“Accorto stratagemma di Scipione”

Scipio Romam rediit et ante legitimam aetatem consul factus est. Ei Sicilia provincia decreta est, permissumque est ut in Africam inde traiceret. Qui, cum vellet ex fortissimis peditibus romanis trecentorum equitum numerum complere, nec posset illos statim armis et equis instruere, id prudenti consilio perfecit. Trecentos iuvenes, ex omni sicilia nobilissimos et ditissimos, elegit, velut eos ad oppugnandam Carthaginem secum ducturus eosque iussit celeriter arma et equos parare. Edicto imperatoris paruerunt iuvenes, sed ne longinquum et grave bellum esset timebant. Tunc Scipio remisit illis istam expeditionem, si arma et equos militibus romanis vellent tradere. Laeti condicionem acceperunt iuvenes siculi. Ita Scipio sine publica impensa suos instruxit equites.

Scipione tornò a Roma e fu fatto console prima dell’età conforme alla legge. A quello venne affidata la provincia della Sicilia, e fu permesso di traghettare fino in Africa. Quello, volendo aumentare da fortissimi fanti romani il numero di trecendo cavalieri, nè potendo quelli subito disporre di armi e cavalli, eseguì ciò con prundente consiglio. Scelse trecento giovani, i più nobili della Sicilia e i più ricchi, per condurli con lui per assediare Cartagine e li comandò di preparare velocemente armi e cavalli. I giovani obbedirono all’editto del generale, ma temevano che la guerra fosse lunga e grave. Allora Scipione rimandò a quelli questa spedizione, se volessero consegnare ai soldati romani armi e cavalli. I giovani siciliani accolsero lieti la condizione. Così Scipione senza spesa pubblica preparò i suoi cavalieri.

“Datame sfugge a un attentato del re Artaserse”

Datames, cum ei nuntiatum esset quosdam sibi insidiari, qui in amicorum erant numero, experiri voluit, verum falsumne sibi esset relatum. Itaque eo profectus est, in quo itinere futuras insidias dixerant. Sed elegit corpore ac statura simillimum sui eique vestitum suum dedit atque eo loco ire, quo ipse consuerat, iussit; ipse autem ornatu vestituque militari inter corporis custodes iter facere coepit. At insidiatores, postquam in eum locum agmen pervenit, decepti ordine atque vestitu impetum in eum faciunt, qui suppositus erat. Praedixerat autem iis Datames, cum quibus iter faciebat, ut parati essent facere, quod ipsum vidissent. Ipse, ut concurrentes insidiatores animum advertit, tela in eos coniecit. Hoc idem cum universi fecissent, priusquam pervenirent ad eum, quem aggredi volebant, confixi conciderunt.

Datame, essendogli stato annunciato che gli tendevano insidie alcuni che erano nel numero dei (suoi) amici, volle sperimentare se gli fosse stato riferito il vero o il falso. Pertanto andò là dove gli era stato detto che ci sarebbe stato l’agguato. Ma scelse uno schiavo di aspetto e di statura molto simile a sé e gli diede il suo vestito e gli ordinò di aggirarsi dove egli stesso era solito (aggirarsi); egli stesso invece, incominciò a marciare con vestito e distintivi di soldato tra le guardie del corpo. Ma gli attentatori, dopo che la schiera giunse in quel luogo, ingannati dalla posizione e dall’abbigliamento, fanno impeto contro colui che era stato messo al posto (di Datame). Datame, però aveva precedentemente detto a coloro con i quali faceva il cammino che fossero pronti a fare ciò che avessero visto fare a lui. Lo stesso (Datame), come vide gli attentatori accorrere, lanciò dardi contro di loro. Avendo fatto questa medesima cosa tutti quanti, (gli attentatori), prima che raggiungessero colui che volevano aggredire, caddero trafitti.

“Serse lascia la Grecia”

Rex Xerxes, etsi apud Salamina male rem gesserat, tamen tantas habebat reliquias copiarum, ut etiam tum his opprimere posset hostes. Iterum ab eodem gradu depulsus est. Nam Themistocles verens, ne bellare perseveraret, certiorem eum fecit id agi, ut pons, quem ille in Hellesponto fecerat, dissolveretur ac reditu in Asiam excluderetur, idque ei persuasit. Itaque qua sex mensibus iter fecerat, eadem minus diebus XXX in Asiam reversus est seque a Themistocle non superatum, sed conservatum iudicavit. Sic unius viri prudentia Graecia liberata est Europaeque succubuit Asia. Haec altera victoria, quae cum Marathonio possit comparari tropaeo. Nam pari modo apud Salamina parvo numero navium maxima post hominum memoriam classis est devicta.

