1064
di Gellio
2 – M. Varro in libro rerum humanarum, quem de diebus scripsit: “Homines”, inquit, “qui inde a media nocte ad proximam mediam noctem in his horis uiginti quattuor nati sunt, uno die nati dicuntur”.
3 – Athenienses autem aliter obseruare idem Varro in eodem libro scripsit eosque a sole occaso ad solem iterum occidentem omne id medium tempus unum diem esse dicere.
5 – Babylonios porro aliter; a sole enim esorto ad exortum eiusdem incipientem totum id spatium unius diei nomine appellare;
6 – multos uero in terra Vmbria unum et eundem diem esse dicere a meridie ad insequentem meridiem; “Quod quidam” inquit “nimis absurdum est. Nam qui Kalendis hora sexta apud Vmbros natus est, dies eius natalis uideri debebit et Kalendarum dimidiarum et qui est post Kalendas dies ante horam eius diei sextam”.
7 – Populum autem Romanum ita, uti Varro dixit, dies singulos adnumerare a media nocte ad mediam proximam multis argumentis ostenditur.
2 – Marco Varrone, nel libro delle Antichità umane che scrisse Sui giorni, dice: “Gli uomini che sono nati a partire dalla mezzanotte fino alla mezzanotte seguente, in questo spazio di ventiquattrore, si dice che sono nati in un unico giorno”.
3 – Lo stesso Varrone nel medesimo libro scrisse che gli Ateniesi, però, consideravano diversamente la cosa, e dicevano fosse un unico giorno tutto il tempo intercorrente dal tramonto del sole al successivo tramonto del sole.
5 – I Babilonesi, poi, ancora diversamente; chiamavano infatti col nome di un unico giorno tutto lo spazio di tempo dal sorgere del sole al seguente inizio del sorgere dello stesso;
6 – molti, però, nella terra umbra dicevano che dal mezzogiorno era un solo e medesimo giorno; “il che, invero – dice Varrone -, è oltremodo assurdo. Infatti, per chi presso gli Umbri è nato alla sesta ora delle calende, il suo giorno natalizio dovrà considerarsi sia metà di quello delle calende sia il giorno che segue le calende entro l’ora sesta di quel giorno stesso”.
7 – Quanto al popolo Romano, è mostrato da molte prove che esso conta i singoli giorni nel modo che disse Varrone, dalla mezzanotte a quella seguente.
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1060
di Eutropio
Postquam Hannibal Italiam liberavit et in Africa cum exercitu rediit multa hostilia Afri contra Romanos tenui victoriae spe fecerunt. Denique hannibal frequentibus proeliis, a scipione victus pacem, quamvis invictus, petiit. Die constituta, Hannibal et Scipio ad colloquium venerunt, sed durissimae pacis condiciones Carthaginiensium displicuerunt, itaque bellum redintegraverunt. Paucis diebus post, duces romanorum et carthaginiensium acies apud Zamam instruxerunt et maximis viribus conflixerunt. Scipio victor extitit et paene ipsum hostium ducem cepit. Hannibal, primum cum multis equitibus; deinde cum viginti, postremo cum quattuor evasit et biduo et duobus noctibus hadrumetum pervenit. Tum carthaginienses pacem cum romanorum fecerunt. Scipio Romam revertit, ingenti gloria triunphavit atque cognomen ex honore habuit Africanum.
Dopo che Annibale liberò l’Italia e ritornò in Africa con l’esercito, gli Africani fecero molte cose ostili contro i Romani con la speranza di una tenue vittoria. Infine Annibale, sebbene imbattuto in diversi combattimenti, chiese a Scipione, sconfitto, la pace. Stabilito il giorno, Annibale e Scipione vennero a colloquio, ma le aspre condizioni di pace non piacquero ai Cartaginesi, e così rinnovarono la guerra. Pochi giorni dopo, i comandanti dei Romani e dei Cartaginesi allestirono le schiere presso Zama e lottarono con grandi forze. Scipione uscì vincitore e prese quasi anche il comandante stesso dei nemici. Annibale, per primo con molti cavalieri, poi con venti, alla fine fuggi con quattro e giunse in due giorni e due notti ad Hadrumete. Allora i Cartaginesi fecero pace con i Romani. Scipione tornò a Roma, trionfò con immensa gloria e prese l’appellativo di Africano.
