“L’imperatore Traiano e la povera vedova”

Ulpius Traianus tam iustus ac clemens fuit, ut in numero deorum relatus sit. Olim enim, cum imperator Romam relicturus esset ut bellum contra dacos duceret cumque iam equum ascendisset ut exercitum recenseret, vidua quaedam, annis doloribusque confecta, ad pedes eius se proiecit et flens eum oravit ut mortem filii iniuste necati vindicaret. Traianus tum, cum urbe exire festinaret, respondit: “Cum a bello rediero, ius tibi reddam”. Sed vidua, circumiens imperatoris equum: “Nisi redieris, quis mihi ius reddet?”. Traianus contra: “Si in bello periero, successor meus satisfaciet tibi”. At illa: “Si alius mihi ius reddiderit, quem meritum habebis? Tu imperator es, tu mihi debitor es, te non liberabit iustitia aliena. Ne abieris, priusquam mihi ius reddideris!”. Viduae verbis commotus Traianus ex equo descendit et, quamvis omnes eum admonerent ut viam pergeret, humilem viduam audivit et, rebus cognitis, ei ius reddidit.

Ulpio Traiano fu tanto giusto e clemente da essere posto nella schiera degli dei. Una volta infatti, mentre l’imperatore stava lasciando Roma per condurre la guerra contro i Daci ed era già montato a cavallo per passare in rassegna l’esercito, una vedova, logorata dagli anni e dai dolori, si gettò ai suoi piedi e piangendo lo supplicò di vendicare la morte di suo figlio, ucciso ingiustamente. Traiano allora, pur avendo fretta di uscire dalla città, rispose: “Quando tornerò dalla guerra ti renderò giustizia”. Ma la vedova, girando intorno al cavallo dell’imperatore: “Se non tornerai, chi mi renderà giustizia?”. E Traiano in risposta: “Se morirò in guerra il mio successore ti accontenterà”. Ma lei: “Se qualcun altro mi avrà reso giustizia, che merito ne avrai? Tu sei l’imperatore, sei tu che mi sei debitore, la giustizia di altri non ti libererà. Non partire, prima di avermi reso giustizia!”. Commosso dalle parole della vedova, Traiano scese da cavallo e, benché tutti lo esortassero a proseguire il viaggio, ascoltò l’umile vedova e, avendo appurato i fatti, le rese giustizia.

“Atene”

Athenae in Attica, magna Graeciae paeninsula amoena et fecunda, erant. Oppidum pulchris monumentis ornatum erat. Nam in viis multa sumptuosa aedificia publica erant, statuae ex argento, simulacra marmorea. Industria commerciumque magnas divitias incolis parabant, nam Athenarum incolae nautae periti erant et multas colonias in Asiae oris, in Aegei insulis et in Italia condiderunt. Athenae etiam patria poetarum, philosophorum, praeclarorum athletarum fuerunt. Concordia et audacia incolarum causa fuerunt victoriae in bellis contra Persas. Post Salaminiam victoriam multa Graeciae oppida socia Athenarum fuerunt et multos per annos Athenae imperium maritimum habuerunt.

Atene era in Attica, grande penisola graziosa e fertile della Grecia. La città era ornata di bei monumenti. Nelle strade infatti vi erano molti suntuosi edifici pubblici, statue di argento, simulacri di marmo. L’operosità e il commercio offrivano agli abitanti molte ricchezze, infatti gli abitanti di Atene erano esperti marinai e fondarono molte colonie sulle coste d’Asia, nelle isole dell’Egeo e in Italia. Atene fu anche patria di poeti, filosofi e illustri atleti. La concordia e l’audacia furono causa di vittoria nelle guerre contro i Persiani. Dopo la vittoria di Salamina molte città della Grecia furono alleate degli Ateniesi e Atene ebbe per molti anni l’impero marittimo.

