“Achilles in insula Scyro”

Rex Lycomedes, Thetidis Nereidos rogatu, Achillem adulescentem in regia domo inter filias habitu femineo habuit, ne ad bellum cum Graeciae principibus discederet, Achivi autem postquam Achillis deversorium cognoverunt, ad regem oratores miserunt, ut adulescentem omnium maxime strenuum ad bellum contra Troianos mitteret. Graecorum postulata cum audivisset, ita rex respondit: “Achilles domi meae non est nec umquam fuit; nisi meis verbis fidem tribuitis, perlustrate, quaeso, meam domum”. Tum vero Ulixes, vir omnium callidissimus, dolum adhibuit: nam in vestibulo munera feminea posuit una cum clipeo et hasta.

Il re Licomede, su richiesta di Teti, figlia di Nereo, tenne il giovane Achille, in abito femminile, nella casa reale tra le (proprie) figlie, perché non partisse in guerra assieme ai principi della Grecia. Gli Achei, in seguito, dopo che ebbero conosciuto il rifugio di Achille, mandarono ambasciatori al re, perché mandasse l’adolescente più forte di tutti alla guerra contro i Troiani. Udite le richieste dei Greci, il re così rispose: “Achille non è nella mia casa né ci fu mai; se non vi fidate delle mie parole, perlustrate, di grazia, la mia abitazione. Allora, in verità Ulisse, il più avveduto di tutti, usò un inganno: infatti pose nel vestibolo regali femminili assieme ad uno scudo e ad una lancia.

De Bello Civili III, 18 (“Tentativi falliti di pacificazione”)

Bibulus multos dies terra prohibitus et graviore morbo ex frigore et labore implicitus, cum neque curari posset neque susceptum officium deserere vellet, vim morbi sustinere non potuit Eo mortuo ad neminem unum summa imperii redit, sed separatim suam quisque classem ad arbitrium suum administrabat. Vibullius sedato tumultu, quem repentinus adventus Caesaris concitaverat, ubi primum e re visum est, adhibito Libone et L. Lucceio et Theophane, quibuscum communicare de maximis rebus Pompeius consueverat, de mandatis Caesaris agere instituit. Quem ingressum in sermonem Pompeius interpellavit et loqui plura prohibuit. “Quid mihi”, inquit, “aut vita aut civitate opus est, quam beneficio Caesaris habere videbor? cuius rei opinio tolli non poterit, cum in Italiam, ex qua profectus sum, reductus existimabor bello periecto”. Ab eis Caesar haec facta cognovit, qui sermoni interfuerunt; conatus tamen nihilo minus est allis rationibus per colloquia de pace agere.

Bibulo, al quale da molti giorni era impedito lo sbarco, gravemente ammalato a causa della fatica e del freddo, non potendo essere curato e non volendo abbandonare l’incarico assunto, non sopportò la virulenza della malattia. Dopo la sua morte nessuno ebbe da solo il comando supremo, ma ciascuno comandava le proprie navi autonomamente e secondo il proprio giudizio. Vibullio, sedato il tumulto suscitato dall’improvviso arrivo di Cesare, appena il momento gli parve opportuno, assistito da Libone, L. Lucceio e Teofane, con i quali Pompeo era solito consultarsi sugli affari della massima importanza, cominciò a discutere delle proposte di Cesare. Aveva appena cominciato a parlare quando Pompeo lo interruppe e gli impedì di proseguire oltre il discorso: “Che importa a me”, disse, “della vita o dei diritti civili, se sembreranno da me posseduti per la benevolenza di Cesare? E questa opinione non potrà essere cancellata, poiché sembrerà che io sia stato ricondotto a forza in Italia, dalla quale mi sono allontanato”. Terminata la guerra, Cesare venne a conoscenza di questi fatti da coloro che furono presenti al colloquio. Ciò nonostante tentò in altro modo di fare trattative di pace mediante abboccamenti.