis et aquilis per superbiam inluserit.

Sorse allora in Cesare Germanico il desiderio di rendere gli estremi onori ai soldati e al loro comandante, tra la generale commiserazione dell’esercito lì presente al pensiero dei parenti, degli amici e ancora dei casi della guerra e del destino umano. Mandato in avanscoperta Cecina a esplorare i recessi della foresta e a costruire ponti e dighe sugli acquitrini delle paludi e sui terreni insidiosi, avanzavano in quei luoghi mesti, deprimenti alla vista e al ricordo. Il primo campo di Varo denotava, per l’ampiezza del recinto e le dimensioni del quartier generale, il lavoro di tre legioni; poi, dal trinceramento semidistrutto, dalla fossa non profonda, si arguiva che là si erano attestati i resti ormai ridotti allo stremo. In mezzo alla pianura biancheggiavano le ossa, sparse o ammucchiate, a seconda della fuga o della resistenza opposta. Accanto, frammenti di armi e carcasse di cavalli e teschi confitti sui tronchi degli alberi. Nei boschi vicini, aree barbariche, sulle quali avevano sacrificato i tribuni e i centurioni di grado più elevato. I superstiti di quella disfatta, sfuggiti alla battaglia o alla prigionia, raccontavano che qui erano caduti i legati e là strappate via le aquile, e dove Varo avesse subìto la prima ferita e dove il poveretto, di sua mano, avesse trovato la morte; da quale rialzo avesse parlato Arminio, quanti patiboli e quali fosse avessero preparato per i prigionieri e come, nella sua superbia, Arminio avesse schernito le insegne e le aquile.


De Officiis, I, 104

di Cicerone

Duplex omnino est iocandi genus, unum illiberale, petulans, flagitiosum, obscenum, alterum elegans, urbanum, ingeniosum, facetum, quo genere non modo Plautus noster et Atticorum antiqua comoedia, sed etiam philosophorum Socraticorum libri referti sunt, multaque multorum facete dicta, ut ea, quae a sene Catone collecta sunt, quae vocantur apophthegmata. Facilis igitur est distinctio ingenui et illiberalis ioci. alter est, si tempore fit, ut si remisso animo, [severissimo] homine dignus, alter ne libero quidem, si rerum turpitudo adhibetur et verborum obscenitas. Ludendi etiam est quidam modus retinendus, ut ne nimis omnia profundamus elatique voluptate in aliquam turpitudinem delabamur. Suppeditant autem et campus noster et studia venandi honesta exempla ludendi.

Ci sono, insomma, due specie di scherzi: l’uno volgare, aggressivo, scandaloso, turpe; l’altro elegante, garbato, ingegnoso, fine. Di questa seconda specie son pieni non solo il nostro Plauto e l’antica commedia degli Attici ma anche i libri dei filosofi socratici; e di questa specie sono molte facezie di molti, come, per esempio, quelle che furono raccolte dal vecchio Catone e che vanno sotto il titolo di apophthegmata. E’ facile, dunque, distinguere lo scherzo nobile dal volgare. L’uno è degno anche dell’uomo più austero, se è fatto a tempo debito, come, per esempio, quando lo spirito si allenta; l’altro non è neppure degno di un uomo libero, se all’indecenza dei pensieri si aggiunge l’oscenità delle parole.


De Officiis, I, 103

di Cicerone

Ex quibus illud intellegitur, ut ad officii formam revertamur, appetitus omnes contrahendos sedandosque esse excitandamque animadversionem et diligentiam, ut ne quid temere ac fortuito, inconsiderate neglegenterque agamus. neque enim ita generati a natura sumus, ut ad ludum et iocum facti esse videamur, ad severitatem potius et ad quaedam studia graviora atque maiora. ludo autem et ioco uti illo quidem licet, sed sicut somno et quietibus ceteris tum, cum gravibus seriisque rebus satis fecerimus. ipsumque genus iocandi non profusum nec immodestum, sed ingenuum et facetum esse debet. ut enim pueris non omnem ludendi licentiam damus, sed eam, quae ab honestatis actionibus non sit aliena, sic in ipso ioco aliquod probi ingenii lumen eluceat.

