Carmina, I, 22 (“Il poeta è un uomo onesto”)

Integer vitae scelerisque purus
non eget Mauris iaculis neque arcu
nec venenatis gravida sagittis,
Fusce, pharetra,
sive per Syrtis iter aestuosas
sive facturus per inhospitalem
Caucasum vel quae loca fabulosus
lambit Hydaspes.
Namque me silva lupus in Sabina,
dum meam canto Lalagem et ultra
terminum curis vagor expeditis,
fugit inermem;
quale portentum neque militaris
Daunias latis alit aesculetis.
Nec Iubae tellus generat, leonum
arida nutrix.
Pone me pigris ubi nulla campis
arbor aestiva recreatur aura,
quod latus mundi nebulae malusque
Iuppiter urget;
pone sub curru nimium propinqui
solis in terra domibus negata:
dulce ridentem Lalagem amabo,
dulce loquentem.

Chi è integro di vita e puro di colpe
Non ha bisogno di strali dei Mauri né dell’arco
né della faretra colma di frecce avvelenate, o Fusco,
sia che stia per viaggiare tra le Sirti infuocate
o attraverso l’inospitale Caucaso o nei luoghi
che lambisce il favoloso Idaspe.
E infatti un lupo nel bosco sabino,
mentre canto la mia Lalage e oltre
il confine vago libero da preoccupazioni,
fugge me inerme;
un mostro quale né la bellicosa
Daunia nutre nei suoi vasti querceti
né la terra di Giuba genera, arida nutrice
di leoni.
Mettimi in campi sterili dove nessun
albero è ristorato dall’aria estiva,
in quella parte del mondo che le nebbie e
il cattivo Giove opprimono;
mettimi sotto il carro del sole troppo vicino
nella terra negata alle case:
amerò Lalage che ride dolcemente,
che parla dolcemente.

“Le matrone romane”

Mulierum quoque virtutes reipublicae Romanorum profuerunt et in secundis et in adversis rebus. Nam Romanae matronae semper dignas se praebuerunt fide atque existimatione omnium civium. Castae et temperantes domi vivebant, labori et familiae intentae, earumque praecipua laus haec fuit: prudenter et parce rem familiarem genere et liberis maritisque inservire. In adversis quoque rebus, fidei ac pietatis erga patriam insigna et varia exempla ediderunt. Secundo bello Punico enim, post Cannensem cladem, cum salutis spes iam non erat, matronae Romanae omnes ornatus aureos reipublicae donare non dubitaverunt. Ita senatus Romanus exercitui commeatus suppeditare potuit. Ita mulierum quoque vitrutes rempublicam Romanam servaverunt.

Anche le virtù delle mogli della repubblica dei Romani giovano sia nelle circostanze favorevoli che avverse. Infatti le matrone romane sono degne della fiducia e stima di tutti i cittadini. Vivevano caste e moderate in casa, intente al lavoro e alla famiglia, e il loro pregio principale fu questo: servire prudentemente e parcamente la famiglia, i figli e il marito. Anche nelle circostanze avverse, diedero nobili esempi di fede e rispetto nei confronti della patria. Infatti durante la seconda guerra punica, dopo la sconfitta di Canne, quando non c’era più speranza di salvezza, le matrone romane non dubitarono di donare tutti gli ori (di cui erano ornate) alla repubblica. Così il senato romano potè fornire le vettovaglie all’esercito. Così anche le virtù delle donne salvarono lo stato romano.

Eneide IV, 296-361 (“Lo scontro fra i due amanti”)

At regina dolos (quis fallere possit amantem?) praesensit, motusque excepit prima futuros omnia tuta timens. Eadem impia Fama furenti detulit armari classem cursumque parari. Saevit inops animi totamque incensa per urbem bacchatur, qualis commotis excita sacris Thyias, ubi audito stimulant trieterica Baccho orgia nocturnusque vocat clamore Cithaeron. Tandem his Aenean compellat vocibus ultro: “Dissimulare etiam sperasti, perfide, tantum posse nefas tacitusque mea decedere terra? Nec te noster amor nec te data dextera quondam nec moritura tenet crudeli funere Dido? Quin etiam hiberno moliri sidere classem et mediis properas Aquilonibus ire per altum, crudelis? Quid, si non arva aliena domosque ignotas peteres, et Troia antiqua maneret, Troia per undosum peteretur classibus aequor? Mene fugis? Per ego has lacrimas dextramque tuam te quando aliud mihi iam miserae nihil ipsa reliqui, per conubia nostra, per inceptos hymenaeos, si bene quid de te merui, fuit aut tibi quicquam dulce meum, miserere domus labentis et istam, oro, si quis adhuc precibus locus, exue mentem. Te propter Libycae gentes Nomadumque tyranni odere, infensi Tyrii; te propter eundem exstinctus pudor et, qua sola sidera adibam, fama prior. Cui me moribundam deseris hospes hoc solum nomen quoniam de coniuge restat? Quid moror? An mea Pygmalion dum moenia frater destruat aut captam ducat Gaetulus Iarbas? Saltem si qua mihi de te suscepta fuisset ante fugam suboles, si quis mihi parvulus aula luderet Aeneas, qui te tamen ore referret, non equidem omnino capta ac deserta viderer”. Dixerat. Ille Iovis monitis immota tenebat lumina et obnixus curam sub corde premebat. Tandem pauca refert: “Ego te, quae plurima fando enumerare vales, numquam, regina, negabo promeritam, nec me meminisse pigebit Elissae dum memor ipse mei, dum spiritus hos regit artus. Pro re pauca loquar. Neque ego hanc abscondere furto speravi ne finge fugam, nec coniugis umquam praetendi taedas aut haec in foedera veni. Me si fata meis paterentur ducere vitam auspiciis et sponte mea componere curas, urbem Troianam primum dulcisque meorum reliquias colerem, Priami tecta alta manerent, et recidiva manu posuissem Pergama victis. Sed nunc Italiam magnam Gryneus Apollo, Italiam Lyciae iussere capessere sortes; hic amor, haec patria est. Si te Karthaginis arces Phoenissam Libycaeque aspectus detinet urbis, quae tandem Ausonia Teucros considere terra invidia est? Et nos fas extera quaerere regna. Me patris Anchisae, quotiens umentibus umbris nox operit terras, quotiens astra ignea surgunt, admonet in somnis et turbida terret imago; me puer Ascanius capitisque iniuria cari, quem regno Hesperiae fraudo et fatalibus arvis. Nunc etiam interpres divum Iove missus ab ipso testor utrumque caput celeris mandata per auras detulit: ipse deum manifesto in lumine vidi intrantem muros vocemque his auribus hausi. Desine meque tuis incendere teque querelis; Italiam non sponte sequor”.

Ma la regina (chi potrebbe ingannare un amante?) presentì, per prima colse i movimenti futuri temendo ogni sicurezza. La stessa empia Fama riferì a lei impazzita, che si allestiva la flotta e si preparava la rotta. Impazza annichilita nel cuore e furiosa per la città smania come baccante, come Tiade scossa, iniziati i riti, quando udito Bacco, le orge triennali la stimolano ed il notturno Citerone la chiama col frastuono. Infine spontaneamente affronta Enea con queste frasi: “Sperasti pure poter dissimulare, perfido, sì gran sacrilegio e zitto allontanarti dalla mia terra? Né ti trattiene il nostro amore né la destra data un giorno né una Didone desinata amore di morte crudele? Anzi anche con stella invernale allestisci la flotta e ti affrettiamo ad andare al largo in mezzo agli Aquiloni, crudele? Che? Se non cercassi campi stranieri e case ignote e restasse l’antica Troia, Troia sarebbe cercata con flotte per il mare ondoso? Forse fuggi me? Io per queste lacrime e la tua destra te, poiché io stessa non lasciai null’altro a me misera, per i nostri vincoli, per le nozze incominciate, se per te meritai bene qualcosa, o per te ci fu qualche mia tenerezza, abbi pietà d’una casa che crolla e cancella, ti prego, se ancora c’è un posto per le preghiere, questa idea. A causa di te i popoli libici ed i tiranni dei Nomadi mi odiano, contrari i Tirii; proprio a causa di te fu estinto il pudore e la fama per prima, per la quale io sola salivo alle stelle. A chi mi abbandoni moribonda, ospite, solo questo nome da un marito mi resta? Che aspetto? Forse fin che il fratello Pigmalione distrugga le mie mura o il Getulo Iarba mi porti prigioniera? Almeno se prima della fuga mi fosse nato da te un figlio, se un piccolo Enea mi giocasse nella reggia, che ti richiamasse col volto, non mi sembrerei del tutto delusa e abbandonata”. Aveva detto. Egli teneva gli occhi immobili agli ordini di Giove e sforzandosi premeva il dolore dentro il cuore. Finalmente proferisce poche cose: “Io mai negherò che tu hai meriti, i maggiori che parlando sei in grado di enumerare, o regina, né mi rincrescerà ricordarmi di Elissa, fin che io stesso sia memore di me, fin che lo spirito regga queste membra. Per il fatto dirò poco. Né io sperai nasconder con frode questa fuga, non credere, né mai ho alzato fiaccole di marito o venni a tali patti. Io se i fati permettessero di condurre la vita secondo miei desideri e e calmare gli affanni di mia scelta, anzitutto onorerei la città troiana ed i dolci resti dei miei, si manterrebbero le alte regge di Priamo, e con mano ostinata avrei rifatto Pergamo per i vinti. Ma ora Apollo Grineo e gli oracoli dei Licia mi hanno comandato di raggiungere Italia; questo il mio amore, questa è la mia patria. Se le rocche di Cartagine e la vista d’una città libica trattiene te, Fenicia, quale invidia c’è che finalmente i Teucri si fermino su terra Ausonia? E’ fato che anche noi cerchiamo regni stranieri. Me terrorizza la sconvolta immagine del padre Anchise e mi ammonisce in sogno, quando, piovendo le ombre, la notte ricopre le terre, quando gli astri ignei sorgono; Me, pure, i piccolo Ascanio ed il torto del caro volto che defraudo del regno d’Esperia e dei campi fatali. Ora anche l’interprete degli dei mandato dallo stesso Giove, lo giuro sul capo d’entrambi, inviò ordini attraverso i cieli veloci: io stesso vidi il dio in chiara visione che penetrava le mura e ne assorbii la voce con queste orecchie. Smetti di incendiare me e te coi tuoi pianti; l’Italia la inseguo non spontaneamente”.

