“La battaglia delle Termopili”

di Altre versioni

Postquam Darius pater e vita excessit, Xerses magnas copias conscripsit classemque paravit, quoniam valde cupiebat in suam potestatem Graeciam redigere. Quare aestivo tempore Hellespontum traiecit, per Thracum Macedonumque fines cum suis militibus iter fecit et ad angustias Thermopylarum pervenit. Rerum scriptores tradunt Graecos periculum providisse et, quia potius libertatem quam vitam existimabant, contra hostem communem omnes simultates inter se posuisse. Ita cum ad Thermopylas xerses pervenit, Graecorum praesidium ibi invenit sed sine mora adfirmavit se Graecorum parvum manipulum facile visturum esse. Autem Xersis milites non sua vi ferroque sed dolo vicerunt. Nam a proditore devium per montes iter Persis apertum est: ita e Thessalia in Phocidem, in Boeotiam et inde in Atticam penetraverunt. Narrant barbaros in incolas vim fecisse, ferro ignique oppida vastavisse dum Athenienses, iuxta oraculum responsum, in naves conscendunt et salutem fuga petunt.

Dopo che Dario morì, Serse arruolò grandi truppe e preparò una flotta, poichè desiderava fortemente portare in suo potere la Grecia. Per tale motivo in estate si spinse all’Ellesponto, fece un viaggio con i suoi soldati attraverso i confini della Tracia e della Macedonia e giunse allo stretto delle Termopili. Gli storici dicono che i Greci avessero predetto il pericolo e, poichè consideravano di più la libertà che la vita, si sarebbero posti tra loro tutti insieme contro il nemico comune. Così quando Serse giunse alle Termopili, quì trovò il presidio dei Greci ma senza esitazione affermò che lui avrebbe devastato facilmente il piccolo manipolo di Greci. Tuttavia i soldati di Serse non vinsero per la loro forza o armi ma con l’inganno. Infatti la via è aperta da un traditore ai Persiani per i monti: così dalla Tessaglia in Focide, in Beozia e poi penetrarono in Attica. Narrano che i barbari abbiano fatto forza contro gli abitanti, abbiano devastato con ferro e fuoco le città mentre gli Ateniesi, oltre il responso dell’oracolo, si imbarcarono e cercarono la salvezza con la fuga.


“La mucca, la capretta, la pecora e il leone”

di Fedro

Numquam est fidelis cum potenti societas. Vacca et capella et mitis ovis venationis socii fuerunt cum leone in saltibus. Quia cervum vasti corporis ceperant, leo, postquam partes fecit, dixit se primam tollere quoniam leo nominatur; secundam sibi ab iis tributum iri, quia fortis est; tum tertiam sibi obventuram esse, quia plus valet; denique malo adfectum iri socium qui quartam tetigerit. Sic totam praedam sola improbitas abstulit.

Mai è leale un’alleanza col potente. Questa favoletta attesta la mia affermazione. La vacca e la capretta e la pecora resistente all’oltraggio furono alleati col leone nelle foreste. Avendo questi preso un cervo di grossa corporatura, così, fatte le parti, parlò il leone: “Io prendo la prima a questo titolo, perchè mi chiamo leone; la seconda, poichè sono socio, l’attribuirete a me; poi, poichè sono più forte, mi seguirà la terza; sarà colto dal male se uno avrà toccato la quarta”. Così la sola slealtà prese tutta la preda.


Fabulae, 119 – Orestes

di Igino

Orestes Agamemnonis et Clytaemnestrae filius postquam in puberem aetatem venit, studebat patris sui mortem exsequi; itaque consilium capit cum Pylade et Mycenas venit ad matrem Clytaemnestram, dicitque se Aeolium hospitem esse nuntiatque Orestem esse mortuum, quem Aegisthus populo necandum demandaverat. Nec multo post Pylades Strophii filius ad Clytaemnestram venit urnamque secum affert dicitque ossa Orestis condita esse; quos Aegisthus laetabundus hospitio recepit. Qui occasione capta Orestes cum Pylade noctu Clytaemnestram matrem et Aegisthum interficiunt. Quem Tyndareus cum accusaret, Oresti a Mycenensibus fuga data est propter patrem; quem postea furiae matris exagitarunt.