“Alessandro corrompe l’oracolo di Ammone”

Inde Rhodum Alexander, Aegyptum Ciliciamque sine certamine recepit. Ad Iovem deinde Hammonem pergit consulturus et de eventu futurorum et de origine sua. Namque mater eius Olympias confessa viro suo Philippo fuerat, Alexandrum non ex eo se, sed ex serpente ingentis magnitudinis concepisse. Denique Philippus ultimo prope vitae suae tempore filium suum non esse palam praedicaverat. Qua ex causa Olympiada velut stupri conpertam repudio dimiserat. Igitur Alexander cupiens originem divinitatis adquirere, simul et matrem infamia liberare, per praemissos subornat antistites, quid sibi responderi vellet. Ingredientem templum statim antistites ut Hammonis filium salutant. Ille laetus dei adoptione hoc se patre censeri iubet. Rogat deinde, an omnes interfectores parentis sui sit ultus. Respondetur patrem eius nec interfici posse nec mori; regis Philippi plene peractam ultionem.

Poi Alessandro ricevette Rodi, l’Egitto e la Cilicia senza combattere. Quindi si diresse verso Giove Ammone: si sarebbe informato sugli eventi del futuro e sulla sua origine. Infatti sua madre Olimpia aveva detto al suo uomo Filippo che aveva concepito Alessandro non da lui, ma da un serpente dalla grande forza. Infine Filippo nell’ultimo periodo della sua vita aveva proclamato apertamente che Alessandro non era figlio suo. Per al cui causa aveva abbandonato la moglie con il divorzio. Allora Alessandro che desiderava acquistare un’origine divina e allo stesso tempo liberare la madre dall’infamia, corruppe e comandò i sacerdoti per mezzo degli ambasciatori promessi. Quando giunse nel tempio, subito i sacerdoti salutarono Alessandro come figlio di Ammone.

“I doveri del fattore e della fattoressa”

Vilicus disciplinam bonam usurpabit, ferias servabit, sobrius semper erit, domini pecuniam non dissipabit, servos exercebit et cibum necessarium suppeditabit. Cibaria, oleum, vinum, frumentum non commodabit. Hariolum non consulet neque parasitum alet. Ante somnum villam claudet; bene mane e lectulo surget et magna diligentia iumentorum pabulum curabit. Bubulcos custodiet et aratra bona eliget. Vilica nimium luxuriosa non erit. Vicinas in villam non recipiet neque ambulabit extra villam, neque foris coenabit. Sacrificia non faciet cum dominus aut domina prohibebit: dominus enim pro tota familia sacrificia facit. Vilica autem munda erit; focum purum cotidie servabit et cum festa erunt, coronam in focum imponet atque deos pro familiae copia supplicabit. Servorum cibum curabit et in cella penaria diligenter cibaria servabit.

Il fattore si comporterà con onestà, osserverà le festività, sarà sempre moderato, non sperpererà il denaro del padrone, terrà occupati gli schiavi e offrirà con larghezza il cibo necessario. Non presterà le cibarie, l’olio, il vino ed il grano. Non consulterà l’indovino né darà da mangiare al fannullone. Chiuderà la villa prima di andare a dormire; si alzerà al mattino di buona voglia dal suo giaciglio e curerà con il massimo scrupolo il foraggio per il bestiame. Governerà i bifolchi e sceglierà gli aratri adatti. La fattoressa non sarà troppo lussuosa. Non accoglierà le vicine fattoresse nella villa nè camminerà fuori dalla villa nè cenerà fuori. Non farà sacrifici quando il padrone o la padrona glielo vieterà: infatti il padrone fa sacrifici per tutta la famiglia. La fattoressa poi sarà graziosa; avrà una villa pulita; conserverà il fuoco puro ogni giorno; quando ci saranno festività, metterà la corona nel fuoco e implorerà gli dei per l’abbondanza della famiglia. Si occuperà del vitto per gli schiavi e riporrà con diligenza i cibi nella dispensa.

“Elogio di Alessandro Magno”

Vir supra humanam potentiam magnitudine animi praeditus. Nam ea die qua natus est, duae aquilae tota die praepetes supra culmen domus patris eius sederunt, omen duplicis imperii, Europae Asiaeque, praeferentes. Eadem quoque die nuntium pater eius duarum victoriarum accepit: alterius certaminis Olympiaci, in quod quadrigarum currus miserat; quod omen universarum terrarum victoriam infanti portendebat. Puer acerrimus litterarum studiis eruditus fuit. Exacta pueritia per quinquennium sub Aristotele doctore, inclito omnium philosophorum, crevit. Cum deinde imperium accepisset, regem se terrarum omnium ac mundi appellari iussit; tantamque fiduciam sui militibus fecit, ut cum ille adesset, nullius hostis arma nec inermes timuerint. Itaque cum nullo hostium umquam congressus est, quem non vicerit, nullam urbem obsedit, quam non expugnaverit, nullam gentem adiit, quam non calcaverit. Victus denique ad postremum est non virtute hostili, sed insidiis suorum et fraude civili.

