“Alessandro si reca al tempio di Ammone”

Alexander, postquam a Gaza copias moverat, in regionem Aegypti, quam nunc Castra Alexandri vocant, pervenit. Deinde cum expedita delectorum manu Nilo amne vectus est. Nec sustinuerunt Alexandri adventum Perase, defectione quoque perterriti. Iamque haud procul Memphi erat; in urbis praesidio Mazaces, praetor Darei, relictus, aurum omne Alexandro omnemque regiam supellectilem tradidit. A Memphi Nilo flumine vectus, Alexander ad ultimas terras Aegypti penetrat et adire Iovis Hammonis oraculum statuit. Iter vix tolerabile erat: terra caeloque aquarum penuria est, steriles harenae iacent et intolerabilis aestus existit. Secundo amne Alexander descendit ad Mareotin paludem. Nulla arbor, nullum culti soli occurrebat vestigium.

Alessandro, dopo che aveva mosso le sue milizie giunse nella regione dell’Egitto che ora chiamano “campo di Alessandro” poi con uno scelto manipolo di armati alla leggera navigò sul fiume Nilo. I persiani non sostennero l’arrivo di Alessandro, atteriti anche dalle defezione. (Alessandro) era ormai non lontano da Menfi; nella città (era) a presidio Mazace, pretore di Dario, rimasto, consegnò ad Alessandro tutto l’oro e tutto l’arredamento regio. Dopo aver navigato da Menfi sul fiume Nilo, Alessandro penetra nelle ultime terre dell’Egitto e ordinò di visitare l’oracolo di Ammone. Il cammino era appena tollerabile: in terra e in cielo vi era mancanza d’acqua, languivano gli sterili deserti e c’era un calore intollerabile. Alessandro discese dal secondo fiume verso la palude di Mareota. Non appariva nessun albero, nessuna traccia di suolo coltivato.

“Beneficiare malgrado gli ingrati”

Is perdit beneficia, qui cito se perdidisse credit. At qui instat, et onerat priora sequentibus, etiam ex duro et immemori pectore gratiam extundit. Non audebit adversus multa oculos attollere; quocumque se convertit, memoriam suam fugiens, ibi te videat: beneficiis tuis illum cinge. Quorum quae vis, quaeue proprietas sit, dicam, si prius illa, quae ad rem non pertinent, transilire mihi permiseris, quare tres Gratiae, et quare sorores sint, et quare manibus implexis, quare ridentes, iuvenes, et virgines, solutaque ac pellucida veste. Alii quidem videri volunt unam esse, quae det beneficium: alteram, quae accipiat: tertiam, quae reddat. Alii tria beneficiorum genera, promerentium, reddentium, simul et accipientium reddentiumque. Sed utrumlibet ex istis iudicaverim, quid ista nos iuvat scientia? Quid ille consertis manibus in se redeuntium chorus? Ob hoc, quia ordo beneficii per manus transeuntis nihilominus ad dantem revertitur, et totius speciem perdit, si usquam interruptus est: pulcherrimus, si cohaesit, et vices servat. Ideo ridentes: est aliqua tamen maioris dignatio, sicut promerentium. Vultus hilares sunt, quales solent esse qui dant, vel accipiunt beneficia. Iuvenes: quia non debet beneficiorum memoria senescere. Virgines: quia incorrupta sunt, et sincera, et omnibus sancta, in quibus nihil esse alligati debet, nec adscripti; solutis itaque tunicis utuntur: pellucidis autem, quia beneficia conspici volunt.

