“Cesare e gli Elvezi”

Caesar copias in proximum collem subduxit, equitatum contra hostes misit, exercitum in colle instruxit. Helvetii, ut viderunt, impetum in equitatum fecerunt et ad castra nostra appropinquaverunt. Milites Romani ex colle pila mittebant, ut hostium phalangem perfringèrent; postea, cum hostes proximus viderunt, gladios destrinxerunt et impetum fecerunt. Diu atque acrìter Helvetii per magnam noctis partem pugnaverunt, sed nostrum impetum sustinere non potuerunt, ita ut Romani impedimenta et castra barbarorum occupaverint. Helvetiorum superstites qui fugerunt per montium saltus, in fines Lingonum pervenerunt ut Gallorum auxilium peterent. Romani propter vulnera militum et propter sepolturam occisorum fugam hostium impedire non potuerunt.

Cesare spostò le truppe sul vicino colle, mandò la cavalleria contro i nemici, schierò l’esercito sul colle. Gli Elvezi, quando videro, fecero impeto contro la cavalleria e si avvicinarono al nostro accampamento. I soldati Romani lanciavano giavellotti dal colle per infrangere la falange dei nemici; poi, quando videro i nemici vicini, sguainarono le spade e attaccarono. Gli Elvezi combatterono duramente e a lungo per gran parte della notte, ma non riuscirono a sostenere il nostro impeto, cosicché i Romani si impadronirono delle salmerie e dell’accampamento dei barbari. I superstiti degli Elvezi che fuggirono attraverso i valichi dei monti, giunsero nei territori dei Lingoni per chiedere l’aiuto dei Galli. I Romani per le ferite dei soldati e la sepoltura degli uccisi, non poterono impedire la fuga dei nemici.

“Epicuro”

Videbat Epicurus bonis adversa semper accidere, qualia paupertatem, labores, exilia, carorum amissionem; malos, contra, beatos esse; videbat scelera homines impune committere, videbat sine ordine ac discrimine annorum saevire mortem et alios ad senectutem pervenire, alios infantes ex vita cedere, alios iam robustos expirare, alios in primo adolescentiae flore immaturis funeribus deficere; in bellis fortes perire. Omnia haec Epicurus cogitans, existimavit nullam esse providentiam.

Epicuro vedeva sempre succedere qualcosa di negativo ai buoni, quale la povertà, le fatiche, la perdita dei cari; al contrario vedeva che i malvagi erano beati, vedeva che gli uomini commettevano impunemente delitti, vedeva che senza ordine e distinzione di età si abbandonavano alla morte e altri giungere alla vecchiaia, alcuni giovani morire, alcuni forti spirare, altri mancare dal fiore della giovinezza immaturamente, uomini forti morire nelle guerre. Epicuro pensando tutte queste cose ritenne che non vi fosse alcuna provvidenza.

“Un favore ricambiato”

Olim in silva fortis leo dormiebat. Parvus mus forte leonis nasum offendit atque beluam e somno excitavit. Statim fera pede incutum apprehendit. Sed mus, humilis clamavit: “Leo, animalium nobilis rex, libera me! Tibi sempiternam gratiam habebo!”. Tum leo facilem et inermem praedam liberavit. Post paucos menses, leo in crudelium venatorum laqueos incidit: silvam terribilibus lamentis suis implebat. Parvus mus beluam audivit, celer ed leonem accurrit atque statim acribus dentibus laqueorum difficiles nodos rosit. Sic bestiola gratiam rettulit.

Una volta un leone coraggioso dormiva nella foresta. Un piccolo topo per caso urtò il naso del leone e svegliò la belva dal sonno. Subito la fiera afferrò con la zampa l’incauto. Ma il topo, umile, gridò: “Leone, re degli animali nobili, liberami! Avrò per te eterna gratitudine!”. Allora il leone favorevole e inerme liberò la preda. Dopo pochi mesi, il leone cadde nella trappola del crudele cacciatore: riempiva la foresta dei suoi terribili lamenti. Il piccolo topo udì la belva, accorse velocemente dal leone e subito con i denti aguzzi rosicchiò i difficili nodi della rete. Così la bestiola restituì la grazia.

“Il regno di romolo”

Postquam civitatem condidit quam ex suo nomine Romane appellavit. Romulus multos annos reganvit. Multitudinem finitimorum in civitatem recepit, ex quibus centum cives senes legit, qui propter aetatem senatores nominati sunt. Senatorum consilio omnia negotia agebantur. Sed quia Romani feminas non habebant, rex invitavit ad spectaculum ludorum gentes quae vicinae urbi Romae erant. Tunc grave bellum commotum est, in quo Caenineses Crustumini Fidenates Veintes qui socii Sabinorum erant victi sunt. Tandem Sabini pacem cum Romanis facerunt, qui virgines raptas in matrimonium duxerunt. Romulus qui multos annos regnaverat post foedam tempestatem non comparuit et inter deos honoratus est. Post romulum Numa Pompilius regnavit cui non bellum sed iustitia et religio laudem paraverunt.

