“Patrizi e plebei nell’antica repubblica”

di Sallustio

In duas partes ego civitatem nostram divisam esse scio, ut maiores nostri tradiderunt, in patres et plebem. Antea in patribus summa auctoritas erat, vis multo maxima in plebe, itaque saepius in civitate secessio fuit semperque nobilitatis opes deminutae sunt et ius populi amplificatum est. Sed plebs libere agitabat, quia nullius potentia super leges erat, neque divitiis aut superbia sed bona fama factisque fortibus nobilis ignobilem superabat, cives humillimi omnium, in agris aut in militia, nullius honestae rei egebant.

So che la nostra città, come tramandarono i nostri antenati, è divisa in due parti: in patriziato e plebe. In passato nei patrizi c’era grandissima autorità, una forza molto più grande nella plebe. Perciò molto spesso in città ci fu una secessione e sempre le ricchezze della nobiltà furono ridotte e il diritto del popolo amplificato. Ma la plebe agiva liberamente, poiché il potere di nessuno era al di sopra delle leggi, e il nobile non superava l’umile per ricchezza o superbia, ma per buona fama e imprese meritorie, i cittadini più umili di tutti, nei campi o nell’esercito, non mancavano di un’esistenza onesta.


“I druidi”

di Cesare

In omni Gallia druides honorati sunt atque multas utilitates habent: a bello abesse consuerunt neque tributa pendunt. Militiae vacationem omniumque rerum immunitatem habent. Tantis praemiis excitati, multi iuvenes sua sponte apud eos in disciplinam conveniunt aut a parentibus propinquisque mittuntur. Discipulos,suos animos ad eorum praecepta applicantes, magnum numerum versuum ediscere constat. Itaque annos nonnulli vicenos in disciplina permanent. Druides enim ea sacra litteris mandare recusant ne in vulgus sua disciplina pervulgata sit. In primis animas non interire docent sed, cum eae ex corpore excesserint, ab aliis ad alios mortales transire.Sacerdotes iuvenes virosque hac doctrina maxime ad virtutem excitari putant, cum mortis metum neglegunt. Multa praeterea de sideribus atque eorum motu, de mundi ac terrarum magnitudine, de rerum natura vi ac potestate disputant et iuventuti tradunt. Hodie fama est Gallos religionibus se admodum dedisse.

In tutta la Gallia i druidi sono onorati e hanno molti vantaggi: si tengono lontano dalla guerra e non pagano le tasse. Sono esenti dal servizio militare e hanno l’immunità da tutte le cose. Eccitati da tanti premi, molti giovani di loro spontanea volontà si radunano presso di loro per l’insegnamento o sono mandati dai propri genitori. I discepoli, rivolgendo i loro animi ai loro insegnamenti, imparano un grande numero di poesie a memoria. Perciò rimangono parecchi anni nella formazione. I druidi infatti si oppongono al fatto che sia inoltrata la loro sacra letteratura affinchè non sia divulgata la loro dottrina nel volgo. Insegnano che le anime non muoiono subito ma, quando esse escono dai corpi, passano da quesi corpi a quelli di altri. I sacerdoti pensano di spronare a questa dottrina i giovani e gli uomini con la virtù soprattutto, dimenticano la paura della morte. Soprattutto parlano di molte cose delle stelle e del loro movimento, circa la grandezza del mondo e della terra, delle cose che riguardano la forza e la potenza della natura e la raccontano ai giovani. Oggi è noto che i Galli si dedicassero sopra ogni modo alla religione.