“Governanti e governati”

Semper primores, qui civitatibus praesunt, debent curare ut prosint civibus sui nec cuiquam in civitate sua obsint. Nam inter bonum et malum civitatis rectorem hoc interest quod alter commoda civium procurat, alter sibi ipsi prodesse studet. Boni cives autem, etiam cum a patria absunt, ei prodesse student et inter externas gentes bonam famam suae civitatis servare omni ratione curant. Cum autem in patria sunt, numquam suis officiis desunt, semper illis, qui legitimis magistratibus praesunt, obtemperant. Etiam imperatores efficere debent ut patriae et civibus suis prosint neque umquam officio,quod militibus praestare debent,desint. Caesar semper in acie cum militibus aderat: nunc peditibus cohortatione et exemplo proderat, nunc inter equites pedes certabat, semper rebus dubiis et periculis intererat ne ulli sua praesentia deesset sed in omnium animis fiducia ducis inesset

Sempre i primi, che sono a capo delle città, devono preoccuparsi di giovare ai loro concittadini e di non nuocere a nessuno nella loro città. Infatti tra il buono ed il cattivo governatore di città c’è questa differenza, che l’uno provvede alla felicità dei cittadini, l’altro aspira a giovare a se stesso. Invece i buoni cittadini, anche quando sono lontani dalla patria, desiderano giovare ad essa e tra le popolazioni straniere si dedicano a conservare la buona reputazione della loro città in ogni modo. D’altra parte, quando sono in patria, non vengono mai meno ai loro doveri, obbediscono sempre a coloro che sono a capo delle magistrature. Anche i comandanti devono agire in modo tale da giovare alla patria ed ai loro concittadini e da non venire mai meno al dovere, che devono assicurare ai soldati. Cesare era sempre presente in linea di battaglia con i soldati: ora giovava ai fanti con l’esortazione e l’esempio, ora combatteva da fante tra i cavalieri, partecipava alle situazioni dubbie ed ai pericoli affinché a nessuno mancasse la sua presenza, ma negli animi di tutti ci fosse fiducia verso il comandante.

“Riforme di Caio Gracco”

Decem deinde interpositis annis, qui Ti. Graccum idem Gaium fratrem eius occupavit furor, tam virtutibus eius omnibus quam huic errori similem, ingenio etiam eloquentiaque longe praestantiorem. Qui cum summa quiete animi civitatis princeps esse posset, vel vindicandae fraternae mortis gratia vel praemuniendae regalis potentiae eiusdem exempli tribunatum ingressus, longe maiora et acriora petens dabat civitatem omnibus Italicis, extendebat eam paene usque Alpis, dividebat agros, vetabat quemquam civem plus quingentis iugeribus habere, quod aliquando lege Licinia cautum erat, nova constituebat portoria, novis coloniis replebat provincias, iudicia a senatu trasferebat ad equites, frumentum plebi dari instituerat; nihil immotum, nihil tranquillum, nihil quietum, nihil denique in eodem statu relinquebat; quin alterum etiam continuavit tribunatum.

Trascorsi poi dieci anni, lla follia che invase Tiberio invase ugualmente anche Gaio Gracco, per ogni virtù simile a quello quanto lo era anche nell’errore, ma per ingegno ed eloquenza era lui senza dubbio ad essere il più bravo. Non appena costui, con la più salda tranquillità d’animo, ebbe l’occasione di mettersi a capo della città, quando assunse la carica di tribuno, certo più in virtù del voler vendicare la morte del fratello o di rafforzare la potenza regale di se stesso, si mise a richiedere riforme ancora più ambiziose e astiose: concedeva la cittadinanza a tutti gli Italici, la voleva estendere quasi fino alle Alpi, divideva i campi, vietava a qualsiasi cittadino di avere in proprietà più di cinquecento iugeri, limite che un tempo era stato già fissaro dalla lex Licinia, istituiva nuove tasse commerciali, riempiva le province di nuovi coloni, trasferiva le corti giudicanti dal senato ai cavalieri, istituiva la distribuzione di frumento alla plebe; nulla era più stabile, nulla era più sicuro, nulla era più calmo, perché nulla, nello stesso stato, aveva lasciato immutato, che non abbia poi continuato a turbare anche durante il secondo suo tribunato.

“Un sogno ambiguo”

Singulari vir ingenio Aristoteles et paene divino scribit Eudemum Cyprium, familiarem suum, iter in Macedoniam facientem Pheras venisse; in eo igitur oppido ita graviter aegrum Eudeum fuisse, ut omnes medici diffiderent. Eudemo visus est in quiete egregia facie iuvenis dicere fore ut perbrevi convalesceret, paucisque diebus interiturum esse Alexandrum tyrannum quinquennioque post eum domum esse rediturum. Atque id quidem scribit Aristoteles consecutum esse, convaluisse Eudemum et ab uxoris fratribus interfectum esse tyrannum; quinto autem anno exeunte, cum esset spes ex illo somnio in Cyprum illum ex Sicilia esse rediturum, proeliantem eum ad Syracusas occidisse; ex quo ita illud somnium esse interpretatum, ut, cum animus Eudemi e corpore excesserit, tum domum revertisse videatur.

Aristotele, uomo di singolare intelligenza, quasi divina, scrive che Eudemo di Cipro, suo parente, dovendo intraprendere un viaggio verso la Macedonia, arrivò a Fere; dunque in quella città Eudemo si ammalò così gravemente che tutti i medici avevano perso ogni speranza. Un giovane di bell’aspetto apparve in sogno ad Eudemo, dicendo che in breve tempo sarebbe guarito e in pochi giorni sarebbe morto il tiranno Alessandro e dopo cinque anni sarebbe tornato a casa. Questo certamente, scrive Aristotele, successe: Eudemo guarì e il tiranno fu ucciso dai fratelli della moglie; ma dopo il quinto anno, pur essendoci speranza a causa di quel sogno che sarebbe tornato a Cipro dalla Sicilia, combattendo fu ucciso a Siracusa. Per questo così interpretò quel sogno, che essendo l’anima di Eudemo andata via dal corpo, allora sembrò che sarebbe tornata a casa.

“Il maestro conosce i livelli di apprendimento dei singoli”

Incipientibus atque adhuc teneris condiscipulorum quam praeceptoris iucimdior hoc ipso, quod facilior imitatio est. Vix enim se prima dementa ad spem tollere effingendae, quam summam putant, eloquentiae audebunt; proxima amplectentur magia, ut uites arboribus adplicitae inferiores prius adprendendo ramos in cacumina euadunt. Quod adeo uerum est, ut ipsius etiam magistri, si tamen ambitiosis utilia praeferet, hoc opus sit, cum adhuc rudia tractabit ingenia, non statim onerare infirmitatem discentium, sed temperare uires suas et ad intellectum audientis descendere. Nam ut uascula oris angusti superfusam umoris copiam respuunt, sensim autem influentibus uel etiam instillatis complentur, sic animi puerorum quantum excipere possint videndum est: nam maiora intellectu uelutparum apertos ad percipiendum animos non subibunt.

Con i principianti ancora giovanissimi risulta maggiormente piacevole l’imitazione dei compagni che non quella degli insegnanti per il semplice motivo che è più facile (imitarli). Chi ha a che fare con i primi elementi, infatti, difficilmente oserà elevarsi fino alla speranza di riprodurre l’eloquenza, che stima l’obiettivo massimo. Abbraccerà piuttosto le nozioni più vicine, come le viti abbarbicate agli alberi prima afferrano i rami bassi e poi si arrampicano verso l’alto. Ciò è tanto vero che anche lo stesso maestro, purché preferisca l’utilità all’ambizione, nel rivolgersi a menti ancora inesperte ha il compito non di gravare da subito con carichi eccessivi sulla debolezza degli allievi, bensì di moderare le proprie forze e abbassarsi alla loro capacità di comprensione. Come infatti i vasetti con l’imboccatura stretta lasciano colare all’esterno il liquido che vi viene versato in abbondanza, mentre si riempiono dei liquidi che entrano poco a poco o addirittura a gocce, così bisogna stare attenti a quante nozioni possano ricevere le menti dei ragazzi: infatti quelle che superano le loro possibilità di comprensione non penetreranno in intelletti, per così dire, troppo poco aperti per riceverle.

