Eumenes, 3

Interim conflata sunt illa bella quae ad internecionem post Alexandri mortem gesta sunt omnesque concurrerunt ad Perdiccam opprimendum. Quem etsi infirmum videbat quod unus omnibus resistere cogebatur tamen amicum non deseruit neque salutis quam fidei fuit cupidior. Praefecerat hunc Perdiccas ei parti Asiae quae inter Taurum montem iacet atque Hellespontum et illum unum opposuerat Europaeis adversariis; ipse Aegyptum oppugnatum adversus Ptolemaeum erat profectus. Eumenes cum neque magnas copias neque firmas haberet quod et inexercitatae et non multo ante erant contractae adventare autem dicerentur Hellespontumque transisse Antipater et Crateros magno cum exercitu Macedonum viri cum claritate tum usu belli praestantes – Macedones vero milites ea tum erant fama qua nunc Romani feruntur: etenim semper habiti sunt fortissimi qui summa imperii potirentur -. Eumenes intellegebat si copiae suae cognossent adversus quos ducerentur non modo non ituras sed simul cum nuntio dilapsuras. Itaque hoc ei visum est prudentissimum ut deviis itineribus milites duceret in quibus vera audire non possent et his persuaderet se contra quosdam barbaros proficisci. Itaque tenuit hoc propositum et prius in aciem exercitum eduxit proeliumque commisit quam milites sui scirent cum quibus arma conferrent. Effecit etiam illud locorum praeoccupatione ut equitatu potius dimicaret quo plus valebat quam peditatu quo erat deterior.

Frattanto scoppiarono quelle ben note guerre che furono combattute fino all’ultimo sangue dopo la morte di Alessandro e tutti si coalizzarono per uccidere Perdicca. Sebbene lo vedesse debole, perché da solo era costretto a far fronte a tutti, tuttavia non abbandonò l’amico, preoccupato più della parola data che della propria salvezza. Perdicca lo aveva messo a capo di quella parte dell’Asia che si trova tra il monte Tauro e l’Ellesponto e lui solo aveva opposto ai nemici europei; egli per conto suo s’era mosso alla volta dell’Egitto per combattere contro Tolomeo. Eumene aveva truppe scarse e non molto valide, perché non allenate ed arruolate di recente, e si diceva che si avvicinavano e avevano già passato l’Ellesponto con un grande esercito di Macèdoni, Antìpatro e Crátero, uomini insigni e per gloria e per esperienza militare – i soldati Macedoni avevano allora la fama che hanno adesso i Romani: quelli che conquistano il supremo potere sono sempre stati ritenuti i più forti -. Eumene si rendeva conto che se i propri soldati avessero saputo contro chi erano condotti, non solo non non si sarebbero mossi, ma si sarebbero subito sbandati alla prima notizia. Così gli sembrò il partito più saggio di condurre i soldati per vie traverse, in cui non potessero venire a sapere la verità e di far loro credere che erano in marcia contro certi barbari. E mantenne tale proposito e schierò l’esercito in campo e attaccò battaglia prima che i suoi soldati sapessero con chi dovevano scontrarsi. Occupando in anticipo le posizioni, ottenne anche il vantaggio di combattere piuttosto con la cavalleria, in cui era più forte, che con la fanteria, in cui era inferiore.

De Bello Gallico, I, 1 (“Cartina della Gallia”)

Gallia est omnis divisa in partes tres, quarum unam incolunt Belgae, aliam Aquitani, tertiam qui ipsorum lingua Celtae, nostra Galli appellantur. Hi omnes lingua institutis legibus inter se differunt. Gallos ab Aquitanis Garunna flumen, a Belgis Matrona et Sequana dividit. Horum omnium fortissimi sunt Belgae, propterea quod a cultu atque humanitate Provinciae longissime absunt minimeque ad eos mercatores saepe commeant atque ea quae ad effeminandos animos pertinent important proximique sunt Germanis qui trans Rhenum incolunt, quibuscum continenter bellum gerunt. Qua de causa Helvetii quoque reliquos Gallos virtute praecedunt, quod fere cotidianis proeliis cum Germanis contendunt, cum aut suis finibus eos prohibent aut ipsi in eorum finibus bellum. Eorum una pars, quam Gallos obtinere dictum est, initium capit a flumine Rhodano, continetur Garunna flumine Oceano finibus Belgarum, attingit etiam ab Sequanis et Helvetiis flumen Rhenum, vergit ad Septentriones. Belgae ab extremis Galliae finibus oriuntur, pertinent at inferiorem partem fluminis Rheni, spectant in Septentrionem et Orientem solem. Aquitania a Garunna flumine ad Pyrenaeos montes et eam partem Oceani quae est ad Hispaniam pertinent; spectat inter occasum solis et Septentriones.

