1182
di Altre versioni
Palatium, ut scitis, discipuli, est collis ubi Romulus Urbem condidit. Mirifica templa, splendida aedificia montem ornant. Illie multi clari viri domicilia habuerunt. Si Roma recte caput mundi appellamus, Platinum montem iure umbilicum Urbis dicimus. Antiquis temporibus Palatinus mons sedes Evandri regis fuit. Multis post annis Romulus hic urbem Romam condidit et muro circumdedit. Apud Capitolium Ara Maxima Herculis et Templum Victoriae deae erant. Apud semitas quae ex colle ad Forum ducebant, antiqui Romae incolae colebant Lupercal, speluncam ubi lupa lacte geminos nutrivit, et Tugurium Faustoli, ubi Romulus cum fratre Remo adolevit. In Palatino ubi nunc templum lovis Propugnatoris est, Romulus etiam casam suam eadificavit. Cras collem lustrabimus et intellegetis quomodo in saeculos Maiores nostri Palatinum exornaverint.
Il Palatino, come sapete, o fanciulli, è il colle dove Romolo fondò Roma. Magnifici templi, splendidi edifici ornano il monte. Qui molti uomini illustri ebbero domicilio. Se chiamiamo giustamente Roma, capitale del mondo, diciamo giustamente il Palatino ombelico di Roma. Anticamente il monte Palatino fu la sede del re Evandro. Molti anni dopo Romolo fondò qui Roma e la circondò con un muro. Presso il campidoglio vi erano l’altare massimo di Ercole e il tempio della vittoria. Presso sentieri che conducevano dal colle al foro, gli antichi abitanti di Roma onoravano il lupercale, spelonca dove la lupa nutrì i gemelli con il latte, e il tugurio di Faustolo, dove Romolo crebbe con il fratello Remo. Sul Palatino ora vi è il tempio di Giove propugnatore, Romolo edificò anche la sua casa. Domani illustreremo il colle e capirete in che modo avranno ornato il Palatino i nostri antenati.
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1180
di Velleio Patercolo
Transit admiratio ab condicione temporum et ad urbium. Una urbs Attica pluribus omnis eloquentiae quam universa Graecia operibusque floruit, adeo ut corpora gentis illius separata sint in alias civitates, ingenia vero solis Atheniensium muris clausa existimes. Neque hoc ego magis miratus sim quam neminem Argivum Thebanum Lacedaemonium oratorem aut dum vixit auctoritate aut post mortem memoria dignum existimatum. Quae urbes et in alia talium studiorum fuere steriles, nisi Thebas unum os Pindari inluminaret: nam Alcmana Lacones falso sibi vindicant.
Dal condizionamento esercitato dalle varie epoche la nostra meraviglia si sposta a quello delle città . Una sola città dell’Attica fiorì nell’eloquenza per più anni e grazie a un maggior numero di opere che non tutta quanta la Grecia, tanto da credere che i corpi di quella popolazione siano stati distribuiti fra le altre città , gli ingegni invece siano rimasti entro le mura della sola Atene. E di questo non saprei meravigliarmi più che del fatto che nessun oratore di Argo, di Tebe, di Sparta sia stato giudicato meritevole di considerazione in vita o di ricordo dopo la morte. Queste città , quanto a opere di tal genere, furono tutte sterili, se non desse lustro a Tebe la voce di Pindaro; senza ragione infatti gli Spartani rivendicano come loro concittadino Alcmane.