“I vantaggi della scuola pubblica”

Sed sicut firmiores in litteris profectus alit aemulatio, ita incipientibus atque adhuc teneris condiscipulorum quam praeceptoris iucundior hoc ipso quod facilior imitatio est. Vix enim se prima elementa ad spem tollere effingendae quam summam putant eloquentiae audebunt: proxima amplectentur magis, ut vites arboribus adplicita e inferiores prius adprendendo ramos in cacumina evadunt. Quod adeo verum est ut ipsius etiam magistri, si tamen ambitiosis utilia praeferet, hoc opus sit, cum adhuc rudia tractabit ingenia, non statim onerare infirmitatem discentium, sed temperare vires suas et ad intellectum audientis descendere.

Ma come negli studi letterari lo spirito di emulazione alimenta profitti più solidi, così ai principianti e agli alunni ancora giovani l’imitazione dei compagni piace maggiormente che non quella degli insegnanti per il semplice fatto che è più facile. Chi ha a che fare con i primi elementi, infatti, difficilmente oserà elevarsi fino alla speranza di riprodurre l’eloquenza, che stima l’obiettivo massimo. Abbraccerà piuttosto le nozioni più vicine, come le viti abbarbicate agli alberi prima afferrano i rami bassi e poi si arrampicano verso l’alto. Ciò è tanto vero che anche lo stesso maestro, purché preferisca l’utilità all’ambizione, nel rivolgersi a menti ancora inesperte ha il compito non di gravare da subito con carichi eccessivi sulla debolezza degli allievi, bensì di moderare le proprie forze e abbassarsi alla loro capacità di comprensione.

“La scuola pubblica”

Vix enim se prima elementa ad spem tollere effingendae quam summam putant eloquentiae audebunt: proxima amplectentur magis, ut vites arboribus adplicita e inferiores prius adprendendo ramos in cacumina evadunt. Quod adeo verum est ut ipsius etiam magistri, si tamen ambitiosis utilia praeferet, hoc opus sit, cum adhuc rudia tractabit ingenia, non statim onerare infirmitatem discentium, sed temperare vires suas et ad intellectum audientis descendere. Nam ut vascula oris angusti superfusam umoris copiam respuunt, sensim autem influentibus vel etiam instillatis complentur, sic animi puerorum quantum excipere possint videndum est: nam maiora intellectu velut parum apertos ad percipiendum animos non subibunt.

Chi ha a che fare con i primi elementi, infatti, difficilmente oserà elevarsi fino alla speranza di riprodurre l’eloquenza, che stima l’obiettivo massimo. Abbraccerà piuttosto le nozioni più vicine, come le viti abbarbicate agli alberi prima afferrano i rami bassi e poi si arrampicano verso l’alto. Ciò è tanto vero che anche lo stesso maestro, purché preferisca l’utilità all’ambizione, nel rivolgersi a menti ancora inesperte ha il compito non di gravare da subito con carichi eccessivi sulla debolezza degli allievi, bensì di moderare le proprie forze e abbassarsi alla loro capacità di comprensione. Come infatti i vasetti con l’imboccatura stretta lasciano colare all’esterno il liquido che vi viene versato in abbondanza, mentre si riempiono dei liquidi che entrano poco a poco o addirittura a gocce, così bisogna stare attenti a quante nozioni possano ricevere le menti dei ragazzi: infatti quelle che superano le loro possibilità di comprensione non penetreranno in intelletti, per così dire, troppo poco aperti per riceverle.

Carmina Catulli, III, 101 (“Sulla tomba del fratello”)

Multas per gentes et multas per aequora vectus
advenio has miseras, frater, ad inferias,
ut te postremo donarem munere mortis
et mutam nequiquam alloquerer cinerem,
quandoquidem fortuna mihi tete abstulit ipsum,
heu miser indigne frater adempte mihi.
Nunc tamen interea haec, prisco quae more parentum
tradita sunt tristi munere ad inferias,
accipe fraterno multum manantia fletu,
atque in perpetuum, frater, ave atque vale.

Sospinto tra molti popoli e molti mari
vengo per questi tristi riti funebri, fratello,
per donarti quest’ultimo dono di morte
e parlare invano alla muta cenere,
poiché la sorte mi ha strappato te, proprio te,
ahimè, povero fratello indegnamente strappatomi.
Intanto adesso, nonostante tutto, accetta queste cose, che secondo l’antico uso degli antenati
ti sono state portate come triste dono per il funerale,
molto grondanti di pianto fraterno,
e per sempre, fratello, addio, addio.

“Stabilendo una pena per i parricidi i Romani si dimostrarono più saggi dei Greci”

Omnibus constat Athenas pulcherrimam et nobilissimam Graecarum civitatum fuisse, magistram sapientiae et omnium artium. Historici narrant antiquìtus Solonem, virum omnium Atheniensium sapientissimum, leges civitati dedisse, quibus civitas diu recta est. Multi cives, tamen, Solonem parum sapienter leges scripsisse putabant, quod nullum supplicium constituerat in eum qui parentem necavisset. Solon respondit se tale scelus neminem facturum esse putavisse. Verba Solonis probata sunt et omnes putabant eum sapientius quam ineptius fecisse quod nullam poenam constituerat de scelere quod antea commissum non erat. Romani tamen leges prudentius quam Graeci fecerunt! Nam, cum intellegerent homini malo ac pravo nihil esse tam sanctum ut violari non possit ira vel cupiditate, gravissimum et crudelissimum supplicium in parricidas excogitaverunt, ut magnitudo poenae a scelere summovere homines qui a legibus naturae in officio retineri non poterant. Ita maiores nostri parricidas insui voluerunt in culleum vivos atque ita in flumen deici.

A tutti risulta che Atene fosse stata la più bella e nobile delle città greche, maestra di sapienza e di ogni arte. Gli storici raccontano che fin dall’antichità Solone l’uomo più saggio fra tutti gli Ateniesi, avesse dato delle leggi alla città, dalle quali a lungo fu governata la cittadinanza. Molti cittadini tuttavia, ritenevano che Solone avesse scritto poco saggiamente le leggi, poiché non aveva stabilito nessuna pena contro coloro che avessero ucciso il padre. Solone rispose che riteneva che nessuno avrebbbe compiuto un tale delitto. Le parole di Solone furono approvate e tutti ritenevano che egli avesse agito più saggiamente che in modo inefficace, poiché non aveva stabilito niente su un delitto che precedentemente non era stato commesso. I Romani tuttavia predisposero le leggi in modo più saggio dei Greci! Infatti siccome intesero che per un uomo malvagio e disonesto nulla era tanto sacro da non poter essere violato per ira o per avidità, escogitarono una punizione molto pesante e crudele contro i parricidi, in modo che l’enormità del castigo tenesse lontano dal delitto gli uomini che non potevano essere trattenuti nel loro dovere dalle leggi della natura. Così i nostri avi vollero che i parricidi fossero chiusi vivi dentro un sacco con serpi e in tal modo gettati nel fiume.

De Amicitia, 18-19-20 (“L’amicitia dei boni”)

18 – Sed hoc primum sentio, nisi in bonis amicitiam esse non posse; neque id ad vivum reseco, ut illi qui haec subtilius disserunt, fortasse vere, sed ad communem utilitatem parum; negant enim quemquam esse virum bonum nisi sapientem. Sit ita sane; sed eam sapientiam interpretantur quam adhuc mortalis nemo est consecutus, nos autem ea quae sunt in usu vitaque communi, non ea quae finguntur aut optantur, spectare debemus. Numquam ego dicam C. Fabricium, M. Curium, Ti. Coruncanium, quos sapientes nostri maiores iudicabant, ad istorum normam fuisse sapientes. Quare sibi habeant sapientiae nomen et invidiosum et obscurum; concedant ut viri boni fuerint. Ne id quidem facient, negabunt id nisi sapienti posse concedi.
19 – Agamus igitur pingui, ut aiunt, Minerva. Qui ita se gerunt, ita vivunt ut eorum probetur fides, integritas, aequitas, liberalitas, nec sit in eis ulla cupiditas, libido, audacia, sintque magna constantia, ut ii fuerunt modo quos nominavi, hos viros bonos, ut habiti sunt, sic etiam appellandos putemus, quia sequantur, quantum homines possunt, naturam optimam bene vivendi ducem. Sic enim mihi perspicere videor, ita natos esse nos ut inter omnes esset societas quaedam, maior autem ut quisque proxime accederet. Itaque cives potiores quam peregrini, propinqui quam alieni; cum his enim amicitiam natura ipsa peperit; sed ea non satis habet firmitatis. Namque hoc praestat amicitia propinquitati, quod ex propinquitate benevolentia tolli potest, ex amicitia non potest; sublata enim benevolentia amicitiae nomen tollitur, propinquitatis manet.
20 – Quanta autem vis amicitiae sit, ex hoc intellegi maxime potest, quod ex infinita societate generis humani, quam conciliavit ipsa natura, ita contracta res est et adducta in angustum ut omnis caritas aut inter duos aut inter paucos iungeretur. Est enim amicitia nihil aliud nisi omnium divinarum humanarumque rerum cum benevolentia et caritate consensio; qua quidem haud scio an excepta sapientia nihil melius homini sit a dis immortalibus datum. Divitias alii praeponunt, bonam alii valetudinem, alii potentiam, alii honores, multi etiam voluptates. Beluarum hoc quidem extremum, illa autem superiora caduca et incerta, posita non tam in consiliis nostris quam in fortunae temeritate. Qui autem in virtute summum bonum ponunt, praeclare illi quidem, sed haec ipsa virtus amicitiam et gignit et continet nec sine virtute amicitia esse ullo pacto potest.

