Carmina Catulli, III, 101 (“Sulla tomba del fratello”)

Multas per gentes et multas per aequora vectus
advenio has miseras, frater, ad inferias,
ut te postremo donarem munere mortis
et mutam nequiquam alloquerer cinerem,
quandoquidem fortuna mihi tete abstulit ipsum,
heu miser indigne frater adempte mihi.
Nunc tamen interea haec, prisco quae more parentum
tradita sunt tristi munere ad inferias,
accipe fraterno multum manantia fletu,
atque in perpetuum, frater, ave atque vale.

Sospinto tra molti popoli e molti mari
vengo per questi tristi riti funebri, fratello,
per donarti quest’ultimo dono di morte
e parlare invano alla muta cenere,
poiché la sorte mi ha strappato te, proprio te,
ahimè, povero fratello indegnamente strappatomi.
Intanto adesso, nonostante tutto, accetta queste cose, che secondo l’antico uso degli antenati
ti sono state portate come triste dono per il funerale,
molto grondanti di pianto fraterno,
e per sempre, fratello, addio, addio.

“Stabilendo una pena per i parricidi i Romani si dimostrarono più saggi dei Greci”

Omnibus constat Athenas pulcherrimam et nobilissimam Graecarum civitatum fuisse, magistram sapientiae et omnium artium. Historici narrant antiquìtus Solonem, virum omnium Atheniensium sapientissimum, leges civitati dedisse, quibus civitas diu recta est. Multi cives, tamen, Solonem parum sapienter leges scripsisse putabant, quod nullum supplicium constituerat in eum qui parentem necavisset. Solon respondit se tale scelus neminem facturum esse putavisse. Verba Solonis probata sunt et omnes putabant eum sapientius quam ineptius fecisse quod nullam poenam constituerat de scelere quod antea commissum non erat. Romani tamen leges prudentius quam Graeci fecerunt! Nam, cum intellegerent homini malo ac pravo nihil esse tam sanctum ut violari non possit ira vel cupiditate, gravissimum et crudelissimum supplicium in parricidas excogitaverunt, ut magnitudo poenae a scelere summovere homines qui a legibus naturae in officio retineri non poterant. Ita maiores nostri parricidas insui voluerunt in culleum vivos atque ita in flumen deici.

A tutti risulta che Atene fosse stata la più bella e nobile delle città greche, maestra di sapienza e di ogni arte. Gli storici raccontano che fin dall’antichità Solone l’uomo più saggio fra tutti gli Ateniesi, avesse dato delle leggi alla città, dalle quali a lungo fu governata la cittadinanza. Molti cittadini tuttavia, ritenevano che Solone avesse scritto poco saggiamente le leggi, poiché non aveva stabilito nessuna pena contro coloro che avessero ucciso il padre. Solone rispose che riteneva che nessuno avrebbbe compiuto un tale delitto. Le parole di Solone furono approvate e tutti ritenevano che egli avesse agito più saggiamente che in modo inefficace, poiché non aveva stabilito niente su un delitto che precedentemente non era stato commesso. I Romani tuttavia predisposero le leggi in modo più saggio dei Greci! Infatti siccome intesero che per un uomo malvagio e disonesto nulla era tanto sacro da non poter essere violato per ira o per avidità, escogitarono una punizione molto pesante e crudele contro i parricidi, in modo che l’enormità del castigo tenesse lontano dal delitto gli uomini che non potevano essere trattenuti nel loro dovere dalle leggi della natura. Così i nostri avi vollero che i parricidi fossero chiusi vivi dentro un sacco con serpi e in tal modo gettati nel fiume.

De Amicitia, 18-19-20 (“L’amicitia dei boni”)