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1057
di Altre versioni
Hannibal, Carthaginiensium strenuus dux, postquam apud Ticinum, Trebiam et Trasumenum lacum romanorum exercitus devicerat, in Apuliam pervenit et apud Cannas castra posuit. Contra Hannibalem L. Aemilius Paulus et M. Terentius Varro consules venerunt et cum hostium exercitu in planitie Cannensi prima diei hora aciem instruxerunt et proelium commiserunt. Romani usque ad vesperum strenue pugnaverunt sed gravem cladem acciperunt; Hannibal enim uno proelio consulum exercitus profligavit, Paulum consulem, qui inter primas acies fortiter pugnabat, mortifere vulneravit et aliquot praetera consulares occidit, peditum equitumque ingentem caedem fecit; milites superstites post cladem multos dies in agris perterriti erraverunt et Venusiam pervenerunt.
Annibale, valoroso condottiero dei Cartaginesi, dopo che aveva vinto l’esercito dei Romani presso il Ticino, il Trebbia e il lago Trasimeno, giunse in Puglia e pose l’accampamento presso Canne. Contro Annibale andarono i consoli L. Emiolio Paolo e M. Terenzio Varrone e con l’esercito dei nemici, nella pianura cannense, alla prima ora del giorno disposero l’esercito e iniziarono il combattimento. I Romani combatterono strenuamente fino a sera, ma ricevettero una grave sconfitta. Annibale infatti in un solo combattimento sconfisse l’esercito dei consoli. Colpì a morte il console Paolo, che tra le prime schiere combatteva valorosamente, e uccise numerosi consolari, fece una grande strage di fanti e cavalieri; i soldati superstiti dopo la disfatta, spaventati vagarono per molti giorni nei campi e giunsero al Venusio.
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1055
di Altre versioni
Haruspices magis vatum quam sacerdotum genus fuerunt, qui Romae senatus iussu aut consulum, victimarum exta inspiciebant, et, praesertim iecoris et cordis observatione, aut futura praedicebant aut prodigia et omina procurabant. Haruspicinam artem ab Etruscis Romani sumpserunt et per multos annos haruspices ab Etruria arcesserunt. Horum officium erat etiam fulmina sepelire; res enim tactas fulmine terra obruebant, spatiumque, in quod fulmen inciderat, puteali saepiebant. Tamen non omnes haruspicinae credebant; alii eam iudicabant summam stultitiam.
Gli aruspici erano una specie di indovini piuttosto che di sacerdoti, che a Roma per ordine del Senato o dei consoli, esaminavano le interiora delle vittime e, soprattutto con l’osservazione del fegato e del cuore, o predicevano il futuro o facevano previsioni e presagi. I Romani ereditarono l’arte degli aruspici dagli etruschi e per molti anni presero gli aruspici dall’Etruria. Era dovere di costoro anche annientare i fulmini; infatti sotterravano con la terra le cose colpite dal fulmine e circondavano di petali la superficie dove il fulmine si era abbattuto. Tuttavia non tutti avevano fiducia nell’arte degli aruspici; altri la giudicavano un’enorme sciocchezza.
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1053
di Altre versioni
Pericles, Xantippi filius, vir egregio ongenio bonisque omnibus disciplinis ornatus, Atheniensium rem publicam multos annos rexit et omnes duces non solum fide ac virtute, sed etiam omnibus rebus sive publicis, sive privatis superavit. assiduis enim largitionibus civium gratiam sui conciliaverat et in bello rei militaris peritum se praebuerat. Itaque cives in Pericle omnem spem collocaverunt quia is domi militiaeque res bene gerebat. Praeterea Athenas splendidis monumentis decoravit, templa ex marmore aedificavit, Amphipolim Thuriosque colonos deduxit, apud omnes populos urbis famam auxit. Pestilentia decessit secundo Peloponnesiaci belli anno; Periclis mors rerum adversarum initium et atheniensis rei publicae perniciei causa fuit.