18 – Innanzi tutto la mia opinione è questa: l’amicizia può sussistere solo tra persone virtuose. E non taglio la questione sul vivo, come fanno coloro che discutono con troppa sottigliezza. Forse hanno ragione, ma non forniscono un grande contributo all’utilità comune. Dicono che nessuno, tranne il saggio, è un uomo virtuoso. Ammettiamo pure che sia così. Ma per saggezza intendono quella che nessun mortale, finora, ha mai raggiunto. Noi, invece, dobbiamo guardare alla pratica e alla vita di tutti i giorni, non alle fantasticherie o ai desideri. Non potrei mai dire che Caio Fabrizio, Manlio Curio e Tiberio Coruncanio, considerati saggi dai nostri antenati, lo fossero secondo il parametro di costoro. Perciò si tengano pure il loro nome fastidioso e incomprensibile di sapienti; ammettano almeno che i nostri compatrioti sono stati virtuosi. Ma non faranno neppure questo. Diranno che tale concessione si può fare solo al filosofo.
19 – Ragioniamo allora, come si dice, con l’aiuto della “grassa Minerva”. Uomini che si comportano, che vivono dimostrando lealtà, integrità morale, senso di equità, generosità, senza nutrire passioni sfrenate, dissolutezza, temerarietà, ma possedendo invece una grande coerenza (come i personaggi ora nominati), sono reputati virtuosi. Allora diamo loro anche il nome di virtuosi, perché seguono, nei limiti delle possibilità umane, la migliore guida per vivere bene, la natura. Mi sembra chiaro, infatti, che siamo nati perché si instauri tra tutti gli uomini un vincolo sociale, tanto più stretto quanto più si è vicini. Così agli stranieri preferiamo i concittadini, agli estranei i parenti. L’amicizia tra parenti, infatti, deriva dalla natura, ma difetta di sufficiente stabilità. Ecco perché l’amicizia è superiore alla parentela: dalla parentela può venir meno l’affetto, dall’amicizia no. Senza l’affetto, l’amicizia perde il suo nome, alla parentela rimane.
20 – Tutta la forza dell’amicizia emerge soprattutto dal fatto che, a partire dall’infinita società del genere umano, messa insieme dalla stessa natura, il legame si fa così stretto e così chiuso che tutto l’affetto si concentra tra due o poche persone. L’amicizia non è altro che un’intesa sul divino e sull’umano congiunta a un profondo affetto. Eccetto la saggezza, forse è questo il dono più grande degli dei all’uomo. C’è chi preferisce la ricchezza, chi la salute, chi il potere, chi ancora le cariche pubbliche, molti anche il piacere. Ma se i piaceri sono degni delle bestie, gli altri beni sono caduchi e incerti perché dipendono non tanto dalla nostra volontà quanto dai capricci della sorte. C’è poi chi ripone il bene supremo nella virtù: cosa meravigliosa, non c’è dubbio, ma è proprio la virtù a generare e a preservare l’amicizia e senza virtù l’amicizia è assolutamente impossibile.

Epistulae Morales Ad Lucilium, XIV, 28

Quae sint mala, quae videantur ostendit; vanitatem exuit mentibus, dat magnitudinem solidam, inflatam vero et ex inani speciosam reprimit, nec ignorari sinit inter magna quid intersit et tumida; totius naturae notitiam ac sui tradit. Quid sint di qualesque declarat, quid inferi, quid lares et genii, quid in secundam numinum formam animae perpetitae, ubi consistant, quid agant, quid possint, quid velint. Haec eius initiamenta sunt, per quae non municipale sacrum sed ingens deorum omnium templum, mundus ipse, reseratur, cuius vera simulacra verasque facies cernendas mentibus protulit; nam ad spectacula tam magna hebes visus est. Ad initia deinde rerum redit aeternamque rationem toti inditam et vim omnium seminum singula proprie figurantem. Tum de animo coepit inquirere, unde esset, ubi, quamdiu, in quot membra divisus. Deinde a corporibus se ad incorporalia transtulit veritatemque et argumenta eius excussit; post haec quemadmodum discernerentur vitae aut vocis ambigua; in utraque enim falsa veris inmixta sunt.

Ci mostra i mali veri e quelli apparenti; libera la mente da ogni vanità, dà la grandezza autentica e reprime quella tronfia, fatta di vuote apparenze, vuole che sappiamo la differenza tra grandezza e superbia; ci fa conoscere se stessa e la totalità della natura. Ci rivela l’essenza e le qualità degli dèi, che cosa siano gli inferi, i lari, i genii, le anime che sopravvivono sotto forma di divinità secondarie, la loro sede, la loro attività, il loro potere e volontà. Questa è l’iniziazione attraverso la quale essa ci schiude non il sacrario di una città, ma il vasto tempio di tutti gli dèi, l’universo stesso, di cui ha offerto all’esame dell’intelligenza l’immagine vera, il vero aspetto: l’occhio umano è debole per spettacoli così grandi. È ritornata, poi, ai principi delle cose, alla ragione eterna immanente nell’universo e alla forza di tutti i semi che dà ai singoli esseri una propria forma. Ha cominciato a indagare sull’anima, sulla sua origine, la sua sede, la sua durata, e sulle parti in cui è divisa. È poi passata dal corporeo all’incorporeo e ha esaminato la verità e le prove della verità; ha, quindi, mostrato come si possono distinguere le ambiguità nella vita e nelle parole, perché in entrambe vero e falso sono confusi insieme.

“Vattene, Catilina”

Catilina, perge quo coepisti, egredere aliquando ex urbe; patent portae; proficiscere. Nimium diu te imperatorem tua illa Manliana castra desiderant. Educ tecum etiam omnes tuos, si minus, quam plurimos; purga urbem. Magno me metu liberabis, dum modo inter me atque te murus intersit. Nobiscum versari iam diutius non potes; non feram, non patiar, non sinam.Quae cum ita sint, Catilina, perge, quo coepisti, egredere aliquando ex urbe; patent portae; proficiscere. Nimium diu te imperatorem tua illa Manliana castra desiderant. Educ tecum etiam omnes tuos, si minus, quam plurimos; purga urbem. Magno me metu liberabis, dum modo inter me atque te murus intersit. Nobiscum versari iam diutius non potes; non feram, non patiar, non sinam. Magna dis inmortalibus habenda est atque huic ipsi Iovi Statori, antiquissimo custodi huius urbis, gratia, quod hanc tam taetram, tam horribilem tamque infestam rei publicae pestem totiens iam effugimus. Non est saepius in uno homine summa salus periclitanda rei publicae. Quamdiu mihi consuli designato, Catilina, insidiatus es, non publico me praesidio, sed privata diligentia defendi. Cum proximis comitiis consularibus me consulem in campo et competitores tuos interficere voluisti, compressi conatus tuos nefarios amicorum praesidio et copiis nullo tumultu publice concitato; denique, quotienscumque me petisti, per me tibi obstiti, quamquam videbam perniciem meam cum magna calamitate rei publicae esse coniunctam.

Catilina, porta a termine quanto hai cominciato! Lascia una buona volta la città! Le porte sono aperte. Vattene! L’accampamento di Manlio, il tuo accampamento, da troppo tempo aspetta te, suo generale. Porta via anche tutti i tuoi; se non tutti, quanti più puoi. Purifica la città! Mi libererai da una grande paura quando ci sarà un muro tra me e te. Non puoi più stare in mezzo a noi! Non intendo sopportarlo, tollerarlo, permetterlo. Dobbiamo grande riconoscenza agli dèi immortali e a Giove Statore, antichissimo custode della nostra città, per essere sfuggiti ormai molte volte a un flagello così spaventoso, orribile, abominevole per lo Stato. Un solo individuo non dovrà più metterne a repentaglio l’esistenza. Finché, Catilina, hai attentato alla mia vita, quando ero console designato, mi sono difeso ricorrendo a misure private, non alla forza pubblica. Quando poi, in occasione degli ultimi comizi consolari, in pieno Campo Marzio hai cercato di uccidere me, il console, e i tuoi competitori, ho sventato i tuoi tentativi criminali con la protezione e la forza di amici, senza suscitare disordini pubblici. Infine, tutte le volte che hai sferrato un colpo contro di me, l’ho parato con le mie forze: eppure vedevo che la mia fine avrebbe comportato una grave calamità per lo Stato.