Il Re Serse, anche se presso Salamina non riuscì nell’impresa, tuttavia aveva così tanti avanzi di truppe da poter vincere i nemici con quelle anche allora: di nuovo fu tenuto in sacco dallo stesso generale. Infatti temistocle, temendo che continuasse a combattere, lo informò di essere spinto a ciò, affinchè il ponte che egli aveva fatto nell’Ellesponto, fosse tagliato e fosse impedito il ritorno in Asia, e lo convinse di ciò. Poichè per quella via aveva viaggiato per sei mesi, (per mezzo de) la stessa ritornò in asia in meno di trenta giorni e giudicò di non essere stato vinto da Temistocle, ma di essersi salvato. Così per la saggezza di un solo uomo la Grecia fu liberata e l’Asia fu vinta dall’Europa. Questa fu un’altra vittoria, per la quale con (quella di) Maratona possa essere allestito un trofeo. Poichè allo stesso modo presso Salamina con un piccolo numero di navi a memoria d’uomo la flotta fu sottomessa.

“Tre innocenti condannati a morte”

Cnaeus Piso fuit memoria nostra uir a multis uitiis integer, sed prauus et cui placebat pro constantia rigor. Is cum iratus duci iussisset eum qui ex commeatu sine commilitone redierat, quasi interfecisset quem non exhibebat, roganti tempus aliquid ad conquirendum non dedit. Damnatus extra uallum productus est et iam ceruicem porrigebat, cum subito apparuit ille commilito qui occisus uidebatur. Tunc centurio supplicio praepositus condere gladium speculatorem iubet, damnatum ad Pisonem reducit redditurus Pisoni innocentiam; nam militi fortuna reddiderat. Ingenti concursu deducuntur complexi alter alterum cum magno gaudio castrorum commilitones. Conscendit tribunal furens Piso ac iubet duci utrumque, et eum militem qui non occiderat et eum qui non perierat. Quid hoc indignius? Quia unus innocens apparuerat, duo peribant. Piso adiecit et tertium; nam ipsum centurionem qui damnatum reduxerat duci iussit. Constituti sunt in eodem illo loco perituri tres ob unius innocentiam. O quam sollers est iracundia ad fingendas causas furoris! “Te” inquit “duci iubeo, quia damnatus es; te, quia causa damnationis commilitoni fuisti; te, quia iussus occidere imperatori non paruisti”.

Gneo Pisone, uomo che ricordiamo, fu esente da molti vizi, ma fu un perverso che scambiava per costanza il rigore. Costui, avendo ordinato, in preda all’ira, la pena di morte per un soldato che era tornato da un permesso senza il commilitone, pensando che avesse ucciso colui che non era in grado di presentare, non aderì alla sua richiesta di un breve rinvio per una ricerca. Il condannato fu condotto fuori del recinto e ormai porgeva il collo, quando, all’improvviso, apparve quel commilitone che si pretendeva fosse stato assassinato. Allora il centurione, responsabile dell’esecuzione, comanda all’ordinanza di riporre la spada e riconduce il condannato da Pisone, per restituire a Pisone l’innocenza: al soldato, l’aveva già restituita un colpo di fortuna. Circondati da tutti, vengono condotti, mentre s’abbracciano l’un l’altro tra l’esultanza dell’accampamento, i due compagni d’armi. Pisone, furibondo, sale sul tribunale ed ordina l’esecuzione di tutti e due, tanto del soldato che non aveva ucciso, quanto di quello che non era morto. Poteva esserci iniquità peggiore? Perchè uno s’era dimostrato innocente, ne dovevano morire due. Pisone aggiunse anche il terzo: ordinò infatti addirittura l’esecuzione del centurione che aveva condotto indietro il condannato. Così furono schierati per morire nello stesso posto tre uomini, a causa dell’innocenza di uno. Oh, quanto è avveduta l’iracondia, nell’inventare cause di furore! “Ordino” – disse – “la tua esecuzione, perchè sei stato condannato; la tua, perchè sei stato la causa della condanna del tuo compagno; la tua, perchè, ricevuto l’ordine di uccidere, non hai ubbidito al comandante supremo”.

