“Discorso di Scipione alle truppe (I)”

Cum Placentiam Scipio consul venit, iam ex stativis moverat Hannibal Taurinorumque urbem, quae in amicitiam cum Punicis non venit, vi expugnaverat. Deinde Hannibal castra ex Taurinis ad Ticinum movit, ubi cum Romanis dimicare volebat. Scipio postquam trans Padum copias duxit et ad Ticinum amnem castra movit, ad militum hortationem dixit: “Novus imperator apud novos milites pauca verba dicet. Pro patriae salute pugnabitis, milites, cum gentibus quas terra marique iam bello vicistis, a quibus stipendium per multos annos exegistis ac belli praemia Siciliam ac Sardiniam habuistis. Erit igitur Romanis legionibus in hoc certamine victorum animus, quia Iuppiter auxilio nostris copiis iam venit primo Punico bello; hostium autem robora ac vires languescunt, Poeni iam non homines sed hominum umbrae sunt, fama, frigore, squalore contusi ac debilitati sunt inter saxa rupesque Alpium. Cum vestris gladiis tacti erint, eorum corpora quassabantur armaque frangentur. Itaque reliquias extremas hostis, non hostem habetis”.

Quando il console Scipione giunse a Piacenza, già Annibale aveva levato il campo, ed aveva espugnato con la forza una città dei Taurini che si era rifiutata di stringere patti d’amicizia con i Cartaginesi. Poi Annibale mosse gli accampamenti dai Taurini al Ticino, dove voleva combattere con i Romani. Scipione, dopo avere passato il Po con l’esercito e mosso il campo verso il fiume Ticino, per incitare le truppe disse: “Poche parole deve dire un comandante nuovo a truppe nuove. Combattere, o soldati, a difesa della salvezza della patria, contro coloro che già vinceste in guerra per terra e per mare, dai quali per molti anni percepiste un tributo, ai quali prendeste, trofei di vittoria, la Sicilia e la Sardegna. Avranno dunque le legioni Romane in questo conflitto l’animo dei vincitori, poiché Giove già venne in soccorso del nostro esercito in occasione della prima guerra Punica; languono peraltro il nerbo e le forze dei nemici, i Cartaginesi ormai non sono uomini ma ombre d’uomini, fiaccati dalla fame, dal freddo, dalla sporcizia, sono stati feriti ed indeboliti fra le rocce ed i sassi delle Alpi. Quando saranno colpiti dalle vostre spade, i loro corpi saranno scossi e le loro armi infrante. Così, gli ultimi avanzi di un nemico, non un nemico avrete davanti”.

Breviarium, VIII, 8 (“Un imperatore onesto e pio”)

Ergo Hadriano successit T. Antoninus Fulvius Boionius, idem etiam Pius nominatus, genere claro, sed non admodum vetere, vir insignis et qui merito Numae Pompilio conferatur, ita ut Romulo Traianus aequetur. Vixit ingenti honestate privatus, maiore in imperio, nulli acerbus, cunctis benignus, in re militari moderata gloria, defendere magis provincias quam amplificare studens, viros aequissimos ad administrandam rem publicam quaerens, bonis honorem habens, inprobos sine aliqua acerbitate detestans, regibus amicis venerabilis non minus quam terribilis, adeo ut barbarorum plurimae nationes depositis armis ad eum controversias suas litesque deferrent sententiaeque parerent. Hic ante imperium ditissimus opes quidem omnes suas stipendiis militum et circa amicos liberalitatibus minuit, verum aerarium opulentum reliquit. Pius propter clementiam dictus est. Obiit apud Lorium, villam suam, miliario ab urbe duodecimo, vitae anno septuagesimo tertio, imperii vicesimo tertio, atque inter Divos relatus est et merito consecratus.

