“Le matrone romane”

Mulierum quoque virtutes reipublicae Romanorum profuerunt et in secundis et in adversis rebus. Nam Romanae matronae semper dignas se praebuerunt fide atque existimatione omnium civium. Castae et temperantes domi vivebant, labori et familiae intentae, earumque praecipua laus haec fuit: prudenter et parce rem familiarem genere et liberis maritisque inservire. In adversis quoque rebus, fidei ac pietatis erga patriam insigna et varia exempla ediderunt. Secundo bello Punico enim, post Cannensem cladem, cum salutis spes iam non erat, matronae Romanae omnes ornatus aureos reipublicae donare non dubitaverunt. Ita senatus Romanus exercitui commeatus suppeditare potuit. Ita mulierum quoque vitrutes rempublicam Romanam servaverunt.

Anche le virtù delle mogli della repubblica dei Romani giovano sia nelle circostanze favorevoli che avverse. Infatti le matrone romane sono degne della fiducia e stima di tutti i cittadini. Vivevano caste e moderate in casa, intente al lavoro e alla famiglia, e il loro pregio principale fu questo: servire prudentemente e parcamente la famiglia, i figli e il marito. Anche nelle circostanze avverse, diedero nobili esempi di fede e rispetto nei confronti della patria. Infatti durante la seconda guerra punica, dopo la sconfitta di Canne, quando non c’era più speranza di salvezza, le matrone romane non dubitarono di donare tutti gli ori (di cui erano ornate) alla repubblica. Così il senato romano potè fornire le vettovaglie all’esercito. Così anche le virtù delle donne salvarono lo stato romano.

“Governanti e governati”

Semper primores, qui civitatibus praesunt, debent curare ut prosint civibus sui nec cuiquam in civitate sua obsint. Nam inter bonum et malum civitatis rectorem hoc interest quod alter commoda civium procurat, alter sibi ipsi prodesse studet. Boni cives autem, etiam cum a patria absunt, ei prodesse student et inter externas gentes bonam famam suae civitatis servare omni ratione curant. Cum autem in patria sunt, numquam suis officiis desunt, semper illis, qui legitimis magistratibus praesunt, obtemperant. Etiam imperatores efficere debent ut patriae et civibus suis prosint neque umquam officio,quod militibus praestare debent,desint. Caesar semper in acie cum militibus aderat: nunc peditibus cohortatione et exemplo proderat, nunc inter equites pedes certabat, semper rebus dubiis et periculis intererat ne ulli sua praesentia deesset sed in omnium animis fiducia ducis inesset

Sempre i primi, che sono a capo delle città, devono preoccuparsi di giovare ai loro concittadini e di non nuocere a nessuno nella loro città. Infatti tra il buono ed il cattivo governatore di città c’è questa differenza, che l’uno provvede alla felicità dei cittadini, l’altro aspira a giovare a se stesso. Invece i buoni cittadini, anche quando sono lontani dalla patria, desiderano giovare ad essa e tra le popolazioni straniere si dedicano a conservare la buona reputazione della loro città in ogni modo. D’altra parte, quando sono in patria, non vengono mai meno ai loro doveri, obbediscono sempre a coloro che sono a capo delle magistrature. Anche i comandanti devono agire in modo tale da giovare alla patria ed ai loro concittadini e da non venire mai meno al dovere, che devono assicurare ai soldati. Cesare era sempre presente in linea di battaglia con i soldati: ora giovava ai fanti con l’esortazione e l’esempio, ora combatteva da fante tra i cavalieri, partecipava alle situazioni dubbie ed ai pericoli affinché a nessuno mancasse la sua presenza, ma negli animi di tutti ci fosse fiducia verso il comandante.

“Annibale, grande nemico di Roma”

Hannibal, magnus Romae hostis, etiam puer aeternum odium contrae Romanos iuravit. Pater Hamilcar eum in Hispaniam duxit, ubi Hannibal, iam adulescens, militum imperium sumpsit et Romanis bellum indixit. Deinde cum multis elephantis in Italiam per Alpium montes venit. In paeninsula nostra Carthaginiesium dux audacia sua etiam atque Romanis magnas clades paravit, sed postea Capuam tendit, ubi inertia virtutem militium eius enervavit. Plurimae victoriae Punicorum senatorum invidiam Hannibali comparaverunt: quare ii in patriam eum revocaverunt. Tum Hannibal in Africam classe revertit, ubi Scipio, Romanorum strenuus dux, eum profligavit.

Annibale, grande nemico di Roma, ancora bambino giurò odio eterno verso i Romani. Il padre Amilcare lo portò in Spagna, dove Annibale, ormai adolescente, assunse il comando dei soldati e dichiarò guerra ai Romani. Quindi con molti elefanti arrivò in Italia attraverso i monti delle Alpi. Nella nostra penisola il comandante dei Cartaginesi con la sua audacia procurò ai Romani anche e più volte grandi disfatte, ma in seguito si stabilì a Capua, dove per l’inattività dei soldati fiaccò il loro ardore bellico. Le numerose vittorie procurarono ad Annibale l’invidia dei senatori cartaginesi: perciò essi lo richiamarono in patria. Allora Annibale riportò la flotta in Africa, dove Scipione, valoroso comandante dei Romani, lo sconfisse.

“Le guerre civili”

Marius, Sulla, Caesar, Pompeius certe magni viri fuerunt acie ingenii et gloria belli, sed potentiae cupidine et mutuis simultatibus innumeros luctus ac denique perniciem rei publicae paraverunt. Post nova instituta mariana milites evaserunt; iam non rei publicae magistratibus parebant et fidem servabant suis tantum imperatoribus, spe magni stipendii et copiosae praedae. Sulla duris legibus et crudelibus proscriptionibus iras et cupiditates excitavit; multi enim rem familiarem aut vitam amiserunt, alii indiciis et impunitate ingentes divitias comparaverunt. Tantis malis nulla remedii spes erat. In rebus adversis amicorum fides dubia erat; propinqui propinquos spe lucri accusabant; boni cives peribant, homines perdit rem familiarem scelere augebant.

Mario, Silla, Cesare, Pompeo furono sicuramente grandi uomini per acutezza di ingegno e vittorie militari, ma per brama di potere e rivalità reciproche cagionarono innumerevoli lutti e infine la rovina dello stato. Dopo la le nuove regole introdotte (nell’esercito) da Mario, i soldati sfuggirono (al controllo); ormai non obbedivano ai magistrati della repubblica e rimanevano fedeli solo ai loro comandanti, nella speranza di una ricca paga e di abbondante bottino. Silla, con leggi severe e crudeli proscrizioni, accese gli odi e le avidità; molti, infatti, persero i patrimoni o la vita, altri si procurarono immense ricchezze con le delazioni e l’impunità. Non vi era alcuna speranza di rimedio a tanto grandi sciagure. La lealtà degli amici, nelle disgrazie, non era sicura; i parenti denunciavano i parenti nella speranza di guadagno; morivano i cittadini onesti; gli uomini perversi si arricchivano con il crimine.