Dopo che ebbe fondato la città, che chiamò Romana dal suo nome, Romolo regnò per molti anni. Accolse nella città la moltitudine dei popoli confinanti, tra i quali scelse cento uomini anziani che furono nominati senatori a causa dell’età. Tutti i doveri venivano effettuati per mezzo della decisione dei senatori. Ma, poiché i Romani non avevano mogli, il sovrano invitò ad uno spettacolo di giochi le popolazioni che erano vicine alla città di Roma. Allora fu scatenata gravemente una guerra, durante la quale i Ceninensi, i Crustumini, i Fidenati ed i Veienti, che erano alleati dei Sabini, furono sconfitti. Tuttavia i Sabini fecero la pace con i Romani, che condussero le vergini rapite al matrimonio. Romolo, che aveva regnato per molti anni, dopo l’infausta tempesta non ricomparve e fu onorato tra gli dei. Dopo Romolo regnò Numa Pompilio, cui non la guerra ma la giustizia ed il timore degli dei procurarono la lode.

“Un drammatico episodio della guerra civile”

Postquam impulsos sensit Antonius, denso agmine obturbabat, laxati ordines abrumpuntur, nec restitui quivere impedientibus vehiculis tormentisque. Per limitem viae sparguntur festinatione consectandi victores. Eo notabilior caedes fuit, quia filius patrem interfecit. Rem nominaque auctore Vipstano Messala tradam. Iulius Mansuetus ex Hispania, Rapaci legioni additus, impubem filium domi liquerat. Is mox adultus, inter septimanos a Galba conscriptus, oblatum forte patrem et vulnere stratum dum semianimem scrutatur, agnitus agnoscensque et exanguem amplexus, voce flebili precabatur placatos patris manis, neve se ut parricidam aversarentur: publicum id facinus; et unum militem quotam civilium armorum partem? Simul attollere corpus, aperire humum, supremo erga parentem officio fungi. Advertere proximi, deinde plures: hinc per omnem aciem miraculum et questus et saevissimi belli execratio. Nec eo segnius propinquos adfinis fratres trucidant spoliant: factum esse scelus loquuntur faciuntque.

Quando Antonio li sentì vicini a cedere, esercita una pressione a ranghi serrati e ne dissesta le linee. Queste si disgregano e aprono varchi non più colmabili, per l’intralcio dei carri e delle macchine da guerra. I vincitori si riversano lungo il tracciato stradale, in un precipitoso inseguimento. Significativo rilievo diede alla strage l’uccisione di un padre per mano del figlio. Ricorderò i fatti e i nomi come li riferisce Vipstano Messalla. Giulio Mansueto, originario della Spagna, appartenente alla legione Rapace, aveva lasciato a casa il figlio ancora bambino. Costui si fece grande, fu arruolato da Galba nella Settima legione; volle il caso che si trovasse di fronte il padre: lo colpisce, lo abbatte e, mentre lo spoglia, il morente è da lui riconosciuto e lo riconosce. Allora se lo stringe spirante fra le braccia e, in singhiozzi, supplicava i mani paterni che si lasciassero placare e non lo rifiutassero come parricida. Quel delitto è di tutti: che parte poteva avere un solo soldato nella guerra civile? Il figlio solleva il corpo, scava la fossa, rende al padre le estreme onoranze. Videro questo i più vicini, poi lo seppero tanti altri, e per tutto l’esercito si diffonde stupore, pena, esecrazione di una guerra come nessun’altra feroce. Senza sosta intanto trucidano, spogliano parenti, consanguinei, fratelli; dicono che è un delitto e intanto lo compiono.

Historiae, III, 25

Vagus inde an consilio ducis subditus rumor, advenisse Mucianum, exercitus in vicem salutasse. Gradum inferunt quasi recentibus auxiliis aucti, rariore iam Vitellianorum acie, ut quos nullo rectore suus quemque impetus vel pavor contraheret diduceretve. Postquam impulsos sensit Antonius, denso agmine obturbabat, laxati ordines abrumpuntur, nec restitui quivere impedientibus vehiculis tormentisque. Per limitem viae sparguntur festinatione consectandi victores. Eo notabilior caedes fuit, quia filius patrem interfecit. Rem nominaque auctore Vipstano Messala tradam. Iulius Mansuetus ex Hispania, Rapaci legioni additus, impubem filium domi liquerat. Is mox adultus, inter septimanos a Galba conscriptus, oblatum forte patrem et vulnere stratum dum semianimem scrutatur, agnitus agnoscensque et exanguem amplexus, voce flebili precabatur placatos patris manis, neve se ut parricidam aversarentur: publicum id facinus; et unum militem quotam civilium armorum partem? Simul attollere corpus, aperire humum, supremo erga parentem officio fungi. Advertere proximi, deinde plures: hinc per omnem aciem miraculum et questus et saevissimi belli execratio. Nec eo segnius propinquos adfinis fratres trucidant spoliant: factum esse scelus loquuntur faciuntque.