Dunque ad Adriano successe T. Antonino Fulvio Boionio detto anche Pio, di stirpe illustre ma non molto antica, uomo insigne e che giustamente si può paragonare a Numa Pompilio, così come Traiano può esser paragonato a Romolo. In privato visse con somma onestà, maggiore nell’impero, con nessuno acerbo, benigno con tutti, di fama modesta nelle cose militari, bramoso di difendere più che di ampliare le province, che cercava per l’amministrazione dello Stato gli uomini più onesti, onorava i buoni, detestava i tristi senza alcuna acerbità, venerabile non meno che temibile per i re amici talchè moltissime genti barbare deposte le armi deferivano a lui le loro controversie e liti e accettavano il suo giudizio. Egli, ricchissimo prima dell’impero diminuì pure tutta la sua fortuna con le paghe dei soldati e le liberalità verso gli amici, ma lasciò l’erario ben fornito. Fu detto Pio per la sua clemenza. Morì a Lorio, sua villa a dodici miglia da Roma, l’anno settanta tre di sua vita e fu ascritto fra gli Dei e meritatamente consacrato.

“Il senatore e il gallo”

Romana iuventus, Gallorum exercitu pulsa, in Capitolinam arcem se contulit; senes vero in plana parte urbis relīquit. Ii, in curulibus sellis considentes cum insignibus magistratuum quos gesserant sacerdotiorumque quae obtinuerant, in tam gravi discrimine splendorem et ornamenta peritae vitae retinebant. Venerabilis eorum aspectus primo hostibus apparet, qui novitate rei et magnificentia cultus et audaciae genere commoventur. Sed M. Attilius Gallo, barbam suam permulcenti, scipionem veementi ictu capiti infligit; tum hostis propter dolorem in senem ruit eumque interfĭcit. Vir vero patientiam dedecus ignorat, et nova speciosa genera interitus excogitat.

La gioventù romana, spinta dall’esercito dei Galli, si radunò nella fortezza del Campidoglio; in realtà abbandonò i vecchi nella parte pianeggiante della città. Essi, mentre sedevano sulle sedie curuli con le insegne dei magistrati che avevano con sè e che avevano ottenuto dei sacerdoti, in tanta grave divisione tenevano lo splendore e l’equipaggiamento delle persone esperte. In un primo tempo l’aspetto dei medesimi appare venerabile ai nemici, che sono commossi dalla novità e dalla magnificenza del culto e dal genere di audacia. Ma M. Attilio Gallo, mentre lisciava la sua barba, colpì Scipione con un forte colpo alla testa; allora il nemico cadde nel Senato a causa del dolore e lo uccise. In verità l’uomo disonorato ignora la pazienza, e escogita un nuovo genere evidente di morte.

“La prima maestra è la nutrice”

Ante omnia ne sit vitiosus sermo nutricibus: quas, si fieri posset, sapientes Chrysippus optavit, certe quantum res pateretur optimas eligi voluit. Et morum quidem in his haud dubie prior ratio est, recte tamen etiam loquantur. Has primum audiet puer, harum verba effingere imitando conabitur, et natura tenacissimi sumus eorum quae rudibus animis percepimus: ut sapor quo nova inbuas durat, nec lanarum colores quibus simplex ille candor mutatus est elui possunt. Et haec ipsa magis pertinaciter haerent quae deteriora sunt. Nam bona facile mutantur in peius: quando in bonum verteris vitia? Non adsuescat ergo, ne dum infans quidem est, sermoni qui dediscendus sit.

Prima di tutto le nutrici non abbiano un parlare scorretto: Crisippo raccomandò quelle colte, se fosse stato possibile, volle almeno che venissero scelte le migliori per quanto risultasse chiaro. E la moralità certamente in queste cose senza dubbio è prioritaria, tuttavia parlino anche con rettitudine (correttezza grammaticale). Queste (nutrici) il bambino ascolterà inizialmente, cercherà di ripetere le parole di queste imitandole, e fin dalla nascita siamo molto attaccati alle cose che apprendiamo con animo inesperto: come dura il sapore di cui si impregnano i vasi (usati per la prima volta), e (come) non si estinguono i colori con i quali è stato corretto il primitivo candore della lana. Proprio queste (prime impressioni) si fissano più forte di quelle che si deteriorano. Infatti facilmente le cose buone si trasformano in peggiori: forse qualche volta i vizi si sono trasformati in buone abitudini? Non si abitui quindi al linguaggio famigliare chi, se non è ancora per lo meno un infante, dovrà dimenticarlo.