Da ciò si conclude, che bisogna frenare e calmare tutti gli istinti, spronando la nostra vigile attenzione così che non si faccia nulla alla cieca e a caso, nulla senza riflessione e con negligenza. In verità, noi non siamo stati generati dalla natura in modo da sembrar fatti per il gioco e per lo scherzo, ma piuttosto per un dignitoso contegno e per occupazioni più serie e più importanti. E’ lecito senza dubbio lasciarsi andare talvolta al gioco e allo scherzo, ma come è il caso del sonno e degli altri riposi, cioè quando avremo adempiuti i nostri gravi e importanti doveri. E il genere stesso dello scherzo deve essere, non eccessivo o smodato, ma onesto e gentile. Come non concediamo ai fanciulli ogni libertà nei giochi, ma solo quella che non è contraria alle azioni che l’onestà richiede, così anche nello scherzo risplenda un barlume d’animo gentile.


Fabulae, 168 – Danaus (“Il mito delle Danaidi”)

di Igino

Danaus Beli filius ex pluribus coniugibus quinquaginta filias habuit, totidem filios frater Aegyptus, qui Danaum fratrem et filias eius interficere voluit ut regnum paternum solus obtineret; filiis uxores a fratre poposcit; Danaus re cognita Minerva adiutrice ex Africa Argos profugit; tunc primum dicitur Minerva navem fecisse biproram in qua Danaus profugeret. At Aegyptus ut resciit Danaum profugisse, mittit filios ad persequendum fratrem, et eis praecepit ut aut Danaum interficerent aut ad se non reverterentur. Qui postquam Argos venerunt, oppugnare patruum coeperunt. Danaus ut vidit se eis obsistere non posse, pollicetur eis filias suas uxores ut pugna absisterent. Impetratas sorores patrueles acceperunt uxores, quae patris iussu viros suos interfecerunt. Sola Hypermestra Lynceum servavit. Ob id ceterae dicuntur apud inferos in dolium pertusum aquam ingerere. Hypermestrae et Lynceo fanum factum est.

Danao, figlio di Belo, ebbe da molte mogli cinquanta figlie, e altrettanti figli ebbe suo fratello Egitto, che deliberò di uccidere Danao e le figlie per possedere da solo il regno paterno. Allora chiede al fratello le figlie come spose per i suoi; saputa la cosa, Danao fugge dall’Africa ad Argo grazie al soccorso di Minerva: fu allora infatti che per la prima volta – si dice – Minerva costruì una nave con due prue, sulla quale Danao potesse andarsene. Ma Egitto viene a sapere della fuga di Danao e invia i figli a inseguire il fratello, ordinando loro di uccidere Danao o non tornare mai più. Sbarcati ad Argo, iniziano a combattere lo zio; quando Danao vede che ogni resistenza è inutile, promette le nozze delle figlie in cambio della sospensione della guerra; così i cugini paterni possono sposare le tanto desiderate sorelle. Ma queste, per ordine del padre, uccidono i mariti, con l’eccezione della sola Ipermestra che risparmiò Linceo. Per questa colpa si dice che le altre debbano tra gli Inferi attingere acqua con un orcio forato. In onore di Ipermestra e Linceo fu costruito un santuario.


De agricoltura, II, 10 (“Pastori in montagna”)

di Varrone

In fundis non modo pueri sed etiam puellae pecudes pascunt. In saltibus contra videre licet iuventutem, et eam plerumque armatam. Hi pastores ita legendi sunt ut sint firmi ac veloces, mobiles, expeditis membris, qui pecus non solum sequi possint, sed etiam a bestiis ac praedonibus defendere, atque montium arduitatem ferre possint, onera extollere in iumenta, excurrere, iaculari. [...] Non omnis natio apta est ad rem pecuariam: Galli aptissimi sunt. [...] Omnes pastores esse oportet sub uno magistro pecoris et hunc maiorem natu et peritiorem quam alios esse, quod iis, qui aetate et scientia praestant, li bentius reliqui parent. Magistrum providere oportet omnia instrumenta quae pecori et pastoribus necessaria sunt, maxime ad victum hominum et ad medicinam pecudum. Quae ad hominum pecorisque valetudinem pertinent magister scripta habere debet, ut sine medico curari possint: ergo sine litteris idoneus non est. Pastoribus mulieres adiungere, quae eis cibaria expediant eosque adsiduiores faciant utile esse multi domini putant; sed eas mulieres oportet esse f?rmas, quae in opere non cedant viris.