“Un tiranno saggio”

Solon in magna veneratione apud Athenienses erat: etenim insigni prudentia Athenas administraverat populique postulatu novas dederat leges. Is, ut concordiam rei publicae restitueret, civium discordias composuerat. Postea urbem reliquit, in Aegyptum Cyprumque navigavit et post longa itinera per Asiae oppida domum remeavit. Interim Pisistratus, civis dives et callidus, Athenarum principatum optabat et saepe dolosis verbis corporis custodes petiverat. Solon autem, ut patriae libertas servaretur, populum de occultis Pisistrati consiliis monuerat, iterumque civibus dixerat: << Si Pisistratus corporis custodes obtinuerit, tyrannidem Athenis instituet >>. Athenienses vero, Solonis consiliorum immemores rerumque novarum cupidi, Pisistrati precibus postulationibusque annuerunt. Ita Pisistratus cum paucis sociis dolo arcem occupavit tyrannidemque Athenis instituit. Ille tamen sapiens fuit: ut Athenae illustrarentur, ab eo magnificis aedificiis ornatae sunt multaque templa e marmore aedificata sunt. Praeterea Pisistrati ductu agricultura, industria atque mercatura summopere viguerunt. Athenis, in magnifica domo, occubuit urbisque principatum filiis reliquit.

Solone era presso gli Ateinesi in grande venerazione: poichè aveva amministrato Atene con insigne prudenza e aveva dato nuove leggi a richiesta del popolo. In seguito lasciò la città, navigò in Egitto e Cipro e dopo un lungo vaggio per le città dell’Asia, tornò in patria. Nel frattempo Pisistrato, cittadino ricco e furbo, chiese il principato degli Ateniesi e spesso chiese le guardie del corpo con dolose parole. Solone tuttavia, affinchè la libertà della patria fosse salva, aveva ammonito il popolo sui segrati piani di Pisistrato, e spesso diceva ai cittadini: “Se Pisistrato otterrà le guardie del corpo, istituirà la tirannide ad Atene”. Gli Ateniesi in verità, immemori dei consigli di Solone e desiderosi di cose nuove, annuirono alle preghiere e richieste di Pisistrato. Così Pisistrato occupò la rocca e instituì ad Atene la tirannide. Quello tuttavia fu saggio: per rendere celebri le cose di Atene, furono ornati da quello con magnifiche opere e furono edificati molti tempi di marmo. Inoltre sotto il comando di Pisistrato l’agricoltura, l’industria e il commercio rinvigorirono grandemente. Ad Atene, nella magnifaca casa, morì e lasciò il principato della città al figlio.

“Un medico straordinario”

Aesculapius in Graecia vitam degebat et medicinam cum diligentia exercebat. Ad aesculapium lapium totum annum magna aegrotorum turba veniebat et medicamenta magna cum pertinacia petebat. Aesculapius non solum morbos summa peritia curabat, sed interdum etiam mortuos in vitam revocabat mira sua scientia. Sed hoc dis displicebat, quia vir naturae ordinem turbabat. Tum Iuppiter inverecundum medicum punire statuit et ignea saggitta occidit.

Il medico Esculapio viveva in Grecia ed esercitava diigentemente l’arte medica. Per tutto l’anno una gran folla di malati, con molti fanciulli e vecchi, si recava da Esculapio, e chiedeva le sue sue cure. Esculapio non solo curava le malattie con grandissima perizia, ma talora, richiamava anche in vita i morti, con la sua mirabile scienza. Ma ciò riusciva sgradito agli dei, poichè l’uomo sconvolgeva l’ordine della natura. Allora Giove decise di punire lo spudorato medico e lo uccise con una saetta infuocata.

“Da fabbro a imperatore”

Brevissium imperium Marii, viri robustissimi ac strenuissimi ducis, fuit. Tradunt interemptorem, dum eum mortifere vulnerat, exclamavisse: “Hic est gladius quemipse fecisti”. Marii imperatoris contio prima talis fuit: “Scio, commilitones, posse mihi obici artem pristinam. Sed dicat quisque quod vult. Ego tamen malo ferrum exercere quam luxuria corrumpi, ut alii imperatores. Vos fecistis imperatorem me qui numquam quiquam scivi tractare nisi ferrum; faciam igitur ut omnes Germani ceteraeque nationes imperio Romano finitimae, pluribus cladibus acceptis, putent populum Romanum ferratam gentem esse”.

Fu un brevissimo impero quello di Mario, uomo assai forte e strenue comandante. Si narra che l’assassino mentre lo aveva ferito a morte, abbia affermato: “Questa è la spada che lui stesso fece”. La prima arringa del comandante Mario fu la seguente: “Lo so, o compagni d’armi, di proporre l’arte antica. Ma ognuno sostenga ciò che vuole. Tuttavia io preferisco usare la spada che esser corrotto dalla lussuria, come altri comandanti. Voi mi avete eletto comandante che mai ho saputo trattare cosa alcuna se non con la spada, farò dunque in modo che tutti i Germani e le altre nazioni confinanti all’impero romano, ricevute molte sconfitte, ritengano che il popolo romano sia un popolo armato di ferro.

“Ottaviano signore unico di Roma”

Post Caesaris necem Octavianus claris operibus vitaeque integritate civium romanorum admirationem exercitabat. Marcus Antonius Alexandriae domicilium constituerat atque molliter vivebat cum Cleopatra, Aegypti regina. Praeterea, Cleopatrae amore atque impulsu, interitum parabat Romano imperio. Senatus igitur, Octaviani hortatu, bellum indixit Antonio Aegyptique reginae. Ideo mense Septembri in sinu maris Actiaci, duumvirorum copiae bellum navale gesserunt. Exercitus classesque pares erant magnaque cum virtute pugnaverunt. Belli exitus adhuc anceps erat, sed subito Cleopatra veloci navigio domum remeavit. Tunc Antonius, imperatoris officii immemor, ad Alexandriam velificavit. Octavianus magna cum celeritate in Aegyptum contendit. Post aemuli mortem, Romam properavit cum ingenti captivorum numero.

Dopo l’assassinio di Cesare Ottaviano suscitava l’ammirazione dei cittadini romani con opere famose e con l’onestà della (sua) vita. Marco Antonio aveva stabilito il domicilio ad Alessandria e viveva fiaccamente con Cleopatra, regina d’Egitto. Da allora, per amore e per incitamento di Cleopatra, preparava la distruzione dell’impero romano. Perciò il senato, per consiglio di Ottaviano, dichiarò guerra ad Antonio e alla regina d’Egitto. Percui nel mese di Settembre nel golfo del mar di Azio, le milizie nemiche combatterono una guerra navale. Gli eserciti e le flotte erano pari e combatterono con grande valore. L’esito della guerra fu lungamente incerto ma all’improvviso Cleopatra con un’imbarcazione veloce ritornò a casa. Allora Antonio, dimentico del suo incarico di comandante, navigò verso Alessandria. Ottaviano con grande velocità si diresse in Egitto. Dopo la morte del nemico, si affrettò verso Roma con un grande numero di prigionieri.

“Ottaviano e Antonio: scontro finale”

Exercitus classesque pares erant militumque manus magna cum virtute pugnaverunt. Belli exitus adhunc anceps erat, sed subito Cleopatra pugnae locum reliquit ac veloci navigio domum remeavit. Tunc Antonius, imperatoris officii immemor, ab Actiaci maris oris Alexandriam velificavit. Post Cleopatrae Antonique fugam, octavianus magna cum celeritate in Aegyotum contendit. Post aemuli mortem, Romam properavit cum ingenti captivorum numero. Romani cives victoris triumphum magnis plausibus honoribusque celebraverunt.