Questo non riceverà i benifici che si aspetta, colui che crede di averli persi troppo presto. Ma colui che insiste, e accumula benefici nuovi ai primi, riuscirà a ricevere gratitudine anche dal petto più duro e immemore. L’ingrato non oserà sollevare gli occhi contro molti, ovunque scappi, fuggendo dalla sua memoria, lì possa vederti: cerchialo con i tuoi benefici. Dirò quale sia la forza o la proprietà di questi (i benefici), se tu prima mi avrai permesso di trattare di quelle cose che non riguardano ciò di cui stiamo parlando, perchè le Grazie siano tre, e perchè siano sorelle, e perchè se ne stiano con le mani intrecciate, perchè siano sorridenti, giovani, e vergini, e la veste sia slegata e trasparente. Alcuni vogliono che sembri che la prima sia quella che da il beneficio, la seconda, quella che lo riceve, la terza quella che lo restituisce. Altri (vogliono che sembri) che ci (siano) tre generi di benefici, quelli di coloro che se lo sono meritati (lett: dei meritevoli), quelli di coloro che ricambiano (dei “ricambiatori”), quelli di quelli che contemporaneamente li ricevono e ricambiano (insieme dei riceventi e dei ricambiatori). Dunque giudica quale di questi sia vero: a che cosa ci giova questa conoscenza? Che senso ha quel coro che danza tenendosi per mano? Per questo, perchè la natura del beneficio passando di mano in mano non ritorna a colui che l’ha dato in minor valore, e perde la natura di intero, se mai viene interrotto: rimane bellissimo, se continua e garantisce la scambievolezza. In esso vi è tuttavia una posizione di primo piano come di coloro che fanno il beneficio. I volti sono felici, come sono soliti essere coloro che danno, o ricevono benefici. Giovani perchè non deve invecchiare il ricordo dei benefici, vergini perchè i benefici sono incorrotti e puri e sacri per tutti; e in questi non è bene che vi sia nulla che crei vincoli ne che li stringa: tuttavia usano tuniche sciolte, trasparenti, perchè i benefici vogliono essere visti.

De Beneficiis, III, 20

Errat, si quis existimat servitutem in totum hominem descendere: pars melior eius excepta est. Corpora obnoxia sunt, et adscripta dominis: mens quidem sui iuris; quae adeo libera et vaga est, ut ne ab hoc quidem carcere cui inclusa est teneri queat, quo minus impetu suo utatur, et ingentia agat, et in infinitum comes coelestibus exeat. Corpus itaque est, quod domino fortuna tradicit.
Hoc emit, hoc vendit: interior illa pars mancipio dari non potest. Ab hac quidquid venit, liberum est; non enim aut nos omnia iubere possumus, aut in omnia servi parere coguntur: contra rempublicam imperata non facient; nulli sceleri manus commodabunt.

Se qualcuno pensa che la schiavitù riguardi l’uomo nella sua totalità, sbaglia: la sua parte migliore ne è esclusa. I corpi sono soggetti e assegnati ai padroni, ma indipendente è la mente, che è libera e vagante a tal punto che nemmeno dal carcere, nel quale è rinchiusa, possa essere trattenuta dall’usare il suo ardore e dal compiere cose immense e dal librarsi all’infinito come compagna dei celesti. Dunque è il corpo, quello che la sorte assegna ad un padrone.
Questo compra, questo vende: quella parte più profonda non può essere venduta. Tutto ciò che da questa proviene, è libero; nè infatti noi possiamo ordinare ogni cosa, nè gli schiavi sono costretti ad obbedire in tutto e per tutto; non eseguiranno ordini contro lo stato, non si presteranno ad alcun crimine.

De Beneficiis, I, 7

Si beneficia in rebus, non ipsa benefaciendi voluntate consisterent, eo maiora essent, quo maiora sunt, quae accipimus. Id autem falsum est; nonnunquam magis nos obligat, qui dedit parua magnifice; qui regum aequauit opes animo; qui exiguum tribuit, sed libenter: qui paupertatis suae oblilus est, dum meam respicit; qui non voluntatem tantum iuvandi habuit, sed cupiditatem; qui accipere se putavit beneficium, quum daret; qui dedit tanquam recepturus, recepit tanquam non dedisset; qui occasionem, qua prodesset, et occupavit et quaesivit. Contra ingrata sunt, ut dixi, licet re ac specie magna videantur, quae danti aut extorquentur, aut excidunt, multoque gravius uenit, quod facili, quam quod plena manu datur: exiguum est quod in me contutit, sed amplius non potuit. At hic quod dedit, magnum est: sed dubitavit, sed distulit, sed quum daret, gemuit, sed superbe dedit, sed circumtulit, et placere ei, cui praestabat, noluit; ambitioni dedit, non mihi.