Quando Oreste, figlio di Agamennone e di Clitennestra, giunse alla giovinezza, non aveva altro in mente che vendicare la morte del padre; fece perciò un piano insieme a Pilade, si recò a Micene dalla madre Clitennestra, le disse che era uno straniero giunto dall’Eolia e le annunciò la morte di Oreste, che Egisto voleva far uccidere dal popolo. Non molto tempo dopo Pilade, figlio di Strofio, si presentò a Clitennestra portando con se un’urna e disse che questa conteneva le ossa di Oreste; al che Egisto, tutto contento, accolse amichevolmente entrambi. Cogliendo l’occasione, Oreste uccise nottetempo, con l’aiuto di Pilade, la madre Clitennestra ed Egisto. Quando Tindaro lo trascinò in giudizio, gli abitanti di Micene concessero a Oreste di andare in esilio, a causa di suo padre; in seguito fu perseguitato dalle Furie della madre.


“Virtù di Lucrezia, moglie di Collatino”

di Altre versioni

Cum ardea, Rutulorum urbs, a Tarquinio Superbo obsidione cingebatur et bellum diu producebatur, a tarquinii filiis tempus saepe conviviis terebatur. Dum apud eos olim forte cenat collatinus (postea idem cum Bruto consul eligetur), sermo de uxoribus incidit et omnes suam magnopere laudaverunt. Eis igitur Collatinus dixit: cur verbis frustra certamus? Conscendere equos possumus atque oculis videre uxores nostras, dum vitam domi agunt. Mox domos suas pervenerunt; quia regiae nurus in conviviis deprensae sunt Lucretiaque autem, Collatini uxor, cum ancillis ad lanam intenta Lucretiae ipsi praecipua laus muliebris virtutis tributa est.

Mentre Ardea, città dei Rutuli, era cinta da un assedio da parte di Tarquinio il Superbo e la guerra si stava svolgendo da molto, spesso il tempo era fatto trascorrere dai figli di Tarquinio con banchetti. Quando presso di loro giunse una volta per caso Collatino (lo stesso poi era stato eletto console insieme a Bruto), il discorso cadde sulle mogli e tutti lodavano vivamente la propria. Collatino, dunque, disse loro: “Perchè disputiamo inutilmente con le parole? Possiamo montare a cavallo e vedere personalmente le nostre mogli, mentre trascorrono la vita in casa”. In poco tempo giunsero alle loro abitazioni; mentre le (altre) giovani donne furono sorprese mentre (si intrattenevano) con banchetti, Lucrezia invece, moglie di Collatino, fu trovata mentre, insieme alle ancelle, era intenta alla tessitura. Alla stessa Lucrezia fu attribuita una particolare lode per la (sua) virtù femminile.


“Differenze tra i Germani e i Galli”

di Cesare

Germani multum ab hac consuetudine differunt. Nam neque druides habent qui rebus divinis praesint, neque sacrificiis student. Deorum numero eos solos ducunt, quos cernunt et quorum aperte opibus iuvantur, Solem et Vulcanum et Lunam; reliquos ne fama quidem acceperunt. Vita omnis in venationibus atque in studiis rei militaris consistit; a parvis labori ac duritiae student. Qui diutissime impuberes permanserunt, maximam inter suos ferunt laudem; hoc ali staturam, ali vires nervosque confirmari putant. Intra annum vero vicesimum feminae notitiam habuisse in turpissimis habent rebus. Cuius rei nulla est occultatio, quod et promiscue in fluminibus perluuntur et pellibus aut parvis renonum tegimentis utuntur, magna corporis parte nuda.

I Germani differiscono molto da questa consuetudine. Infatti, non hanno né druidi che presiedano alle cerimonie religiose, né si dedicano ai sacrifici. Considerano nel numero degli dèi solo quelli che vedono e dalla cui potenza sono chiaramente aiutati: il Sole, Vulcano, la Luna. Non conoscono gli altri neppure di fama. Tutta la (loro) vita consiste in cacce e addestramento al combattimento: fin da bambini si allenano alla fatica e alla vita dura. Coloro che sono rimasti casti più a lungo, godono della massima stima fra i loro: pensano che ciò aumenti la statura, accresca le forze e renda i nervi saldi. E stimano tra le cose più vergognose l’aver avuto rapporti con una donna prima del ventunesimo anno; ma di questa cosa non c’è nessun mistero, poiché si lavano promiscuamente nei fiumi, indossano pelli o piccole coperture di giubbe di pelliccia (e hanno) gran parte del corpo nuda.