Pericle, figlio di Santippo, uomo di eccellente ingegno e fornito di tutte quante le buone conoscenze resse il governo degli Ateniesi per diversi anni e superò tutti i condottieri non solamente nella lealtà e nella virtù, ma pure in tutte le faccende, sia pubbliche che private. Infatti con elargizioni continue aveva attratto a sé il favore dei cittadini e si era mostrato abile nella cosa militare durante la guerra. Pertanto i cittadini riposero ogni speranza in Pericle in quanto questi conduceva nel miglior modo l’amministazione della patria e della guerra. Oltre a ciò decorò Atene con meragliosi monumenti, costruì tempi di marmo, condusse dei coloni ad Ampifoli e a Thuri, aumentò la gloria della città presso tutti i popoli. Morì a causa di una pestilenza durante il 2° anno della guerra del Peloponneso; la morte di Pericle fu causa d’inizio di sfavorevoli accadimenti e della rovina dello stato ateniese.
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1048
di Cornelio Nepote
Fuerunt praeterea magni reges ex amicis Alexandri Magni, qui post obitum eius imperia ceperunt, in his Antigonus et huius filius Demetrius, Lysimachus, Seleucus, Ptolemaeus. Ex his Antigonus in proelio, cum adversus Seleucum et Lysimachum dimicaret, occisus est. Pari leto affectus est Lysimachus ab Seleuco; namque societate dissoluta bellum inter se gesserunt. At Demetrius, cum filiam suam Seleuco in matrimonium dedisset neque eo magis fida inter eos amicitia manere potuisset, captus bello in custodia socer generi periit a morbo. Neque ita multo post Seleucus a Ptolemaeo Cerauno dolo interfectus est, quem ille a patre expulsum Alexandrea, alienarum opum indigentem receperat. Ipse autem Ptolemaeus, cum vivus filio regnum tradidisset, ab illo eodem vita privatus (esse) dicitur.
E grandi re si incontrano tra gli amici di Alessandro che, dopo la sua morte, si impadronirono del potere: Antigono e suo figlio Demetrio, Lisimaco, Seleuco, Tolomeo. Di essi, Antigono fu ucciso in combattimento, mentre guerreggiava contro Seleuco e Lisimaco. Simile morte ebbe Lisimaco da Seleuco: rotta l’alleanza, si fecero guerra tra loro. Demetrio, che pur avendo dato sua figlia in moglie a Seleuco non aveva potuto restare suo amico, morì di malattia, il suocero nel carcere del genero. E poco dopo Seleuco fu ucciso a tradimento da Tolomeo detto il Cerauno, che era stato accolto da lui quando era stato cacciato da Alessandria dal padre ed era bisognoso dell’aiuto altrui. E infine lo stesso Tolomeo che, vivo, aveva ceduto il regno al figlio.
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1046
di Cicerone
Nam ut primum ex pueris excessit Archias, atque ab eis artibus quibus aetas puerilis ad humanitatem informari solet se ad scribendi studium contulit, primum Antiochiae – nam ibi natus est loco nobili -celebri quondam urbe et copiosa, atque eruditissimis hominibus liberalissimisque studiis adfluenti, celeriter antecellere omnibus ingeni gloria contigit. Post in ceteris Asiae partibus cunctaeque Graeciae sic eius adventus celebrabantur, ut famam ingeni exspectatio hominis, exspectationem ipsius adventus admiratioque superaret. Erat Italia tunc plena Graecarum artium ac disciplinarum, studiaque haec et in Latio vehementius tum colebantur quam nunc eisdem in oppidis, et hic Romae propter tranquillitatem rei publicae non neglegebantur. Itaque hunc et Tarentini et Regini et Neopolitani civitate ceterisque praemiis donarunt; et omnes, qui aliquid de ingeniis poterant iudicare, cognitione atque hospitio dignum existimarunt. Hac tanta celebritate famae cum esset iam absentibus notus, Romam venit Mario consule et Catulo.