“Il cane da guardia”

Quis bestiam homini noxiam vel furem clariore voce praedicat quam canis? Quis est famulus amantior dominis? Quis fidelior comes? Quis custos cane incorruptior? Quis excubitor vigilantior? Quis denique ultor constantior? Igitur in primis canem habere et servare debet agricola magna cum diligentia, ut villam et fructus et familiam et stabulum et pecora custodiat.

Chi annuncia all’uomo con il verso più forte la bestia dannosa o il ladro come il cane? Chi è il più affettuoso servitore del padrone? Chi è il compagno più fedele? Chi è il custode più incorruttibile? Chi è il guardiano più attento? Chi è il vendicatore più severo? Perciò il contadino deve possedere e accudire questo animale, perchè protegge la villa, il raccolto, la famiglia la stalla e il gregge.

“Il senato dichiara guerra a Filippo di Macedonia”

Anno quingentesimo quinquagesimo primo ab Urbe condita, bellum cum rege Philippo indictum est, paucis mensibus post pacem Carthaginiensibus datam. Primum eam rem Publius Sulpicius consul ad senatum rettulit, qui decrevit ut consules maioribus hostiis rem divinam facerent et post hanc rem divinam de repubblica deque provinciis senatum consulerent. Per eos dies et litterae ab M. Aurelio legato et M. Valerio Laevino propraetore apportatae sunt et Atheniensium nova legatio venit, quae regem appropinquare finibus suis nuntiaret, brevique non agros modo, sed ipsam urbem in dicionem regis venturam esse. Litterae Aurelii Valerique lectae sunt et legati Atheniensium auditi. Senatus deinde consultum decrevit ut sociis gratiae agerentur, quod ne obsidionis quidem metu decessissent fide. De auxilio mittendo placuit ut Philippo, Macedonum regi, indiceretur bellum.

Nell’anno 551 dalla fondazione di Roma, fu dichiarata guerra contro il re Filippo, pochi mesi dopo che era stata concessa la pace ai Cartaginesi. Dapprima il console Publio Sulpicio riportò questa questione al senato, che stabilì che i consoli facessero un sacrificio con animali adulti e dopo questo sacrificio consultassero il senato sullo stato e sulle provincie. Durante quei giorni fu consegnata una lettera dal legato M. Aurelio e dal propretore M. Valerio Levino e venne una nuova ambasciata degli ateniesi, che annunciava che il re si stava avvicinando ai loro confini, e a breve non solo i campi, ma la stessa città sarebbe caduta sotto il dominio del re. La lettera fu letta da Aurelio e da Valerio e gli altri ambasciatori furono ascoltati. Una decisione del senato decretò che si ringraziassero gli alleati, poichè nemmeno per il timore di un assedio erano mancati di fedeltà. Riguardo a mandare truppe ausiliarie si stabilì di dichiarare guerra a Filippo, re dei macedoni.

“Reazioni diverse alla morte di Alessandro”

Exstincto Alexandro in ipso aetatis flore, triste apud omnes tota Babylonia silentium fuit. Sed devictae gentes fidem nuntio non habuerunt, quod invictum regem immortalem esse credebant, recordantes quotiens praesenti morti ereptus esset, quam saepe, cum mortuus creditus esset, sospitem et victorem se suis obtulisset. Ut vero mortis eius fides adfuit, omnes barbarae gentes, paulo antea ab eo devictae, non ut hostem sed ut parentem luxerunt. Mater quoque Darei regis, quam a fastigio tantae maiestatis in servitutem redactam indulgentia victoris in eam diem vitae non paenituerat, mortem sibi ipsa conscivit, non quod hostem filio praeferret, sed quod pietatem filii in victore experta erat. Macedones contra non ut civem ac tantae maiestatis regem, sed ut hostem amissus gaudebant, et severitatem nimiam et assidua belli pericula exsecrantes.