L’esercito e la flotta erano equivalenti e combattevano con grande virtù. Fin qui l’esito della battaglia era incerto, ma subito Cleopatra lasciò il luogo della battaglia e con delle barche veloci remò verso casa. Quindi Antonio, immemore del dovere di comandante, veleggiò dalle bocche del mare di Azio ad Alessandria. Dopo la fuga di Antonio e Cleopatra, Ottaviano con grande velocità si diresse in Egitto. Dopo la morte del nemico, si affrettò verso Roma con un grande numero di prigionieri al seguito. I cittadini di Roma celebrarono il trionfo del vincitore con grandi applausi e onori.

“La battaglia navale tra Ottaviano e Antonio” (“La battaglia di Azio”)

Post crebas contentiones Octavianus et Antonius foedus patraverunt: Octavianus Italiam Hispaniamque obtinuit, Antonio Orientes regionum imperium contigit. Antonius Alexandriae domicilium constituerat et cum Cleopatra, Aegypti regina, molliter vivebat. Praeterea, Cleopatrae amore atque impulsu, Romano imperio interitum parabat. Senatus igitur, Octaviani hortatu, bellum duumvirum copiae bellum navale gesserunt; exercitus classesque pares erant magnaque cum virtute pugnaverunt. Belli exitus diu anceps fuit, sed subito Cleopatra veloci navigio fugam occupavit et domum remeavit. Tunc Antonius quoque, imperatoris officii immemor, Alexandriam velificavit. Desertoris Antonii militibus, victis animoque fractis, Octavianus vitam veniamque promisit.

Dopo aspre contese Ottaviano ed Antonio stipularono un’alleanza: Ottaviano ottenne l’Italia e la Spagna, ad Antonio toccò il comando delle regioni dell’Oriente. Antonio aveva stabilito la sua sede ad Alessandria e viveva dissolutamente con Cleopatra, regina d’Egitto. Da allora, per amore e su istigazione di Cleopatra preparava la fine dell’impero romano. Il Senato dunque, per esortazione di Ottaviano dichiarò guerra ad Antonio e alla regina d’Egitto. Per cui, nel mese di settembre, nel golfo di Azio, le truppe dei duumviri condussero una battaglia navale. Gli eserciti e le flotte erano pari e combatterono con grande valore. L’esito della guerra fu a lungo incerto, ma, all’improvviso Cleopatra si volse in fuga con una nave veloce e se ne tornò in patria. Allora anche Antonio, dimentico dei doveri di un comandante, fece vela verso Alessandria. Ottaviano promise la vita ed il perdono ai soldati del disertore Antonio, vinti e completamente demoralizzati.

“I Galli entrano a Roma”

Galli tam bellicosi erant ut, Brenni ductu, in Padi planitem irruperint et omnia ferro ignique vastaverint. Cum Brennus Romam capere vellet, per Etruriam trasiit agros urbesque incendens et, cum duos Romanorum exercitus profligavisset atque fugavisset, at Urbem accedit atque castra apud Tiberim posuit. Deinde Galli tanto impetu Romam petiverunt ut maximam urbis partem, praeter Capitolii arcem, occupaverint. Tum Romani cum liberis et uxoribusque, urbe relicta, in montes urbi propinquos confugerunt. Patres tantum Romae manserunt et animo sic firmo fuerunt ut hostium adventum in Curia expectaverint, ubi plerique trucidati sunt. Nocte quadam evenit ut, cum Galli iam moenia arcis ascendissent atque Capitolium occupaturi essent, anseres, Iunoni sacri, tanto clangore obstreperent ut e somno excitaverint Manlium, arcis custodem, qui statim commilitones ad arma vocavit. Universi in eius auxilium accurrerunt et tanta vitrute puganverunt ut Galli fugati sin tac Capitolium servatum (sit). Deinde, cum Camillus quoque cum exercitu supervenisset, barbari profligati sunt.

I Galli erano talmente bellicosi che, sotto il comando di Brenno, invasero la pianura del Po e saccheggiarono tutto col ferro e col fuoco. Brenno, volendo conquistare Roma, attraverso l’Etruria oltrepassò, marciando, campi e città e, dopo aver sconfitto e messo in fuga due eserciti dei Romani, si avvicinò a Roma e pose l’accampamento presso il Tevere. In seguito, i Galli attaccarono Roma con un impeto così grande che occuparono una grandissima parte della città, tranne la rocca del Campidoglio. Allora i Romani con i figli e le mogli, abbandonata la città, si rifugiarono sui monti vicini alla città. Restarono a Roma soltanto i patrizi ed ebbero un animo così saldo che attesero l’arrivo dei nemici nel Senato, dove moltissimi furono trucidati. Una notte accadde che, dopo che i Galli erano già saliti sulle mura della Rocca e stavano per occupare il Campidoglio, le oche, sacre a Giunone, schiamazzarono con tanto stridore al punto da destare dal sonno Manlio, custode della rocca, il quale subito chiamò i compagni alle armi. Tutti insieme accorsero in suo aiuto e combatterono con tanto valore che i Galli furono messi in fuga e il Campidoglio fu salvato. Poi, essendo sopraggiunto anche Camillo con un esercito, i barbari furono sconfitti.

“La preghiera del sacerdote Crise ad Apollo”

Graeci urbem diripuerant et omnes virgines secum abduxerant; in his Chryseidem, filiam Chrisae, Apollinis sacerdotis. Maestrus igitur pater puellae in castra Graecorum venit, ut filiam redimeret, sed frustra oravit ducem Agamemnonem, qui non solum captivam servavit, sed gravibus minis sacerdotem terruit. Chryses igitur celeriter e castris discessit, sed cum procul fuic sit Apollinem oravit: “Deus, qui geris arcum argenteum et Tenedi incolis imperas, si semper tuum sacellum coronis ornavi et pingues haedos tibi immolavi, Graeci tuis sagittis poenas suis sceleris persolvant”. Statim Apollo preces auduvut sacerdotis, ex Olympo descendit. Sed cum Agamemnom causam irae Apollinis cognovit filiam patri reddidit et etiam hecatombe Apollinis iram placavit. Tum Apollo pestilentiam sedavit et aegros omnes sanavit viros.

I Greci avevano distrutto la città ed avevano portato con loro tutte le fanciulle; tra esse Criseide, figlia di Crise, sacerdote di Apollo. Pertanto, triste, il padre della fanciulla si recò nell’accampamento dei Greci, per riscattare la figlia, ma invano pregò il comandante Agamennone, il quale, non soltanto, custodì la prigioniera, ma spaventò il sacerdote con gravi minacce. Crise, dunque, si allontanò rapidamente dall’accampamento, ma non appena fu un po’ lontano così pregò Apollo: “Dio, che porti l’arco d’argento e domini sugli abitanti di Tenedo, se ho ornato sempre il tuo tempietto e ti ho immolato grasse vittime, i Greci paghino le pene per le loro scelleratezze con le tue frecce!”. Subito Apollo ascoltò le preghiere del sacerdote, scese dall’Olimpo. Ma quando Agamennone conobbe la causa dell’ira di Apollo, restituì la figlia al padre e placò l’ira di Apollo persino con un’ecatombe. Allora Apollo arrestò la pestilenza e risanò tutti gli uomini malati.