Infatti, non appena Archia uscì dalla fanciullezza e lasciata quella prima fase educativa che di solito avvia i ragazzi alla cultura, si dedicò all’arte della scrittura ed ebbe il merito di superare tutti per la fama del suo talento, prima ad Antiochia – dove nacque da nobile famiglia -, città un tempo popolosa, ricca, meta di uomini dottissimi e fiorente di studi liberali. Poi in tutte le altre parti dell’Asia e in tutta la Grecia il suo arrivo era motivo di tale affluenza di persone che l’attesa del personaggio era superiore alla fama del suo talento e l’ammirazione per lui superava l’attesa del suo arrivo. A quel tempo in Italia si coltivava con passione la cultura greca: nelle città del Lazio ci si dedicava a quello studio con maggiore dedizione di quanto si faccia oggi nelle stesse località , e anche qui a Roma, città allora tranquilla sotto il profilo politico. Ecco perché gli abitanti di Taranto, Reggio e Napoli concessero ad Archia il diritto di cittadinanza e altri riconoscimenti: chiunque fosse in grado di apprezzare le persone di talento, desiderava vivamente conoscerlo e ospitarlo in casa sua. Con questa fama che si era diffusa ovunque, anche in luoghi da lui mai visitati, arrivò a Roma al tempo del consolato di Mario e Catulo.
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1043
di Cesare
Caesar, cognito consilio eorum, ad flumen Tamesim in fines Cassivellauni exercitum duxit; quod flumen uno omnino loco pedibus atque hoc aegre transiri potest. Eo cum venisset, animum advertit ad alteram fluminis ripam magnas esse copias hostium instructas. Ripa autem erat acutis sudibus praefixis munita; eiusdemque generis sub aqua defixae sudes flumine tegebantur. His rebus cognitis a perfugis captivisque Caesar praemisso equitatu confestim legiones subsequi iussit. sed ea celeritate atque eo impetu milites ierunt, cum capite solo ex aqua extarent, ut hostes impetum legionum atque equitum sustinere non possent ripasque dimitterent ac se fugae mandarent.
Cesare, saputo il loro piano, guidò l’esercito presso il fiume Tamigi nei territori di Cassivellauno; questo fiume però solamente in un unico luogo ed in questo a fatica si può passare a piedi. Essendo giunto là , s’accorse che sull’altra riva c’erano schierate grandi truppe di nemici. La riva poi era fortificata con pali appuntiti e conficcati, pali dello stesso genere conficcati sott’acqua erano coperti dal fiume. Sapute queste cose da disertori e prigionieri, Cesare, mandata avanti la cavalleria, ordinò che le legioni lo seguissero subito. Ma i soldati avanzarono con tale celerità e con tale impeto, stando fuori dall’acqua con la sola testa, che i nemici non poterono sostenere l’impeto delle legioni e dei cavalieri ed abbandonarono le rive e si diedero alla fuga.
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1040
di Valerio Massimo
Cum bello acri et diutino Veientes, a Romanis intra moenia compulsi, capi non possent, ea mora non minus obsidentibus quam obsessis intolerabilis videbatur. Tum vero mirum prodigium factum est, quo di immortales iter ad victoriam ostendere visi sunt. Subito enim Albus lacus, neque caelestibus aucuts imbribus neque inundatione ullius amnis aditus, solitum stagni modum excessit. Cuis rei explorandae gratia Romanis visum est legatos ad Delphicum oraculum mittere, qui rettulerunt praecipi sortibus ut aquam eius lacus emissam per agros diffunderent: sic enim Veios venturos in potestatem populi Romani. At priusquam legati id renuntiarent, aruspex Veientium, a milite nostro raptus et in castra perlatus, eadem praedixerat. Ergo senatus, duplici praedictione monitus, eodem paene tempore et religioni paruit et hostium urbe potitus est.