Se i benefici consistessero nelle cose donate e non nella volontà stessa di fare il bene, sarebbero tanto maggiori quanto maggiori sono i doni che riceviamo. Questo, invece, è falso: non di rado ci sentiamo maggiormente in debito con chi ci ha donato poco, ma con generosità, con chi eguagliava le ricchezze dei re con la disposizione d’animo, con chi ci ha reso un servizio minimo, ma di buon animo, con chi ha dimenticato la sua povertà guardando la mia, con chi ha avuto non soltanto la volontà, ma quasi la brama di aiutarmi, con chi ha ritenuto di ricevere egli stesso un beneficio facendolo a me, con chi ha ricevuto il contraccambio come se non avesse mai donato, con chi ha cercato e ha colto l’occasione per essermi utile. Invece, non sono graditi, come ho detto, benché sembrino di valore e molto belli, quei doni che vengono quasi carpiti o che cadono di mano al donatore, poiché risulta molto più gradito un dono che giunge spontaneamente di uno a piene mani. E’ poco ciò che costui mi ha dato, ma non avrebbe potuto darmi di più; invece, è molto ciò che mi ha dato quell’altro, ma ha esitato, ha rinviato, si è lamentato nel dare, ha dato con arroganza, ha fatto sapere a tutti di quel dono e ha voluto riuscire gradito, ma non a colui al quale l’offriva; ha donato per la sua ambizione, non per me.

De Beneficiis, I, 6

Quid est ergo beneficium? Benevola actio tribuens gaudium, capiensque tribuendo, in id quod facit prona, et sponte sua parata. Raque non quid fiat, aut quid detur, refert, sed qua mente: quia beneficium non in eo quod fit aut datur, consistit, sed in ipso dantis aut facientis animo. Magnum autem esse inter ista discrimen, vel ex hoc intelligas licet, quod beneficium utique bonum est: id autem quod fit, aut datur, nec bonum, nec malum est. Animus est, qui parua extollit, sordida illustrat, magna et in pretio habita dehonestat: ipsa, quae appetuntur, neutram naturam habent, nec boni, nec mali; refert, quo ille rector impellat, a quo forma datur rebus. Non est ergo beneficium ipsum, quod numeratur, aut traditur; sicut nec in victimis quidem, licet opimae sint, auroque praefulgeant, deorum est honos; sed pia ac recta voluntate venerantium. Itaque boni etiam farre ac fitilla religiosi sunt; mali rursus non effugiunt impietatem, quamuis aras sanguine multo cruentaverint.

Che cos’è, dunque, il beneficio? Un’azione benevola che procura gioia e gioisce nel procurarla, accompagnata da una inclinazione e da una disposizione d’animo a compierla. Perciò, non importa ciò che si fa o si dà, ma con quale intenzione, per. ché il beneficio consiste non in ciò che si fa o si dà, ma proprio nella disposizione d’animo di chi dà odi chi fa. Che ci sia una gran differenza tra queste cose, si può capire anche dal fatto che il beneficio è in ogni caso un bene, mentre ciò che si fa o si dà non è né un bene né un male. E la disposizione d’animo che rende grandi le piccole cose, nobilita le cose meschine, rende misere le cose considerate importanti e pregiate; persino le cose che noi desideriamo hanno una natura indifferente, né di bene né di male: ciò che conta è dove le orienta colui che le governa e che dà loro forma. L’essenza del beneficio non consiste in ciò che si possiede o che passa da una mano all’altra, così come l’onore reso agli dèi non consiste affatto nelle vittime, ma nella volontà onesta e religiosa di chi li venera. Pertanto, ai buoni basta un po’ di farro e del vasellame di terracotta per mostrare la loro devozione; i malvagi, invece, non sfuggono all’empietà, per quanti altari bagnino di sangue.