“La vita dei marinai”

Olim Syracusis periti nautae vivebant et per multas terras errabant. A fabris scaphae extruebantur et naviculae celeriter undas sulcabant. Nautae et in diurnis et in nocturnis horis navigabant, magno cum animo in altum contendebant. Ad vesperam enim nautae studio astra observant sic cursum diligenter tenebunt. Ex Sicilia multi nautae in Africae oras aut in Greciae emporia procedebant et lucrosam mercaturam faciebant. Aliquando propter ventum in vadum navigium impingebant aut in loco tuto in ancoris consistebant. Piratae maxime nautis inimici erant. In nautarum scaphas impetum saepe faciebant: nautas cibo, aqua, pecunia et armis spoliabant, viros necabant et flammis naviculam penitus delebant. Etiam Syracusarum incolae piratas timebant: saepe a viris familiae divitiaeque armis defendebantur et a matronis pretiosae gemmae in amphoris condebantur.

Un tempo a Siracusa vivevano esperti marinai ed erravano attraverso molte terre. Dai fabbri erano costruiti gli scafi e le piccole navi solcavano velocemente le onde. I marinai navigavano di giorno e di notte e con molto coraggio si spingevano in alto mare. A sera infatti i marinai con impegno osservano le stelle così scrupolosamente che mantengono la rotta. Dalla Sicilia molti marinai si dirigevano verso le imboccature dei porti dell’Africa e verso i mercati della Grecia e facevano lucrosi affari. Talora a causa del vento, le navicelle erano spinte nell’insenatura o in un luogo sicuro e gettavano le ancore. I pirati erano grandissimi nemici dei marinai. Spesso si scagliavano contro gli scafi e rubavano cibo, acqua, denaro ed armi, uccidevano gli uomini e distruggevano interamente la barca con il fuoco. Anche gli abitanti di Siracusa temevano i pirati. Spesso dagli uomini le ricchezze erano difese con le armi e dalle donne le pietre preziose erano nascoste nelle anfore.

“La congiura di Catilina”

M.Tullio Cicerone C.Antonio consulibus facta est Romae coniuratio. Praeerat L. Sergius Catilina, iuvenis nobilis generis, sed perditis moribus, qui constituerat consules aliosque magistratus iterficere, urbem incendio delere, rerum potiri. Adlexerat blanditiis iuvenes imperitos et cupidos divitiarum et voluptatum, praeterea omnium qui rerum novarum cupiditate flagrabant, promittens magna lucra magnsque quaestus. M.Cicero, gravitatem periculi considerans, motum sine mora repressit. Coniurati qui in urbe manserant comprehensi et interfecti sunt. Sed Catilina, qui iam Roma effugerat, exercitu collecto, cum copiis M.Antonio conflixit. Apud Pistorium profligatus est et morte strenue pugnans appetivi.

Sotto il consolato di M. Tullio Cicerone e C. Antonio a Roma fu fatta una congiura. Ne era a capo L. Sergio Catilina giovane di nobile stirpe, ma di dissoluti costumi, il quale aveva deciso di uccidere i consoli e gli altri magistrati, di distruggere la città con un incendio e impadronirsi del potere. Aveva attirato a sè con lusinghe giovani inesperti e desiderosi di ricchezze soprattutto quelli che ardevano dal desiderio di cose nuove promettendo grandi guadagni e grandi vantaggi. M. Cicerone rendendosi conto della gravità del pericolo represse senza indugio il movimento politico. I congiurati che erano rimasti in città furono catturati ed uccisi. Ma Catilina, che già si era allontanato da Roma, dopo avere riunito l’esercito si scontrò con le milizie di Antonio. Fu sconfitto presso Pistoia e combattendo strenuamente andò verso la morte.

“Alcuni esempi della forza d’animo degli Spartani”

Lacefdamonius quidam, ab ephoris damnatus, cum ad mortem duceretur, vultu hilari atque laeto erat. Civi ei dicenti: “Contemnisne leges Lycurgi?”, respondit: “Ego vero illi mazimam gratiam habeo, qui me ea poena me multaverit, quam sine ulla impensa possem dissolvere”. Eodem animo Lacedaemoniii in Thermopylis occiderunt. Quid ille eorum dux Leonidas dixit? “Pergite, milites, amino forti; hodie apud inferos fortasse cenabimus”. Fuit haes gens fortis, dum Lycurgi leges vigebant. Cum ante pugnam hostis quidam in colloquio gloriose dixiset: “Solem prae iaculorum et sagittarum multitudine non videvitis”, Lacedaemonius miles: “In umbra igitur” – inquit – “pugnabimus”. Non solum Lacedaemoniorum viros commemorare possum, sed etiam feminas. Tradunt enim Lacaenam quandam, cum filium in proelio interfectum esse audivisset, “Idcirco” – inquit – “eum genueram, ut pro patria mortem occumbere non dubitaret”.

Uno spartano, condannato dagli Efori, essendo condotto a morte, era con volto ilare e lieto. Al cittadino che gli diceva: disprezzi forse le leggi di Licurgo, risponde: “Io invero sono riconoscente a quello perchè mi ha punito con questa pena che potrei dissolvere senza alcuna spesa”. Con lo stesso animo i Lacedemoni uccisero nelle Termopili. Cosa disse il loro comandante Leonida? “Volgete, soldati, con animo forte, oggi ceneremo presso gli inferi”. Fu questa gente forte finchè vigevano le leggi di Licurgo. Avendo detto gloriosamente prima della battaglia un nemico in colloquio: “Non avete visto il sole per la moltitudine di dardi e giavellotti. Un soldato spartano: “Combatteremo, dunque, nell’ombra”. Non solo posso commemorare gli uomini Spartani, ma anche le donne. Dicono infatti che una spartana, avendo sentito che il figlio era stato ucciso in combattimento, disse: “Per questo motivo lo ho generato perchè non esitasse a soccombere alla morte per la patria”.

“I Romani alle Forche Caudine”

Spurius Postumius consul, a quo bellum adversus Samnites gerebatur, a Pontio duce hostium in insidias inductus est. Nam simulati trasfugae ad hoc officium missi erant, qui Romani dicerent Luceriam, Apuliae urbem, a Samnitibus obsideri. Consul, ne Lucerini, boni ac fideles socii, desererentur, exercitum movit; sed, cum in angustias se insinuavissent, Quae Caudinae dicebantur, sensit repente exercitum suum ab hostibus deprehensum et clausum esse, atque bomnem spem invadendi adeptam esse. Milites, undique superiora loca a Samnitibus obsessa bomnesque angustiarum exitus obstructos cernentes, diu immobiles silent; deinde erumpunt in querelas adversus duces, quorum temeritate in eum locum adducti erant. Postero die,Romani legatos miserunt ut pacem peterent. Pax concessa est ea lege ut omnes, consules consules primi, deinde singuli milites sub iugum traducerentur. Romanis, cum a saltu evasissent, libertas morte tristior fuit:pudor fugere colloquia et coetus hominum cogebat.

