“La vendemmia e la vinificazione”

In vinetis uva cum erit matura, vindemiam ita fieri oportet, ut videas, a quo genere uvarum et a quo loco vineti incipias legere. Nam et praecox et miscella, quam vocant nigram, multo ante coquitur, quo prior legenda, et quae pars arbusti ac vineae magis aprica, prius debet descendere de vite. In vindemia diligentis uva non solum legitur sed etiam eligitur; legitur ad bibendum, eligitur ad edendum. Itaque lecta defertur in forum vinarium, unde in dolium inane veniat; electa in secretam corbulam, unde in ollulas addatur et in dolia plena vinaciorum contrudatur, alia quae in piscinam in amphoram picatam descendat, alia quae in aream in carnarium escendat. Quae calcatae uvae erunt, earum scopi cum folliculis subiciendi sub prelum, ut, siquid reliqui habeant musti, exprimatur in eundem lacum.

Quando l’uva sarà matura, nei vigneti così bisognerà fare la vendemmia, esaminando prima da quale specie di uva e da qual luogo del vignaio si debba cominciare a vendemmiare. Infatti l’uva primaticcia e quella mista, che chiamano negra, si matura lungo tempo avanti l’altra perciò che deve essere la prima a essere raccolta. Parimente dovranno essere le prime a distaccarsi dalle viti quelle uve le quali siano esse maritate agli alberi o no sono esposte al sole. Nella vendemmia che si fa sotto un diligente proprietario non solo si raccoglie l’uva per bere, ma si sceglie ancora quella che si mangia. Cosicché l’uva raccolta si porta nel luogo dove si spreme per riempiere poi le botti e la scelta si mette a parte nelle corbe, sia per riempiere delle piccole olle che si cacciano dentro le botti piene di vinacce, sia per conservarla in anfore impegolate e che si mettono in conserve d’acqua, sia per attaccarla in alto nella dispensa. Quando poi i grappoli saranno stati pigiati, bisognerà spremere nel torcolo i racimoli dei grappoli in uno ai gusci delle uve onde quel poco di mosto che contengono si unisca nella fossa al primo.

“La triste storia di eco”

In Beotiae silvis montanis vivebat nympha venusta, nomine Echo; vocem suavem habebat quae viatorum animos delectabat. Puella id sciebat et libenter cum iis verba faciebat; sed eius sermones incurrerunt in offensionem potentis Iunonis, Iovis uxoris, quae eam acerbe punivit et ei linguam sopivit. Ob deae poenam Echo, quamquam nec surda nec muta erat, interrogantibus respondere non poterat et cum verbum audiebat, ultimas tantum syllabas pronuntiabat. Puella tristis, quod sermonem cum ceteris Oreadibus habere non poterat, in silvas desertas obscurasque confugit.

Nei boschi montani della Beozia viveva una bella ninfa, di nome Eco; aveva una voce soave che dilettava gli animi dei viaggiatori. La fanciulla lo sapeva e parlava volentieri con essi; ma i suoi discorsi causarono l’offesa della potente Giunone, moglie di Giove, che la punì duramente e le bloccò la lingua. A causa della pena della dea, Eco, sebbene non fosse né sorda né muta, non poteva rispondere a chi la interrogava e quando sentiva una parola, pronunciava soltanto le ultime sillabe. La fanciulla, triste perché non poteva avere una conversazione con le altre Oreadi, si rifugiò in boschi lontani e selvaggi.

“Eco e narciso”

Echo olim incurrit Narcisso, iuveni admodum formoso sed natura difficili; iuvenis, amans solitudinem et hominum molestias vitare cupiens, solus in silvis remotis vivebat. Echo eum amare incepit. Sed Narcissus amorem adhuc ignorabat et cum nympham videbat, eam vitabat. Tunc infelix Echo in speluncam se adbidit ubi acri dolore tabuit: puellae miserae ossa in saxa se converterunt ac superfuit sola vox, quae adhuc viatoribus ultimas syllabas eorum postulatorum repetit. Sed dii Narcissum quoque puniverunt: fessus venationis labore, apud fontem hauriens in aquarum speculo imaginem suam vidit et eam valde amare incepit. Itaque eam captare temptans, in fontem cecidit et vitam amisit. Terra igitur gessit florem qui etiam nunc eius nomen habet.

Eco un giorno si imbatté in Narciso, un giovane molto bello ma dal carattere scontroso; il ragazzo, che amava la solitudine e desiderava evitare le molestie degli uomini, viveva da
solo in boschi lontani. Eco incominciò ad amarlo. Ma Narciso ignorava ancora l’amore e quando vedeva la ninfa la evitava. Allora l’infelice Eco si nascose in una grotta, dove languì di straziante dolore: le ossa della povera fanciulla si mutarono in pietre e sopravvisse la sola voce, che ancora oggi ripete ai viandanti le ultime sillabe delle loro domande. Ma gli dèi punirono anche Narciso: stanco per la fatica della caccia, mentre beveva ad una fonte, vide la sua immagine nello specchio dell’acqua e iniziò ad amarla intensamente. Così, tentando di afferrarla, cadde nella fonte e perse la vita. La terra allora generò un fiore che ha ancora il suo nome.