La Gallia nel suo insieme è divisa in tre parti, una abitata dai Belgi, un’altra dagli Aquitani, la terza da coloro che nella propria lingua si chiamano Celti, nella nostra Galli. Tutti questi popoli si differenziano per lingua, istituzioni, leggi. Dividono i Galli dagli Aquitani il fiume Garonna, dai Belgi la Marna e la Senna. Più forti di tutti sono i Belgi, essendo i più lontani dalla vita civilizzata della nostra Provincia, e ben pochi mercanti giungono, e di rado, fino a loro, né vi importano i prodotti che rendono gli animi effeminati; inoltre confinano con i Germani stanziati oltre il Reno e sono in continuo conflitto con loro. Da qui deriva anche l’eccellenza degli Elvezi per valore su tutti gli altri Galli; poiché si misurano quasi ogni giorno con i Germani in combattimento, a volte respingendoli dai propri confini, a volte portando la guerra nel loro territorio. La parte della regione occupata, come si è detto, dai Galli comincia dal fiume Rodano, è compresa tra il fiume Garonna, l’Oceano e il territorio dei Belgi, e dal lato dei Sequani e degli Elvezi raggiunge il Reno per poi volgersi verso Settentrione e a Oriente. L’Aquitania si estende dal fiume Garonna alla catena dei Pirenei e alla parte dell’Oceano che fronteggia la Spagna; è disposta tra Occidente e Settentrione.

“La condanna di Milziade”

Hic etsi crimine Pario est accusatus, tamen alia causa fuit damnationis. Namque Athenienses propter Pisistrati tyrannidem, quae paucis annis ante fuerat, omnium civium suorum potentiam extimescebant. Miltiades, multum in imperiis magnisque versatus, non videbatur posse esse privatus, praesertim cum consuetudine ad imperii cupiditatem trahi videretur. Nam Chersonesi omnes illos, quos habitarat, annos perpetuam obtinuerat dominationem tyrannusque fuerat appellatus, sed iustus. Non erat enim vi consecutus, sed suorum voluntate, eamque potestatem bonitate retinebat. Omnes autem et dicuntur et habentur tyranni, qui potestate sunt perpetua in ea civitate, quae libertate usa est. Sed in Miltiade erat cum summa humanitas tum mira communitas, ut nemo tam humilis esset, cui non ad eum aditus pateret, magna auctoritas apud omnes civitates, nobile nomen, laus rei militaris maxima. Haec populus respiciens maluit illum innoxium plecti quam se diutius esse in timore.

Nonostante egli fu accusato per l’insuccesso di Paro, fu un’altra tuttavia la causa della sua condanna. Gli Ateniesi, infatti, a causa della tirannide di Pisistrato che c’era stata pochi anni prima, avevano paura del potere di tutti i loro concittadini. Sembrava che Milziade, occupatosi molto delle cariche civili, non potesse essere un privato cittadino, tanto più che sembrava essere attratto dalla bramosia di comando dalla consuetudine. Infatti in tutti quegli anni in cui aveva abitato nel Chersoneso aveva ottenuto una sovranità perpetua ed era stato chiamato tiranno, sebbene legittimo. Non aveva infatti ottenuto la tirannide con la forza ma attraverso il desiderio dei suoi concittadini, e manteneva questo potere con l’onestà. Ma sono detti e considerati tiranni tutti coloro che hanno sovranità perpetua in quella città che si avvale della libertà. Ma c’era in Milziade sia una somma umanità sia una straordinaria affabilità, a tal punto che non c’era nessuno di umili origini a cui non permettese di avvicinarglisi; aveva grande autorità in tutte le città, un nome glorioso e la massima lode militare. Il popolo, tenendo in considerazione tutte queste cose, preferì che fosse condannato lui innocente piuttosto che vivere più a lungo nel timore.

