“L’amore non sa attendere” (“Orfeo ed Euridice”)

Orpheus poeta dis deabusque carus erat propter lyrae peritiam. Musica sua non solum animos virorum movebat, sed etiam beluas saxaque. Maxime amabat Orpheus Eurydicam, pulchram nympham, quae cum daro poeta feliciter vivebat. Sed etiam Aristaeus agricola earn amabat; insidias ergo tendebat puellae, quae minas effugere viri cupiebat; sed, dum Aristaeum fugit, a vipera in silva abscondita mordetur et interficitur. Tunc magna maestitia Orpheum vexabat; itaque ad Inferos descendit, lyra leniter canit et animum Proserpinae commovet: dea puellam dimittet, si solum maritus earn non respiciet in via. Sed Orpheus, qui nimium puellam amabat, duro imperio non paret et earn spectat cupide. Sic Proserpina Eurydicam revocat nec umquam poeta puellam suam posthac videbit.

Orfeo era un poeta caro agli dei e alle dee per la bravura con la lira. La sua musica commuoveva non solo gli animi degli uomini, ma anche le bestie e i sassi. Orfeo amava moltissimo Euridice, graziosa ninfa, che viveva felicemente con l’illustre poeta. Ma anche il contadino Aristeo la amava; perciò tendeva insidie alla fanciulla, che voleva schivare le minacce dell’uomo; ma, mentre fugge Aristeo, viene morsa da una vipera nascosta nel bosco e uccisa. Allora una grande tristezza tormentava Orfeo; così discende agli Inferi, suona dolcemente la lira e commuove l’animo di Proserpina: la dea rilascia la fanciulla, a patto che il marito non la guardi durante il tragitto. Ma Orfeo, che amava troppo la fanciulla, non obbedisce al duro ordine e la osserva cupidamente. Così Proserpina richiama Euridice e il poeta non rivedrà mai più la sua fanciulla.

“Anche gli imperatori facevano la “pennichella””

Post cibum meridianum, ita ut vestitus calceatusque erat, paulisper Augustus conquiescebat, manum ad oculos opponens. A cena in lecticulam lucubratoriam se recipiebat. Ibi, residuum laborem aut reliqua officia conficiens, ad multam noctem permanebat. In ledum inde Cubans circiter septem horas dormiebat, ac ne continuas quidem, sed in illo temporis spatio ter aut quater surgebat. Quoniam, ut saepe evenit, interruptum somnum non recuperabat, lectores aut fabulatores arcessens, resumebat producebatque ultra primam lucem. Matutina vigilia offendebatur. Si propter officium maturius somno solvi debebat, numquam id contra commodum fecit, sed in proximo domesticorum cenáculo manebat. Sic quoque saepe, indigens somni, cum per vicos deportabatur, servos deponere lecticam iubebat ac inter moras dormiebat.

Dopo il pasto di mezzogiorno, Augusto, così com’era vestito e calzato, si riposava un po’, mettendo una mano davanti agli occhi. Si ritirava dalla cena sulla lettiga per lo studio notturno. Lì, portando a termine il lavoro residuo o altre incombenze, restava fino a tarda notte. Quindi, stendendosi sul letto, dormiva circa sette ore, ma neppure continue, anzi in quell’intervallo di tempo si alzava tre o quattro volte. Poiché, come spesso succede, non recuperava il sonno interrotto, mandando a chiamare lettori e narratori, riassumeva e produceva fin dopo l’alba. Era disturbato dalla sveglia mattutina. Se, a causa di un impegno, doveva essere svegliato prima del tempo, non lo faceva mai contro il (suo) comodo, ma restava nella più vicina stanza dei domestici. Anche così, avendo bisogno di dormire, quando era trasportato per le strade, ordinava ai servi di deporre la lettiga e dormiva nel frattempo.