“Simonide riconquista la sua ricchezza”

Prope fuit Clazomene, antiqua urbs: omnes naufragi illuc contenderunt. Ibi vir, litterarum studio deditus, qui Simonidis carmina saepe legerat et eius magnus admirator erat, cupide ad domicilium suum poetam naufragum recepit et veste, nummis, familia eum exornavit. Ceteri autem per urbem mendicantes vivebant. Ut forte Simonides eos obvios venientes vidit: “Sententiam meam ““ inquit ““ nunc intellegitis: omnia mea mecum sunt quia homo ductus in se semper divitias habet; vos autem vestra bona levia et fugacia omnia perdidistis”.

Vicino vi fu Clazomene, antica città: tutti i naufraghi si diressero in quel luogo. Là un uomo, dedito allo studio della letteratura, che aveva spesso letto le poesie di Simonide ed era un suo grande ammiratore, accolse volentieri il poeta naufrago nella sua casa e gli fornì una veste, dei soldi, degli schiavi. Ma gli altri mendicanti vivevano per la città. Quando Simonide li vide per caso venirgli incontro, disse: “Capite il mio pensiero ora: tutti i miei beni sono con me poiché un uomo dotto ha sempre con sé le ricchezze; voi, invece, avete perso tutti i vostri beni superficiali e passeggeri”.

“L’uomo dotto ha sempre in sé ricchezza”

Simonides, qui scripsit egregia carmina, quo facilius paupertatem sustinÄ“ret, circum ire coepit nobiles Asiae urbes, laudem victorum canens mercede accepta. Hoc genere quaestus postquam locuples factus est, redire in patriam voluit cursu pelagio; erat autem, ut aiunt, natus in Cia insula: ascendit igitur navem, quam tempestas horrida simul et vetustas medio mari dissolverunt. Hi zonas, ili res pretiosas colligunt, subsidium vitae. Quidam curiosior: “Simonide, tu nihil ex opibus tuis sumis?”. “Mecum”, inquit poeta, “mea cuncta sunt”. Tunc pauci enătant, quia plures, onÄ•re degravati, periÄ•rant. Predones adsunt et quod quisque extuluit rapiunt. Forte prope antiqua urbs Clazomenae fuit, quam petiÄ“runt naufragi. Hic litterarum quidam studio deditus, qui saepe Simonidis versus legÄ•rat eratque absentis admirator maximus, eum ab ipso sermone cognitum cupidisse ad se recÄ“pit ac veste, nummis, familia exornavit. Ceteri tabulam suam portant rogantes victum. Quos casu obvios Simonides ut vidit: “Dixi”, inquit, “mea mecum esse cuncta; quod vos rapuistis, autem, periit”.

Simonide, che scrisse straordinarie poesie, per sopportare più facilmente la povertà, cominciò ad andare in giro per famose città dell’Asia, cantando dietro compenso l’elogio dei vincitori. Dopochè diventò ricco con questo genere di guadagno, desiderò tornare in patria per mezzo di viaggio marittimo; era infatti, come dicono, nato nell’isola di Ceo: dunque salì sulla nave, che una spaventosa tempesta e la vecchiaia in mezzo al mare sfasciarono. Alcuni legano insieme le borse del denaro, altri come aiuto per la vita legano cose preziose. Qualcuno alquanto curioso: “Simonide, tu nessuna tra le ricchezze tue prendi?”. “Con me” disse il poeta “ho tutte le mie cose”. Allora pochi si misero in salvo a nuoto, poiché la maggior parte, gravati dal fardello, perirono. I predoni vennero poi a rapinarli. Per caso c’era nelle vicinanze l’antica città di Cazomene, verso la quale i naufraghi si diressero. Qui un tale dedito allo studio delle lettere, il quale spesso aveva letto i verso di Simonide ed era un grandissimo ammiratore da lontano, lo accolse presso di se dopo averlo conosciuto dallo stesso sermone e ardentemente lo fornì di vesti, di denaro, di servi. Gli altri portarono la loro tavoletta dipinta chiedendo nutrimento e Simonide non appena vide questi che per caso gli venivano incontro disse: “Dissi che avevo con me tutte le mie cose; ciò che voi avete rubato, invece, è andato perduto”.

“Il diluvio universale”

Postquam numerus hominum crevit, omnia vitia invaluerunt. Quare offensus Deus statuit perdere hominum genus diluvio. Attamen pepercit Noemo et liberis eius, quia colebant virtutem. Noemus, sicut Deus eum admonuit, exstruxit ingentem arcam in modum navis, livit eam bitumine et in eam induxit unum par omnium avium et animantium. Postquam Noemus intravit in arcam cum coniuge, filiis et eorum uxoribus, aquae maris, amnium et fontium eruperunt. Simul aqua cecidit per quadraginta dies et totidem noctes. Aqua universam terram et montes operuit. Omnia adsumpsit diluvium, arca autem supernatabat in aquis.