“La seconda guerra punica: l’inizio del conflitto secondo il punto di vista dei Romani”

di Eutropio

M. Rufo P. Cornelio consulibus bellum punicum secundum Romanis inlatum est per Hannibalem, Carthaginiensium ducem, qui Saguntum, Hispaniae civitatem Romanis foederatam, oppugnare temptavit. Nam eo anno Hannibal iuvenis cum ingentibus copiis ab Africa in Hispania pervenerat ut bellum contra Romanos renovaret. Huic Romani per legatos denuntiaverunt ut bello abstineret is legatos admittere noluit. Senatus etiam carthaginem legationem misit ut mandaretur Hannibali ne bellum contra socios populi Romani gereret. Sed dura responsa a Carthaginiensibus data sunt. Saguntini interea, longa obsidione, fame victi sunt, captique ab Hannibale ultimis poenis adficiuntur. Quam ob rem bellum a Romanis Carthaginiensibus indictum est.

Durante il consolato di M. Rufo e di P. Cornelio fu dichiarata la seconda guerra punica ai Romani da Annibale, duce dei Cartaginesi, che tentò di espugnare Sagunto città della Spagna alleata ai Romani. Infatti in quell’anno il giovane Annibale con grandi truppe era giunto dall’Africa in Spagna per rinnovare la guerra contro i Romani. A questo i Romani annunciarono attraverso gli ambasciatori di desistere dalla guerra. Ma quello non volle ricevere gli ambasciatori. Anche il senato mandò una legazione a Cartagine affinchè fosse comandato ad Annibale di non portare guerra contro gli alleati del popolo romano. Ma dure risposte furono date dai Cartaginesi. I Saguntini, con un lungo assedio, furono inoltre indeboliti dalla fame, e presi da Annibale furono colpiti da ultime sofferenze. Per la qual cosa fu dichiarata guerra ai Romani dai Cartaginesi.


Breviarium, VIII, 8

di Eutropio

Ergo Hadriano successit T. Antoninus Fulvius Boionius, idem etiam Pius nominatus, genere claro, sed non admodum vetere, vir insignis et qui merito Numae Pompilio conferatur, ita ut Romulo Traianus aequetur. Vixit ingenti honestate privatus, maiore in imperio, nulli acerbus, cunctis benignus, in re militari moderata gloria, defendere magis provincias quam amplificare studens, viros aequissimos ad administrandam rem publicam quaerens, bonis honorem habens, inprobos sine aliqua acerbitate detestans, regibus amicis venerabilis non minus quam terribilis, adeo ut barbarorum plurimae nationes depositis armis ad eum controversias suas litesque deferrent sententiaeque parerent. Hic ante imperium ditissimus opes quidem omnes suas stipendiis militum et circa amicos liberalitatibus minuit, verum aerarium opulentum reliquit. Pius propter clementiam dictus est. Obiit apud Lorium, villam suam, miliario ab urbe duodecimo, vitae anno septuagesimo tertio, imperii vicesimo tertio, atque inter Divos relatus est et merito consecratus.

Dunque ad Adriano successe T. Antonino Fulvio Boionio detto anche Pio, di stirpe illustre ma non molto antica, uomo insigne e che giustamente si può paragonare a Numa Pompilio, così come Traiano può esser paragonato a Romolo. In privato visse con somma onestà, maggiore nell’impero, con nessuno acerbo, benigno con tutti, di fama modesta nelle cose militari, bramoso di difendere più che di ampliare le province, che cercava per l’amministrazione dello Stato gli uomini più onesti, onorava i buoni, detestava i tristi senza alcuna acerbità, venerabile non meno che temibile per i re amici talchè moltissime genti barbare deposte le armi deferivano a lui le loro controversie e liti e accettavano il suo giudizio. Egli, ricchissimo prima dell’impero diminuì pure tutta la sua fortuna con le paghe dei soldati e le liberalità verso gli amici, ma lasciò l’erario ben fornito. Fu detto Pio per la sua clemenza. Morì a Lorio, sua villa a dodici miglia da Roma, l’anno settanta tre di sua vita e fu ascritto fra gli Dei e meritatamente consacrato.