Il console Spurio Postumio, dal quale era condotta la guerra contro i Sanniti, fu spinto in un agguato da Ponzio comandante dei nemici. Infatti furono inviati come falsi disertori per questo compito, che i Romani dicessero che Lucera, città della Puglia, era presidiata dai Sanniti. Il console Spurio affinchè gli abitanti di Lucera, buoni e fedeli alleati, non fossero abbandonati, spostò l’esercito; ma essendosi introdotto in dei luoghi angusti, che erano detti Forche Caudine, intuì immediatamente che il suo esercito era stato sorpreso e catturato e che ogni speranza di scampare all’assedio era morta. I soldati vedendo chiaramente che le alture facevano da ostacolo dappertutto e che tutte le vie di uscita del luogo angusto erano bloccate dai sanniti, rimasero in silenzio a lungo, poi scoppiarono in rimproveri contro i comandanti, dalla cui imprudenza furono portati in quei luoghi. Il giorno dopo, i Romani mandarono gli ambasciatori per chiedere la pace. La pace fu concessa a questo patto, che tutti, per primi i consoli, poi i singoli soldati, fossero fatti passare sotto il giogo. Uscendo dal luogo boscoso, la libertà per i Romani fu più triste della morte: la vergogna spingeva ad evitare i colloqui e le riunioni tra gli uomini.

“L’invasione dei Galli coinvolge anche Roma”

Celtae, quos Romani appellabant Gallos, cum in Italiam per Alpes transcendissent, suo impetu Ligures et Etruscos everterunt et magnam partem eorum finium occupaverunt. Galli Insubres Mediolanum condiderunt, Cenomani, ubi nunc Brixia ac Verona urbes sunt, loca tenuerunt, Boii Lingonesque, cum iam inter Padum atque Alpes omnia loca obtinerentur, Pado ratibus traiecto, non modo Etruscorum sed etiam Umbrorum agros occupaverunt. Denique Galli Senones, recentissimi advenarum, ad Aesim flumen pervenerunt. Satis constat hanc gentem Clusium, opulentum Etruscorum oppidum, petivisse et inde Romam venisse. Clusini, multitudine barbarorum exterriti, cum et formas hominum invisitatas et novum armorum genus cernerent audirentque saepe ab iis magnos hostium exercitus profligatos esse, legatos Romam miserunt, qui auxilium a senatu peterent. Statim a Romanis legati missi sunt, qui cum Gallis agerent ne, a quibus nullam iniuriam acceperant, socios populi Romani atque amicos oppugnarent.

I Celti, che i Romani chiamavano Galli, quando discesero in Italia, con il loro impeto annientarono i Liguri e gli Etruschi, ed occuparono gran parte dei loro confini. I Galli Insubri fondarono Milano, i Cenomani, dove ora si trovano le città di Brescia e Verona, diminuirono le regioni, i Boi e i Lingoni, quando già avevano occupato tutti i territori tra il Po e le Alpi, passato il Po con le zattere, occuparono i campi non solo degli Etruschi, ma anche degli Umbri. E poi, i Galli Senoni, gli ultimi arrivati, giunsero presso il fiume Esino. E’ cosa ben nota che questo popolo si fosse diretto a Chiusi, ricca città degli Etruschi, e che di lì fosse giunto a Roma. Gli abitanti di Chiusi, atterriti dal gran numero di barbari, poiché non li avevano mai visti e poichè avevano notato il nuovo genere di armi, ed avevano sentito che spesso da loro erano stati sbaragliati grandi eserciti di nemici, inviarono ambasciatori a Roma che richiedessero un aiuto da parte del senato. Furono subito inviati gli ambasciatori da parte dei Romani, che trattarono con i Galli affinché non attaccassero gli alleati e gli amici del popolo Romano, che non avevano subito alcuna violenza.

“Cesare e gli Elvezi”

Caesar copias in proximum collem subduxit, equitatum contra hostes misit, exercitum in colle instruxit. Helvetii, ut viderunt, impetum in equitatum fecerunt et ad castra nostra appropinquaverunt. Milites Romani ex colle pila mittebant, ut hostium phalangem perfringèrent; postea, cum hostes proximus viderunt, gladios destrinxerunt et impetum fecerunt. Diu atque acrìter Helvetii per magnam noctis partem pugnaverunt, sed nostrum impetum sustinere non potuerunt, ita ut Romani impedimenta et castra barbarorum occupaverint. Helvetiorum superstites qui fugerunt per montium saltus, in fines Lingonum pervenerunt ut Gallorum auxilium peterent. Romani propter vulnera militum et propter sepolturam occisorum fugam hostium impedire non potuerunt.

Cesare spostò le truppe sul vicino colle, mandò la cavalleria contro i nemici, schierò l’esercito sul colle. Gli Elvezi, quando videro, fecero impeto contro la cavalleria e si avvicinarono al nostro accampamento. I soldati Romani lanciavano giavellotti dal colle per infrangere la falange dei nemici; poi, quando videro i nemici vicini, sguainarono le spade e attaccarono. Gli Elvezi combatterono duramente e a lungo per gran parte della notte, ma non riuscirono a sostenere il nostro impeto, cosicché i Romani si impadronirono delle salmerie e dell’accampamento dei barbari. I superstiti degli Elvezi che fuggirono attraverso i valichi dei monti, giunsero nei territori dei Lingoni per chiedere l’aiuto dei Galli. I Romani per le ferite dei soldati e la sepoltura degli uccisi, non poterono impedire la fuga dei nemici.

“Epicuro”

Videbat Epicurus bonis adversa semper accidere, qualia paupertatem, labores, exilia, carorum amissionem; malos, contra, beatos esse; videbat scelera homines impune committere, videbat sine ordine ac discrimine annorum saevire mortem et alios ad senectutem pervenire, alios infantes ex vita cedere, alios iam robustos expirare, alios in primo adolescentiae flore immaturis funeribus deficere; in bellis fortes perire. Omnia haec Epicurus cogitans, existimavit nullam esse providentiam.

Epicuro vedeva sempre succedere qualcosa di negativo ai buoni, quale la povertà, le fatiche, la perdita dei cari; al contrario vedeva che i malvagi erano beati, vedeva che gli uomini commettevano impunemente delitti, vedeva che senza ordine e distinzione di età si abbandonavano alla morte e altri giungere alla vecchiaia, alcuni giovani morire, alcuni forti spirare, altri mancare dal fiore della giovinezza immaturamente, uomini forti morire nelle guerre. Epicuro pensando tutte queste cose ritenne che non vi fosse alcuna provvidenza.

“Un favore ricambiato”

Olim in silva fortis leo dormiebat. Parvus mus forte leonis nasum offendit atque beluam e somno excitavit. Statim fera pede incutum apprehendit. Sed mus, humilis clamavit: “Leo, animalium nobilis rex, libera me! Tibi sempiternam gratiam habebo!”. Tum leo facilem et inermem praedam liberavit. Post paucos menses, leo in crudelium venatorum laqueos incidit: silvam terribilibus lamentis suis implebat. Parvus mus beluam audivit, celer ed leonem accurrit atque statim acribus dentibus laqueorum difficiles nodos rosit. Sic bestiola gratiam rettulit.