Poichè i Veienti, costretti dai Romani all’interno delle loro mura, non potevano essere catturati pur con aspra e lunga guerra, quello stillicidio iniziò a sembrare insopportabile agli assediati non meno che agli assedianti. Ed ecco apparire uno straordinario prodigio, col quale sembrò che gli dèi immortali stessero mostrando il cammino verso la vittoria. D’un tratto infatti il lago Albano, senza essere ingrossato dalle piogge né accresciuto dalla piena di alcun fiume, oltrepassò il consueto livello delle acque. Per cercare di scoprire la causa di questo evento, i Romani pensarono bene di inviare ambasciatori a interrogare l’oracolo di Delfi; essi riferirono di aver avuto indicazione, dalle sorti, di far fuoriuscire l’acqua di quel lago e dispederla per i campi: giacché in questo modo Veio sarebbe caduta sotto il dominio del popolo romano. Addirittura, prima che gli ambasciatori riferissero l’oracolo, un indovino di Veio, che era stato rapito da un nostro soldato e trascinato nell’accampamento, aveva fatto la medesima predizione. Perciò il Senato, avvertito dalla duplice profezia, ascoltò il segno divino e quasi nello stesso istante riuscì ad impadronirsi della città nemica.
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1036
di Cicerone
Et quoniam officia non eadem disparibus aetatibus tribuuntur aliaque sunt iuvenum, alia seniorum, aliquid etiam de hac distinctione dicendum est. Est igitur adulescentis maiores natu vereri exque iis deligere optimos et probatissimos, quorum consilio atque auctoritate nitatur; ineuntis enim aetatis inscitia senum constituenda et regenda prudentia est. Maxime autem haec aetas a libidinibus arcenda est exercendaque in labore patientiaque et animi et corporis, ut eorum et in bellicis et in civilibus officiis vigeat industria. Atque etiam cum relaxare animos et dare se iucunditati volent, caveant intemperantiam, meminerint verecundiae, quod erit facilius, si in eiusmodi quidem rebus maiores natu nolent interesse.
Ancora le diverse età non hanno gli stessi doveri: altri sono i doveri dei giovani, altri quelli dei vecchi. A proposito di questa distinzione conviene perciò dire qualche cosa. E’ dovere del giovane rispettare gli anziani, scegliendo tra essi i più specchiati e stimati, per appoggiarsi al loro autorevole consiglio; perché l’inesperienza giovanile ha bisogno di essere sorretta e guidata dalla saggezza dei vecchi. E soprattutto bisogna tener lontani i giovani dai piaceri sensuali, ed esercitarli nel tollerare le fatiche e i travagli dell’animo e del corpo, sì che possano adempiere con vigorosa energia i loro doveri militari e civili. E anche quando vorranno allentare lo spirito e abbandonarsi alla letizia, si guardino dall’intemperanza e si ricordino del pudore; cosa che riuscirà loro tanto più facile se non impediranno che a ricreazioni di tal genere assistano gli anziani.
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1034
di Cornelio Nepote
Alcibiades, Cliniae filius, Atheniensis fuit. Inter omnes rerum scriptores constat nullum virum fuisse excellentiorem vel in vitiis vel in veirtutibus quam Alcibiadem. Natus in amplissima civitate, summo genere, omnium aetatis suae multo formosissimus, ad omnes res aptus consiliique plenus – namque imperator fuit summus et mari et terra -, tam disertus, ut in primis arte oratoria valeret, quod tanta erat commendatio oris atque orationis, ut nemo resisteret. Cum tempus posceret, laboriosus, patiens, liberalis, splendidus non minus in vita quam victu fuit; affabilis, blandus, temporibus callidissime serviens. Aliquando tamen luxuriosus, dissolutus, libidinosus, intemperans reperiebatur, ita ut omnes viderent in uno homine tantam esse dissimulationem tamque diversam naturam. Educatus est in domo Periclis, eruditus a Scocrate, socerum habuit Hipponicum, ditissimum onminum Graeca lingua loquentium, adeo ut neque plura neque maiora bona cupere posset quam vel natura vel fortuna tribuerat.