Epitomae, IX, 8, vv. 11-21

Huic Alexander filius successit et virtute et vitiis patre maior. Itaque vincendi ratio utrique diversa. Hic aperta, ille artibus bella tractabat. Deceptis ille gaudere hostibus, hic palam fusis. Prudentior ille consilio, hic animo magnificentior. Iram pater dissimulare, plerumque etiam vincere; hic ubi exarsisset, nec dilatio ultionis nec modus erat. Vini nimis uterque avidus, sed ebrietatis diversa vitia. Patri mos erat etiam de convivio in hostem procurrere, manum conserere, periculis se temere offerre; Alexander non in hostem, sed in suos saeviebat. Quam ob rem saepe Philippum vulneratum proelia remisere, hic amicorum interfector convivio frequenter excessit. Regnare ille cum amicis nolebat, hic in amicos regna exercebat. Amari pater malle, hic metui. Litterarum cultus utrique similis. Sollertiae pater maioris, hic fidei. Verbis atque oratione Philippus, hic rebus moderatior. Parcendi victis filio animus et promptior et honestior. Frugalitati pater, luxuriae filius magis deditus erat. Quibus artibus orbis imperii fundamenta pater iecit, operis totius gloriam filius consummavit.

A costui (Filippo) successe il figlio Alessandro, superiore al padre sia nel bene che nel male. Ad esempio, adottarono diverse tattiche di vittoria: l’uno conduceva gli scontri frontali, l’altro ricorreva a sotterfugi; e così, quest’ultimo traeva personale soddisfazione dall’aver tratto in inganno i nemici, l’altro dall’averli sterminati senza mezzi termini. Quello fu più accorto in giudizio, questo di animo più grandioso. Filippo riusciva a non far trasparire la propria ira, e il più delle volte anche a soffocarla; questo (Alessandro), invece, una volta che s’era infiammato, la vendetta e il castigo trovavano libero e immediato sfogo. Entrambi erano provetti bevitori, ma sfogavano diversamente la propria ubriachezza molesta. Tipico del padre era passare direttamente dal banchetto al campo di battaglia, venire alle mani, esporsi ai pericoli senza timore; Alessandro infieriva non contro il nemico, ma contro i suoi amici; per la qual cosa, spesso Filippo tornava dai combattimenti con qualche ferita, Alessandro, altrettanto spesso, abbandonava il banchetto che aveva ucciso qualcuno dei suoi. Quello (Filippo) non gradiva circondarsi di persone del suo seguito nell’esercizio del potere; questi (Alessandro) pareva addirittura esercitare il potere a svantaggio dei suoi amici. Il padre ci teneva ad essere amato, il figlio ad esser temuto. Pari, in entrambi, l’amore per le belle lettere. Più portato alla critica il padre, più fedele alla tradizione il figlio. Filippo era più parco, tutto all’opposto il figlio. Nel figlio c’era un’animo più disposto e più genuino ad aver riguardo per gli sconfitti. Il padre era decisamente più dedito alla parsimonia; al figlio piaceva, invece, il lusso. Grazie a quelle disposizioni, Filippo gettò le fondamenta di un regno che coprisse l’intero mondo; il figlio portò a termine quel glorioso, universale disegno.

Fabulae, 153 – Deucalion et Pyrrha

Cataclysmus, quod nos diluvium vel irrigationem dicimus, cum factum est, omne genus humanum interiit praeter Deucalionem et Pyrrham, qui in montem Aetnam, qui altissimus in Sicilia esse dicitur, fugerunt. Hi propter solitudinem cum vivere non possent, petierunt ab Iove, ut aut homines daret aut eos pari calamitate afficeret. Tum Iovis iussit eos lapides post se iactare; quos Deucalion iactavit, viros esse iussit, quos Pyrrha, mulieres. Ob eam rem laos dictus, laas enim Graece lapis dicitur.

Quando avvenne il cataclisma che noi chiamiamo diluvio oppure inondazione, tutta la razza umana perì a eccezione di Deucalione e Pirra che si rifugiarono sull’Etna, il monte più alto (si dice) che sorga in Sicilia. Essi non potevano sopravvivere per la solitudine; perciò pregarono Giove di concedere loro degli uomini oppure di annientarli come era successo agli altri. Allora Giove ordinò di gettare delle pietre dietro la schiena: quelle gettate da Deucalione divennero uomini, quelle da Pirra donne. Questa è l’origine della parola laos (popolo), poiché in greco laas significa pietra.