De Ira, I, 21

Nihil ergo in ira, ne cum videtur quidem vehemens et deos hominesque despiciens, magnum, nihil nobile est. Aut si videtur alicui magnum animum ira producere, videaturet luxuria: ebore sustineri vult, purpura vestiri, auro tegi, terras transferre, maria concludere, flumina praecipitare, nemora suspendere; videaturet avaritia magni animi: acervis auri argentique incubat et provinciarum nominibus agros colit et sub singulis vilicis latiores habet fines quam quos consules sortiebantur; videatur et libido magni animi: transnat freta, puerorum greges castrat, sub gladium mariti venit morte contempta; videatur et ambitio magni animi: non est contenta honoribus annuis; si fieri potest, uno nomine occupare fastus vult, per omnem orbem titulos disponere. Omnia ista, non refert in quantum procedant extendantque se, angusta sunt, misera depressa; sola sublimis et excelsa virtus est, nec quicquam magnum est nisi quod simul placidum.

Nulla di grande, dunque, nulla di nobile ha l’ira, nemmeno quando disprezza boriosamente gli uomini e gli dèi. E se sembra che possa indurre qualcuno alla magnanimità si dovrebbe pensare la stessa cosa del lusso, visto che anch’esso ama la magnificenza: si stende infatti sull’avorio, si veste di porpora, si copre d’oro, muove grandi distese di terre, imprigiona i mari, devia il corso dei fiumi, s’inventa ingegnose cascate e boschi sospesi per aria. Idem dell’avarizia: se ne sta sdraiata su mucchi d’oro e d’argento, coltiva campi così vasti che prendono i nomi di province e dà da amministrare terreni più estesi di quelli toccati in sorte ai consoli. E a questo punto si dovrebbe pensare che anche l’amore sfrenato possa indurre alla magnanimità, quando vediamo alcuni attraversare a nuoto gli stretti, castrare intere schiere di fanciulli, finire sotto la spada di un marito ridendosene della morte. Lo stesso dovrebbe dirsi dell’ambizione: questa, infatti, non si accontenta di rivestire una carica all’anno, ma se potesse vorrebbe occupare tutti i giorni del calendario con un solo nome e inciderlo su apposite lapidi da piazzare in ogni angolo della terra. Tutte codeste passioni possono crescere quanto vogliono ed abbracciare il mondo, ma sono e resteranno sempre anguste, basse e meschine: solo la virtù vola in alto, sino a toccare il cielo, né c’è alcunché di grande se non è anche mite e sereno.

“Le guerre civili”

Marius, Sulla, Caesar, Pompeius certe magni viri fuerunt acie ingenii et gloria belli, sed potentiae cupidine et mutuis simultatibus innumeros luctus ac denique perniciem rei publicae paraverunt. Post nova instituta mariana milites evaserunt; iam non rei publicae magistratibus parebant et fidem servabant suis tantum imperatoribus, spe magni stipendii et copiosae praedae. Sulla duris legibus et crudelibus proscriptionibus iras et cupiditates excitavit; multi enim rem familiarem aut vitam amiserunt, alii indiciis et impunitate ingentes divitias comparaverunt. Tantis malis nulla remedii spes erat. In rebus adversis amicorum fides dubia erat; propinqui propinquos spe lucri accusabant; boni cives peribant, homines perdit rem familiarem scelere augebant.