Orationes, Pro Sestio, 68 (“L’eterna gloria degli eroi”)

Homines Graeci quos antea nominavi, inique a suis civibus damnati atque expulsi, tamen, quia bene sunt de suis civitatibus meriti, tanta hodie gloria sunt non in Graecia solum sed etiam apud nos atque in ceteris terris, ut eos a quibus illi oppressi sint nemo nominet, horum calamitatem dominationi illorum omnes anteponant. Quis Carthaginiensium pluris fuit Hannibale Consilio, virtute, rebus gestis, qui unus cum tot imperatoribus nostris per tot annos de imperio et de gloria decertavit? Hunc sui cives e civitate eiecerunt: nos etiam hostem litteris nostris et memoria videmus esse celebratum. Qua re imitemur nostros Brutos, Camillos, Ahalas, Decios, Curios, Fabricios, maximos, Scipiones, Lentulos, Aemilios, innumerabilis alios qui hanc rem publicam stabiliverunt; quos equidem in deorum immortalium coetu ac numero repono. Amemus patriam, pareamus senatui, consulamus bonis; praesentis fructus neglegamus, posteritatis gloriae serviamus; id esse optimum putemus quod erit rectissimum; speremus quae volumus, sed quod acciderit feramus; cogitemus denique corpus virorum fortium magnorum hominum esse mortale, animi vero motus et virtutis gloriam sempiternam; neque hanc opinionem si in ilio sanctissimo hercule consecratam videmus, cuius corpore ambusto vitam eius et virtutem immortalitas excepisse dicatur, minus existimemus eos qui hanc tantam rem publicam suis consiliis aut laboribus aut auxerint aut defenderint aut servarint esse immortalem gloriam consecutos.

Gli uomini greci che ho nominato prima, benché condannati e scacciati ingiustamente dai loro concittadini, tuttavia poiché furono benemeriti delle loro città, sono oggi in tanta gloria non solo in Grecia ma anche presso di noi e in tutte le terre che nessuno nomina coloro, dai quali essi furono perseguitati e tutti preferiscono la disgrazia di costoro alla dominazione di quelli. Chi tra i Cartaginesi fu superiore ad Annibale in saggezza, valore e gesta, l’unico che combatté per tanti anni contro tanti nostri condottieri per la supremazia e per la gloria. I suoi concittadini scacciarono costui dalla città: noi invece vediamo che, da nemico, è stato celebrato nella nostra letteratura e nella nostra storia. Perciò imitiamo i nostri Bruti, Camilli, Ahala, Decii, Curii, Fabrizi, Massimi, Scipioni, Lentuli, Emilii e innumerevoli altri che hanno consolidato questo Stato; io, per me, li pongo nel novero e nell’assemblea degli dei immortali. Amiamo la patria, obbediamo al senato, provvediamo alle persone oneste; trascuriamo i vantaggi immediati, operiamo per la gloria presso i posteri; pensiamo che la cosa migliore sia quella che sarà la più giusta; speriamo che ciò che vogliamo (si avveri), ma sopportiamo ciò che accadrà; è eternale, se vediamo questa opinione consacrata in quel venerando, del quale si dica che, bruciato il corpo, l’immortalità ha risparmiato la vita e il coraggio, non meno apprezzeremo che quelli, che aumentarono o difesero o conservarono questo così importante stato con le loro decisioni o le loro fatiche, abbiano conseguito la gloria immortale.

“La battaglia navale delle isole Egadi”

C. Lutatio Catulo A. Postumio Albino consulibus, anno belli Punici vicesimo et tertio Catulo bellum contra Afros commissum est. Profectus est cum trecentis navibus in Siciliam; Afri contra ipsum quadringentas paraverunt. Numquam in mari tantis copiis pugnatum est. Lutatius Catulus navem aeger ascendit; vulneratus enim in pugna superiore fuerat. Contra Lilybaeum, civitatem Siciliae, pugnatum est ingenti virtute Romanorum. Nam LXIII Carthaginiensium naves captae sunt, CXXV demersae, XXXII milia hostium capta, XIII milia occisa, infinitum auri, argenti, praedae in potestatem Romanorum redactum. Ex classe Romana XII naves demersae. Pugnatum est VI Idus Martias. Statim pacem Carthaginienses petiverunt tributaque est his pax.

Nell’anno ventitreesimo della guerra Punica, in cui C. Lutazio Catulo e A. Postumio Albino erano consoli, fu affidata a Catulo la guerra contro gli Africani. Partì con trecento navi alla volta della Sicilia; gli Africani gliene opposero quattrocento. Mai non si combatté per mare con tante forze. Lutazio Catulo salì sofferente la nave; che era stato ferito nella precedente battaglia. Di faccia a Lilibeo, città della Sicilia, combatterono i Romani con immenso valore. Giacché furono prese sessantatré navi Cartaginesi, centoventicinque sommerse, trentaduemila nemici presi, tredicimila uccisi, un’infinità d’oro, d’argento, di bottino pervenne in potere dei Romani. Della flotta Romana furono sommerse dodici navi. Si combatté l’otto di Marzo. Subito i Cartaginesi chiesero la pace e fu loro concessa.

“Prima e dopo la battaglia di Zama”

Hannibal invictus ab Italia in Africam revocatus, bellum gessit adversus P. Scipionem, filium eius Scipionis quem ipse primo apud Rhodanum, iterum apud Padum, tertio apud Trebiam fugaverat. Cum hoc, quia exhauriebantur iam patriae facultates, cupivit bellum componere impraesentiarum et valentior postea congredi. In colloquium convenit cum Scipione, sed condiciones non convenerunt. Post id factum paucis diebus apud Zamam cum eodem conflixit: pulsus biduoque et duabus noctibus Hadrumetum pervenit, quod abest a Zama circiter milia passuum trecenta. In hac fuga Numidae, qui simul cum eo e pugna evaserant, insidiati sunt (+dat.) ei; quos non solum effugit, sed etiam ipsos oppressit. Hadrumeti reliquos e fuga collegit; novis dilectibus paucis diebus multos contraxit.

Annibale, richiamato invitto dall’Italia in Africa, condusse la guerra contro P. Scipione, figlio di quello Scipione che egli stesso aveva messo in fuga una prima volta presso il Rodano, la seconda presso il Po, la terza presso la Trebbia. Con questo, essendo ormai esaurite le risorse economiche della patria, desiderò porre fine alla guerra per il momento, per attaccare in seguito più forte. Si incontrò a colloquio con Scipione, ma non si misero d’accordo sulle condizioni (di pace).Pochi giorni dopo tale fatto si scontrò a Zama con quello stesso: sconfitto, in due giorni e due notti giunse ad Adrumeto, che dista da Zama circa milletrecento passi. In questa fuga i Numidi, che erano fuggiti con lui dalla battaglia, gli tesero dei tranelli; non solo li evitò, ma addirittura li uccise. Ad Adrumeto raccolse i superstiti dalla fuga; con nuovi arruolamenti in pochi giorni mise insieme molti (soldati).

“Audacia di Scipione l’Africano”

Publio et Gnaeo Scipionibus in Hispania cum maiore parte exercitus acie Punica oppressis omnibusque provinciae eius nationibus Karthaginiensium amicitiam secutis, nullo ducum nostrorum illuc ad corrigendam rem proficisci audente, P. Scipio quartum et vicesimum agens annum iturum se pollicitus est. Qua quidem fiducia populo Romano salutis ac victoriae spem dedit. Eademque in ipsa Hispania usus est: nam cum oppidum Badiam circumsederet, tribunal suum adeuntis in aedem, quae intra moenia hostium erat, vadimonia in posterum diem facere iussit continuoque urbe potitus et tempore et loco, quo praedixerat, sella posita ius eis dixit. Nihil hac fiducia generosius, nihil praedictione verius, nihil celeritate efficacius, nihil etiam dignitate dignius.

Essendo Publio e Gneo Scipione con la maggiore parte del loro esercito uccisi in Spagna dall’esercito d’Africa, e seguitando tutte le nazioni di quella provincia alleati dei Cartaginesi, nessuno dei nostri duchi avendo ardire di andare lì per correggere la cosa, Scipione avendo 24 anni si offrì ad andarvi, per la qual fiducia di sé, diede certa speranza al popolo di Roma di salute e di vittoria. E quella medesima fiducia di sé usò in Spagna: infatti assediò un castello detto Badia, comandò che coloro che venivano per domandare ragione alla sua sede giudiziaria, che era tra i muri del castello dei nemici, avrebbero dovuto dare impegno a comparire in giudizio il giorno seguente. E immediatamente avuta la terra, al tempo e al luogo che egli aveva detto, posta la sedia, diede ragione a loro. Nessuna cosa fu più nobile di questa fiducia: nessuna cosa fu più vera di questa predizione, nessuna cosa fu più efficace che quella prontezza, nessuna ancora più degna che quella dignità.