Dopo che il numero degli uomini crebbe, tutti i vizi presero vigore. Perciò Dio offeso decise di distruggere il genere umano con un diluvio. Noè, avvisato da Dio, costruì una grande arca simile ad una nave: cosparse questa di bitume, e in essa condusse una coppia di tutti gli uccelli e gli esseri viventi. Dopo che Noè fu entrato nell’arca con la moglie, i tre figli e altrettante nuore, le acque dei mari e tutte le sorgenti tracimarono. Nello stesso tempo cadde molta pioggia per quaranta giorni e altrettante notti. L’acqua coprì l’intera terra, così da superare di quindici cubiti gli altissimi monti. Tutte le cose furono distrutte dal diluvio; l’arca invece galleggiava in acqua.

“Eroismo di Clelia”

Antiquissimis rei publicae temporibus, Porsena, Etruscorum rex, cum fortissimo exercitu Romam obsidebat. Castra posuerat in colle laniculo et a Romanis, qui indutias poscebant, virgines obsides nobilissimo genere ecceperat. Inter captivas Cloelia erat, maxime strenua virgo. Noctu autem Cloelia cum puellarum agmine e castris fugit; puellae enim custodes clam deceperunt et fugerunt; postea, Tiberis rapidissimas undas inter hostium tela tranaverunt et Romanam pervenerunt, ubi Cloelia patribus matribusque filias tradidit. Cum rex Porsena rem audivit, legatos Romanam misit, fugitivas reposcens; Romani senatores iustam regis iram putabant, quia inter Romanos atque Etruscos foendus erat. Tum Cloelia costantissimo animo ad Etruscorum castra rediit. Cloelia clarissima virtus commovit Porsenam, qui nobilissimae virgini libertatem et pretiosissimum donum praebuit. Romani in via Sacra strenuae virginis statuam posuerunt.

Negli antichissimi tempi della repubblica, Porsenna, re etrusco, con un fortissimo esercito assediava Roma. Aveva allestito l’accampamento sul colle Gianicolo e riceveva le ragazze assediate di nobilissima stirpe dai Romani che chiedevano tregua. Tra le prigioniere c’era Clelia, una ragazza molto valorosa. Di notte poi Clelia con la schiera di fanciulle, fugge dall’accampamento; le fanciulle infatti di nascosto ingannarono i custodi e fuggirono; dopo, passarono a nuoto le rapidissime onde del Tevere tra i dardi dei nemici e arrivarono a Roma, dove Clelia affidò le figlie ai padri e alle madri. Quando il re Porsenna seppe questo, mandò ambasciatori a Roma per richiedere le fuggitive. I senatori romani ritenevano giusta l’ira del re, perchè fra i Romani e gli Etruschi c’era un’alleanza. Allora Clelia con animo fermissimo tornò all’accampamento degli Etruschi. Lo splendido eroismo di Clelia commosse Porsenna che restituì la libertà alle nobilissime ragazze e un preziosissimo dono. I Romani collocarono nella via Sacra una statua della coraggiosa ragazza.

“Filippo il macedone”

Philippus, Amyntae filius, maior quam superiores Macedonum reges fuit et intra paucos annos regnum firmissimum constituit. Puer vixit apud Thebanos, in domo Epaminondae, strenui et invicti ducis; iuvenis patri in regnum successit. Regni initia difficillima fuerunt, inter asperrima adversariorum odia et plurimorum hostium insidias. Philippus mox notus apud omnes fuit perfidia et fraude, bella magis astutia quam aperta vi tractavit; multos hostes armis, plures doli superavit. Eo tempore multae Graecorum civitates acriore studio de imperio quam de communi salute certabant. Tum Philippus Graecorum simultates callide aluit et brevissimo tempore totam Graeciam in suam potestatem redegit. Filium habuit Alexandrum, quem posteri Magnum appellaverunt. Patris et filii ingenium dissimillimum fuit: prudentior et frugalior pater, audacior filius et animo melior et magnificentior.

Filippo, figlio di Aminta, fu più grande di (tutti) i precedenti re dei Macedoni e in pochi anni stabilì un fortissimo regno. Da bambino visse presso i Tebani, nella casa di Epaminonda, valoroso e invitto generale; da giovane subentrò al padre nel regno. Gli inizi del regno furono difficilissimi tra l’asperrimo odio degli avversari e le insidie di molti nemici. Filippo fu noto tra tutti i popoli per perfidia di senno e frode di animo, trattò raramente aperte le guerre con la forza, di più con l’astuzia. Superò molti nemici in armi molti con inganni. In quel tempo, molte città dei Greci non gareggiavano per la salvezza comune me per l’impero. Allora Filippo aumentò con furbizia l’inimicizia dei Greci e in breve tempo sottomise tutta la Grecia. Ebbe come figlio Alessandro, che i posteri chiamarono Magno. L’ingegno del padre e del figlio fu molto diverso: più prudente e frugale il padre, più audace il figlio e con migliore e più magnificente animo.