18 – Sed hoc primum sentio, nisi in bonis amicitiam esse non posse; neque id ad vivum reseco, ut illi qui haec subtilius disserunt, fortasse vere, sed ad communem utilitatem parum; negant enim quemquam esse virum bonum nisi sapientem. Sit ita sane; sed eam sapientiam interpretantur quam adhuc mortalis nemo est consecutus, nos autem ea quae sunt in usu vitaque communi, non ea quae finguntur aut optantur, spectare debemus. Numquam ego dicam C. Fabricium, M. Curium, Ti. Coruncanium, quos sapientes nostri maiores iudicabant, ad istorum normam fuisse sapientes. Quare sibi habeant sapientiae nomen et invidiosum et obscurum; concedant ut viri boni fuerint. Ne id quidem facient, negabunt id nisi sapienti posse concedi.
19 – Agamus igitur pingui, ut aiunt, Minerva. Qui ita se gerunt, ita vivunt ut eorum probetur fides, integritas, aequitas, liberalitas, nec sit in eis ulla cupiditas, libido, audacia, sintque magna constantia, ut ii fuerunt modo quos nominavi, hos viros bonos, ut habiti sunt, sic etiam appellandos putemus, quia sequantur, quantum homines possunt, naturam optimam bene vivendi ducem. Sic enim mihi perspicere videor, ita natos esse nos ut inter omnes esset societas quaedam, maior autem ut quisque proxime accederet. Itaque cives potiores quam peregrini, propinqui quam alieni; cum his enim amicitiam natura ipsa peperit; sed ea non satis habet firmitatis. Namque hoc praestat amicitia propinquitati, quod ex propinquitate benevolentia tolli potest, ex amicitia non potest; sublata enim benevolentia amicitiae nomen tollitur, propinquitatis manet.
20 – Quanta autem vis amicitiae sit, ex hoc intellegi maxime potest, quod ex infinita societate generis humani, quam conciliavit ipsa natura, ita contracta res est et adducta in angustum ut omnis caritas aut inter duos aut inter paucos iungeretur. Est enim amicitia nihil aliud nisi omnium divinarum humanarumque rerum cum benevolentia et caritate consensio; qua quidem haud scio an excepta sapientia nihil melius homini sit a dis immortalibus datum. Divitias alii praeponunt, bonam alii valetudinem, alii potentiam, alii honores, multi etiam voluptates. Beluarum hoc quidem extremum, illa autem superiora caduca et incerta, posita non tam in consiliis nostris quam in fortunae temeritate. Qui autem in virtute summum bonum ponunt, praeclare illi quidem, sed haec ipsa virtus amicitiam et gignit et continet nec sine virtute amicitia esse ullo pacto potest.

18 – Innanzi tutto la mia opinione è questa: l’amicizia può sussistere solo tra persone virtuose. E non taglio la questione sul vivo, come fanno coloro che discutono con troppa sottigliezza. Forse hanno ragione, ma non forniscono un grande contributo all’utilità comune. Dicono che nessuno, tranne il saggio, è un uomo virtuoso. Ammettiamo pure che sia così. Ma per saggezza intendono quella che nessun mortale, finora, ha mai raggiunto. Noi, invece, dobbiamo guardare alla pratica e alla vita di tutti i giorni, non alle fantasticherie o ai desideri. Non potrei mai dire che Caio Fabrizio, Manlio Curio e Tiberio Coruncanio, considerati saggi dai nostri antenati, lo fossero secondo il parametro di costoro. Perciò si tengano pure il loro nome fastidioso e incomprensibile di sapienti; ammettano almeno che i nostri compatrioti sono stati virtuosi. Ma non faranno neppure questo. Diranno che tale concessione si può fare solo al filosofo.
19 – Ragioniamo allora, come si dice, con l’aiuto della “grassa Minerva”. Uomini che si comportano, che vivono dimostrando lealtà, integrità morale, senso di equità, generosità, senza nutrire passioni sfrenate, dissolutezza, temerarietà, ma possedendo invece una grande coerenza (come i personaggi ora nominati), sono reputati virtuosi. Allora diamo loro anche il nome di virtuosi, perché seguono, nei limiti delle possibilità umane, la migliore guida per vivere bene, la natura. Mi sembra chiaro, infatti, che siamo nati perché si instauri tra tutti gli uomini un vincolo sociale, tanto più stretto quanto più si è vicini. Così agli stranieri preferiamo i concittadini, agli estranei i parenti. L’amicizia tra parenti, infatti, deriva dalla natura, ma difetta di sufficiente stabilità. Ecco perché l’amicizia è superiore alla parentela: dalla parentela può venir meno l’affetto, dall’amicizia no. Senza l’affetto, l’amicizia perde il suo nome, alla parentela rimane.
20 – Tutta la forza dell’amicizia emerge soprattutto dal fatto che, a partire dall’infinita società del genere umano, messa insieme dalla stessa natura, il legame si fa così stretto e così chiuso che tutto l’affetto si concentra tra due o poche persone. L’amicizia non è altro che un’intesa sul divino e sull’umano congiunta a un profondo affetto. Eccetto la saggezza, forse è questo il dono più grande degli dei all’uomo. C’è chi preferisce la ricchezza, chi la salute, chi il potere, chi ancora le cariche pubbliche, molti anche il piacere. Ma se i piaceri sono degni delle bestie, gli altri beni sono caduchi e incerti perché dipendono non tanto dalla nostra volontà quanto dai capricci della sorte. C’è poi chi ripone il bene supremo nella virtù: cosa meravigliosa, non c’è dubbio, ma è proprio la virtù a generare e a preservare l’amicizia e senza virtù l’amicizia è assolutamente impossibile.