Orationes, In Catilinam, IV, 20 (“Cicerone padre della patria”)

Nunc, antequam ad sententiam redeo, de me pauca dicam. Ego, quanta manus est coniuratorum, quam videtis esse permagnam, tantam me inimicorum multitudinem suscepisse video; sed eam esse iudico turpem et infirmam et [contemptam et] abiectam. Quodsi aliquando alicuius furore et scelere concitata manus ista plus valuerit quam vestra ac rei publicae dignitas, me tamen meorum factorum atque consiliorum numquam, patres conscripti, paenitebit. Etenim mors, quam illi fortasse minitantur, omnibus est parata; vitae tantam laudem, quanta vos me vestris decretis honestastis, nemo est adsecutus. Ceteris enim bene gesta, mihi uni conservata re publica gratulationem decrevistis.

Ora, prima che io torni alla mia opinione, dirò poche cose di me stesso. Io vedo che quanto è ampia l’accolta dei congiurati, che voi vedete essere amplissima, tanta congerie di nemici ho guadagnato; ma io la giudico turpe, debole, disprezzabile ed abbietta. Che se, per avventura, per la furia delittuosa di qualcuno, questa accolta dovesse valere più della dignità vostra e della Repubblica, io, tuttavia, o Padri coscritti, mai mi pentirei delle mie azioni e dei miei consigli. Infatti la morte, che quelli forse mi minacciano, è pronta di fronte a tutto; nessuno ha ottenuto tanta lode di vita quanta voi mi avete attribuito con le vostre deliberazioni. Voi, infatti, a tutti gli altri avete decretato il ringraziamento per le cose ben fatte, solo a me per aver salvato la Repubblica.

“Annibale, grande nemico di Roma”

Hannibal, magnus Romae hostis, etiam puer aeternum odium contrae Romanos iuravit. Pater Hamilcar eum in Hispaniam duxit, ubi Hannibal, iam adulescens, militum imperium sumpsit et Romanis bellum indixit. Deinde cum multis elephantis in Italiam per Alpium montes venit. In paeninsula nostra Carthaginiesium dux audacia sua etiam atque Romanis magnas clades paravit, sed postea Capuam tendit, ubi inertia virtutem militium eius enervavit. Plurimae victoriae Punicorum senatorum invidiam Hannibali comparaverunt: quare ii in patriam eum revocaverunt. Tum Hannibal in Africam classe revertit, ubi Scipio, Romanorum strenuus dux, eum profligavit.

Annibale, grande nemico di Roma, ancora bambino giurò odio eterno verso i Romani. Il padre Amilcare lo portò in Spagna, dove Annibale, ormai adolescente, assunse il comando dei soldati e dichiarò guerra ai Romani. Quindi con molti elefanti arrivò in Italia attraverso i monti delle Alpi. Nella nostra penisola il comandante dei Cartaginesi con la sua audacia procurò ai Romani anche e più volte grandi disfatte, ma in seguito si stabilì a Capua, dove per l’inattività dei soldati fiaccò il loro ardore bellico. Le numerose vittorie procurarono ad Annibale l’invidia dei senatori cartaginesi: perciò essi lo richiamarono in patria. Allora Annibale riportò la flotta in Africa, dove Scipione, valoroso comandante dei Romani, lo sconfisse.

“Vittoria di Cesare sugli Elvezi”

Ancipiti proelio diu atque acriter pugnatum est. Diutius cum hostes sutinere nostrorum impetus non possent, alteri se, ut facere coeperant, in montem receperunt, alteri ad impedimenta et carros suos se contulerunt. Etiam apud impedimenta pugnatum est, propterea quod Helvetii pro vallo carros obiecerant et loco superiore in nostros venientes tela coniciebant, et nonnulli inter carros rotasque mataras ac tragulas subiciebant nostrosque vulnerabant. Diu cum esset pugnatum, impedimentis castrisque nostri potiti sunt. Ibi Orgetorigis filia atque unus e filiis captus est. Ex eo proelio circiter milia hominum CXXX superfuerunt iique tota nocte continenter ierunt: denique, in fines Lingonum die quarto pervenerunt; nostri autem, propter vulnera militum et propter sepulturam occisorum triduum morati, eos sequi non potuerunt. Caesar ad Lingonas litteras nuntiosque misit, ne Helvetios frumento iuvarent. Ipse triduo intermisso cum omnibus copiis eos sequi coepit.

Si combatté a lungo e con accanimento con esito incerto. Giacché i nemici non erano in grado di trattener più a lungo gli assalti dei nostri, taluni, appena iniziato ad agire, si ritirarono verso un monte, altri si volsero verso i bagagli ed i propri carri. Anche presso i bagagli si combatté, per il fatto che gli Elvezi avevano disposto i carri come vallo e, da un luogo più elevato scagliavano dardi contro i nostri che s’avvicinavano, e taluni (tra i nemici) gettavano lance galliche e giavellotti tra i carri e le ruote, e ferivano i nostri. Dopo che si combatté a lungo, i nostri si impadronirono dei bagagli e dell’accampamento. Là furono catturati la figlia ed uno soltanto dei figli di Orgetorige. A quel combattimento sopravvissero circa 130000 uomini, e questi marciarono senza posa per tutta la notte. Infine il quarto giorno (di cammino) giunsero ai confini dei Lingoni; tuttavia i nostri, a causa delle ferite e per la sepoltura degli uccisi, dopo aver atteso tre giorni, non li potevano seguire. (Dunque) Cesare inviò una lettera e dei messaggeri dai Lingoni, affinchè non soccorressero gli Elvezi con il frumento. Egli, invece, lasciati trascorrere tre giorni, li iniziò a seguire con tutte le truppe.

“La sconfitta dei Germani di Ariovisto”

Omnes Germani terga verterunt neque fugere destiterunt prius quam ad flumen Rhenum, qui circiter duo milia passum ex eo loco distabat, pervenerunt. Ibi perpauci eorum, suis viribus confisi, lumen tranare conati sunt et sibi alutem reppererunt. In his fuit Ariovistus ipse qui, naviculam deligatam ad ripam cactus, ea ad alteram ripam profugit. Reliquos barbaros nostri equitatu consecuti, cunctos interfecerunt. Duae fuerunt Ariovisti uxores: una Sueba natione, quam domo secum duxerat; altera Norica, regis Voccionis sorror, quam in Gallia in matrimonium duxerat. Utraque in ea fuga preiit. Etiam duae filiae fuerunt, quorum altera occisa, altera fugiens capta est. Caius Valerius Procillus, qui captivus, tribus catenis vinctus, trahebatur, in ipsum Caesarem, hostes equitatu persequentem, incidit et liberatus est. Quae res non minorem quam ipsa victoria voluptatem Caesari peperit: nam hominem honestissimus provinciae Galliae, suum familiarem et hospitem, ereptum e manibus hostium, sibi restitutum videbat.

Tutti i Germani voltarono le spalle e non smisero di scappare prima di arrivare al fiume Remo, che distava da quel luogo circa duemila passi. Qui pochissimi di loro, confidando sulle loro forze, tentarono di passare il fiume a nuoto, e ottennero per sé la salvezza. Tra di loro ci fu Ariovisto, lo stesso che, trovata per caso una piccola imbarcazione legata alla riva, con quella fuggì sull’altra riva. I nostri, inseguiti gli altri barbari con la cavalleria, li uccisero tutti quanti. Due furono le mogli di Ariovisto: una proveniente dalla nazione sveva, che egli aveva portato con sé nella sua casa, l’altra norica, sorella del re Voccione, che aveva sposato in Gallia. Entrambe morirono durante quella fuga. Ci furono anche due figlie, delle quali una venne uccisa e l’altra catturata durante la fuga. Caio Valerio Procillo, che veniva trascinato prigioniero, avvinto da tre catene, si imbatté nello stesso Cesare, che inseguiva i nemici con la cavalleria e venne liberato. Questo fatto procurò a Cesare un piacere non inferiore alla vittoria stessa: infatti comprendeva che gli era stato reso un uomo degno di molto rispetto della provincia della Gallia, suo amico e ospite, sottratto dalle mani dei nemici.

“Achilles in insula Scyro”

Rex Lycomedes, Thetidis Nereidos rogatu, Achillem adulescentem in regia domo inter filias habitu femineo habuit, ne ad bellum cum Graeciae principibus discederet, Achivi autem postquam Achillis deversorium cognoverunt, ad regem oratores miserunt, ut adulescentem omnium maxime strenuum ad bellum contra Troianos mitteret. Graecorum postulata cum audivisset, ita rex respondit: “Achilles domi meae non est nec umquam fuit; nisi meis verbis fidem tribuitis, perlustrate, quaeso, meam domum”. Tum vero Ulixes, vir omnium callidissimus, dolum adhibuit: nam in vestibulo munera feminea posuit una cum clipeo et hasta.

Il re Licomede, su richiesta di Teti, figlia di Nereo, tenne il giovane Achille, in abito femminile, nella casa reale tra le (proprie) figlie, perché non partisse in guerra assieme ai principi della Grecia. Gli Achei, in seguito, dopo che ebbero conosciuto il rifugio di Achille, mandarono ambasciatori al re, perché mandasse l’adolescente più forte di tutti alla guerra contro i Troiani. Udite le richieste dei Greci, il re così rispose: “Achille non è nella mia casa né ci fu mai; se non vi fidate delle mie parole, perlustrate, di grazia, la mia abitazione. Allora, in verità Ulisse, il più avveduto di tutti, usò un inganno: infatti pose nel vestibolo regali femminili assieme ad uno scudo e ad una lancia.