“Deucalione e Pirra”

Cum diluvium accidit, omne genus humanum intertiit praeter Deucalionem et Pyrrham, qui in Siciliam in montem Aetnam incolumes confugerunt. Hi quia propter solitudinem vivere non poterant, ab Iove petiverunt ut aut sibi homines comites daret aut eos pari calamitate puniret. Tum Iuppiter respondit: “Si lapides post terga vestra iactabitis, lapides a Deucalione iacti viri fient, lapides autem a Pyrrha iacti mulieres erunt”. Deucalion et Pyrrha Iovi oboediverunt: sic hominum genus, exstinctum antea, Iuppiter restituit.

Quando avvenne il diluvio, tutto il genere umano perì ad eccezione di Deucalione e Pirra, che si rifugiarono incolumi in Sicilia sul monte Etna. Essi, poichè non potevano sopravvivere per la solitudine, pregarono Giove di concedere loro degli uomini come compagni oppure di punirli con una pari calamità. Allora Giove rispose: “Se getterete delle pietre dietro la vostra schiena, le pietre gettate da Deucalione diventeranno uomini, mentre quelle gettate da Pirra saranno donne”. Deucalione e Pirra ubbidirono a Giove: così Giove ripristinò il genere umano, prima estinto.

“Avidità punita”

Nicotris sapiens et clara Babyloniorum regina, antequam e vita excederet, ministris suis imperavit ut in sepulcro suo haec verba inscriberentur: hic ingens thesaurus latet: si Babyloniorum rex in gravi pecuniae inopia erit, sepulcrum aperite atque thesaurum sumite, si autem sepulcrum violaverit nulla nessitate adductus, aviditatis suae poenas solvet”. Per multos annos Nicotridis sepulcrum violatum non est, sed cum Dareus factus est Persarum rex, divitiarum cupiditate motus, sepulcrum aperuit ut thesaurum sumeret: reginae cadaver tantum invenit et apud cadaver haec verba scripta: “Si tuam pecuniae aviditatem contìnere scires, mortuorum scelera non violares!”. Temperantia enim magnus thesaurus est.

Nicotridi sapiente e famosa regina dei Babilonesi prima di morire comandò ai suoi ministri di incidere sul suo sepolcro queste parole: “Qui è nascosto un ingente tesoro: se il re dei Babilonesi si troverà in grave mancanza di denaro, apra il sepolcro e prenda il tesoro, se invece violerà il sepolcro senza nessuna necessità, pagherà la pena della sua avidità”. Per molti anni il sepolcro di Nicotridi non venne violato, ma quando Dario divenne re dei Persiani, mosso dalla cupidigia di ricchezze, aprì il sepolcro per prendere il tesoro. All’interno, però trovò solamente il cadavere della regina e presso il cadavere questa scritta: “Se sapessi trattenere la tua avidità di ricchezze non violeresti i sepolcri dei morti. La temperanza infatti è un grande tesoro”.

Atticus, 4

Huc ex Asia Sulla decedens cum venisset, quamdiu ibi fuit, secum habuit Pomponium, captus adulescentis et humanitate et doctrina. Sic enim Graece loquebatur, ut Athenis natus videretur; tanta autem suavitas erat sermonis Latini, ut appareret in eo nativum quendam leporem esse, non ascitum. Item poemata pronuntiabat et Graece et Latine sic, ut supra nihil posset addi. Quibus rebus factum est ut Sulla nusquam eum ab se dimitteret cuperetque secum deducere. Qui cum persuadere temptaret, ‘Noli, oro te’, inquit Pomponius ‘adversum eos me velle ducere, cum quibus ne contra te arma ferrem, Italiam reliqui’. At Sulla adulescentis officio collaudato omnia munera ei, quae Athenis acceperat, proficiscens iussit deferri. Hic complures annos moratus, cum et rei familiari tantum operae daret, quantum non indiligens deberet pater familias, et omnia reliqua tempora aut litteris aut Atheniensium rei publicae tribueret, nihilo minus amicis urbana officia praestitit. Nam et ad comitia eorum ventitavit, et si qua res maior acta est, non defuit. Sicut Ciceroni in omnibus eius periculis singularem fidem praebuit; cui ex patria fugienti HS ducenta et quinquaginta milia donavit. Tranquillatis autem rebus Romanis remigravit Romam, ut opinor, L. Cotta et L. Torquato consulibus. Quem discedentem sic universa civitas Atheniensium prosecuta est, ut lacrimis desiderii futuri dolorem indicaret.