Quando Alessandro spirò, nel fiore della sua giovinezza, in tutta Babilonia, e da tutti, fu osservato un religioso silenzio. D’altra parte, le popolazioni sconfitte non credettero alla notizia, perchè ritenevano il re – mai sconfitto – immortale, tenendo conto del gran numero di volte in cui egli fosse scampato a pericoli mortali, e di quante volte, creduto morto, si fosse mostrato ai suoi (soldati) sano e salvo e vincitore. Tuttavia, quando la notizia della sua morte fu confermata, tutti i popoli stranieri, precedentemente soggiogati da lui, lo piansero non come un nemico, ma alla stregua di un familiare. La stessa madre del re Dario – che da una posizione di grande prestigio si era ritrovata ad essere schiava, ma che fino a quel giorno non aveva potuto dirsi scontenta, vista la buona disposizione del vincitore – si diede la morte, non perchè prediligesse il nemico al figlio, ma perchè nel vincitore (ovvero in Alessandro) aveva ritrovato la stessa disposizione alla pietà del (proprio) figlio.
I Macedoni, invece, godevano d’aver perso Alessandro, ritenendolo non alla stregua di un concittadino o di un re tanto glorioso, bensì di un nemico, cui rimproveravano sia l’eccessiva severità, sia i continui pericoli bellici.

“Contrastanti reazioni alla notizia della morte di Alessandro Magno”

Extincto in ipso aetatis ac victoriarum flore Alexandro Magno, triste apud amnes tota Babylonia silentium fuit. Sed nec devictae gentes fidem nuntio habuerunt, quod ut invictum regem ita immortalem esse crediderant, recordantes quotiens presenti morte ereptus esset, quam seape pro amisso repente se non sospitem tantum suis, verum etiam victorem obtulisset. Ut vero mortis eius fides adfuit, omnes barbarae gentes paulo ante a beo divictae non ut hostem eum, sed ut parentem luxerunt. Mater quoque Darei regis, quam, amisso filio, a fastigio tantae maiestatis in captivitatem redactam indulgentia victoris in eam diem vitae non paenituerant, aidita morte Alexandri mortem sibi ipsa conscivit, non quod hostem filio praeferret, sed quod pietatem filii in eo, quem ut hostem timuerat, experta esset. Contra Macedones versa vice non ut civem ac tantae maiestatis regem, verum ut hostem amissum gaudebant, et severitatem nimiam et adsidula belli pericula execrantes.

Morto che fu Alessandro Magno proprio nel fiore degli anni e all’apice della vittoria, vi fu un triste silenzio presso ognuno in tutta Babilonia. Ma neppure le popolazioni battute diedero credito alla notizia, poiché essi avevano pensato che come il re era invincibile così fosse immortale, ricordando quante volte fosse stato strappato alla morte imminente, quanto spesso, anziché morto, non solo si fosse mostrato ai suoi improvvisamente sano e salvo, ma anche vincitore. Quando però la notizia della sua morte prese piede, tutte le genti barbare poco prima sconfitte da lui non lo piansero come un nemico, ma come un genitore. Pure la madre del re Dario, che, perso il figlio, dalla grandezza di tanta maestà ridotta in prigionia, fino a quel giorno non aveva avuto motivo di lamentarsi della vita per la generosità del vincitore, saputo della morte di Alessandro lei stessa si diede la morte, non per il fatto che preferisse il nemico al figlio, ma per il fatto che aveva sperimentato la devozione di un figlio in quell’uomo, che aveva temuto in quanto nemico. Al contrario i Macedoni, con atteggiamento opposto, non come concittadino e re di cotanta grandezza, ma in verità si rallegravano come se avessero perso un nemico, maledicendo sia l’eccessiva severità sia i continui pericoli della guerra.

“Le nozze del sole”

Aesopus celebres nuptias furis prope incolentis vidit. Propinqui et amici undique convenerunt et festum agebant. Tota domus cantibus resonabat. Aesopus autem, magna sollicitudine affectus, continuo narrare incepit: “Olim Sol uxorem ducere cupiebat, ideoque ranae magnum strepitum usque ad sidera sustulerunt. Iuppiter, ranarum tumultu vehementer permotus, causam querelae quaesivit. Tunc respondens, stagni habitatrix: “Nunc unus Sol”, inquit, “omnes lacus exurit ideoque miseras ranas demigrare aut in arida sede morti occumbere cogit. Si igitur etiam liberos procreaverit, nulla rana superstes erit”.

Esopo vide le celebri nozze del ladro vicino alle abitazioni. Parenti e amici vennero da ogni parte e facevano festa. Tutta la casa risuonava di canti. Esopo tuttavia, affetto da grande preoccupazione, iniziò a narrare di continuo: “Una volta il sole desiderava sposarsi, e così le rane portarono un grande strepito fino agli astri. Giove, mosso fortemente dal tumulto delle rane, chiese il motivo della lamentela. Allora rispondendo una abitatrice dello stagno disse: “Ora solo il sole inaridisce tutti i laghi e così costringe le povere rane ad andare via o a soccombere alla morte nell’arida sede. Se dunque farà figli, non vi sarà nessuna rana superstite”.