De Bello Civili III, 18 (“Tentativi falliti di pacificazione”)

Bibulus multos dies terra prohibitus et graviore morbo ex frigore et labore implicitus, cum neque curari posset neque susceptum officium deserere vellet, vim morbi sustinere non potuit Eo mortuo ad neminem unum summa imperii redit, sed separatim suam quisque classem ad arbitrium suum administrabat. Vibullius sedato tumultu, quem repentinus adventus Caesaris concitaverat, ubi primum e re visum est, adhibito Libone et L. Lucceio et Theophane, quibuscum communicare de maximis rebus Pompeius consueverat, de mandatis Caesaris agere instituit. Quem ingressum in sermonem Pompeius interpellavit et loqui plura prohibuit. “Quid mihi”, inquit, “aut vita aut civitate opus est, quam beneficio Caesaris habere videbor? cuius rei opinio tolli non poterit, cum in Italiam, ex qua profectus sum, reductus existimabor bello periecto”. Ab eis Caesar haec facta cognovit, qui sermoni interfuerunt; conatus tamen nihilo minus est allis rationibus per colloquia de pace agere.

Bibulo, al quale da molti giorni era impedito lo sbarco, gravemente ammalato a causa della fatica e del freddo, non potendo essere curato e non volendo abbandonare l’incarico assunto, non sopportò la virulenza della malattia. Dopo la sua morte nessuno ebbe da solo il comando supremo, ma ciascuno comandava le proprie navi autonomamente e secondo il proprio giudizio. Vibullio, sedato il tumulto suscitato dall’improvviso arrivo di Cesare, appena il momento gli parve opportuno, assistito da Libone, L. Lucceio e Teofane, con i quali Pompeo era solito consultarsi sugli affari della massima importanza, cominciò a discutere delle proposte di Cesare. Aveva appena cominciato a parlare quando Pompeo lo interruppe e gli impedì di proseguire oltre il discorso: “Che importa a me”, disse, “della vita o dei diritti civili, se sembreranno da me posseduti per la benevolenza di Cesare? E questa opinione non potrà essere cancellata, poiché sembrerà che io sia stato ricondotto a forza in Italia, dalla quale mi sono allontanato”. Terminata la guerra, Cesare venne a conoscenza di questi fatti da coloro che furono presenti al colloquio. Ciò nonostante tentò in altro modo di fare trattative di pace mediante abboccamenti.

Orationes, Pro Sestio, XIX, 42-43

Haec ergo cum viderem,­ neque enim erant occulta, ­senatum, sine quo civitas stare non posset, omnino de civitate esse sublatum; consules, qui duces publici consili esse deberent, perfecisse ut per ipsos publicum consilium funditus tolleretur; eos qui plurimum possent opponi omnibus contionibus falso, sed formidolose tamen, auctores ad perniciem meam; contiones haberi cotidie contra me; vocem pro me ac pro re publica neminem mittere; intenta signa legionum existimari cervicibus ac bonis vestris falso, sed putari tamen; coniuratorum copias veteres et effusam illam ac superatam Catilinae importunam manum novo duce et insperata commutatione rerum esse renovatam: ­haec cum viderem, quid agerem, iudices? Scio enim tum non mihi vestrum studium, sed meum prope vestro defuisse. Contenderem contra tribunum plebis privatus armis? Vicissent improbos boni, fortes inertis; interfectus esset is qui hac una medicina sola potuit a rei publicae peste depelli. Quid deinde? Quis reliqua praestaret? Cui denique erat dubium quin ille sanguis tribunicius, nullo praesertim publico consilio profusus, consules ultores et defensores esset habiturus? Cum quidam in contione dixisset aut mihi semel pereundum aut bis esse vincendum. Quid erat bis vincere? Id profecto, ut, (si) cum amentissimo tribuno plebis decertassem, cum consulibus ceterisque eius ultoribus dimicarem.

Quindi poiché vedevo queste cose (e infatti non sono state nascoste), cioè che il senato, senza il quale una città non può rimanere salda, è del tutto abolito dalla città; che i consoli, che dovrebbero essere i comandanti delle decisioni pubbliche, hanno fatto in modo che le decisioni pubbliche fossero completamente abolite attraverso di loro; che coloro che hanno moltissimo potere si oppongono a tutte le assemblee falsamente, ma tuttavia paurosamente, e sono gli autori della mia sventura; che si tengono quotidianamente assemblee contro di me; che nessuno emette sentenze per me o per lo stato; le antiche truppe di congiurati e quella lotta pericolosa di Catilina sciolta e sconfitta da un nuovo comandante e da un insperato cambiamento delle cose, è stata restaurata: vedendo queste cose, cosa avrei dovuto fare, giudici? So infatti che allora non manca a me la vostra passione, ma la mia manca quasi alla vostra. Avrei dovuto lottare contro il tribuno della plebe privato delle armi? Supponiamo che gli onesti avessero sopraffatto i malvagi, e i forti i deboli; colui che con quest’unica medicina ha potuto essere allontanato dalla rovina dello stato sarebbe stato ucciso. E quindi? Chi avrebbe potuto fare le restanti cose? C’era qualche dubbio che tutt’al più il sangue di quel tribuno – soprattutto perché versato senza pubblico avallo – avrebbe avuto i consoli in veste di propri difensori e vendicatori? C’è stato uno, in una pubblica assemblea, che ha affermato che io sarei dovuto morire o risultare due volte vittorioso. Che voleva significare quel vincere due volte? Con buona probabilità, il fatto che (se) mi fossi scontrato con un tribuno della plebe, fosse anche il più dissennato, avrei dovuto affrontare anche i consoli e gli altri suoi vendicatori.

“La fama dei Macedoni”

Eumenes, cum neque magnas copias neque firmas haberet, quod et inexercitatae et non multo ante erant contractae adventare autem dicerentur Hellespontumque transisse Antipater et Crateros magno cum exercitu Macedonum viri cum claritate tum usu belli praestantes – Macedones vero milites ea tum erant fama qua nunc Romani feruntur: etenim semper habiti sunt fortissimi qui summa imperii potirentur -. Eumenes intellegebat si copiae suae cognossent adversus quos ducerentur non modo non ituras sed simul cum nuntio dilapsuras. Itaque hoc ei visum est prudentissimum ut deviis itineribus milites duceret in quibus vera audire non possent et his persuaderet se contra quosdam barbaros proficisci.

Eumene aveva truppe scarse e non molto valide, perché non allenate ed arruolate di recente, e si diceva che si avvicinavano e avevano già passato l’Ellesponto con un grande esercito di Macèdoni, Antìpatro e Crátero, uomini insigni e per gloria e per esperienza militare – i soldati Macedoni avevano allora la fama che hanno adesso i Romani: quelli che conquistano il supremo potere sono sempre stati ritenuti i più forti -. Eumene si rendeva conto che se i propri soldati avessero saputo contro chi erano condotti, non solo non non si sarebbero mossi, ma si sarebbero subito sbandati alla prima notizia. Così gli sembrò il partito più saggio di condurre i soldati per vie traverse, in cui non potessero venire a sapere la verità e di far loro credere che erano in marcia contro certi barbari.

Eumenes, 3

Interim conflata sunt illa bella quae ad internecionem post Alexandri mortem gesta sunt omnesque concurrerunt ad Perdiccam opprimendum. Quem etsi infirmum videbat quod unus omnibus resistere cogebatur tamen amicum non deseruit neque salutis quam fidei fuit cupidior. Praefecerat hunc Perdiccas ei parti Asiae quae inter Taurum montem iacet atque Hellespontum et illum unum opposuerat Europaeis adversariis; ipse Aegyptum oppugnatum adversus Ptolemaeum erat profectus. Eumenes cum neque magnas copias neque firmas haberet quod et inexercitatae et non multo ante erant contractae adventare autem dicerentur Hellespontumque transisse Antipater et Crateros magno cum exercitu Macedonum viri cum claritate tum usu belli praestantes – Macedones vero milites ea tum erant fama qua nunc Romani feruntur: etenim semper habiti sunt fortissimi qui summa imperii potirentur -. Eumenes intellegebat si copiae suae cognossent adversus quos ducerentur non modo non ituras sed simul cum nuntio dilapsuras. Itaque hoc ei visum est prudentissimum ut deviis itineribus milites duceret in quibus vera audire non possent et his persuaderet se contra quosdam barbaros proficisci. Itaque tenuit hoc propositum et prius in aciem exercitum eduxit proeliumque commisit quam milites sui scirent cum quibus arma conferrent. Effecit etiam illud locorum praeoccupatione ut equitatu potius dimicaret quo plus valebat quam peditatu quo erat deterior.