“L’astuzia contro la brutalità

Ulixes ad insulam Cydopis Polyphemi, Neptuni filii, pervenit. Polyphemo, olim, responsum erat ab augure Telemo: “Ulixes veniet in speluncam tuam et ab eo excaberis”. Cyclops media fronte unum oculum habebat et carnem humanam magna cum voracitate edebat. Hic, postquam pecus in speluncam redegerat, molem saxeam ingetem ad ianuam apponere solebat. Ulixes, adpropinquans ad cavernam, curiositate victus est intravitque limen. Polyphemus Ulixem indusit, socios eius consumere incipiens. Ulixes, Cydopis immanitati atque ferinitati non resistens, vino eum inebriavit. “Quis es?” exdamavit iratus Polyphemus. “Utis vocor” respondit Ulixes. Itaque Ulixes trunco ardenti oculum Cydopis exussit, sed ille damoe suo ceteros Cyclopes convocans, dixit: “Utis me excaecat!”. Amici Cyclopes neglexerunt verba sua, dicentes: “Polyphemus hodie aut deridet aut insanus est”. At Ulixes socios suos ad pécora alligavit et ita e spelunca eduxit.

Ulisse, giunse all’isola del Ciclope Polifemo, figlio di Nettuno. Polifemo una volta ebbe un responso dall’indovino Telemo: “Verrà Ulisse nella tua spelonca e da questo sarai accecato”. Il Ciclope aveva al centro della fronte un solo occhio e divorava con molta voracità carne umana. Questo, dopo che avava radunato il bestiame nella spelonca, era solito collocare alla porta un’ingente mole di pietra. Ulisse, avvicinandosi alla caverna, fu vinto dalla curiosità e oltrepassò la via. Polifemo chiuse dentro Ulisse, cominciò a divorare i suoi alleati. Ulisse, non resistendo all’enormità e alla ferocia del Ciclope, lo inebriò col vino. “Chi sei?” – esclamò irato Polifemo. “Mi chiamo nessuno” rispose Ulisse. E così Ulisse con un tronco ardente bruciò l’occhio del Ciclope, ma quello con il suo grido aveva convocato gli altri Ciclopi, disse “Nessuno mi acceca”. Gli amici Ciclopi trascurarono le sue parole, dicendo: “Polifemo oggi o ci deride o è pazzo”. Ma Ulisse legò alle pecore i suoi alleati e così li condusse fuori dalla spelonca.

“I due muli e i ladri”

Duo muli eodem itinere procedebant, ponderosi sarcinis gravati: alter eorum gerebat fiscos cum pecunia, alter saccos tumentes, ulto hordeo. Mulus onere dives celsa cervice procedebat, clarumque tintinnabulum collo iactabat; comes quieto et placido gradu pone veniebat. Subito latrones ex insidiis advolant interque caedem mulum pecuniam gerentem ferro sauciant, nummos diripiunt, neglegunt autem alterum, qui vile hordeum gerit. Postquam latrones discesserunt, mulus pecunia spoliatus et saucius casus suos misere flebat. Tum alter: “Equidem”, inquit, “valde laetus sum quia latrones me contempserunt: nam nihil arrisi, neque ullum vulnus accepi”. Hoc argumento hominum tenuitas tuta est; contra magnae opes Semper alicui periculo obnoxiae sunt.

Due muli percorrevano la stessa strada, gravati da pesanti some: uno di loro portava casse piene di denaro, l’altro sacchi gonfi di una gran quantità d’orzo. Il mulo dal carico ricco camminava a testa alta e agitava con il collo un sonaglio squillante; il suo compagno veniva dietro con passo calmo e tranquillo. All’improvviso dei ladroni saltano fuori da un appostamento e durante la rapina feriscono il mulo che portava il denaro con un’arma da taglio, rubano i soldi ma non si curano dell’altro, che porta l’orzo da poco prezzo. Dopo che i rapinatori si furono allontanati il mulo spogliato del denaro e ferito, piangeva miseramente le sue disgrazie. Allora l’altro disse: “Io invece sono molto lieto perché i ladroni mi hanno trascurato: infatti non ho perso nulla e non ho ricevuto nessuna ferita”. L’ammaestramento da trarre da questo fatto è che essere insignificanti è una sicurezza per gli uomini; al contrario le grandi ricchezze sono sempre pericolose per qualche insidia.