“Le prime guerre dei romani”

Adsidui vero et anniversarii Romanorum hostes ab Etruria fuere Veientes, tamen extraordinariam manum adversus eos promisit privatumque gessit bellum gens una Fabiorum. Caesi sunt apud flumen Cremeram trecenti Fabii, patricius exercitus, sed clades ingentibus victoriis espiata est, postquam robusta oppida capta sunt, vario quidem eventu. Falisci sponte se dediderunt, crematae sunt igne Fidenae, direpti sunt funditus deletique Veientes. Dum Falisci obsiduntur, mira apparuit fides imperatoris, nec immerito, quod ludi magistrum, urbis proditorem, cum discipulis ultro remiserat. Namque vir sanctus et sapiens sciebat veram victoriam salva fide et integra dignitate pari. Fidenates, quia pares non erant ferro, ut terrorem Romanis inicerent, facibus armati et discoloribus serpentium in modum vittis furiali more processerant; sed habitus ille feralis eversionis omen fuit. Veii capti sunt post decennem obsidionem.

Assidui e continui nemici dei romani dall’Etruria furono i Veienti, tuttavia solo la Gens dei Fabi impiegò contro loro uno straordinario manipolo e fece guerra. Trecento Fabi, esercito patrizio, furono uccisi presso il fiume Cremera, ma la disfatta venne vendicata con molte vittorie, dopo che vennere conquistate forti città, con diverso evento. I Falisci si consegnarono spontaneamente, i Fidenati furono dati alle fiamme, i Veienti furono saccheggiati e distrutti totalmente. Mentre i Falisci venivano assediati, la bravura dell’imperatore apparve straordinaria nè senza merito, perchè fece andare dall’altra parte un maestro di scuola, traditore della citta con i discepoli, e infatti l’uomo buono e sapiente sapeva che la vera vittoria viene preparata da una fiducia intatta e da una dignità totale. I Fidenati, poichè non erano armati allo stesso modo, per incutere terrore ai romani, erano avanzati armati di torce e con fasce variopinte di serpenti secondo l’uso, ma quell’abito fu presagio di una tremenda distruzione. I Veienti vennero presi solo dopo dieci anni di assedio.

Ad Lucilium, V, 45, 9(“In che cosa consiste la vera felicità”)

Hoc nos doce, beatum non eum esse quem vulgus appellat, ad quem pecunia magna confluxit, sed illum cui bonum omne in animo est, erectum et excelsum et mirabilia calcantem, qui neminem videt cum quo se commutatum velit, qui hominem ea sola parte aestimat qua homo est, qui natura magistra utitur, ad illius leges componitur, sic vivit quomodo illa praescripsit; cui bona sua nulla vis excutit, qui mala in bonum vertit, certus iudicii, inconcussus, intrepidus; quem aliqua vis movet, nulla perturbat; quem fortuna, cum quod habuit telum nocentissimum vi maxima intorsit, pungit, non vulnerat, et hoc raro; nam cetera eius tela, quibus genus humanum debellatur, grandinis more dissultant, quae incussa tectis sine ullo habitatoris incommodo crepitat ac solvitur.

Insegnaci che non è felice l’uomo definito tale dalla massa, e che dispone di molto denaro, ma quello che possiede ogni suo bene nell’intimo e si erge fiero e nobile calpestando ciò che desta l’ammirazione degli altri; che non trova nessuno con cui vorrebbe cambiarsi; che stima un uomo per quella sola parte per cui è uomo; che si avvale del magistero della natura, si uniforma alle sue leggi e vive secondo le sue regole; l’uomo al quale nessuna forza può strappare i propri beni, che volge il male in bene, sicuro nei giudizi, costante, intrepido; che una qualche forza può scuotere, nessuna può turbare; che la sorte, quando gli scaglia contro la sua arma più micidiale con la massima violenza, riesce a pungere, e raramente, ma non a ferire; le altre armi, con cui la fortuna prostra il genere umano, rimbalzano come la grandine, che battendo sui tetti senza causare danni agli inquilini, crepita e si scioglie.