“La preghiera del sacerdote Crise ad Apollo”

di Altre versioni

Graeci urbem diripuerant et omnes virgines secum abduxerant; in his Chryseidem, filiam Chrisae, Apollinis sacerdotis. Maestrus igitur pater puellae in castra Graecorum venit, ut filiam redimeret, sed frustra oravit ducem Agamemnonem, qui non solum captivam servavit, sed gravibus minis sacerdotem terruit. Chryses igitur celeriter e castris discessit, sed cum procul fuic sit Apollinem oravit: “Deus, qui geris arcum argenteum et Tenedi incolis imperas, si semper tuum sacellum coronis ornavi et pingues haedos tibi immolavi, Graeci tuis sagittis poenas suis sceleris persolvant”. Statim Apollo preces auduvut sacerdotis, ex Olympo descendit. Sed cum Agamemnom causam irae Apollinis cognovit filiam patri reddidit et etiam hecatombe Apollinis iram placavit. Tum Apollo pestilentiam sedavit et aegros omnes sanavit viros.

I Greci avevano distrutto la città ed avevano portato con loro tutte le fanciulle; tra esse Criseide, figlia di Crise, sacerdote di Apollo. Pertanto, triste, il padre della fanciulla si recò nell’accampamento dei Greci, per riscattare la figlia, ma invano pregò il comandante Agamennone, il quale, non soltanto, custodì la prigioniera, ma spaventò il sacerdote con gravi minacce. Crise, dunque, si allontanò rapidamente dall’accampamento, ma non appena fu un po’ lontano così pregò Apollo: “Dio, che porti l’arco d’argento e domini sugli abitanti di Tenedo, se ho ornato sempre il tuo tempietto e ti ho immolato grasse vittime, i Greci paghino le pene per le loro scelleratezze con le tue frecce!”. Subito Apollo ascoltò le preghiere del sacerdote, scese dall’Olimpo. Ma quando Agamennone conobbe la causa dell’ira di Apollo, restituì la figlia al padre e placò l’ira di Apollo persino con un’ecatombe. Allora Apollo arrestò la pestilenza e risanò tutti gli uomini malati.


“Alcuni dei più grandi filosofi erano schiavi”

di Macrobio

Servi neque inepti neque ignari philosophiae fuerunt. Phaedon, amicus Socrati et Platoni perfamiliaris adeo ut Plato eius nomini librum illum divinum de immortalitate animae dicaret, servus fuit forma atque ingenio liberali. Hunc Cebes, Socratis discipulus, hortatu magistri, emit et philosophiae disciplinis erudiit, atque is postea philosophus illustris emersit sermonesque eius de Socrate admodum elegantes leguntur. Ac non pauci servi fuerunt, qui postea philosophi clari exstiterunt. Ex quibus fuit ille Menippus, cuius libros Marcus Varro in Saturis, quas alii Cynicas, ipse appellat Menippeas, aemulatus est. Philosophi non incelebres illa aetate vixerunt, ut Pompylus, Theophrasti Peripatetici servus; Zenonis Stoici servus, qui Persaeus vocatus est, et Epicuri servus, cui Mys nomen fuit. Diogenes quoque Cynicus ex libertate in servitutem redactus est.

(Alcuni) schiavi non furono né inetti né ignari di filosofia. Fedone amico intimo di Socrate e di Platone al punto che Platone dedicò al suo nome quel libro meraviglioso sull’immortalità dell’anima, fu schiavo di aspetto e di ingegno degni di un uomo libero. Cebete, discepolo di Socrate comprò costui su invito del maestro e (lo) istruì nelle discipline della filosofia ed egli in seguito divenne un illustre filosofo e si leggono le sue dissertazioni molto raffinate su Socrate. E non pochi furono gli schiavi che in seguito diventarono illustri filosofi. Tra di loro ci fu quel famoso Menippo, le cui opere imitò Marco Varrone nelle Satire che altri chiamano Ciniche, (ma che) egli stesso (chiama) Menippee. Vissero, a quel tempo, filosofi non privi di fama come Pompilo, schiavo del peripatetico Teofrasto; lo schiavo dello stoico Zenone che si chiamava Perseo e lo schiavo di Epicuro di nome Mys. Anche Diogene Cinico fu ridotto dalla libertà in schiavitù.