Mario, Silla, Cesare, Pompeo furono sicuramente grandi uomini per acutezza di ingegno e vittorie militari, ma per brama di potere e rivalità reciproche cagionarono innumerevoli lutti e infine la rovina dello stato. Dopo la le nuove regole introdotte (nell’esercito) da Mario, i soldati sfuggirono (al controllo); ormai non obbedivano ai magistrati della repubblica e rimanevano fedeli solo ai loro comandanti, nella speranza di una ricca paga e di abbondante bottino. Silla, con leggi severe e crudeli proscrizioni, accese gli odi e le avidità; molti, infatti, persero i patrimoni o la vita, altri si procurarono immense ricchezze con le delazioni e l’impunità. Non vi era alcuna speranza di rimedio a tanto grandi sciagure. La lealtà degli amici, nelle disgrazie, non era sicura; i parenti denunciavano i parenti nella speranza di guadagno; morivano i cittadini onesti; gli uomini perversi si arricchivano con il crimine.

“Un tiranno saggio”

Solon in magna veneratione apud Athenienses erat: etenim insigni prudentia Athenas administraverat populique postulatu novas dederat leges. Is, ut concordiam rei publicae restitueret, civium discordias composuerat. Postea urbem reliquit, in Aegyptum Cyprumque navigavit et post longa itinera per Asiae oppida domum remeavit. Interim Pisistratus, civis dives et callidus, Athenarum principatum optabat et saepe dolosis verbis corporis custodes petiverat. Solon autem, ut patriae libertas servaretur, populum de occultis Pisistrati consiliis monuerat, iterumque civibus dixerat: << Si Pisistratus corporis custodes obtinuerit, tyrannidem Athenis instituet >>. Athenienses vero, Solonis consiliorum immemores rerumque novarum cupidi, Pisistrati precibus postulationibusque annuerunt. Ita Pisistratus cum paucis sociis dolo arcem occupavit tyrannidemque Athenis instituit. Ille tamen sapiens fuit: ut Athenae illustrarentur, ab eo magnificis aedificiis ornatae sunt multaque templa e marmore aedificata sunt. Praeterea Pisistrati ductu agricultura, industria atque mercatura summopere viguerunt. Athenis, in magnifica domo, occubuit urbisque principatum filiis reliquit.

Solone era presso gli Ateinesi in grande venerazione: poichè aveva amministrato Atene con insigne prudenza e aveva dato nuove leggi a richiesta del popolo. In seguito lasciò la città, navigò in Egitto e Cipro e dopo un lungo vaggio per le città dell’Asia, tornò in patria. Nel frattempo Pisistrato, cittadino ricco e furbo, chiese il principato degli Ateniesi e spesso chiese le guardie del corpo con dolose parole. Solone tuttavia, affinchè la libertà della patria fosse salva, aveva ammonito il popolo sui segrati piani di Pisistrato, e spesso diceva ai cittadini: “Se Pisistrato otterrà le guardie del corpo, istituirà la tirannide ad Atene”. Gli Ateniesi in verità, immemori dei consigli di Solone e desiderosi di cose nuove, annuirono alle preghiere e richieste di Pisistrato. Così Pisistrato occupò la rocca e instituì ad Atene la tirannide. Quello tuttavia fu saggio: per rendere celebri le cose di Atene, furono ornati da quello con magnifiche opere e furono edificati molti tempi di marmo. Inoltre sotto il comando di Pisistrato l’agricoltura, l’industria e il commercio rinvigorirono grandemente. Ad Atene, nella magnifaca casa, morì e lasciò il principato della città al figlio.

“Un medico straordinario”

Aesculapius in Graecia vitam degebat et medicinam cum diligentia exercebat. Ad aesculapium lapium totum annum magna aegrotorum turba veniebat et medicamenta magna cum pertinacia petebat. Aesculapius non solum morbos summa peritia curabat, sed interdum etiam mortuos in vitam revocabat mira sua scientia. Sed hoc dis displicebat, quia vir naturae ordinem turbabat. Tum Iuppiter inverecundum medicum punire statuit et ignea saggitta occidit.

Il medico Esculapio viveva in Grecia ed esercitava diigentemente l’arte medica. Per tutto l’anno una gran folla di malati, con molti fanciulli e vecchi, si recava da Esculapio, e chiedeva le sue sue cure. Esculapio non solo curava le malattie con grandissima perizia, ma talora, richiamava anche in vita i morti, con la sua mirabile scienza. Ma ciò riusciva sgradito agli dei, poichè l’uomo sconvolgeva l’ordine della natura. Allora Giove decise di punire lo spudorato medico e lo uccise con una saetta infuocata.