Ad Lucilium, XV, 95, 51-52-53 (“Filosofia e felicità“)

Ecce altera quaestio, quomodo hominibus sit utendum. Quid agimus? Quae damus praecepta? Ut parcamus sanguini humano? Quantulum est ei non nocere cui debeas prodesse! Magna scilicet laus est si homo mansuetus homini est. Praecipiemus ut naufrago manum porrigat, erranti viam monstret, cum esuriente panem suum dividat? Quare omnia quae praestanda ac vitanda sunt dicam? Cum possim breviter hanc illi formulam humani offici tradere: omne hoc quod vides, quo divina atque humana conclusa sunt, unum est; membra sumus corporis magni. Natura nos cognatos edidit, cum ex isdem et in eadem gigneret; haec nobis amorem indidit mutuum et sociabiles fecit. Illa aequum iustumque composuit; ex illius constitutione miserius est nocere quam laedi; ex illius imperio paratae sint iuvandis manus. Ille versus et in pectore et in ore sit: “Homo sum, humani nihil a me alienum puto”. Habeamus in commune: nati sumus. Societas nostra lapidum fornicationi simillima est, quae, casura nisi in vicem obstarent, hoc ipso sustinetur.

Ecco un altro problema, come dobbiamo comportarci con gli uomini? Che cosa dobbiamo fare? quali precetti dobbiamo dare? E che dobbiamo risparmiare il sangue umano? Che poca cosa è non nuocere a colui tu devi giovare! È davvero grande cosa se un uomo è clemente con un altro uomo. Consiglieremo di porgere la mano al naufrago, di mostrare la via al viaggiatore, di dividere il suo pane con colui che ha fame? Quando dirò tutte le cose che si devono fare e quali si devono evitare? Mentre posso brevemente trasmettergli questa formula dei doveri umani e tutto questo che vedi da cui è racchiuso ogni elemento divino ed umano, è unico e siamo membra di un grande corpo. La natura ci ha creato parenti poiché ci ha generato da quelli e in vista di quelli. Questa ci ha infuso un amore reciproco e ci ha fatto “sociali”. Quella metteva insieme il giusto e l’equo, sulla base delle sue norme è più misero nuocere che ricevere un’offesa: ai suoi comandi le mai siano pronte ad aiutare. Quel verso sia ben radicato nel cuore e sulle labbra: “Sono un uomo, nulla di umano ritengo a me estraneo”. Teniamo presente questo: siamo nati per vivere in comune: la nostra società è molto simile ad una volta di pietre che, è destinata a cadere se non si sorreggessero a vicenda, proprio per questo è sostenuta.

De Brevitate Vitae, 14 (“Solo il sapiens è libero”)

Soli omnium otiosi sunt qui sapientiae vacant soli vivunt; nec enim suam tantum aetatem bene tuentur: omne aevum suo adiciunt; quicquid annorum ante illos actum est illis adquisitum est. Nisi ingratissimi sumus illi clarissimi sacrarum opinionum conditores nobis nati sunt nobis vitam praeparaverunt. Ad res pulcherrimas ex tenebris ad lucem erutas alieno labore deducimur; nullo nobis saeculo interdictum est in omnia admittimur et si magnitudine animi egredi humanae imbecillitatis angustias libet multum per quod spatiemur temporis est. Disputare cum Socrate licet dubitare cum Carneade cum Epicuro quiescere hominis naturam cum Stoicis vincere cum Cynicis excedere. Cum rerum natura in consortium omnis aevi patiatur incedere quidni ab hoc exiguo et caduco temporis transitu in illa toto nos demus animo quae immensa quae aeterna sunt quae cum melioribus communia? Isti qui per officia discursant qui se aliosque inquietant cum bene insanierint cum omnium limina cotidie perambulaverint nec ullas apertas fores praeterierint cum per diversissimas domos meritoriam salutationem circumtulerint quotum quemque ex tam immensa et variis cupiditatibus districta urbe poterunt videre? Quam multi erunt quorum illos aut somnus aut luxuria aut inhumanitas summoveat! Quam multi qui illos cum diu torserint simulata festinatione transcurrant! Quam multi per refertum clientibus atrium prodire vitabunt et per obscuros aedium aditus profugient quasi non inhumanius sit decipere quam excludere! Quam multi hesterna crapula semisomnes et graves illis miseris suum somnum rumpentibus ut alienum exspectent vix allevatis labris insusurratum miliens nomen oscitatione superbissima reddent! Hos in veris officiis morari putamus licet dicant qui Zenonem qui Pythagoran cotidie et Democritum ceterosque antistites bonarum artium qui Aristotelen et Theophrastum volent habere quam familiarissimos. Nemo horum non vacabit nemo non venientem ad se beatiorem amantiorem sui dimittet nemo quemquam vacuis a se manibus abire patietur; nocte conveniri interdiu ab omnibus mortalibus possunt.