Rhetorica, I, 11

di Cicerone

Principio generi animantium omni est a natura tributum ut se vitam corpusque tueatur declinet ea quae nocitura videantur omniaque quae sint ad vivendum necessaria anquirat et paret ut pastum ut latibula ut alia generis eiusdem. Commune item animantium omnium est coniunctionis appetitus procreandi causa et cura quaedam eorum quae procreata sint. Sed inter hominem et beluam hoc maxime interest quod haec tantum quantum sensu movetur ad id solum quod adest quodque praesens est se accommodat paulum admodum sentiens praeteritum aut futurum. Homo autem quod rationis est particeps per quam consequentia cernit causas rerum videt earumque praegressus et quasi antecessiones non ignorat similitudines comparat rebusque praesentibus adiungit atque adnectit futuras facile totius vitae cursum videt ad eamque degendam praeparat res necessarias.

Anzitutto, la natura ha dato ad ogni essere vivente l’istinto di conservare se stesso nella vita e nel corpo, schivando tutto ciò che può recargli danno e cercando ansiosamente tutto ciò che serve a sostentare la vita, come il cibo, il ricovero, e altre cose dello stesso genere. Comune altresì a tutti gli esseri viventi è il desiderio dell’accoppiamento al fine di procreare, e una straordinaria cura della loro prole. Ma tra l’uomo e la bestia c’è soprattutto questa gran differenza, che la bestia, solo in quanto è stimolata dal senso conforma le sue attitudini a ciò che le è presente nello spazio e nel tempo, poco o nulla ricordando del passato e presentando del futuro; mentre l’uomo, in quanto è partecipe della ragione (in virtù di questa egli scorge le conseguenze, vede le cause efficienti, non ignora le occasionali, e, oso dire, gli antecedenti, confronta tra loro i casi simili, e alle cose presenti collega strettamente le future), l’uomo, dico, vede facilmente tutto il corso della vita e prepara in tempo le cose necessarie a ben condurla.


De Finibus, IV, 25

di Cicerone

Sed primum positum sit nosmet ipsos commendatos esse nobis primamque ex natura hanc habere appetitionem, ut conservemus nosmet ipsos Hoc convenit; sequitur illud, ut animadvertamus qui simus ipsi, ut nos, quales oportet esse, servemus Sumus igitur homines Ex animo constamus et corpore, quae sunt cuiusdam modi, nosque oportet, ut prima appetitio naturalis postulat, haec diligere constituereque ex his finem illum summi boni atque ultimi Quem, si prima vera sunt, ita constitui necesse est: earum rerum, quae sint secundum naturam, quam plurima et quam maxima adipisci.

Ma per prima cosa sia fissato il principio che noi siamo affidati a noi stessi e che abbiamo come prima inclinazione naturale la conservazione di noi stessi Su questo punto siamo daccordo; segue questaltro: noi percepiamo chi siamo, per conservarci quali si deve essere Siamo dunque uomini Risultiamo formati di anima e di corpo, che son fatti in un certo modo, e occorre che noi, come richiede la prima inclinazione naturale, li amiamo e sulla loro base stabiliamo quel famoso termine estremo del sommo ed ultimo bene Se le premesse sono vere, esso deve necessariamente essere stabilito nel seguente modo: ottenere il maggior numero possibile e le più grandi possibili di quefle cose che sono conformi a natura.


Carmina, II, 10 (“Aurea mediocritas”)

di Orazio

Rectius vives, Licini, neque altum
semper urgendo neque, dum procellas
cautus horrescis, nimium premendo
litus iniquum.
Auream quisquis mediocritatem
diligit, tutus caret obsoleti
sordibus tecti, caret invidenda
sobrius aula.
Saepius ventis agitatur ingens
pinus et celsae graviore casu
decidunt turres feriuntque summos
fulgura montis.
Sperat infestis, metuit secundis
alteram sortem bene praeparatum
pectus: informis hiemes reducit
Iuppiter, idem
submovet. Non, si male nunc, et olim
sic erit: quondam cithara tacentem
suscitat Musam neque semper arcum
tendit Apollo.
Rebus angustis animosus atque
fortis appare; sapienter idem
contrahes vento nimium secundo
turgida vela.