Una volta un leone coraggioso dormiva nella foresta. Un piccolo topo per caso urtò il naso del leone e svegliò la belva dal sonno. Subito la fiera afferrò con la zampa l’incauto. Ma il topo, umile, gridò: “Leone, re degli animali nobili, liberami! Avrò per te eterna gratitudine!”. Allora il leone favorevole e inerme liberò la preda. Dopo pochi mesi, il leone cadde nella trappola del crudele cacciatore: riempiva la foresta dei suoi terribili lamenti. Il piccolo topo udì la belva, accorse velocemente dal leone e subito con i denti aguzzi rosicchiò i difficili nodi della rete. Così la bestiola restituì la grazia.

“Il regno di romolo”

Postquam civitatem condidit quam ex suo nomine Romane appellavit. Romulus multos annos reganvit. Multitudinem finitimorum in civitatem recepit, ex quibus centum cives senes legit, qui propter aetatem senatores nominati sunt. Senatorum consilio omnia negotia agebantur. Sed quia Romani feminas non habebant, rex invitavit ad spectaculum ludorum gentes quae vicinae urbi Romae erant. Tunc grave bellum commotum est, in quo Caenineses Crustumini Fidenates Veintes qui socii Sabinorum erant victi sunt. Tandem Sabini pacem cum Romanis facerunt, qui virgines raptas in matrimonium duxerunt. Romulus qui multos annos regnaverat post foedam tempestatem non comparuit et inter deos honoratus est. Post romulum Numa Pompilius regnavit cui non bellum sed iustitia et religio laudem paraverunt.

Dopo che ebbe fondato la città, che chiamò Romana dal suo nome, Romolo regnò per molti anni. Accolse nella città la moltitudine dei popoli confinanti, tra i quali scelse cento uomini anziani che furono nominati senatori a causa dell’età. Tutti i doveri venivano effettuati per mezzo della decisione dei senatori. Ma, poiché i Romani non avevano mogli, il sovrano invitò ad uno spettacolo di giochi le popolazioni che erano vicine alla città di Roma. Allora fu scatenata gravemente una guerra, durante la quale i Ceninensi, i Crustumini, i Fidenati ed i Veienti, che erano alleati dei Sabini, furono sconfitti. Tuttavia i Sabini fecero la pace con i Romani, che condussero le vergini rapite al matrimonio. Romolo, che aveva regnato per molti anni, dopo l’infausta tempesta non ricomparve e fu onorato tra gli dei. Dopo Romolo regnò Numa Pompilio, cui non la guerra ma la giustizia ed il timore degli dei procurarono la lode.

“Il supplizio di Tantalo”

Tantalus, Lydorum rex, diis deabusque carus erat ideoque Iuppiter saepe eum in Olympum invitabat et ad deorum mensam admittebat. Sed Tantalus in convivio Iovis deorumque sermones audiebat et postridie eorum verba hominibus referebat; olim etiam nectaris ambrosiaeque furtum facerat. Tum Iuppiter, ob tanta facinora iratus, Tantalum ex Olympo pellere atque in Inferis saeva poena eum punire statuit: “Tu, Tantale, in palude Stygia in aeternum stabis, sed fame sitique excruciaberis: nam si os ad aquam appropinquabis, aqua statim recedet; multi rami cum iucundis pomis ante oculos tuos pendebunt, sed, si brachia ad ea levabis,ventus arborum ramos ad caelum tollet. Praeterea magnum saxum super caput tuum semper impendebit”. Itaque miser Tantalus hoc saevum supplicium in perpetuum fert.

Tantalo re dei Lidi era caro agli dei e alle dee e pertanto Giove spesso lo invitava nell’Olimpo e lo accoglieva alla mensa degli dei. Ma Tantalo ascoltava nel convivio tutti i discorsi di Giove e degli dei e il giorno dopo riferiva le loro parole agli uomini; un giorno aveva fatto anche un furto di nettare e ambrosia. Allora Giove, adirato per tanto grandi misfatti, stabilì di scacciare Tantalo dall’Olimpo e punirlo con una terribile pena. “Tu Tantalo starai in eterno nella palude Stigia, ma sarai tormentato dalla fame e dalla sete: infatti se avvicinerai la bocca all’acqua, l’acqua subito si ritrarrà; molti rami con frutti penderanno deliziosamente davanti ai tuoi occhi ma se alzerai le braccia verso di loro, il vento solleverà i rami dell’albero verso il cielo. Inoltre un enorme sasso incomberà sempre sulla tua testa”. Pertanto il povero Tantalo sopporterà in eterno questo crudele supplizio.

“Il poeta Tibullo”

Tibullus, clarus poeta Romanus, totum annum in agris suis vitam tranquillam agere amabat; negotia, Forum militiamque vitabat. Aestate frigidae agrorum aurae poetam recreabant, autumno pratorum silvarumque silentia et amoenorum rivorum voces eum delectabant. Tibullus in carminibus suis vitae rusticae gaudia canebat et agricolis dicebat: “Agrorum silvarumque deas deosque pie colite: ii dona vestra accipient, agros vestros armentaque protegent, morbos fugabunt, familias vestras adiuvabunt; laeti in vicis vestris sine curis vivetis”.

Tibullo, famoso poeta Romano, per tutto l’anno amava trascorrere una tranquilla vita nei suoi campi; evitava gli affari, il foro e la vita militare. In estate i freschi venti dei campi ristoravano il poeta, in autunno il silenzio dei prati e dei bosci e gli scroscii dei ruscelli ameni lo dilettavano. Tibullo cantava nei suoi carmi le gioie della vita rustica e diceva agli agricoltori: “Venerate piamente le dee e gli dei dei campi e dei boschi: essi riceveranno i vostri doni, proteggeranno i vostri campi, scacceranno le malattie, aiuteranno le vostre famiglie; vivete felici nei vostri villaggi senza preoccupazioni”.

“Una visita di istruzione”

Palatium, ut scitis, discipuli, est collis ubi Romulus Urbem condidit. Mirifica templa, splendida aedificia montem ornant. Illie multi clari viri domicilia habuerunt. Si Roma recte caput mundi appellamus, Platinum montem iure umbilicum Urbis dicimus. Antiquis temporibus Palatinus mons sedes Evandri regis fuit. Multis post annis Romulus hic urbem Romam condidit et muro circumdedit. Apud Capitolium Ara Maxima Herculis et Templum Victoriae deae erant. Apud semitas quae ex colle ad Forum ducebant, antiqui Romae incolae colebant Lupercal, speluncam ubi lupa lacte geminos nutrivit, et Tugurium Faustoli, ubi Romulus cum fratre Remo adolevit. In Palatino ubi nunc templum lovis Propugnatoris est, Romulus etiam casam suam eadificavit. Cras collem lustrabimus et intellegetis quomodo in saeculos Maiores nostri Palatinum exornaverint.

Il Palatino, come sapete, o fanciulli, è il colle dove Romolo fondò Roma. Magnifici templi, splendidi edifici ornano il monte. Qui molti uomini illustri ebbero domicilio. Se chiamiamo giustamente Roma, capitale del mondo, diciamo giustamente il Palatino ombelico di Roma. Anticamente il monte Palatino fu la sede del re Evandro. Molti anni dopo Romolo fondò qui Roma e la circondò con un muro. Presso il campidoglio vi erano l’altare massimo di Ercole e il tempio della vittoria. Presso sentieri che conducevano dal colle al foro, gli antichi abitanti di Roma onoravano il lupercale, spelonca dove la lupa nutrì i gemelli con il latte, e il tugurio di Faustolo, dove Romolo crebbe con il fratello Remo. Sul Palatino ora vi è il tempio di Giove propugnatore, Romolo edificò anche la sua casa. Domani illustreremo il colle e capirete in che modo avranno ornato il Palatino i nostri antenati.