Soli tra tutti sono sfaccendati coloro che si dedicano alla saggezza, essi soli vivono; e infatti non solo custodiscono bene la propria vita: aggiungono ogni età alla propria; qualsiasi cosa degli anni prima di essi è stata fatta, per essi è cosa acquisita. Se non siamo persone molto ingrate, quegli illustrissimi fondatori di sacre dottrine sono nati per noi, per noi hanno preparato la vita. Siamo guidati dalla fatica altrui verso nobilissime imprese, fatte uscire fuori dalle tenebre verso la luce; non siamo vietati a nessun secolo, in tutti siamo ammessi e, se ci aggrada di venir fuori con la grandezza dell’animo dalle angustie della debolezza umana, vi è molto tempo attraverso cui potremo spaziare. Possiamo discorrere con Socrate, dubitare con Carneade, riposare con Epicuro, vincere con gli Stoici la natura dell’uomo, andarvi oltre con i Cinici. Permettendoci la natura di estenderci nella partecipazione di ogni tempo, perché non (elevarci) con tutto il nostro spirito da questo esiguo e caduco passar del tempo verso quelle cose che sono immense, eterne e in comune con i migliori? Costoro, che corrono di qua e di là per gli impegni, che non lasciano in pace se stessi e gli altri, quando sono bene impazziti, quando hanno quotidianamente peregrinato per gli usci gli tutti e non hanno trascurato nessuna porta aperta, quando hanno portato per case lontanissime il saluto interessato [del cliente verso il patrono, ricompensato in cibarie], quanto e chi hanno potuto vedere di una città tanto immensa e avvinta in varie passioni? Quanti saranno quelli di cui il sonno o la libidine o la grossolanità li respingerà! Quanti quelli che, dopo averli tormentati a lungo, li trascureranno con finta premura! Quanti eviteranno di mostrarsi per l’atrio zeppo di clienti e fuggiranno via attraverso uscite segrete delle case, come se non fosse più scortese l’inganno che il non lasciarli entrare! Quanti mezzo addormentati e imbolsiti dalla gozzoviglia del giorno precedente, a quei miseri che interrompono il proprio sonno per aspettare quello altrui, a stento sollevando le labbra emetteranno con arroganti sbadigli il nome mille volte sussurrato! Si può ben dire che indugiano in veri impegni coloro che vogliono essere ogni giorno quanto più intimi di Zenone, di Pitagora, di Democrito e degli altri sacerdoti delle buone arti, di Aristotele e di Teofrasto. Nessuno di costoro non avrà tempo, nessuno non accomiaterà chi viene a lui più felice ed affezionato a sé, nessuno permetterà che qualcuno vada via da lui a mani vuote; da tutti i mortali possono essere incontrati, di notte e di giorno.

Satyricon, 42

Excepit Seleucus fabulae partem et: “Ego, inquit, non cotidie lavor; baliscus enim fullo est: aqua dentes habet, et cor nostrum cotidie liquescit. Sed cum mulsi pultarium obduxi, frigori laecasin dico. Nec sane lavare potui; fui enim hodie in funus. Homo bellus, tam bonus Chrysanthus animam ebulliit. Modo, modo me appellavit. Videor mihi cum illo loqui. Heu, eheu, utres inflati ambulamus. Minoris quam muscae sumus. Tamen aliquam virtutem habent; nos non pluris sumus quam bullae. Et quid si non abstinax fuisset! Quinque dies aquam in os suum non coniecit, non micam panis. Tamen abiit ad plures. Medici illum perdiderunt, immo magis malus fatus; medicus enim nihil aliud est quam animi consolatio. Tamen bene elatus est, vitali lecto, stragulis bonis. Planctus est optime – manu misit aliquot – etiam si maligne illum ploravit uxor. Quid si non illam optime accepisset? Sed mulier quae mulier milvinum genus. Neminem nihil boni facere oportet; aeque est enim ac si in puteum conicias. Sed antiquus amor cancer est”.