“Nell’arena”

Venationes in magnis amphitheatris Romanorum animos excitabant. In arenam cum ferocibus feris gladiatores descendebant, pugionibus,venabulis et hastis armati. Saeva animalia instigabant et unguium ac faucium incursiones summa cum peritia et calliditate vitabant; semper crudelem mortem oppetebant. Postremo gladiatores verbera letalia impingebant et ferae ad virorum pedes procumbebant, magno populi clamore et admiratione. Aliquando praetores inermes damnatos capite ad bestias mittebant in arenam: ita ferocia animalia hominum corporibus cibum capessebant.

I giochi nei grandi anfiteatri eccitavano gli animi dei Romani. I gladiatori scendevano nell’arena con animali feroci armati di pugnali, spiedi da caccia e lance. Istigavano gli animali e coraggiosamenti evitavano gli assalti delle unghie e delle fauci, sempre andavano incontro ad una morte crudele. Infine i gladiatori li percuotevano con bastoni mortali e le belve cadevano ai piedi degli uomini, con grande clamore ed ammirazione del popolo. Qualche volta i pretori mandavano nell’arena, contro le bestie, uomini inermi condannati a morte: così i feroci animali si cibavano con i corpi degli uomini.

De Beneficiis, III, 18

Quanquam quaeritur a quibusdam, sicut ab Hecatone, an beneficium dare seruus domino posuit? Sunt enim qui ita distinguunt, quaedam beneficia esse, quaedam officia, quaedam ministeria; beneficium esse, quod alienus det: alienus est, qui potuit sine reprehensione cessare; officium esse filii, uxoris, et earum personarum, quas necessitudo suscitat, et ferre opem iubet; ministerium esse serui, quem conditio sua eo loco posuit, ut nihil eorum qui praestat, imputet superiori. Praeterea seruos qui negat dare aliquando domino beneficium, ignarus est iuris humani; refert enim cuius animi sit, qui praestat, non cuius status. Nulli praeclusa uirtus est: omnibus patet, omnes admittit, omnes inuitat, ingenuos, libertinos, seruos, reges, et exsules; non eligit domum, nec censum: nudo homine contenta est. Quid enim erat tuti aduersus repentina; quid animus magnum promitteret sibi, si certam uirtutem fortuna mutaret? Si non dat beneficium seruus domino, nec regi quisquam suo, nec duci suo miles. Quid enim interest, quali quis teneatur imperio, si summo tenetur? Nam si seruo, quo minus in nomen meriti perueniat, necessitas obest, et patiendi ultima timor, idem istud obstabit, et ei qui regem habet, et ei qui ducem; quoniam, sub dispari titulo, paria in illos licent. Atqui dant regibus suis, dant imperatoribus beneficia: ergo et dominis. Potest seruus iustus esse, potest fortis, potest magnanimus: ergo et beneficium dare potest. Nam et hoc uirtutis est; adeoque dominis serui beneficia possunt dare, ut ipsos saepe beneficii sui fecerint.

Tuttavia viene chiesto a qualcuno, come a Ecatone, se un servo possa fare beneficio al padrone. Ci sono coloro che distinguono così, che cosa siano i benefici, che cosa i doveri, che cosa i servizi; il beneficio è, ciò che un altro dà: l’estraneo è chi avrebbe potuto astenersi senza rimprovero; il dovere è proprio del figlio, della moglie e di quelle persone che la parentela spinge e ordina che compino il dovere; il servizio è proprio del servo, che la sua condizione lo pose in quella posizione tale per cui non può attribuirsi come un merito, nei confronti di chi gli è superiore, nessuna di queste cose che fa come un di più. E’ ignaro dei diritti umani colui che dice che il servo non dà mai benefici al padrone; importa infatti di quale animo sia chi fa il servizio non di che livello sociale. La virtù non è preclusa a nessuno; sopporta tutti, ammette tutti, invita tutti, sia liberi sia liberti sia servi sia re sia esuli; non preferisce casa ne censo: è contenta del nudo uomo. Che cosa ci sarebbe di sicuro contro gli avvenimenti improvvisi, che cosa prometterebbe a se stesso l’animo di grande, se la fortuna mutasse la certa virtù? Se il servo non desse beneficio al padrone, neppure qualcuno potrebbe darlo al proprio re, ne il soldato al suo comandante; cosa infatti interessa chi tiene quale potere, se tutto è tenuto da un sommo potere? Infatti se la costrizione e l’estremo timore di sopportare le dure punizioni, si oppone a che il servo possa diventare un benefattore, allo stesso modo questo impedirà anche a colui che ha un re e a colui che ha un condottiero, anche se sotto un nome diverso, anche a questi sono permesse le stesse cose. Eppure danno benefici ai loro re, ne danno ai loro comandanti: quindi anche ai padroni. Il servo può essere giusto, può essere coraggioso, può essere di grande animo: quindi può dare beneficio. Infatti anche ciò fa parte della virtù. Quindi a tal punto i servi possono dare benefici ai padroni che spesso sono fatti grandi dai loro benefici.