Vivrai meglio, o Licinio, non spingendoti
sempre in alto mare né rasentando troppo
la costa insidiosa mentre prudente temi
le tempeste.
Chiunque segue l’aureo principio del giusto mezzo,
sta lontano al sicuro dagli squallori
di una casa decadente, e sta lontano, sobrio,
da un palazzo che suscita invidia.
Più frequentemente i venti agitano il grande pino,
le alte torri crollano con maggior rovina
e i fulmini colpiscono le cime dei monti.
Un cuore opportunamente predisposto attende
situazioni minacciose, nelle situazioni felici ha paura
del destino avverso: Giove riporta gli inverni
che rendono brutte le cose,
ed egli stesso li allontana. Se ora le cose vanno male,
non saà così in futuro: Apollo sveglia con la cetra
la Musa silenziosa e non tende sempre l’arco.
Nei momenti difficili mostrati corraggioso
e forte; allo stesso tempo tu ammainerai
sapientemente la vela gonfiata da un vento
troppo vigoroso.


“Le virtù di focione”

di Cornelio Nepote

Phocion Atheniensis etsi saepe exercitibus praefuit summosque magistratus cepit, tamen multo eius notior integritas vitae quam rei militaris labor. Itaque huius memoria est nulla, illius autem magna fama, ex quo cognomine Bonus est appellatus. Fuit enim perpetuo pauper, cum divitissimus esse posset propter frequentis delatos honores potestatesque summas, quae ei a populo dabantur. Hic cum a rege Philippo munera magnae pecuniae repudiaret legatique hortarentur accipere simulque admonerent, si ipse his facile careret, liberis tamen suis prospiceret, quibus difficile esset in summa paupertate tantam paternam tueri gloriam, his ille `Si mei similes erunt, idem hic’ inquit `agellus illos alet, qui me ad hanc dignitatem perduxit; sin dissimiles sunt futuri, nolo meis impensis illorum ali augerique luxuriam.’

Benché l’Ateniese Focione fosse stato spesso a capo di eserciti e abbia ricoperto le più alte cariche, tuttavia (è) molto più nota la sua l’integrità di vita che l’attività militare. Così di quest’ultima il ricordo è nullo, grande invece è la fama di quella, per cui fu soprannominato il Buono. Fu infatti vero per tutta la vita, sebbene potesse essere ricchissimo per le cariche spesso rivestite e per i più alti poteri che gli venivano affidati dal popolo. Costui, poiché rifiutò dal re Filippo doni di grande valore e esortandolo gli ambasciatori ad accettarli e insieme ricordandogli che, se lui poteva facilmente farne a meno, pensasse tuttavia ai suoi figli, ai quali sarebbe stato difficile conservare nella più grande povertà la tanto grande gloria paterna, rispose loro: “Se saranno simili a me, li nutrirà questo stesso campicello che ha portato me a questa carica; se dovranno essere diversi, non voglio che il loro lusso sia alimentato ed accresciuto a mie spese”.


Factorum Et Dictorum Memorabilium, II, 2, 4

di Valerio Massimo

Maxima autem diligentia maiores hunc morem retinuerunt, ne quis se inter consulem et proximum lictorem, quamvis officii causa una progrederetur, interponeret. Filio dumtaxat et ei puero ante patrem consulem ambulandi ius erat. Qui mos adeo pertinaciter retentus est, ut Q. Fabius Maximus quinquies consul, vir et iam pridem summae auctoritatis et tunc ultimae senectutis, a filio consule invitatus ut inter se et lictorem procederet, ne hostium Samnitium turba, ad quorum conloquium descendebant, elideretur, facere id noluerit. Idem a senatu legatus ad filium consulem Suessam Pometiam missus, postquam animadvertit eum ad officium suum extra moenia oppidi processisse, indignatus quod ex XI lictoribus nemo se equo descendere iussisset, plenus irae sedere perseveravit. Quod cum filius sensisset, proximo lictori ut sibi appareret imperavit. Cuius voci continuo Fabius obsecutus ‘Non ego’ inquit, ‘Fili, summum imperium tuum contempsi, sed experiri volui an scires consulem agere: nec ignoro quid patriae venerationi debeatur, verum publica instituta privata pietate potiora iudico’.