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1178
di Velleio Patercolo
Neque hoc in Graecis quam in Romanis evenit magis. Nam nisi aspera ac rudia repetas et inventi laudanda nomine, in Accio circaque eum Romana tragoedia est; dulcesque Latini leporis facetiae per Caecilium Terentiumque et Afranium subpari aetate nituerunt. Historicos etiam, ut Livium quoque priorum aetati adstruas, praeter Catonem et quosdam veteres et obscuros minus octoginta annis circumdatum aevum tulit, ut nec poetarum in antiquius citeriusve processit ubertas. At oratio ac vis forensis perfectumque prosae eloquentiae decus, ut idem separetur Cato [pace P. Crassi Scipionisque et Laelii et Gracchorum et Fannii et Servii Galbae dixerim] ita universa sub principe operis sui erupit Tullio, ut delectari ante eum paucissimis, mirari vero neminem possis nisi aut ab illo visum aut qui illum viderit. Hoc idem evenisse grammaticis, plastis, pictoribus, scalptoribus quisquis temporum institerit notis, reperiet, eminentiam cuiusque operis artissimis temporum claustris circumdatam. Huius ergo recedentis in quodque saeculum ingeniorum similitudinis congregantisque se et in studium par et in emolumentum causas cum saepe requiro, numquam reperio, quas esse veras confidam, sed fortasse veri similes, inter quas has maxime. Alitur aemulatione ingenium, et nunc invidia, nunc admiratio imitationem accendit, naturaque quod summo studio petitum est, ascendit in summum difficilisque in perfecto mora est, naturaliterque quod procedere non potest, recedit. Et ut primo ad consequendos quos priores ducimus accendimur, ita ubi aut praeteriri aut aequari eos posse desperavimus, studium cum spe senescit, et quod adsequi non potest, sequi desinit et velut occupatam relinquens materiam quaerit novam, praeteritoque eo, in quo eminere non possumus, aliquid, in quo nitamur, conquirimus, sequiturque ut frequens ac mobilis transitus maximum perfecti operis impedimentum sit.
Questo si verificò in Grecia no più che a Roima. Infatti se no si vuol risalire a quelle manifestazioni rozze e grossolane e meritevoli di lode solo perché si tratta di novità , la tragedia romana è tutta in Accio e nei suoi seguaci; le garbate facezie dell’arguzia latina brillarono quasi nello stesso tempo per merito di Cecilio, Terenzio e Afranio. Quanto agli storici, inserendo anche Livio nell’epoca degli autori che lo hanno preceduto, li produsse tutti, se si eccettuano Catone e alcuni altri scrittori antichi e oscuri, uno spazio di tempo compreso in meno di ottanta anni, così come non risale più addietro né scende più in basso la ricca fioritura dei poeti. D’altra parte l’eloquenza, l’arte forense e la perfezione e lo splendore della prosa oratoria, eccettuato ancora Catone (sia detto con buona pace di P. Crasso, di Scipione, di Lelio, dei Gracchi, di Fannio e di Servio Galba), vennero a fioritura tutte quante al tempo di Tullio, loro più alto rappresentante, sicché potresti dilettarti di ben pochi oratori che lo abbiano preceduto, mentre nessuno potresti ammirare che o non sia stato da Cicerone visto o che non abbia egli stesso visto Cicerone. Chiunque osservi attentamente i segni distintivi delle varie epoche troverà che la medesima cosa è accaduta per i grammatici, i ceramisti, i pittori, gli scultori e cioè l’eccellenza nei singoli generi è racchiusa in ristretti limiti di tempo. Per quanto io continuamente ricerchi le cause per le quali ingegni simili si raggruppano in epoche singole e si trovano uniti nella medesima attività e nella medesima brillante riuscita, nessuna mai ne trovo di verosimili, tra le quali principalmente queste. L’emulazione nutre gli ingegni e ora l’invidia, ora l’ammirazione spronano all’imitazione, e quello che si è cercato col più grande amore sale per natura al punto più alto; è però difficile restare nella perfezione e per natura regredisce ciò che non può progredire. E come all’inizio ci accingiamo con ardore a raggiungere coloro che giudichiamo primi, così quando disperiamo che questi possano essere o superati o uguagliati, lo slancio e insieme la speranza vengono meno e smettono di perseguire ciò che non possono raggiungere; abbandonando per così dire una materia proprietà di altri, andiamo in cerca di una nuova; abbandonato il campo in cui non possiamo eccellere, ne cerchiamo un altro sul quale concentrare i nostri sforzi: ne consegue che questo frequente e rapido cambiamento è il più grande ostacolo alla perfezione.