“Una questione complessa nella fase della confutazione”

Haec sunt omnia ingeni vel mediocris, exercitationis autem maximae; artem quidem et praecepta dumtaxat hactenus requirunt, ut certis dicendi luminibus ornentur. Itemque illa, quae sunt alterius generis, quae tota ab oratore pariuntur, excogitationem non habent difficilem, explicationem magis inlustrem perpolitamque desiderant; itaque cum haec duo nobis quaerenda sint in causis, primum quid, deinde quo modo dicamus, alterum, quod totum arte tinctum videtur, tametsi artem requirit, tamen prudentiae est paene mediocris quid dicendum sit videre; alterum est, in quo oratoris vis illa divina virtusque cernitur, ea, quae dicenda sunt, ornate, copiose varieque dicere. Qua re illam partem superiorem, quoniam semel ita vobis placuit, non recusabo quo minus perpoliam atque conficiam – quantum consequar, vos iudicabitis – quibus ex locis ad eas tris res, quae ad fidem faciendam solae valent, ducatur oratio, ut et concilientur animi et doceantur et moveantur. Ea vero quem ad modum inlustrentur, praesto est, qui omnis docere possit, qui hoc primus in nostros mores induxit, qui maxime auxit, qui solus effecit.

Nessuno di essi richiede un cervello eccezionale, ma tutti però richiedono un continuo esercizio; richiedono anche la conoscenza, delle norme della retorica, ma solo per essere rivestiti con gli ornamenti dello stile. Così pure le prove del secondo genere, che sono tutte create dall’oratore, non presentano difficoltà d’invenzione, ma piuttosto di esposizione, un’esposizione, dico, che sia chiara e forbita; poiché due dunque sono gli scopi che ci dobbiamo prefiggere nelle cause, uno riguardante che cosa e l’altro in che modo parliamo, per il primo, che sembra dipendere tutto dai precetti della retorica, utile, certo, lo studio, ma basta avere una intelligenza comune, per sapere che cosa bisogna dire; il secondo è quello in cui spiccano la forza incomparabile e l’ingegno dell’oratore consiste nel parlare con stile ornato, copioso e vario. Poiché a voi così piace, io non mi rifiuterò di ifiustrare e trattare a fondo quel primo punto in quanto ai risultati, giudicherete voi – cioè per quali vie il discorso possa produrre quei tre effetti, che soli sono capaci di produrre la persuasione, cioè il cattivarsi la simpatia degli ascoltatori, l’istruirli e il commuoverli. In quanto poi all’arte di abbellirle stilisticamente, c’è qui con noi un uomo che può farci da maestro, colui che introdusse per primo tra questo metodo, colui che lo portò alla massima perfezione, il solo che lo seppe realizzare.