Gli antenati, inoltre, osservarono, con la massima scrupolosità, questa norma abitudinaria: nessuno si intromettesse tra il console e il littore più vicino, anche qualora si procedesse insieme a motivo di (pubblica) funzione. Soltanto al figlio – adolescente – era concesso il diritto di camminare davanti al (proprio) padre console. Tale norma venne osservata con tanta pervicacia, che Quinto Fabio Massimo – 5 volte console, uomo eccezionale e già da un pezzo della massima dignità, nonché, a quel tempo, molto anziano – (benché fosse) invitato dal figlio console a procedere in mezzo a sé e al littore, per evitare di restare soffocato dalla turba dei nemici sanniti, verso i quali stavano procedendo per un abboccamento, si rifiutò. Lo stesso (Fabio Massimo) – inviato a Sessa Pomezia dal senato, in qualità di ambasciatore, al figlio console – dopo che si rese conto che costui si era portato, a compiere la sua mansione, al di fuori delle mura della città – indignato perché nessuno degli 11 littori gli aveva ingiunto di smontare da cavallo – se ne rimase seduto incollerito. Quando il figlio capì, ordinò al littore più vicino di mettersi ai propri ordini. Facendo seguito alle parole di quello, Fabio esclamò: “Figliolo, io non ho trascurato il tuo autorevole comando, bensì ho voluto rendermi conto se tu sappia comportarti da console: non ignoro quale rispetto debba tributarsi ad un padre, tuttavia ritengo che le pubbliche istituzioni abbiano maggior valore degli affetti privati”.


Factorum Et Dictorum Memorabilium, II, 6, 11-12-13-14

di Valerio Massimo

11 – [...]Celtiberi etiam nefas esse ducebant proelio superesse, cum is occidisset, pro cuius salute spiritum devoverant. laudanda utrorumque populorum animi praesentia, quod et patriae incolumitatem fortiter tueri et fidem amicitiae constanter praestandam arbitrabantur.
12 – Thraciae vero illa natio merito sibi sapientiae laudem vindicaverit, quae natales hominum flebiliter, exequias cum hilaritate celebrans sine ullis doctorum praeceptis verum condicionis nostrae habitum pervidit. Removeatur itaque naturalis omnium animalium dulcedo vitae, quae multa et facere et pati turpiter cogit, si ortu eius aliquanto felicior ac beatior finis reperietur.
13 – Quocirca recte Lycii, cum his luctus incidit, muliebrem vestem induunt, ut deformitate cultus commoti maturius stultum proicere maerorem velint.
14 – Verum quid ego fortissimos hoc in genere prudentiae viros laudem? Respiciantur Indorum feminae, quae, cum more patrio conplures eidem nuptae esse soleant, mortuo marito in certamen iudiciumque veniunt, quam ex his maxime dilexerit.[...]

11 – I Celtiberi ritenevano addirittura empio sopravvivere ad una battaglia, quando fosse caduto colui, alla cui sola incolumità avevano dedicato solennemente la propria vita Degli uni e degli altri è degno di lode il sangue freddo, perché credevano che fosse necessario proteggere coraggiosamente la patria e mantenere fede senza esitazione alla loro parola di amici.
12 – E sì che a ragione può rivendicare il titolo di saggio quel popolo della Tracia, che, piangendo le nascite e celebrando giulivamente i funerali, ha saputo, senza precetto alcuno dei filosofi, intendere la vera essenza della condizione mortale. Aborriamo, dunque, da ogni istinto di piacere animalesco che ci costringe a fare e a subire molte vergogne, una volta scoperto che morire è cosa alquanto più felice e beata del nascere.
13 – Non hanno, dunque, torto i Lici ad indossare, quando sono colpiti da un lutto, abiti femminili: perché così sono indotti dalla stranezza del loro vestire a por termine al più presto ad una sciocca afflizione.
14 – Ma a che lodare gli uomini più forti in questo genere di saggezza? Osserviamo, ad esempio, le mogli degli Indiani, le quali, lì vige la poligamia, alla morte del marito fanno a gara, con regolare processo, per sapere quale tra loro il defunto abbia amata di più.