Alcibiade, figlio di Clinia, era Ateniese. In questo, pare che la natura abbia tentato di fare le massime prove possibili. Infatti risulta evidente tra tutti quelli che hanno tramandato la sua memoria, che nessuno più di lui è stato eccellente sia nei vizi che nelle virtù. Nato in una grandissima città , di ottima famiglia, era di gran lunga il più bello di tutti nel suo tempo, adattissimo e pieno di saggezza a tutte le cose anche le più difficili (e infatti era un grandissimo comandante sia in mare che in terra); era eloquente tanto da farsi valere tra i primi nel dire, poiché era di un’eloquenza tanto straordinaria che nessuno gli poteva resistere. Quando le circostanze lo richiedevano, era laborioso, paziente, liberale, signorile nella vita pubblica e non meno nella vita privata, era affabile, lusinghiero, poiché si adattava con astuzia alle circostanze. Egli stesso, nello stesso tempo si era svagato e non c’era motivo per cui sopportasse il dolore dell’animo, era considerato sregolato al massimo, dissoluto, capriccioso, così tanto che tutti si meravigliavano che in un solo uomo ci fosse una così grande varietà di costumi ed una tanto diversa natura.
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1032
di Cornelio Nepote
Themistocles, Neocli filius, Atheniensis fuit. Vitia adulescentiae eendata sunt in Themistocle magnis virtutibus, adeo ut nullus civis Themistocli anteponatur, pauci pares putentur. Pater eius Neocles generosus fuit et uxorem Acarnanam duxit. Themistoles tamen cum minus probaus esset a parentibus, quod et liberalius vivebat et rem familiarem neglegebat, a patre exheredatus est. Tanta contumelia non fregit animum eius, sed erexit. Nam cum iudicavisset talem iniuriam non posse exstingui sine summa industria, totum ingenium suum dedidit rei publicae, diligentius amicis famaeque serviens. In iudiciis privatis operam suam dabat, saepe in contione optima reperiebat,dicebat,nulla res maior sine Themistole gerebatur; celeriter optima reperiebat, facilius oratione explicabat. Neque minus in actis quam in consiliis promputus erat, quod – ut ait Thucydides – verissime iudicabat et de futuris callidissime coniciebat. Ita accidit ut brevi tempore illustraretur.
Temistocle, figlio di Neocle, era ateniese. I vizi di questo della prima giovinezza furono compensati dai suoi grandi meriti, a tal punto che nessuno gli può essere anteposto, pochi possono ritenersi uguali. Ma bisogna cominciare la sua vita dall’inizio. Suo padre Neocle era nobile. Egli sposò una donna di Alicarnasso, dalla quale nacque Temistocle. Il quale, non essendo ben visto dai genitori, perché viveva troppo liberamente e trascurava il patrimonio, fu diseredato dal padre. Questa onta non lo abbatté, ma gli fu di sprone a bene operare. Infatti, avendo capito che essa non si poteva riparare senza una grandissima operosità , si diede tutto alla vita pubblica, adoperandosi per gli amici e per il proprio buon nome con molta cura. Egli difendeva spesso i privati cittadini nei tribunali, spesso prendeva parte alle discussioni nell’assemblea del popolo, nessuna cosa di qualche importanza veniva fatta senza di lui, rapidamente scopriva quelle cose. che erano necessarie, le chiariva facilmente colla parola. E non era meno pronto nel fare cose che nel concepire, perciò si pronunciava con molta verità sulle cose presenti, come dice Tucidide e congetturava con temerarietà sulle cose future. Onde avvenne che in breve tempo si rese illustre.
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