Si diffonde la voce, ma forse era un’ingegnosa trovata di Antonio, dell’arrivo di Muciano e che quello fosse il saluto scambiato fra i due eserciti. Avanzano i Flaviani, come moltiplicati da rinforzi appena giunti, mentre le linee dei Vitelliani perdono di compattezza, perchè, lasciati senza una guida, serravano le file o le diradavano sotto l’unica spinta della combattività o della paura. Quando Antonio li sentì vicini a cedere, esercita una pressione a ranghi serrati e ne dissesta le linee. Queste si disgregano e aprono varchi non più colmabili, per l’intralcio dei carri e delle macchine da guerra. I vincitori si riversano lungo il tracciato stradale, in un precipitoso inseguimento. Significativo rilievo diede alla strage l’uccisione di un padre per mano del figlio. Ricorderò i fatti e i nomi come li riferisce Vipstano Messalla. Giulio Mansueto, originario della Spagna, appartenente alla legione Rapace, aveva lasciato a casa il figlio ancora bambino. Costui si fece grande, fu arruolato da Galba nella Settima legione; volle il caso che si trovasse di fronte il padre: lo colpisce, lo abbatte e, mentre lo spoglia, il morente è da lui riconosciuto e lo riconosce. Allora se lo stringe spirante fra le braccia e, in singhiozzi, supplicava i mani paterni che si lasciassero placare e non lo rifiutassero come parricida. Quel delitto è di tutti: che parte poteva avere un solo soldato nella guerra civile? Il figlio solleva il corpo, scava la fossa, rende al padre le estreme onoranze. Videro questo i più vicini, poi lo seppero tanti altri, e per tutto l’esercito si diffonde stupore, pena, esecrazione di una guerra come nessun’altra feroce. Senza sosta intanto trucidano, spogliano parenti, consanguinei, fratelli; dicono che è un delitto e intanto lo compiono.

“Un cattivo consiglio è la cosa più dannosa per chi lo dà”

Statua Romae in comitio posita Horatii Coclitis fortissimi viri de coelo tacta est. Ob id fulgur piaculis luendum aruspices ex Etruria acciti inimico atque hostili in populum Romanum animo instituerant eam rem contrariis religionibus procurare. Atque illam statuam suaserunt in inferiorem locum perperam transponi, quem sol oppositu circum undique aliarum aedium nunquam illustraret. Quod cum ita fieri persuasissent, delati ad populum proditique sunt; et cum de perfidia confessi essent, necati sunt; constititque eam statuam proinde, ut verae rationes post compertae monebant, in locum editum subducendam, atque ita in area Volcani sublimiori loco statuendam. Ex qua re bene et prospere reipub. cessit. Tunc igitur quod in Etruscos aruspices male consulentes animadversum, vindicatumque fuerat versus hic [senarius] scite factus, cantatusque esse a pueris urbe tota fertur: “Malum consilium consultori pessimum est.

La statua di Grazio Coclite, uomo coraggiosissimo, posta nel Comizio venne colpita dal fulmine. Per poter espiare con sacrifici la contaminazione della folgore, furon chiamati degli aruspici d’Etruria; i quali, per animo avverso e ostile al popolo romano, proposero di espiare l’avvenimento con falsi riti e consigliarono da malvagi di trasportare la statua in luogo più basso, ove il sole mai non arrivasse, sporgendo tutt’attorno alti fabbricati. Riuscirono a indurre i Romani a far ciò, ma vennero poi scoperti e denunciati al popolo; avendo confessata la propria perfidia, furono uccisi; apparve allora evidente, e le prove si ebbero poi, che si doveva porre la statua in un luogo scoperto, ed essa venne posta in quella elevazione ove sorge il tempio di Vulcano. Quando ciò fu compiuto, gli avvenimenti divennero felici e favorevoli per il popolo romano. Allora, in ricordo dell’esser stato il cattivo consiglio degli aruspici etruschi scoperto e punito, si dice che sia stato composto e cantato dai ragazzi di tutta la città questo verso: “Mal consiglio nuoce a chi lo da”.