Nei fondi, non solo i fanciulli, ma anche le fanciulle fanno pascolare le greggi. Sui monti selvosi, invece, è possibile scorgere giovani, per altro per lo più armati. La cernita dei pastori dev’essere fatta in base a criteri di robustezza, velocità, dinamismo, agilità, affinchè essi non solo siano in grado di star dietro al gregge, ma anche di difender(lo) da fiere selvatiche e predatori, e di sopportare l’asperità dell’ambiente montano, nonchè di caricare i giumenti, correre, lanciare il giavellotto. Non tutti i popoli sono adatti alla pastorizia: di certo lo sono i Galli. E’ opportuno che tutti i pastori siano alle dipendenze di un pastore capo, che quest’ultimo sia più grande d’età e più esperto rispetto agli altri, dato che a coloro che hanno più anni ed esperienza, gli altri obbediscono più volentieri. E’ compito del pastore capo provvedere a tutto l’equipaggiamento necessario al gregge ed ai pastori, con particolare attenzione al cibo per gli uomini e la medicazione per gli animali. Il pastore capo deve tenere per iscritto le disposizioni mediche attinenti agli uomini e al gregge, affinchè essi possano esser curati senza medico: ne consegue che un analfabeta non è idoneo. Molti proprietari di fondo ritengono che sia utile associare ai pastori delle donne, che preparino loro da mangiare e li rendano più assidui. Conviene, comunque, che queste donne siano robuste, tali che non siano da meno agli uomini nel lavoro.


Liber Memorialis, VI – De orbe terrarum (Del mondo terrestre)

di Ampelio

Orbis terrarum qui sub caelo est quattuor regionibus incolitur. Una pars eius est in qua nos habitamus; altera huic contraria, quam qui incolunt vocantur anticthones; quarum inferiores duae ex contrario harum sitae, quas qui incolunt vocantur antipodes. Orbis terrarum quem nos colimus in tres partes dividitur, totidemque nomina: Asia, quae est inter Tanain et Nilum; Libya, quae est inter Nilum et Gaditanum sinum; Europa, quae est inter fretum et Tanain. In Asia clarissimae gentes: Indi, Seres, Persae, Medi, Parthi, Arabes, Bithyni, Phryges, Cappadoces, Cilices, Syri, Lydi. In Europa clarissimae gentes: Scythae, Sarmatae, Germani, Daci, Moesi, Thraci, Macedones, Dalmatae, Pannoni, Illyrici, Graeci, Itali, Galli, Spani. In Libya gentes clarissimae: Aethiopes, Mauri, Numidae, Poeni, Gaetuli, Garamantes, Nasamones, Aegyptii. Clarissimi montes in orbe terrarum: Caucasus in Scythia, Emodus in India, Libanus in Syria, Olympus in Macedonia, Hymettus in Attica, Taygetus Lacedaemonia, Cithaeron et Helicon in Boetia, Parnasos [et] Acroceraunia in Epiro, Maenalus in Arcadia, Apenninus in Italia, Eryx in Sicilia, Alpes inter Galliam , Pyrenaeus inter Galliam et Spaniam, Athlans in Africa, Calpe in freto Oceani. Clarissima flumina in orbe terrarum: Indus Ganges Hydaspes in India, Araxes in Armenia, Thermodon et Phasis in Colchide, Tanais in Scythia, Strymon et Hebrus in Thracia, Sperchios in Thessalia, Hermus et Pactolus auriferi Maeander et Caystrus in Lydia, Cydnus in Cilicia, Orontes in Syria, Simois et Xanthus in Phrygia, Eurotas Lacedaemone, Alpheus in Elide, Ladon in Arcadia, Achelous et Inachus in Epiro, Savus et Danubius qui idem Ister cognominatur in Moesia, Eridanus et Tiberinus in Italia, Timavus in Illyrico, Rhodanus in Gallia, Hiberus et Baetis in Spania, Bagrada in Numidia, Triton in Gaetulia, Nilus in Aegypto, Tigris et Eufrates in Parthia, Rhenus in Germania. Clarissimae insulae: in mari nostro duodecim: Sicilia, Sardinia, Crete, Cypros, Euboea, Lesbos, Rhodos, duae Baleares, Ebusus, Corsica, Gades; in Oceano: ad orientem Taprobane, ad occidentem Brittannia, ad septentrionem Thyle, ad meridiem Insulae Fortunatae; praeter has in Aegaeo mari Cyclades undecim: Delos, Gyaros, Myconos, Andros, Paros, Olearos, Tenos, Cythnos, Melos, Naxos, Donusa; praeter has Sporades innumerabiles, ceterum celeberrimae Aegina, Salamina, Coos, Chios, Lemnos, Samothracia; in Ionio: Echinades, Strophades, Ithace, Cephalenia, Zacynthos; in Adriatico Crateae circiter mille; in Siculo Aeoliae octo; in Gallico Stoechades tres; in Syrtibus Cercina et Menix et Girba.