Seleuco prese parte alla conversazione e disse: “Io non mi faccio il bagno tutti i giorni; il bagno, infatti, è come un lavandaio, l’acqua ha i denti e il nostro cuore (corpo) si decompone giorno per giorno. Ma dopo che ho bevuto una zangola di vino melato, mando il freddo a prostituirsi. E fra l’altro non ho avuto il tempo di lavarmi; infatti oggi sono stato ad un funerale. Un uomo carino, tanto buono, Crisanto ha sputato l’anima. Or ora (prima di morire) mi ha chiamato a sè. Mi sembra di parlarci. Ahimè ahimè, siamo otri gonfi che camminano. Siamo meno delle mosche, quelle tuttavia hanno qualche virtù, noi non siamo più che bolle (di sapone). E cosa ne sarebbe stato se non fosse sempre stato alle regole! Per cinque giorni non ha messo acqua nella sua bocca, né una mollica di pane. Tuttavia è nel mondo dei più. Sono stati i medici a rovinarlo, o meglio il fato avverso; i medici infatti non possono far niente se non consolare l’animo. Tuttavia ha avuto un bel funerale, col suo letto di quando era vivo con belle coperte. È stato compianto ottimamente ““ aveva liberato diversi schiavi – anche se la moglie lo ha pianto malignamente. Cosa avrebbe fatto se no l’avesse trattata ottimamente! Ma una donna è sempre donna, della razza del nibbio (avvoltoio). Non bisognerebbe mai fare del bene a nessuno; infatti è come se lo buttassi in un pozzo. Ma l’amore, a lungo andare, è come un cancro”.

Satyricon, 41

Interim ego, qui privatum habebam secessum, in multas cogitationes diductus sum, quare aper pilleatus intrasset. Postquam itaque omnis bacalusias consumpsi, duravi interrogare illum interpretem meum, quod me torqueret. At ille: “Plane etiam hoc servus tuus indicare potest: non enim aenigma est, sed res aperta. Hic aper, cum heri summa cena eum vindicasset, a conviviis dimissus; itaque hodie tamquam libertus in convivium revertitur”. Damnavi ego stuporem meum et nihil amplius interrogavi, ne viderer nunquam inter honestos cenasse. Dum haec loquimur, puer speciosus, vitibus hederisque redimitus, modo Bromium, interdum Lyaeum Euhiumque confessus, calathisco uvas circumtulit, et poemata domini sui acutissima voce traduxit. Ad quem sonum conversus Trimalchio: “Dionyse, inquit, liber esto”. Puer detraxit pilleum apro capitique suo imposuit. Tum Trimalchio rursus adiecit: “Non negabitis me, inquit, habere Liberum patrem”. Laudamus dictum Trimalchionis, et circumeuntem puerum sane perbasiamus. Ab hoc ferculo Trimalchio ad lasanum surrexit. Nos libertatem sine tyranno nacti coepimus invitare convivarum sermones.

Nel frattempo io, che pensavo e ripensavo, mi arrovellavo il cervello per capire come mai il cinghiale fosse entrato con il cappello. Dopo che, pertanto, avevo esaurito tutte le mie supposizioni, ebbi abbastanza coraggio per chiedere a quel mio interprete su ciò che mi tormentava. Ma quello: “Anche il tuo servo te lo potrebbe dire chiaramente; infatti non è un enigma, ma una cosa lampante. Questo cinghiale, essendo stato servito ieri al culminare della cena, è stato mandato indietro dai commensali; così oggi ritorna in tavola da liberto”. Maledii la mia ingenuità e non feci altre domande, per non dare l’impressione di non aver mai cenato fra gente tanto a modo. Subito dopo Trimalcione si alzò per andare al gabinetto. Noi, lasciati liberi senza la direzione di un tiranno, iniziammo a invitare i discorsi dei commensali. Così Dama, dopo aver chiesto dei boccali, per primo disse: “Il giorno non è niente, mentre ti giri, si fa notte. Per questo niente è meglio che alzati dal letto andare nel triclino. E sì che abbiamo avuto un bel freddo. A malapena il bagno mi ha scaldato. Tuttavia una bevanda calda è il miglior vestito. Ho tirato dietro a me una brocca piena e sono proprio fradicio. Il vino mi è salito al cervello”.