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1167
di Velleio Patercolo
Cum haec particula operis velut formam propositi excesserit, quamquam intellego mihi in hac tam praecipiti festinatione, quae me rotae pronive gurgitis ac verticis modo nusquam patitur consistere, paene magis necessaria praetereunda quam supervacanea amplectenda, nequeo tamen temperare mihi, quin rem saepe agitatam animo meo neque ad liquidum ratione perductam signem stilo. Quis enim abunde mirari potest, quod eminentissima cuiusque professionis ingenia in eandem formam et in idem artati temporis congruere spatium, et quemadmodum clausa capso aliove saepto diversi generis animalia nihilo minus separata alienis in unum quaeque corpus congregantur, ita cuiusque clari operis capacia ingenia in similitudine et temporum et profectuum semet ipsa ab aliis separaverunt. Una neque multorum annorum spatio divisa aetas per divini spiritus viros, Aeschylum, Sophoclen Euripiden, inlustravit tragoediam; una priscam illam et veterem sub Cratino Aristophaneque et Eupolide comoediam; ac novam comicam Menander aequalesque eius aetatis magis quam operis Philemo ac Diphilus et invenere intra paucissimos annos neque imitandam reliquere. Philosophorum quoque ingenia Socratico ore defluentia omnium, quos paulo ante enumeravimus, quanto post Platonis Aristotelisque mortem floruere spatio? Quid ante Isocratem, quid post eius auditores eorumque discipulos clarum in oratoribus fuit? Adeo quidem artatum angustiis temporum, ut nemo memoria dignus alter ab altero videri nequiverint.
Sebbene questa piccola parte della mia opera sia uscita, per così dire, dal piano propostomi e io comprenda come, in questo procedere così vertiginoso che a mo’ di ruota o di rapido gorgo o di vortice non consente che mi soffermi in alcun punto, debba tralasciare l’essenziale quasi più che abbracciare il superfluo, tuttavia non posso fare a meno di esporre per iscritto un problema che ho spesso dentro di me affrontato, senza mai averlo messo in chiaro razionalmente. Chi potrebbe infatti meravigliarsi a sufficienza che gli ingegni più eccelsi nelle singole arti si trovino insieme nello stesso grado di perfezione e in un medesimo ristretto spazio di tempo e che, come animali di specie diverse, pur chiusi in gabbia o in un altro recinto, tuttavia separandosi dagli altri di altre specie, si riuniscono ciascuno in un gruppo a sé stante, così gli ingegni capaci di creare ciascuno opere nel loro genere sublimi si siano separati dagli altri per confluire in un medesimo periodo di tempo e per raggiungere un medesimo livello? Una sola epoca delimitata dallo spazio di non molti anni ha dato lustro alla tragedia grazie a uomini dall’ispirazione divina, quali Eschilo, Sofocle, Euripide, una sola epoca ha dato lustro a quella commedia antica e primitiva del tempo di Cratino, Aristofane ed Eupoli; e la commedia nuova la crearono nello spazio di pochissimi anni, e la lasciarono inimitabile, Menandro, Filemone e Difilo, pari a Menandro quest’ultimi più per il tempo in cui vissero che per le opere che composero. Anche le eccelse menti di tutti i filosofoi usciti dalla scuola di Socrate, che abbiamo elencato poco sopra, quanto tempo dopo la morte di Platone e di Aristotele fiorirono? Prima di Isocrate e dopo i suoi discepoli e i loro scolari, chi fu famoso nell’eloquenza? E furono compresi in uno spazio di tempo così ristretto che quanti di essi meritarono di essere ricordati, poterono vedersi l’un l’altro.
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1165
di Altre versioni
Tullius et Terentia cum magna familia in villa non longe a Velitris vivunt. Tulii villa magna et pulchra est. Servi herbidum pratum circa aedificium curant, spineas et erbas secant, frigidus rivus fluit inter floridas ripas. Piri frondosae, cerasi et mali virent et uminda mala et rubra cerasa producent. Rosae violae et lilia sunt in areolis et hedera aedificii mura tegit. Statuae et fontes (fontane) ornant semitas. Saepe Tullius in viridario cum amicis ambulat et de philosophia disputat vel in platanorum umbra epistulas filio Marco scribit. Post aedificium sunt domus villici, stabula, granaria et pistrinum.