Il mondo che è sotto il cielo è abitato in 4 regioni. Una sua parte è quella in cui abitiamo noi; l’altra, opposta a questa, e coloro che la abitano si chiamano antictoni; e inferiori a queste due poste dalla parte opposta di queste, e quelli che le abitano si chiamano antipodi. Il mondo che noi abitiamo si divide in tre parti, e (ha) altrettanti nomi: Asia, che è tra il Tanai e il Nilo; la Libia, che è tra il Nilo e il golfo gaditano; l’Europa è fra lo stretto e il Tanai. In Asia i popoli più famosi (sono): Indi, Seri, Persiani, Medi, Parti, Arabi, Bitini, Frigi, Cappadoci, Cilici, Siri e Lidi. In Europa i popoli più famoisi (sono): Sciti, Sarmati, Germani, Daci, Mesi, Traci, Macedoni, Dalmati, Pannoni, Illiri, Spagnoli, Greci, Italici, Galli. In Libia i popoli più famoisi (sono): Etiopi, Mauri, Numidi, Punici, Getuli, Garamanti, Nasamoni, Egizi. I monti più famosi del mondo sono: il Caucaso in Scizia, l’Emodo in India, il Libano in Siria, l’Olimpo in Macedonia, l’Imetto in Attica, il Taigeto nella zona di Sparta, il Citerone e l’Elicona in Beozia, il Parnaso in Focide, l’Acroceraunia in Epiro, il Menalo in Arcadia, l’Apennino in Italia, l’Erice in Sicilia, le Alpi tra la Gallia e l’Italia, i Pirenei tra la Gallia e la Spagna, l’Atlante in Africa, il Calpe sullo stretto dell’Oceano. I fiumi più famosi del mondo: l’Indo, il Gange e l’Idaspe in India, l’Arasse in Armenia, il Termodonte e il Fasi in Colchide, il Tanai in Scizia, lo Strimone e l’Ebro in Tracia, lo Sperchio in Tessaglia, l’Ermo e il Pattolo che producono oro, il Meandro e il Caistro in Lidia, il Cidno in Cilicia, l’Oronte in Siria, il Simoenta e lo Xanto in Frigia, l’Eurota a Sparta, l’Alfeo in Elide, il Ladone in Arcadia, l’Achelao e l’Inaco in Epiro, la Sava e il Danubio che è soprannominato anche Ister in Mesia, l’Eridano e il Tevere in Italia, il Timavo in Illiria, il Rodano in Gallia, l’Ebro e il Beti in Spagna, il Bagrada in Numidia, il Tritone in Getulia, il Nilo in Egitto, il Tigri e l’Eufrate in Partia, il Reno in Germania. Le isole più famose: nel Mare Nostrum (Mediterraneo) dodici: Sicilia, Sardegna, Creta, Cipro, Eubea, Lesbo, Rodi, due Baleari, Ebuso, Corsica, Cadice; nell’Oceano: ad oriente Tabropane, a occidente la Britannia, a settentrione Tule, a meridione le Isole Fortunate; oltre a questo nel mar Egeo (ci sono) undici Cicladi: Delo, Giaro, Micono, Andro, Paro, Olearo, Teno, Cito, Melo, Nasso, Donusa; oltre a queste (ci sono) innumerevoli Sporadi, e tra le altre le più famose (sono) Egine, Salamina, Coo, Chio, Lemno, Samotracia; nel (mar) Ionio: le Echinadi, le Strofadi, Itaca, Cefalonia, Zacinto; nell’Adriatico circa mille Cratee; nel (mar) di Sicilia otto Eolie; nel (mar) Gallico tre Stecadi; nel (mar) dei Sirti Cercina e Menice e Girba.