Uomo fornito di grandezza d’animo sopra l’umana potenza. Infatti nel giorno in cui è nato, due aquile che volavano tutto il giorno sul tetto della casa di suo padre si sedettero, profetando un presagio di un duplice impero, di Europa e Asia. Nello stesso giorno suo padre ricevette la notizia di due vittorie: di uno scontro olimpico nel quale aveva mandato un carro di quadrighe, tale presagio profetava al giovane la vittoria di tutte le terre. Il fanciullo assai feroce fu erudito agli studi di letteratura. Nella sua giovinezza, fu per cinque anni discepolo di Aristotele, il più illustre dei filosofi. Appena salito al trono, si fece chiamare re dell’universo, e ispirò una tale fiducia ai suoi soldati, che, sotto i suoi ordini, combatterono coraggiosi, senza armi, contro i loro nemici armati. Anche Alessandro non combattè mai senza vincere, non assediò nessuna città senza prenderla, non attaccò nessuna nazione senza annientarla. Morì infine, non per il coraggio dei suoi nemici, ma vinto dalla perfidia dei suoi cortigiani e per il tradimento del suo popolo.

“Tornare bambini”

Saepe ex socero meo audivi cum is diceret socerum Laelium semper fere cum Scipione solitum esse rusticari eosque incredibiliter repuerascere esse solitos, cum rus ex urbe tamquam e vinculis evolavissent. Non audeo dicere de talibus viris, sed tamen ita solet narrare Scaevola, conchas eos et umbilicos ad Caietam et ad Laurentum legere consuesse et ad omnem animi remissionem ludumque descendere. Sic enim res sese habet, ut, quem ad modum Volucres videmus effingere et construere nidos, easdem autem, cum aliquid effecerint, levandi laboris sui causa passim ac libere, solutas opere, volitare, sic nostri animi, negotiis forensibus atque urbano opere defessi, gestiant ac volitare cupiant vacui cura ac labore.

Spesso l’ho sentito dire da mio suocero, poiché egli diceva che suo suocero Lelio quasi sempre era solito alloggiare in campagna con Scipione e che essi erano soliti tornare incredibilmente bambini, essendo scappati via dalla città in campagna, quasi come dalla prigione. Non oso parlare di tali uomini, ma tuttavia Scevola è solito narrare così, che essi erano soliti raccogliere conchiglie e piante presso Gaeta e Laurento e abbandonarsi ad ogni divertimento e passatempo. La situazione sta infatti in questi termini, che, come vediamo gli uccelli che modellano e costruiscono nidi, ma poi essi stessi, dopo aver completato qualcosa, al fine di alleggerire la propria fatica, svolazzano di qua e di là liberamente, liberi dal lavoro; allo stesso modo, i nostri animi, liberi dagli impegni politici e dal lavoro cittadino, gioiscono e desiderano vagare liberi da preoccupazione e fatica.

“Fondazione di Eraclea”

Heracleae urbis initia, ut Iustinus tradit, admirabilia fuerunt, Nam quia gravis pestilentia Boeotiae incolas vexabat nullumque inveniebatur remedium, contione advocata, Beotii statuerunt ut Delphos legati mitterentur oraculum consulturi de morbi causa. Interrogantibus oraculum morbi causam non patefecit sed imperavit ut fines suos, morbo corruptos, relinquerent, omnia sua secum auferrent, in Ponti regionem se transferrent et apud Pontum Euxinum coloniam Herculi sacram conderent. Oraculi responso cognito, Boeotii, paratis omnibus rebus suis, sum senibus, mulieribus puerisque domos agrosque reliquerunt et post longam periculosamque navigationem in Pontum pervenerunt, ubi ab Herculis nomine urbem Heracleam condiderunt. Et quoniam fatorum auspiciis coloni in illam regionem delati erant, brevi tempore nova urbs tantum crevit, ut ceteras Ponti urbes superaverit.