“Imprese di Pompeo”

Cum piratae maria omnia infestarent ita ut Romanis toto orbe victoribus sola navigatio tuta non esset, ad eos opprimendos, cum imperio extraordinario missus est Pompeius. Disposto per omnes maris recessus navium praesidio, brevi terrarum orbem illa peste liberavit ac superior discessit; praedones multis proeliis victos fudit; eosdem in deditionem acceptos in urbibus et agris procul a mari collacavit. Nihil hac Victoria celerius fuit; nam intra quadragesimum diem piratas toto mari expulit. Mox visum est Pompeio deferre etiam bellum contra regem Mithridatem et Tigranem. Quo suscepto, Mithridatem in Armenia nocturno proelio vicit, castra diripuit, quadraginta milia eius occidit, viginti tantum de exercitu suo perdidit et duos centuriones. Mithridates cum uxore fugit et duobus comitibus. Neque multo post, cum in suos saeviret, Pharnacis filii seditione ad mortem coactus, venenum hausit. Fertur hun finem habuisse Mithridates.

Poiché i pirati infestavano tutti i mari al punto che ai Romani, vittoriosi in tutto il mondo, la sola navigazione non era sicura, Pompeo, con un potere straordinario, fu mandato per combatterli. Disposto un presidio di navi per tutti gli angoli del mare, in breve tempo liberò il mondo da quel flagello e riuscì vincitore; sconfisse i predoni vinti con molti combattimenti; collocò gli stessi, che si erano arresi, nelle città e nei campi lontano dal mare. Niente fu più veloce di questa vittoria; infatti nell’arco di 40 giorni scacciò i pirati da tutto il mare. Subito dopo sembrò giusto affidare a Pompeo anche la guerra contro il re Mitridate e Tigrane. Cominciata questa guerra, vinse Mitridate in Armenia in un combattimento notturno, distrusse l’accampamento, uccise 40000 dei suoi, perse solo 22 centurioni del suo esercito. Mitridate fuggì con la moglie e due compagni. E non molto tempo dopo, incrudelendo contro i suoi, costretto alla morte dalla sedizione del figlio Farnace, prese il veleno. Si dice che Mitridate ebbe questa morte.

Breviarium, 6, XII

Dum haec geruntur, piratae omnia maria infestabant ita, ut Romanis toto orbe victoribus sola navigatio tuta non esset. Quare id bellum Cn. Pompeio decretum est. Quod intra paucos menses ingenti et felicitate et celeritate confecit. Mox ei delatum etiam bellum contra regem Mithridatem et Tigranem. Quo suscepto Mithridatem in Armenia minore nocturno proelio vicit, castra diripuit, quadraginta milia eius occidit, viginti tantum de exercitu suo perdidit et duos centuriones. Mithridates cum uxore fugit et duobus comitibus. Neque multo post, cum in suos saeviret, Pharnacis, filii sui, apud milites seditione ad mortem coactus venenum hausit. Hunc finem habuit Mithridates. Periit autem apud Bosphorum, vir ingentis industriae consiliique. Regnavit annis sexaginta, vixit septuaginta duobus, contra Romanos bellum habuit annis quadraginta.

Mentre ciò accadeva, i pirati infestavano tutti i mari talché per i Romani in tutto il mondo vincitori, la sola navigazione non era sicura. Onde quella guerra fu affidata a Cn. Pompeo. La finì in pochi mesi con somma fortuna e rapidità. Poi gli fu conferita anche la guerra contro il re Mitridate e Tigrane. Intrapresa la quale, nell’Armenia minore vinse Mitridate in battaglia notturna, mise a sacco il campo, uccise quarantamila dei suoi, del suo esercito perdette solo venti (uomini) e due centurioni. Mitridate fuggì con la moglie e due compagni. Nè molto dopo, incrudelendo verso i suoi, per una sedizione militare di suo figlio Farnace, costretto a darsi la morte, prese il veleno. Questa fine ebbe Mitridate. Morì poi presso il Bosforo, uomo d’immensa attività e senno. Regnò sessantanni, ne visse settantadue, ebbe guerra contro i Romani per quaranta anni.