Quando Silla nel suo ritorno dall’Asia giunse qua, per tutto il tempo che vi si trattenne, volle presso di sé Pomponio, conquistato dalla gentilezza e dalla cultura del giovane: parlava il greco così bene da sembrare nato in Atene; ma, nella sua conversazione latina, vi era tanta dolcezza che era chiaro che possedesse una certa quale grazia naturale, non acquisita. Recitava poi poesie greche e latine con una perfezione insuperabile. Per tutti questi motivi Silla lo volle sempre accanto a sé e desiderava portarlo con sé. E mentre cercava di convincerlo: “Ti prego”, gli disse Pomponio, “di non volermi portare contro quelli a causa dei quali dovetti lasciare l’Italia per non prendere con loro le armi contro di te”. Ma Silla lodò molto lo scrupolo leale del giovane, e partendo ordinò che fossero trasferiti a lui tutti i donativi che aveva rice*vuto ad Atene. Qui rimase molti anni, attendendo al patrimonio familiare tanto quanto è dovere di un oculato capo di famiglia, dedicando tutto il resto del tempo alla cultura o allo Stato ateniese; ma ebbe modo di prestare i suoi servigi anche agli amici di Roma. Infatti andò più volte alle loro campagne elettorali e non mancò quando si trattò qualche problema particolarmente importante. Per esempio a Cicerone mostrò una fedeltà straordinaria in tutti i suoi gravi frangenti; e quando questi lasciò la patria per l’esilio, gli fece dono di duecentocinquantamila sesterzi. Quando la situazione a Roma fu tornata tranquilla, vi fece ritorno sotto il consolato, mi pare, di L. Cotta e Lucio Torquato; alla sua partenza lo accompagnò tutta la popolazione ateniese dimostrando con le lacrime il dispiacere del futuro rimpianto.

“Elogio di Cicerone” (2)

Nam mihi videtur M. tullius, cum se totum ad imitationem Graecorum contulisset, effinxisse vim Demosthenis, copiam Platonis, iucunditatem Isocratis. Nec vero quod in quoque optimum fuit studio consecutus est tantum, sed plurimas vel potius omnes ex se ipso virtutes extulit inmortalis ingenii beatissima ubertas. Non enim pluvias, ut ait Pindarus, aquas colligit, sed vivo gurgite exundat, dono quodam providentiae genitus in quo totas vires suas eloquentia experiretur. Nam quis docere diligentius, movere vehementius potest? Cui tanta umquam iucunditas adfuit? Ut ipsa illa quae extorquet impetrare eum credas, et cum transversum vi sua iudicem ferat, tamen ille non rapi videatur sed sequi. Iam in omnibus quae dicit tanta auctoritas inest ut dissentire pudeat, nec advocati studium sed testis aut iudicis adferat fidem, cum interim haec omnia, quae vix singula quisquam intentissima cura consequi posset, fluunt inlaborata, et illa qua nihil pulchrius auditum est oratio prae se fert tamen felicissimam facilitatem.