Frattanto scoppiarono quelle ben note guerre che furono combattute fino all’ultimo sangue dopo la morte di Alessandro e tutti si coalizzarono per uccidere Perdicca. Sebbene lo vedesse debole, perché da solo era costretto a far fronte a tutti, tuttavia non abbandonò l’amico, preoccupato più della parola data che della propria salvezza. Perdicca lo aveva messo a capo di quella parte dell’Asia che si trova tra il monte Tauro e l’Ellesponto e lui solo aveva opposto ai nemici europei; egli per conto suo s’era mosso alla volta dell’Egitto per combattere contro Tolomeo. Eumene aveva truppe scarse e non molto valide, perché non allenate ed arruolate di recente, e si diceva che si avvicinavano e avevano già passato l’Ellesponto con un grande esercito di Macèdoni, Antìpatro e Crátero, uomini insigni e per gloria e per esperienza militare – i soldati Macedoni avevano allora la fama che hanno adesso i Romani: quelli che conquistano il supremo potere sono sempre stati ritenuti i più forti -. Eumene si rendeva conto che se i propri soldati avessero saputo contro chi erano condotti, non solo non non si sarebbero mossi, ma si sarebbero subito sbandati alla prima notizia. Così gli sembrò il partito più saggio di condurre i soldati per vie traverse, in cui non potessero venire a sapere la verità e di far loro credere che erano in marcia contro certi barbari. E mantenne tale proposito e schierò l’esercito in campo e attaccò battaglia prima che i suoi soldati sapessero con chi dovevano scontrarsi. Occupando in anticipo le posizioni, ottenne anche il vantaggio di combattere piuttosto con la cavalleria, in cui era più forte, che con la fanteria, in cui era inferiore.

De Bello Gallico, I, 1 (“Cartina della Gallia”)

Gallia est omnis divisa in partes tres, quarum unam incolunt Belgae, aliam Aquitani, tertiam qui ipsorum lingua Celtae, nostra Galli appellantur. Hi omnes lingua institutis legibus inter se differunt. Gallos ab Aquitanis Garunna flumen, a Belgis Matrona et Sequana dividit. Horum omnium fortissimi sunt Belgae, propterea quod a cultu atque humanitate Provinciae longissime absunt minimeque ad eos mercatores saepe commeant atque ea quae ad effeminandos animos pertinent important proximique sunt Germanis qui trans Rhenum incolunt, quibuscum continenter bellum gerunt. Qua de causa Helvetii quoque reliquos Gallos virtute praecedunt, quod fere cotidianis proeliis cum Germanis contendunt, cum aut suis finibus eos prohibent aut ipsi in eorum finibus bellum. Eorum una pars, quam Gallos obtinere dictum est, initium capit a flumine Rhodano, continetur Garunna flumine Oceano finibus Belgarum, attingit etiam ab Sequanis et Helvetiis flumen Rhenum, vergit ad Septentriones. Belgae ab extremis Galliae finibus oriuntur, pertinent at inferiorem partem fluminis Rheni, spectant in Septentrionem et Orientem solem. Aquitania a Garunna flumine ad Pyrenaeos montes et eam partem Oceani quae est ad Hispaniam pertinent; spectat inter occasum solis et Septentriones.

La Gallia nel suo insieme è divisa in tre parti, una abitata dai Belgi, un’altra dagli Aquitani, la terza da coloro che nella propria lingua si chiamano Celti, nella nostra Galli. Tutti questi popoli si differenziano per lingua, istituzioni, leggi. Dividono i Galli dagli Aquitani il fiume Garonna, dai Belgi la Marna e la Senna. Più forti di tutti sono i Belgi, essendo i più lontani dalla vita civilizzata della nostra Provincia, e ben pochi mercanti giungono, e di rado, fino a loro, né vi importano i prodotti che rendono gli animi effeminati; inoltre confinano con i Germani stanziati oltre il Reno e sono in continuo conflitto con loro. Da qui deriva anche l’eccellenza degli Elvezi per valore su tutti gli altri Galli; poiché si misurano quasi ogni giorno con i Germani in combattimento, a volte respingendoli dai propri confini, a volte portando la guerra nel loro territorio. La parte della regione occupata, come si è detto, dai Galli comincia dal fiume Rodano, è compresa tra il fiume Garonna, l’Oceano e il territorio dei Belgi, e dal lato dei Sequani e degli Elvezi raggiunge il Reno per poi volgersi verso Settentrione e a Oriente. L’Aquitania si estende dal fiume Garonna alla catena dei Pirenei e alla parte dell’Oceano che fronteggia la Spagna; è disposta tra Occidente e Settentrione.

“La condanna di Milziade”

Hic etsi crimine Pario est accusatus, tamen alia causa fuit damnationis. Namque Athenienses propter Pisistrati tyrannidem, quae paucis annis ante fuerat, omnium civium suorum potentiam extimescebant. Miltiades, multum in imperiis magnisque versatus, non videbatur posse esse privatus, praesertim cum consuetudine ad imperii cupiditatem trahi videretur. Nam Chersonesi omnes illos, quos habitarat, annos perpetuam obtinuerat dominationem tyrannusque fuerat appellatus, sed iustus. Non erat enim vi consecutus, sed suorum voluntate, eamque potestatem bonitate retinebat. Omnes autem et dicuntur et habentur tyranni, qui potestate sunt perpetua in ea civitate, quae libertate usa est. Sed in Miltiade erat cum summa humanitas tum mira communitas, ut nemo tam humilis esset, cui non ad eum aditus pateret, magna auctoritas apud omnes civitates, nobile nomen, laus rei militaris maxima. Haec populus respiciens maluit illum innoxium plecti quam se diutius esse in timore.

Nonostante egli fu accusato per l’insuccesso di Paro, fu un’altra tuttavia la causa della sua condanna. Gli Ateniesi, infatti, a causa della tirannide di Pisistrato che c’era stata pochi anni prima, avevano paura del potere di tutti i loro concittadini. Sembrava che Milziade, occupatosi molto delle cariche civili, non potesse essere un privato cittadino, tanto più che sembrava essere attratto dalla bramosia di comando dalla consuetudine. Infatti in tutti quegli anni in cui aveva abitato nel Chersoneso aveva ottenuto una sovranità perpetua ed era stato chiamato tiranno, sebbene legittimo. Non aveva infatti ottenuto la tirannide con la forza ma attraverso il desiderio dei suoi concittadini, e manteneva questo potere con l’onestà. Ma sono detti e considerati tiranni tutti coloro che hanno sovranità perpetua in quella città che si avvale della libertà. Ma c’era in Milziade sia una somma umanità sia una straordinaria affabilità, a tal punto che non c’era nessuno di umili origini a cui non permettese di avvicinarglisi; aveva grande autorità in tutte le città, un nome glorioso e la massima lode militare. Il popolo, tenendo in considerazione tutte queste cose, preferì che fosse condannato lui innocente piuttosto che vivere più a lungo nel timore.

De Ira, I, 21

Nihil ergo in ira, ne cum videtur quidem vehemens et deos hominesque despiciens, magnum, nihil nobile est. Aut si videtur alicui magnum animum ira producere, videaturet luxuria: ebore sustineri vult, purpura vestiri, auro tegi, terras transferre, maria concludere, flumina praecipitare, nemora suspendere; videaturet avaritia magni animi: acervis auri argentique incubat et provinciarum nominibus agros colit et sub singulis vilicis latiores habet fines quam quos consules sortiebantur; videatur et libido magni animi: transnat freta, puerorum greges castrat, sub gladium mariti venit morte contempta; videatur et ambitio magni animi: non est contenta honoribus annuis; si fieri potest, uno nomine occupare fastus vult, per omnem orbem titulos disponere. Omnia ista, non refert in quantum procedant extendantque se, angusta sunt, misera depressa; sola sublimis et excelsa virtus est, nec quicquam magnum est nisi quod simul placidum.

Nulla di grande, dunque, nulla di nobile ha l’ira, nemmeno quando disprezza boriosamente gli uomini e gli dèi. E se sembra che possa indurre qualcuno alla magnanimità si dovrebbe pensare la stessa cosa del lusso, visto che anch’esso ama la magnificenza: si stende infatti sull’avorio, si veste di porpora, si copre d’oro, muove grandi distese di terre, imprigiona i mari, devia il corso dei fiumi, s’inventa ingegnose cascate e boschi sospesi per aria. Idem dell’avarizia: se ne sta sdraiata su mucchi d’oro e d’argento, coltiva campi così vasti che prendono i nomi di province e dà da amministrare terreni più estesi di quelli toccati in sorte ai consoli. E a questo punto si dovrebbe pensare che anche l’amore sfrenato possa indurre alla magnanimità, quando vediamo alcuni attraversare a nuoto gli stretti, castrare intere schiere di fanciulli, finire sotto la spada di un marito ridendosene della morte. Lo stesso dovrebbe dirsi dell’ambizione: questa, infatti, non si accontenta di rivestire una carica all’anno, ma se potesse vorrebbe occupare tutti i giorni del calendario con un solo nome e inciderlo su apposite lapidi da piazzare in ogni angolo della terra. Tutte codeste passioni possono crescere quanto vogliono ed abbracciare il mondo, ma sono e resteranno sempre anguste, basse e meschine: solo la virtù vola in alto, sino a toccare il cielo, né c’è alcunché di grande se non è anche mite e sereno.