Tullio e Terenzia vivono con la famiglia numerosa in una casa di campagna non lontano da Velletri. La casa di campagna di Tullio è grande e bella. I servi curano il prato erboso attorno all’edificio, tagliano le spine e le erbacce. Tra le fiorenti rive scorre un freddo ruscello. Verdeggiano folti peri, cigliegi e meli e prontamente producono pere succose, mele gustose e rosse cigligie. Nelle aiuole ci sono rose, viole e lillà e l’edera copre le mura dell’ edificio. Ornano le entrate statue e fontane. Spesso Tullio passeggia con gli amici nel giardino e discorre di filosofia o scrive, all’ombra dei platani, lettere al figlio Marco. Dietro all’edificio ci sono la casa del fattore, le stalle, i granai e il mulino.
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1162
di Cicerone
Sic enim existimare debetis, Quirites, post hominum memoriam rem nullam maiorem, magis periculosam, magis ab omnibus vobis providendam neque a tribuno plebis susceptam neque a consule defensam neque ad populum Romanum esse delatam. Agitur enim nihil aliud in hac causa, Quirites, nisi ut nullum sit posthac in re publica publicum consilium, nulla bonorum consensio contra improborum furorem et audaciam, nullum extremis rei publicae temporibus perfugium et praesidium salutis. Quae cum ita sint, primum, quod in tanta dimicatione capitis, famae fortunarumque omnium fieri necesse est, ab Iove Optimo Maximo ceterisque dis deabusque immortalibus, quorum ope et auxilio multo magis haec res publica quam ratione hominum et consilio gubernatur, pacem ac veniam peto precorque ab eis ut hodiernum diem et ad huius salutem conservandam et ad rem publicam constituendam inluxisse patiantur. Deinde vos, Quirites, quorum potestas proxime ad deorum immortalium numen accedit, oro atque obsecro, quoniam uno tempore vita C. Rabiri, hominis miserrimi atque innocentissimi, salus rei publicae vestris manibus suffragiisque permittitur, adhibeatis in hominis fortunis misericordiam, in rei publicae salute sapientiam quam soletis.
Così infatti, o Romani, dovete valutare che a memoria d’uomo (non c’è) nessuna cosa più importante, più rischiosa, e che maggiormente da tutti voi deve essere considerata con prudenza, né che è stata intrapresa da un tribuno della plebe, né che è stata tutelata da un console, né che è stata presentata al popolo romano. In effetti in questo processo non si discute di null’altro, o Romani, se non del fatto che in futuro nella repubblica non ci sia nessuna assemblea pubblica, nessuna alleanza dei (cittadini) onesti contro la furia e l’insolenza dei malvagi, nessun rifugio e nessuna garanzia di benessere nelle congiunture più gravi della repubblica. Dal momento che le cose stanno così, poiché in una così grave contesa capite bene che ne va della gloria e delle sorti di tutti, è necessario per prima cosa che io invochi la benevolenza e il favore da Giove Ottimo Massimo e da tutti gli altri dei e dee immortali, dalla cui autorità e protezione questa repubblica è governata assai più che dal raziocinio e dalla saggezza degli uomini, e imploro essi affinché facciano sì che il giorno odierno sia venuto alla luce sia per preservare il benessere della repubblica sia per fondare una (nuova) repubblica. In seconda battuta scongiuro e supplico voi, o Romani, il cui potere si avvicina molto alla potenza degli dei immortali, poiché la vita di C. Rabirio, uomo infelicissimo e assolutamente innocente, e il benessere della repubblica sono rimessi contemporaneamente nelle vostre mani e nei vostri suffragi, di dimostrare riguardo alla sorte dell’uomo la misericordia, riguardo al benessere della repubblica la saggezza di cui siete soliti far mostra.
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