“De Tullii villa”

Tullius et Terentia cum magna familia in villa non longe a Velitris vivunt. Tulii villa magna et pulchra est. Servi herbidum pratum circa aedificium curant, spineas et erbas secant, frigidus rivus fluit inter floridas ripas. Piri frondosae, cerasi et mali virent et uminda mala et rubra cerasa producent. Rosae violae et lilia sunt in areolis et hedera aedificii mura tegit. Statuae et fontes (fontane) ornant semitas. Saepe Tullius in viridario cum amicis ambulat et de philosophia disputat vel in platanorum umbra epistulas filio Marco scribit. Post aedificium sunt domus villici, stabula, granaria et pistrinum.

Tullio e Terenzia vivono con la famiglia numerosa in una casa di campagna non lontano da Velletri. La casa di campagna di Tullio è grande e bella. I servi curano il prato erboso attorno all’edificio, tagliano le spine e le erbacce. Tra le fiorenti rive scorre un freddo ruscello. Verdeggiano folti peri, cigliegi e meli e prontamente producono pere succose, mele gustose e rosse cigligie. Nelle aiuole ci sono rose, viole e lillà e l’edera copre le mura dell’ edificio. Ornano le entrate statue e fontane. Spesso Tullio passeggia con gli amici nel giardino e discorre di filosofia o scrive, all’ombra dei platani, lettere al figlio Marco. Dietro all’edificio ci sono la casa del fattore, le stalle, i granai e il mulino.

“Arianna abbandonata da Teseo”

Theseus, Agei filius, Athenis ad insulam Cretam venit et ab Ariadna, venusta Minois filia, adamatur. In insula labyrintho Minotaurus vivit. Monstrum adulescentulos puellasque vorat. Theseus Minotaurum occidit et Ariadna labyrinthi effugium Theseo monstrat. Deinde puella cum Theseo patriam Cretam relinquit sed postea Naxi a viro in sommo relinquitur. Maesta puella pelagus spectat et flet: Thesei navigium non videt. Deindeper insulae oram currit sed alta harena puellae pedes tardat. Ariadna in desertam oram cadit et umida harena ec purpura peplum foedat. Ariadna virum clamat: ” Theseus!” vir non respondet: Ariadna in insula sola est. Puella, pavida, insulam ecplorat: ubicumque pelagus scopulique sunt. Nivea luna in caelo splendet, splendidae stellae caelum illuminant. Procul ab insula candidae, liberae gaviae ad caelum advolant. Interea Theseus procul ab insula celeriter navigat: nam Athenas remeare statuit. Tum Ariadna vela videt et magna cum tristitia flet: totam insulam cingit pelagus. At postea Bacchus, vini deus, Ariadnae lamentaaudit er puellae auxilio venire statuit. Puellae formam laudat et puellam in coniugium ducit. Ita Ariadna cum deis deabusque vivit.

Teseo, figlio di Egeo, viene da Atene nell’ isola, ed è amato da Arianna, la bella figlia di Minosse. Nell’isola vi è un labirinto: nel labirinto vive il Minotauro. Il mostro divora giovani e fanciulle. Teseo uccide il Minotauro ed Arianna mostra a Teseo l’uscita del labirinto. Poi la fanciulla con Teseo lascia la patria, Creta, ma successivamente viene abbandonata dall’uomo a Nasso. La fanciulla, sconsolata, osserva il mare e non vede l’imbarcazione di Teseo. Poi corre per la spiaggia dell’isola, ma la sabbia alta rallenta i piedi della giovane. Arianna cade sulla spiaggia deserta e l’umida sabbia sporca la veste di porpora. Arianna chiama l’uomo: “Teseo!” – l’uomo non risponde. Arianna è sola sull’isola. La fanciulla, impaurita, esplora l’isola: il mare e gli scogli sono ovunque. La candida luna splende in cielo, stelle luminose illuminano il cielo. Lontano dall’isola, candidi, liberi gabbiani volano verso il cielo. Nel frattempo Teseo naviga velocemente lontano dall’isola: infatti ha deciso di tornare ad Atene. Allora Arianna vede le vele e piange con grande tristezza: il mare circonda tutta l’isola. Ma in seguito Bacco, dio del vino, ode i lamenti di Arianna e decide di venire in aiuto alla fanciulla. Loda la bellezza della giovane e la sposa. Così Arianna vive con gli dei e le dee.

“Un’arguta battuta”

Narrant Aristippum philosophum obviam ivisse Dionysio, Syracusarum tyranno, in via cum satellitibus procedenti et magna voce exclamavisse: “Te oro, Dionysie, ut fratrem meum e vinc.ulis dimittas”. Frater Aristippi enim cum paucis civitatis princibus contra tyrannum conspiraverat et, coniuratione patefacta, in carcerem coniectus erat. Sed Dionysius eius preces non audivit neque iter intermisit. Tum philosophus ad pedes tyranni se proiecit et osc.ulo vestem contigit sperans se eius animum penitus (avv.) commoturum esse. Etenim Dionysius, tanto obsequio commotus, fratrem Aristippi e carcere produci iussit. Sed cives quidam, cum rem vidissent, tam servile obsequium exprobrantes, id viro libero ac sapienti indignum esse dixerunt. Tum Aristippus, leniter subridens iis respondit: “Cur me obiurgatis? Non mea est culpa, sed DIonysii: nam ei aures in pedibus sunt!”.

Narrano che il filosofo Aristippo sia andato incontro a Dionisio, tiranno di Siracusa, che procedeva per la strada con le guardie del corpo ed avesse esclamato a gran voce: “Ti prego, o Dionisio, di lasciare uscire mio fratello dal carcere”. Il fratello di Aristippo, infatti, aveva cospirato contro il tiranno con pochi capi della città e, una volta scoperta la congiura, era stato mandato in prigione. Ma Dionisio non ascoltò le sue preghiere né interruppe il cammino. Allora il filosofo si lanciò ai piedi del tiranno e toccò l’abito con le labbra sperando che avrebbe profondamente commosso il suo animo. Difatti Dionisio, mosso da tanto ossequio, ordinò che il fratello di Aristippo fosse scarcerato. Ma alcuni cittadini, avendo visto la cosa, rimproverandogli un ossequio così servile, dissero che esso non era degno di un uomo libero e sapiente. Allora Aristippo rispose loro sorridendo: “Perché mi rimproverate? Non è mia la colpa, ma di Dionisio: infatti egli ha le orecchie nei piedi!”.