A me pare infatti che Marco Tullio, nel suo dedicarsi interamente all’imitazione dei greci, abbia riprodotto la forza di Demostene, ricchezza di Platone e l’arrendevolezza di Isocrate. Ma tutti pregi che si trovano in quegli autori non gli era giunti soltanto con lo studio: la maggior parte delle sue virtù (o meglio, tutte) le ha prodotte la felicissima ricchezza del suo talento immortale, traendole da se stesso. Non si limita infatti a raccogliere, come dice Pindaro, le acque piovane, ma trabocca con la sua viva corrente: la sua nascita è stato un dono della provvidenza, affinché l’eloquenza potesse mettere alla prova in lui tutte le proprie possibilità. Dovrebbe infatti formare gli ascoltatori con maggior diligenza? Chi ha mai avuto il fascino così grande? Potresti addirittura credere che le ammissioni che estorce egli ne ottenga semplicemente, e che, quando trascina il giudice e gli fa cambiare opinione con la forza della sua eloquenza, si ha l’impressione che il giudice non venga rapito ma che lo segua docilmente. C’è poi in tutte le parole che dice una tale autorità che si prova vergogna a dissentire da lui; non porta nei processi la borsetta dell’avvocato, ma l’attendibilità di un testimone o di un giudice; tutti questi pregi che, a stento,uno per uno, si potrebbero raggiungere dopo uno studio intensissimo, scorrono in lui senza fatica; il suo famoso stile, il più bello che si sia mai ascoltato, ma sono felicissima spontaneità.

Tusculanae Disputationes, II, 18-19

18 – Ego a te non postulo, ut dolorem eisdem verbis adficias quibus Epicurus voluptatem, homo, ut scis, voluptarius. Ille dixerit sane idem in Phalaridis tauro, quod si esset in lectulo; ego tantam vim non tribuo sapientiae contra dolorem. Sit fortis in perferendo, officio satis est; ut laetetur etiam, non postulo. Tristis enim res est sine dubio, aspera, amara, inimica naturae, ad patiendum tolerandumque difficilis.
19 – Aspice Philoctetam, cui concedendum est gementi; ipsum enim Herculem viderat in Oeta magnitudine dolorum eiulantem. Nihil igitur hunc virum sagittae quas ab Hercule acceperat tum consolabantur cum

E viperino morsu venae viscerum
Veneno inbutae taetros cruciatus cient.
Itaque exclamat auxilium expetens, mori cupiens:
Heu! qui salsis fluctibus mandet
Me ex sublimo vertice saxi?
iam iam absumor, conficit animam
Vis vulneris, ulceris aestus.
Difficile dictu videtur eum non in malo esse, et magno quidem qui ita clamare cogatur.

18 – Io non ti chiedo di definire il dolore con gli stessi termini con cui Epicuro descriveva il piacere, oh uomo, che come sai, ha un grande interesse per il piacere. Egli nel toro di Falaride avrebbe detto esattamente le stesse parole, che avrebbe pronunciato se fosse stato sul divano; io non attribuisco alla sapienza tanta efficacia contro il dolore. Sia forte nel sopportare, il suo dovere è portato a termine; non pretendo anche che provi gioia. Infatti è senza dubbio un’esperienza triste, aspra, amara, contraria alla natura, difficile da sopportare e da tollerare.
19 – Guarda Filottete, che deve essere compatito se piange; infatti aveva visto Ercole che urlava sull’Eta per la violenza del dolore. Dunque le frecce che furono ricevute da Ercole non consolarono affatto quest’uomo nel momento in cui imbevute di veleno dal morso della vipera le vene delle viscere provocarono terribili patimenti. Perciò grida invocando aiuto, desiderando morire: ahi Chi mi darà ai flutti del mare gettandomi dalla cima della rupe? Di ora in ora mi consumo, la violenza della ferita, il bruciore della piaga, distruggono la mia vita. Sembra difficile dire che non si trovi in un male, e certamente grave chi è costretto a gridare così.

De Bello Civili, III, 64 (“L’eroico sacrificio di un soldato vessillifero”)

Hoc tumultu nuntiato Marcellinus cohortes subsidio nostris laborantibus submittit ex castris; quae fugientes conspicatae neque illos suo adventu confirmare potuerunt neque ipsae hostium impetum tulerunt. Itaque quodcumque addebatur subsidii, id corruptum timore fugientium terrorem et periculum augebat; hominum enim multitudine receptus impediebatur. In eo proelio cum gravi vulnere esset affectus aquilifer et a viribus deficeretur, conspicatus equites nostros, “hanc ego,” inquit, “et vivus multos per annos magna diligentia defendi et nunc moriens eadem fide Caesari restituo. Nolite, obsecro, committere, quod ante in exercitu Caesaris non accidit, ut rei militaris dedecus admittatur, incolumemque ad eum deferte”. Hoc casu aquila conservatur omnibus primae cohortis centurionibus interfectis praeter principem priorem.

