Sosia il contadino

Tranquillus vivebat in agris Sosia, magnae patientiae industriaeque agricola. Aestate cotidie prima luce laborare incipiebat, nec ante noctem in studio suo cessabat. Filii auxilium patri dabant nec in agro opus erat eis molestum. Meridie filiae prandium in agrum ferebant. Nocte ad villam suam omnes revertebant. Hieme saepe Sosia, uxor, filii et filiae ante culinae focum manebant et pater pulchras fabulas narrabat. Sosiae familia sine curis vivebat nec fortunam adversam timebat.

Sosia, contadino di grande pazienza ed energia, viveva tranquillo nei campi. Ogni giorno d’estate cominciava a lavorare alle prime luci (dell’alba) e non indugiava nel suo impegno prima di notte. I figli davano aiuto al padre ma il lavoro nel campo era per loro fastidioso. A mezzegiorno le figlie portavano il pranzo nei campi. Di notte tutti ritornavano alla sua casa di campagna. In inverno spesso Sosia, la moglie, i figli e le figlie restavano davanti al focolare della cucina e il padre raccontava piacevoli favole. La famiglia di Sosia viveva senza preoccupazioni e non temeva l’avversa sorte.

Un processo ingiusto

Coniurationis in contione Alcibiades, dux Athenarum militum, ab inimicis accusabatur, sed instabat tempus belli, nam Athenae bellum contra Syracusas paraverant. Alcibiades in Siciliam vere pervenit ac aestate Athenis causa contra eum intenta est duxque sacrilegii quoque argutus est. Itaque nuntius in Siciliam Athenis missus est et de causa Alcibiadi sic dixit: “Nunc hoc necessarium est: reverte Athenas ac te ipsum defende”. Dux nuntio paruit et in trierem, quam ad eum deportandum populus miserat, ascendit. Multa autem reputavit de immoderata civium suorum suscitaverunt. Nave Thurios pervectus est atque se ab custodibus subduxit et postea Spartam demigravit. Ibi, ut Alcibiades praedicare consueverat, non adversus patriam, sed inimicos suos bellum gessit, qui etiam hostes erant civitati. Itaque Alcibiadis consilio Lacedaemonii cum Perse rege amicitiam iunxerunt, dein Deceleam in Attica munierunt atque a praesidio ibi perpetuo posito in obsidione Athenas tenuerunt. Ideo Athenis Alcibiades capitis damnatus est.

Nella riunione della congiura, Alcibiade, comandante dei soldati di Atene, era accusato dagli avversari, ma il momento della guerra era vicino, infatti Atene aveva preparato una guerra contro Siracusa. Alcibiade in primavera giunse in Sicilia e in estate ad Atene fu intentata una causa contro di lui e il comandante fu accusato anche di sacrilegio. Pertanto da Atene fu inviato un messaggero in Sicilia e così disse ad Alcibiade riguardo alla causa: “Ora è necessario questo: torna ad Atene e difendi te stesso”. Il comandante obbedì al messaggero e si imbarcò su una trireme, che il popolo aveva mandato a lui per prelevarlo. Tuttavia considerò molte cose sulla smodata dissolutezza dei suoi concittadini e sulla crudeltà contro gli uomini onesti e le riflessioni suscitarono nel suo animo la decisione della fuga. Con una nave si diresse a Turi e si sottrasse alle guardie e poi si recò a Sparta. Per questo motivo ad Atene fu condannato a morte. Là, come era abituato a dichiarare, combatté una guerra non contro la patria, ma contro i suoi avversari, i quali erano anche nemici della città. Pertanto su proposta di Alcibiade gli Spartani strinsero un’alleanza con il re Persiano, poi in Attica fortificarono Decelea e lì, posta una guarnigione stabile, tennero Atene in assedio. Per questo motivo ad Atene Alcibiade fu condannato a morte.