“Un oracolo ambiguo”

Exiguus numerus troianorum urbem ardentem reliquerat et in collese finitimus confugerat. Ubi aeneas cum patre sene et parvo filio paucisque comitibus convenit atque brevem sed acrem orationem habuit ut omnium animos confirmaret: “Troiani, patria nostra a grecis capta incensasque est, tamen ne desperaveritis de salute vestra: diis adiuvantibus, novam troiam in aliis terris condemus”. Troiani cum aeneae verba laeti accepissent, classem comparaverunt ut terras ignotas peterent. Primum cum naves ascendissent, ad thraciam cursum direxerunt. Ibi aeneas comitibus imperavit ut novae urbis moenia aedificarent. Sed accidit ut immane portentum troianorum duci tantum terrorem afferrent ut sine mora statuerit terram inhospitalem delinquere et ad insulam delum navigare, consulturus oraculum dei apollinis. Cum in insulam pervenisset et ad apollinis templum ascendisset deum sic rogavit: “Ubi considere debent troiani? Quo imperas ut pergamus?”. Deus dubium responsum edidit: “Troiani, antiquam matrem quaerite”. Aeneas oraculum non intellexit, sed pater Anchises exclamavit: “Ego oraculum intellego. Antiqua mater Troianorum est insulam Creta; nam ex Creta Teucer, gentis Troianae progenitor, in Asiam pervenit. Deus Apollo igitur nos monet ut in insula Creta considamus. Ad Cretam igitur festinemus!”.

Un esiguo numero di Troiani aveva lasciato la citta che bruciava e si era rifugiata nei colli confinanti. Qui Enea giunse con il padre vecchio e con il piccolo figlio e con pochi compagni e tenne un discorso breve ma duro per rafforzare gli animi di tutti: “O Troiani, la nostra patria è stata presa e incendiata dai Greci, tuttavia non disperatevi della vostra salvezza: con l’aiuto degli dei, fonderemo una nuova troia in altre terre”. I Troiani avendo appreso lieti le parole di Enea, prepararono la flotta per cercare terre sconosciute. Per primo avendo issato le navi, diressero il corso verso la Tracia. Qui Enea comandò ai suoi compagni che edificassero nuove mura della città. Ma accadde che uno strano prodigio portasse tanto terrore tra i Troiani che senza indugio stabilì di mancare una terra inospitale e di navigare verso l’isola di Delo, per consultare l’oracolo di Delfi. Essendo giunti nell’isola e entrati nel tempio di Apollo così interrogò il dio: “Dove devono accamparsi i Troiani? Come consigli di procedere?”. Il dio diede un incerto responso: “O Troiani, cercate una madre antica”. Enea non capì l’oracolo, ma il padre Anchise esclamò: “Io capisco l’oracolo, l’antica madre dei Troiani è l’isola di Creta, infatti da Creta in Asia deriva Teucro, progenitore della stirpe troiana. Il dio Apollo dunque ci ammonisce di accamparci presso l’isola di Creta. Dunque affrettiamoci verso Creta!”.

“Le peripezie di Ulisse”

Circes, solis filiae, hortatu, Ulixes ad inferos descendit ut Tiresiam, veridicum vatem, consuleret. Ibi invenit Elpenorem, quem apud pulchram deam reliquerat. Elpenor ebrius nocte per scalam cecidit et cervices fregit, itaque ad inferos pervenerat. Tum ulixem oravit ut corpus adsepulturam traderet et in tumulto gubernaculum poneret. Deinde Ulixi Tiresias appropinquavit et finem eius errationis reditumque domum praenuntiavit. Inter inferorum animas Ulixes Agamennonem, graecorum ducem, cum Achille et Aiace, recognavit, et multis cum lacrimis anticleam matrem salutavit. Cum autem ad Circen redisset, primum corpus infelicis Elpenoris sepoltura honoravit, deinde, cum navem solvisset, a dea monitus, sirenum blanditias vitavit, et scyllae scopulum, nautis infestum effugit. Denique cum in insulam siciliam pervenisset, comitibus imperavit ne boves solis violarent. Tamen ii, Ulixe dormiente, fame coacti, sacrum armentum involaverunt; ideoque Iuppiter, ira sceleris incensus, dum ad ithacam navigant, navem fulmine percussit et omnes, praeter Ulixem, fluctibus submersit.

Per esortazione di Circe, figlia del sole, Ulisse discese negli inferi per consultare Tiresia, vate della verità. Qui trovò Elfenore, che aveva lasciato presso la bella dea. Elfenore ubriaco cadde di notte dalla scala e ruppe la testa, e così era giunto agli inferi. Allora pregò Ulisse affinchè desse sepoltura al corpo e ponesse nel tumulo il timone. Infine ad Ulisse si avvicinò Tiresia e annunciò la fine del suo errare e il ritorno a casa. Tra le anime degli inferi Ulisse riconobbe Agamennone, comandante dei Greci, con Achille e Aiace, e salutò la madre Anticlea con molte lacrime. Essendo tornato da Circe, per prima cosa rese onore con la sepoltura al corpo infelice di Elfenore, poi, avendo sciolto la nave, ammonito dalla dea, evitò le lusinghe delle sirene, sfuggì lo scoglio di Scilla infesto ai marinai. Infine essendo giunto in Sicilia, comandò ai compagni di non violare i bovi del sole. Tuttavia essi, spinti dalla fame, violarono il sacro armento: e così Giove, acceso dall’ira per il misfatto, mentre navigano ad Itaca, percosse con un fulmine la nave e tutti, eccetto Ulisse, sommerse con le onde.

“L’imperatore Traiano e la povera vedova”

Ulpius Traianus tam iustus ac clemens fuit, ut in numero deorum relatus sit. Olim enim, cum imperator Romam relicturus esset ut bellum contra dacos duceret cumque iam equum ascendisset ut exercitum recenseret, vidua quaedam, annis doloribusque confecta, ad pedes eius se proiecit et flens eum oravit ut mortem filii iniuste necati vindicaret. Traianus tum, cum urbe exire festinaret, respondit: “Cum a bello rediero, ius tibi reddam”. Sed vidua, circumiens imperatoris equum: “Nisi redieris, quis mihi ius reddet?”. Traianus contra: “Si in bello periero, successor meus satisfaciet tibi”. At illa: “Si alius mihi ius reddiderit, quem meritum habebis? Tu imperator es, tu mihi debitor es, te non liberabit iustitia aliena. Ne abieris, priusquam mihi ius reddideris!”. Viduae verbis commotus Traianus ex equo descendit et, quamvis omnes eum admonerent ut viam pergeret, humilem viduam audivit et, rebus cognitis, ei ius reddidit.

Ulpio Traiano fu tanto giusto e clemente da essere posto nella schiera degli dei. Una volta infatti, mentre l’imperatore stava lasciando Roma per condurre la guerra contro i Daci ed era già montato a cavallo per passare in rassegna l’esercito, una vedova, logorata dagli anni e dai dolori, si gettò ai suoi piedi e piangendo lo supplicò di vendicare la morte di suo figlio, ucciso ingiustamente. Traiano allora, pur avendo fretta di uscire dalla città, rispose: “Quando tornerò dalla guerra ti renderò giustizia”. Ma la vedova, girando intorno al cavallo dell’imperatore: “Se non tornerai, chi mi renderà giustizia?”. E Traiano in risposta: “Se morirò in guerra il mio successore ti accontenterà”. Ma lei: “Se qualcun altro mi avrà reso giustizia, che merito ne avrai? Tu sei l’imperatore, sei tu che mi sei debitore, la giustizia di altri non ti libererà. Non partire, prima di avermi reso giustizia!”. Commosso dalle parole della vedova, Traiano scese da cavallo e, benché tutti lo esortassero a proseguire il viaggio, ascoltò l’umile vedova e, avendo appurato i fatti, le rese giustizia.