All’annuncio di questo assalto improvviso, Marcellino manda dal campo coorti in aiuto ai nostri in difficoltà, ma queste trovarono i nostri in fuga e non poterono col loro arrivo infondere coraggio; esse stesse non sostennero l’assalto nemico. E così, qualunque aiuto inviato, contaminato dal terrore dei fuggitivi, aumentava a sua volta terrore e pericolo: infatti la ritirata veniva impedita dal gran numero di uomini. In quella battaglia un aquilifero, ferito gravemente, mentre già gli venivano meno le forze, alla vista dei nostri cavalieri disse: “Quest’aquila io da vivo per molti anni l’ho difesa con grande zelo e ora, morendo, la restituisco a Cesare con la medesima fedeltà. Vi prego, non permettete che sia commesso atto vergognoso per l’onore militare, cosa che mai è avvenuta prima nell’esercito di Cesare, e consegnategliela intatta”. In tal modo l’aquila fu salvata, sebbene fossero uccisi tutti i centurioni della prima coorte, eccetto il centurione al comando della prima centuria.

“Il prestigio di Augusto presso i popoli stranieri”

Scythae et Indi, quibus antea Romanorum nomen incognitum fuerat, munera et legatos ad eum miserunt. Galatia quoque sub hoc provincia facta est cum antea regnum fuisset, priusque eam M.Lollius pro praetore administravit. Tanto autem amore etiam apud barbaros fuit, ut reges populi Romani amici in honorem eius conderent civitates, quas Caesareas nominarent, sicut in Mauritania rex Iuba fecit et in Palestina, ubi Caesarea nunc urbs est clarissima. Multi autem reges ex suis regnis venerunt, ut ei obsequerentur et habitu Romano togati ad vehiculum vel equum ipsius cucurrerunt. Rem publicam beatissimam Tiberio successori reliquit, qui privignus ei, mox gener; postremo adoptione filius fuerat.

Gli Sciti e gli Indi, ai quali in precedenza era stato sconosciuto il nome dei Romani, gli inviarono dei doni e degli ambasciatori. Anche la Galazia diventò sotto questi anche provincia poichè era stata dapprima un regno, e Marco Lollio la amministrò per primo come pretore. Di tanto affetto poi godette anche presso i Barbari, che i sovrani amici del popolo Romano fondarono città in suo onore, ora è una famosissima città. Arrivarono poi molti sovrani dai propri regni, per rendergli omaggio e vestiti secondo la moda romana accorsero verso il suo carro o il suo cavallo. Lasciò uno stato molto fiorente al successore Tiberio, il quale gli era stato dapprima figliastro, poi genero; infine figlio per adozione.

In Verrem, II, 1, 48-49-50

48 – Qua ex opinione hominum illa insula eorum deorum sacra putatur, tantaque eius auctoritas religionis et est et semper fuit ut ne Persae quidem, cum bellum toti Graeciae, dis hominibusque, indixissent, et mille numero navium classem ad Delum adpulissent, quicquam conarentur aut violare aut attingere. Hoc tu fanum depopulari, homo improbissime atque amentissime, audebas? Fuit ulla cupiditas tanta quae tantam exstingueret religionem? Et si tum haec non cogitabas, ne nunc quidem recordaris nullum esse tantum malum quod non tibi pro sceleribus tuis iam diu debeatur?
49 – In Asiam vero postquam venit, quid ego adventus istius prandia, cenas, equos muneraque commemorem? Nihil cum Verre de cotidianis criminibus acturus sum: Chio per vim signa pulcherrima dico abstulisse, item Erythris et Halicarnasso. Tenedo “” praetereo pecuniam quam eripuit “” Tenem ipsum, qui apud Tenedios sanctissimus deus habetur, qui urbem illam dicitur condidisse, cuius ex nomine Tenedus nominatur, hunc ipsum, inquam, Tenem pulcherrime factum, quem quondam in comitio vidistis, abstulit magno cum gemitu civitatis.
50 – Illa vero expugnatio fani antiquissimi et nobilissimi Iunonis Samiae quam luctuosa Samiis fuit, quam acerba toti Asiae, quam clara apud omnis, quam nemini vestrum inaudita de qua expugnatione cum legati ad C. Neronem in Asiam Samo venissent, responsum tulerunt eius modi querimonias, quae ad legatos populi Romani pertinerent, non ad praetorem sed Romam deferri oportere. Quas iste tabulas illinc, quae signa sustulit! Quae cognovi egomet apud istum in aedibus nuper, cum obsignandi gratia venissem.