La città di Eraclea all’inizio fu, come dice Giustino, meravigliosa, infatti poichè una grave pestilenza vessava le isole della Beozia e non si trovava alcun rimedio, convocata l’assemblea, i Beoti decisero di mandare ambasciatori a Delfi per consultare l’oracolo sulla causa del morbo. A coloro che interrogavano l’oracolo non rivelò la causa del morbo ma ordinò di lasciare i loro confini corrotti dal morbo e di portare tutte le loro cose con loro, di trasferirsi nella regione del Ponto e di fondare una colonia sacra ad Ercole presso il Mar Nero. Conosciuto il responso dell’oracolo, i Beoti, preparate le loro cose, coi vecchi, le donne e i figli lasciarono le case e i campi e dopo una lunga e pericolosa navigazione giunsero nel Ponto, dove fondarono una città dal nome di Ercole, Eraclea. E siccome i coloni erano stati condotti in quella regione dal fato in breve tempo la nuova città crebbe tanto da superare tutte le altre città del Ponto.

“Un favore ricambiato”

Causam dicebat apud divum Iulium ex veteranis quidam adversus vicinosuos, et causa premebatur. “Meministi”, inquit, “imperator in Hispania talum te torsisse circa Sucronem?”. Cum Caesar meminisse se dixisset: “Meministi quidem”, inquit, “sub quadam arbore minimum umbrae spargente, cum velles residere ferventissimo sole, et esset asperrimus locus, quemdam ex cornmilitonibus paenulam suam substravisse?”. Cum dixisset Caesar: “Quidni meminerim? Et quidem siti confectus, quia impeditus ire ad fontem proximum non poteram, commilito, homo fonis ac strenuus, aquam mihi in galea sua attulit”. “Potes ergo”, inquit, “imperator, agnoscere illum hominem?”. Caesar ait se hominem pulchre agnoscere posse; et adiecit: “Tu utique Ole non es”. “Merito”, inquit, “Caesar, me non agnoscis; nam cum hoc factum est, integer eram; postea ad Mundam in ade oculus mihi effossus est, et in capite lecta ossa”. Vetuit illi exhiberi negotium Caesar, et agellos, in quibus causa litium fuerat, militi suo donavit.

Sosteneva un processo presso il Divo Giulio uno dei veterani contro i suoi vicini e la causa si metteva male. Disse: “Ricordi, comandante, invero che sotto un albero che diffondeva pochissima ombra, volendo tu star seduto al sole assai forte, e essendo il luogo assai aspro, uno dei commilitoni stese la sua penula?”. Avendo detto Cesare: “Cosa dovrei ricordare? E invero consunto dalla sete, perché non potevo andare alla vicina fonte impacciato, un commilitone, uomo forte e valoroso, prese per me dell’acqua nel suo elmo”. Disse: “Dunque, comandante, potresti riconoscere quell’uomo?”. Cesare dice che può riconoscere bene l’uomo e aggiunse: “Tu comunque non sei Ole”. “Giustamente”, disse, “Cesare, non mi riconosci: infatti quando ciò avvenne, ero integro; poi a Munda un occhio mi fu cavato in battaglia, e fui ferito alla testa”. Cesare gli proibì che fosse presentata la faccenda e al suo soldato donò quei campi, nei quali era stato il motivo delle liti.

“Polissena”

Danai victores, cum ab Ilio classe conscenderent et cuprent in patriam suam quisque revertere et praedam quisque sibi ducere, ex sepulcro vocem achillis dicunt praedae partem expostulavisse. itaque Danai Polyxenam, Priami filiam, quae virgo fuit formosissima, propter quam Achilles, cum eam peteret et ad colloquium venisset ab Alexandro et Deiphobo est occisus, ad sepolcru, eius immolaverunt.

I Greci vittoriosi, andandosene da Ilio con la flotta e desiderando tornare ciascuno alla propria patria e portare ciascuno il bottino con sé, dicono che una voce dal sepolcro di Achille abbia chiesto una parte del bottino. Dunque i Danai immolarono al sepolcro di quest’ultimo Polissena, figlia di Priamo, la quale fu una fanciulla assai bella, a causa della quale Achille, chiedendola e essendo venuto a parlare fu ucciso da Alessandro e Deifobo.