“La gloria dei figli si riflette sui padri”

di Seneca

Si quis in tantum processit, ut aut eloquentia per gentes notesceret aut iustitia aut bellicis rebus et patri quoque ingentem circumfunderet famam tenebrasque natalium suorum clara luce discuteret, non inaestimabile in parentes suos beneficium contulit? An quisquam Aristonem et Gryllum nisi propter Xenophontem ac Platonem nosset? Ceteros enumerare longum est, qui durant ob nullam aliam causam, quam quod illos liberorum eximia virtus tradidit posteris. Utrum maius beneficium dedi M. Agrippae pater an patri dedit Agrippa navali corona insignis, unicum adeptus inter dona militaria decus, qui tot in urbe maxima opera excitavit, quae et priorem magnificentiam vincerent et nulla postea vincerentur? Utrum Octavius maius beneficium dedit filio an patri divus Augustus? Quantam cepisset voluptatem, si illum post debellata arma civilia vidisset securae paci praesidentiem, non adgnoscens bonum suum nec satis credens, quotiens ad se respexisset, potuisse illum virum in domo sua nasci! Quid nunc ceteros prosequar, quos iam cosumpsisset oblivio, nisi illos filiorum gloria e tenebris eruisset et adhuc in luce retineret?

Se poi qualcuno ha fatto tanti progressi da diventare famoso presso tutti i popoli o per la sua eloquenza o per la sua giustizia o per le sue imprese militari, e ha arrecato grande fama anche al padre, dissipando con la luce della sua fama l’oscurità dei suoi natali, non ha fatto ai suoi genitori un beneficio incomparabile? O forse qualcuno avrebbe conosciuto Aristone e Grillo se non fosse stato per i loro figli Senofonte e Platone? Sarebbe troppo lungo enumerare tutti gli altri dei quali sopravvive il ricordo esclusivamente perchè le qualità eccezionali dei figli lo hanno tramandato ai posteri. E maggiore il beneficio fatto a M. Agrippa dal padre oppure quello che ha fatto al padre Agrippa, famoso per aver ottenuto la corona navale, la più alta fra le onorificenze militari, e per aver fatto erigere a Roma grandissimi edifici che superavano la magnificenza di quelli precedenti e che non furono mai superati nelle epoche successive? Maggiore il beneficio che Ottavio ha fatto a suo figlio o quello che ha fatto a suo padre il divo Augusto? Quale piacere avrebbe provato quel padre, se avesse visto il figlio che, dopo aver sedato le guerre civili, vegliava sulla pace ormai assicurata: non avrebbe riconosciuto che quel bene era dovuto a lui e a stento avrebbe creduto, ogni volta che avesse pensato a se stesso, che un uomo simile era potuto nascere in casa sua! E perchè dovrei proseguire l’enumerazione di coloro che sarebbero già stati travolti dall’oblio, se la gloria dei loro figli non li avesse strappati alle tenebre e non li mantenesse tuttora nella luce?