48 – A motivo di tale leggenda, quell’isola è ritenuta sacra a quegli dei, e la sacralità di tal culto è ed è sempre stata tale che neanche i Persiani – pur avendo dichiarato guerra all’intera Grecia, (ovvero sia ai suoi) uomini (che ai suoi) dei, e pur essendo approdati a Delo con una flotta di mille navi – non s’azzardavano a violare o sfiorare alcunchè. Ed è questo santuario che tu, mostro di folle iniquità, osavi saccheggiare? C’è mai stata un’avidità così ingorda da annientare un sì profondo sentimento religioso? E se allora non ti passavano per la testa questi pensieri, neppure adesso i tuoi ricordi ti dicono che non c’è alcuna punizione così grave di cui tu non sia già da tempo meritevole per le tue scellerate azioni?
49 – Una volta, poi, che fu giunto in Asia, a ricordare i pranzi, le cene, i cavalli e i doni che gli venivano fatti al suo ingresso nelle città? Non ho alcuna intenzione di occuparmi di fatti che si potrebbero rimproverare giorno per giorno a Verre: da Chio questo io dico portò via colla violenza delle bellissime statue, lo stesso fece a Eritre e ad Alicarnasso. Da Tenedo – del denaro trafugato non faccio cenno portò via – tra l’intenso cordoglio della cittadinanza, Tene addirittura, considerato da quegli isolani, che lo ritengono il fondatore eponimo della città di Tenedo, la più santa delle divinità, una statua di bellissima fattura che voi avete visto qualche volta nel Comizio.
26 – E l’attacco all’antichissimo e famosissimo santuario di Giunone a Samo, che egli prese d’assalto, quanto lutto procurò ai Samii, quanto dolore a tutta l’Asia, un crimine notorio a tutti, e nessuno di voi non ha sentito parlare di quest’assalto quando giunse una delegazione di Samo a C. Nerone, in Asia ed egli rispose che delle lagnanze come le loro, che concernevano dei legati del popolo romano, andavano fatte non già a un pretore ma a Roma. Che quadri, che statue costui ha rapinato da lì! Le ho viste coi miei stessi occhi in casa sua, poco tempo fa, quando (lì) mi son recato per apporre i sigilli.

“Geografia dell’Europa”

Ab oriente Europa incipit a montibus Riphaeis, a flumine Tanai et Maeotica palude. In parte septentrionali latus Oceanus eam lambit, ingens aequor aquae salsae amaraeque; ab occidente usque ad Galliam Belgicam descendit et ad flumen Rhenum. In Oceano multa et mira animalia vivunt. Europa patet usque ad Danuvium, in parte meridionali situm. Danuvius flumen ad orientem vergit et in Pontum Euxinum influit. Ab orientali parte Europae Alania est, terra Alanorum; in medio regiones Dacia et Gothia, terrae Dacorum et Gothorum; deinde Germaniam invenimus, ubi primam partem Suebi tenent.

L’Europa inizia da Oriente dai monti Rifei, dal fiume Tanai e dalla palude Meotica. Nella parte settentrionale un lato dell’Oceano la lambisce, un ingente distesa di acqua salata e amara; discende da Occidente fino alla Gallia Belgica e al fiume Reno. Nell’Oceano vivono molti e meravigliosi animali. L’Europa si apre fino al Danubio, sito nella parte meridionale. Il fiume Danubio volge ad Oriente e confluisce nel Ponto Eleusino. Ad est dell’Europa vi è l’Alania, terra degli Alani, in mezzo le regione Dacia e Gozia, terre dei Daci e dei Gotici, poi troviamo la Germania, dove i Suebi tengono una prima parte.