“Serenità d’animo di Alessandro in punto di morte”

Quarto die Alexander indubitatam mortem sentiens agnoscere se fatum domus maiorum suorum ait, nam plerosque Aeacidarum intra XXX annum defunctos. Tumultuantes deinde milites insidiisque perire regem suspicantes ipse sedavit eosque omnes, cum prolatus in editissimum urbis locum esset, ad conspectum suum admisit osculandamque dexteram suam flentibus porrexit. Cum lacrimarent omnes, ipse non sine lacrimis tantum, verum sine ullo tristioris mentis argumento fuit, ut quosdam inpatientius dolentes consolatus sit, quibusdam mandata ad parentes eorum dederit: adeo sicuti in hostem, ita et in mortem invictus animus fuit. Dimissis militibus circumstantes amicos percontatur, videanturne similem sibi reperturi regem. Tacentibus cunctis tum ipse, ut hoc nesciat, ita illud scire vaticinarique se ac paene oculis videre dixit, quantum sit in hoc certamine sanguinis fusura Macedonia, quantis caedibus, quo cruore mortuo sibi parentatura. Ad postremum corpus suum in Hammonis templum condi iubet. Cum deficere eum amici viderent, quaerunt, quem imperii faciat heredem. Respondit dignissimum.

Al quarto giorno Alessandro, avvertendo come certa la morte, disse di riconoscere il destino della casa dei suoi antenati, infatti la gran parte degli Ecidi erano morti entro il trentesimo anno. Poi egli stesso calmò i soldati che si agitavano e sospettavano che il re morisse per un complotto e, dopo essersi portato nel luogo più elevato della città, li ammise tutti al suo cospetto e porse a loro che piangevano la sua destra per baciarla. Mentre tutti piangevano, egli rimase non solo senza lacrime, ma addirittura senza alcun atteggiamento di un animo troppo triste, così che in modo quasi impassibile consolò alcuni, ad altri diede incarichi per i loro genitori: a tal punto fu indomito l’animo così contro il nemico come anche in morte. Congedati i soldati chiese agli amici che lo circondavano se pensavano che avrebbero trovato un re simile a lui. Giacché tutti tacevano allora egli stesso, pur non sapendolo, disse di conoscere e prevedere e vedere quasi con gli occhi quanto sarebbe stata distrutta la Macedonia in questa battaglia di sangue, con che grandi stragi, con quale sangue lo avrebbero celebrato morto. All’estremo ordina che il suo corpo sia composto nel tempio di Ammone. Vedendo gli amici che egli veniva meno gli domandano chi costituisca erede dell’impero. Risponde: quello più degno.

“Aspro combattimento fra i Macedoni e i Barbari”

Quarto die Alexander pervenit ad oppidum, quod in regno erat Sambi. Nuper Sambus se dediderat, sed oppidani, qui permagni libertatem suam faciebant, clauserant portas. Eorum paucitate contempta, Alexander quingentos suorum moenia subire iussit, iisque imperavit ut, sensim recedentes, elicerent extra murum hostem. Sciebat enim hostem Macedones insecuturum esse, si eos fugere crederet. Milites igitur, sicut iussi erant, lacessito hoste, subito terga verterunt. Eos barbari effuse sequentes, in alios, inter quos ipse Alexander erat, incidunt. Renovatum ergo proelium est: ex tribus milibus hostium sescenti caesi sunt, mille capti, reliqui intra moenia confugerunt. Sed Macedonum victoria laeta non fuit: barbari enim veneno tinxerant gladios.

Al quarto giorno Alessandro giunge alla città, che era nel regno di Sambo. Da poco Sambo era fuggito, ma i cittadini, che tenevano in grandissima considerazione la propria libertà, avevano chiuso le porte. Disdegnando l’esiguo numero di quelli, Alessandro comandò a cinquecento dei suoi di andare sotto le mura, e comandò loro che, allontanandosi a poco a poco, attraessero il nemico fuori dalle mura. Sapeva infatti che il nemico avrebbe inseguito i Macedoni, se pensava che fuggissero. I soldati, dunque, così come erano stati comandati, provocato il nemico, subito voltarono le spalle (fuggirono). I barbari, segueno quelli alla rinfusa, si imbattono negli altri, tra i quali vi era lo stesso Alessandro. Dunque viene ricominciato il combattimento: furono uccisi 3600 nemici, mille (fatti) prigionieri, gli altri fuggirono dentro le mura. Ma la vittoria dei Macedoni non fu felice: i barbari infatti avevano intinto le spade nel veleno.