“Vendetta della regina Tamiri”

di Giustino

Cyrus subacta Asia et universo Oriente in potestatem redacto Scythis bellum infert. Erat eo tempore regina Scytharum Tamyris, quae non muliebriter adventu hostium territa, cum prohibere eos transitu Araxis fluminis posset, transire permisit, et sibi faciliorem pugnam intra regni sui terminos rata et hostibus obiectu fluminis fugam difficiliorem. Itaque Cyrus traiectis copiis, cum aliquantisper in Scythiam processisset, castra metatus est. Dein postero die simulato metu, quasi refugiens castra deseruisset, ita vini adfatim et ea, quae epulis erant necessaria, reliquit. Quod cum nuntiatum reginae esset, adulescentulum filium ad insequendum eum cum tertia parte copiarum mittit. Cum ventum ad castra Cyri esset, ignarus rei militaris adulescens, veluti ad epulas, non ad proelium venisset, omissis hostibus insuetos barbaros vino se onerare patitur, priusque Scythae ebrietate quam bello vincuntur. Nam cognitis his Cyrus reversus per noctem saucios opprimit omnesque Scythas cum reginae filio interfecit. Amisso tanto exercitu et, quod gravius dolendum, unico filio Tamyris orbitatis dolorem non in lacrimas effudit, sed in ultionis solacia intendit hostesque recenti victoria exsultantes pari insidiarum fraude circumvenit; quippe simulata diffidentia propter vulnus acceptum refugiens Cyrum ad angustias usque perduxit. Ibi conpositis in montibus insidiis ducenta milia Persarum cum ipso rege trucidavit. In qua victoria etiam illud memorabile fuit, quod ne nuntius quidem tantae cladis superfuit. Caput Cyri amputatum in utrem humano sanguine repletum coici regina iubet cum hac exprobratione crudelitatis: “Satia te” inquit “sanguine, quem sitisti cuiusque insatiabilis semper fuisti”.

Ciro, sottomessa l’Asia e ridotto in suo potere tutto l’Oriente, muove guerra agli Sciti. In quel tempo era regina degli Sciti Tamiri che non si lasciò spaventare a guisa di donna dall’arrivo dei nemici e pur potendo impedire loro il passaggio del fiume Arasse, permise che (lo) attraversassero, pensando che la battaglia (sarebbe stata) più facile per lei entro i confini del suo regno e che la fuga per i nemici più difficile per l’ostacolo del fiume. E così Ciro, trasportate le truppe al di là (del fiume), dopo essere avanzato un po’ nella Scizia, pose l’accampamento. Poi, il giorno dopo, simulata la paura, come se avesse abbandonato l’accampamento fuggendo, lasciò così gran quantità di vino e quelle cose che erano necessarie al banchetto. Essendo stato annunciato ciò alla regina, (ella) mandò il figlio giovinetto ad inseguirlo con la terza parte dell’esercito. Ma dopo che si giunse all’accampamento di Ciro, il giovinetto, inesperto di arte militare, come se fosse venuto ad un banchetto, non ad un combattimento, trascurati i nemici, permise ai barbari, che non erano abituati al vino, di riempirsi di vino e gli Sciti furono vinti più con l’ubriachezza che con la guerra. Infatti, saputo ciò, Ciro, ritornato durante la notte, (li) aggredisce ubriachi (com’erano) e uccise tutti gli Sciti con il figlio della regina. Perduto un esercito tanto grande e, cosa di cui si doveva addolorare più profondamente, l’unico figlio, Tamiri non sfogò nelle lacrime il dolore della perdita, ma si volse al conforto della vendetta e con un pari inganno di insidie sorprese i nemici esultanti per la recente vittoria; infatti, simulata la sfiducia per la sconfitta ricevuta, ritirandosi condusse Ciro fino ad un passo stretto. Qui preparato un agguato sui monti, trucidò duecentomila Persiani con lo stesso re. In questa vittoria è rimasto memorabile anche questo fatto, che non sopravvisse a tanta strage neppure un messaggero. La regina ordinò che la testa di Ciro fosse tagliata e gettata in un otre colmo di sangue umano, con questo rimprovero per la sua crudeltà: “Sàziati del sangue di cui fosti assetato e di cui fosti sempre insaziabile”.