Una sbornia rovinosa

Cyrus, iam Asiae et universi Orientis dominus, Scythis bullum indixit. Erat tunc Scytharum regina Tamyris, femina strenua et belli parita. Cyrus copias suas in Scytharum territirium duxit ibique castra posuit; sed postridie fugam simulavit et in castris magnam vini copiam, animorum oblectamentum, reliquit.Regina tunc misit adulescentulum filium cum copiis adversus Cyrum. Postquam adulescentulus, belli ignarus, cum copiis ad Cyri castra pervenit, Scythae, vini cupidi atque avidi, affatim biberunt neque adulescentulus hoc prohibuit. Dum universi propter crapulam et vini intemperantiam placide cubant; Cyrus, callidus atque belli peritus vir, repente in castra venit, Scythas ebrios oppressit et universos cum reginae filio interfecit.

Ciro, già padrone dell’Asia e di tutto l’Oriente, proclamò guerra agli Sciti. Era allora regina degli Sciti, Tamiri, donna valorosa ed esperta di guerra. Ciro condusse le sue truppe in territorio degli Sciti e qui pose l’accampamento, ma il giorno dopo finse la fuga e lasciò una grande abbondanza di vino nell’accampamento, sollazzo degli animi. La regina allora mandò il giovane figlio con le truppe contro Ciro. Dopo che il giovane, ignaro della guerra, entrò nell’accampamento di Ciro con le truppe, gli Sciti, avidi e desiderosi di vino, bevvero a sazietà e il giovane non proibì questo. Mentre tutti per l’ubriachezza e intemperanza del vino si addormentano placidamente; Ciro uomo furbo e esperto di guerra, all’improvviso venne nell’accampamento, oppresse gli Sciti ubriachi e uccise tutti con il figlio della regina.

Elegia III, 25 (“L’elegia del discidium”)

Risus eram positis inter convivia mensis,
et de me poterat quilibet esse loquax.
quinque tibi potui servire fideliter annos:
ungue meam morso saepe querere fidem.
nil moveor lacrimis: ista sum captus ab arte;
semper ab insidiis, Cynthia, flere soles.
flebo ego discedens, sed fletum iniuria vincit:
tu bene conveniens non sinis ire iugum.
limina iam nostris valeant lacrimantia verbis,
nec tamen irata ianua fracta manu.
at te celatis aetas gravis urgeat annis,
et veniat formae ruga sinistra tuae!
vellere tum cupias albos a stirpe capillos,
iam speculo rugas increpitante tibi,
exclusa inque vicem fastus patiare superbos,
et quae fecisti facta queraris anus!
has tibi fatalis cecinit mea pagina diras:
eventum formae disce timere tuae!

Ero oggetto di riso, a mensa nel convito,
e su di me ciascuno diveniva loquace.
Restai per cinque anni il tuo fedele schiavo:
comprenderai, mordendoti le mani, la mia fede.
Non mi muovono lacrime, conosco ormai quest’arte,
e sempre, quando piangi, non è che tradimento.
Piangerò nel lasciarti, ma l’offesa è più forte
del pianto: sei tu quella che rifiuta il legame.
Soglia che lacrimavi per mie parole, porta
dalla mia mano irata non mai infranta, addio!
E a te, che la vecchiaia ti raggiunga con gli anni
che nascondi, e, sinistra, ti corrughi il bei volto!
Strappare dalla cute i capelli imbiancati
vorrai, quando lo specchio accusi le tue rughe,
soffrirai a tua volta di durezze e disdegni
e proverai, da vecchia, il dolore che hai dato.
Ti canta, la mia pagina, questo orrendo destino:
abbi paura, ha fine ormai la tua bellezza!