Factorum Et Dictorum Memorabilium, VI, 7 (“Esempi di mogli fedeli”)

Atque ut uxoriam quoque fidem attingamus, Tertia Aemilia, Africani prioris uxor, mater Corneliae Gracchorum, tantae fuit comitatis et patientiae, ut, cum sciret uiro suo ancillulam ex suis gratam esse, dissimulauerit, ne domitorem orbis Africanum femina ~ magnum uirum inpatientiae reum ageret, tantumque a uindicta mens eius afuit, ut post mortem Africani manu missam ancillam in matrimonium liberto suo daret. Q. Lucretium proscriptum a triumuiris uxor Turia inter cameram et tectum cubiculi abditum una conscia ancillula ab inminente exitio non sine magno periculo suo tutum praestitit singularique fide id egit, ut, cum ceteri proscripti in alienis et hostilibus regionibus per summos corporis et animi cruciatus uix euaderent, ille in cubiculo et in coniugis sinu salutem retineret. Sulpicia autem, cum a matre Iulia diligentissime custodiretur, ne Lentulum Cruscellionem, uirum suum proscriptum a triumuiris in Siciliam persequeretur, nihilo minus famulari ueste sumpta cum duabus ancillis totidemque seruis ad eum clandestina fuga peruenit nec recusauit se ipsam proscribere, ut ei fides sua in coniuge proscripto constaret.

E, affinché citiamo anche la lealtà di una moglie, Terzia Emilia, Terzia Emilia, moglie del primo Africano e madre della Cornelia dei Gracchi, fu così gentile e paziente che, pur sapendo della simpatia nutrita da suo marito per una giovane ancella, fece finta di nulla, ad evitare che una donna accusasse il trionfatore del mondo intero e che la sua incapacità di sopportare facesse chiamare in giudizio un grand’uomo come lui; e il suo animo fu tanto lontano dal nutrire sentimenti di vendetta che, liberatala dopo la morte di suo marito, la diede in isposa ad un suo liberto. Quinto Lucrezio, che era stato proscritto dai triumviri, fu salvato con grave rischio dair imminente pericolo di vita sulla soffitta della camera da letto da sua moglie Turia con la complicità di una sola ancella, e ciò Turia fece con una fedeltà tale che, mentre gli altri proscritti riuscivano a stento a salvarsi in regioni estranee ed ostili a prezzo di gravi sofferenze fisiche e morali, egli ebbe salva la vita in una camera da letto e sul seno della moglie. E Sulpicia, pur sorvegliata assai attentamente da sua madre Giulia perché non seguisse in Sicilia suo marito Lentulo Cruscellione, ch’era stato proscritto dai triumviri, nondimeno, indossato un abito servile e in compagnia di due ancelle e altrettanti servi, fuggì clandestinamente e lo raggiunse, non rifiutando di proscrivere sé stessa per essere coerentemente fedele al marito pur proscritto.

“L’amore non sa attendere” (“Orfeo ed Euridice”)

Orpheus poeta dis deabusque carus erat propter lyrae peritiam. Musica sua non solum animos virorum movebat, sed etiam beluas saxaque. Maxime amabat Orpheus Eurydicam, pulchram nympham, quae cum daro poeta feliciter vivebat. Sed etiam Aristaeus agricola earn amabat; insidias ergo tendebat puellae, quae minas effugere viri cupiebat; sed, dum Aristaeum fugit, a vipera in silva abscondita mordetur et interficitur. Tunc magna maestitia Orpheum vexabat; itaque ad Inferos descendit, lyra leniter canit et animum Proserpinae commovet: dea puellam dimittet, si solum maritus earn non respiciet in via. Sed Orpheus, qui nimium puellam amabat, duro imperio non paret et earn spectat cupide. Sic Proserpina Eurydicam revocat nec umquam poeta puellam suam posthac videbit.

Orfeo era un poeta caro agli dei e alle dee per la bravura con la lira. La sua musica commuoveva non solo gli animi degli uomini, ma anche le bestie e i sassi. Orfeo amava moltissimo Euridice, graziosa ninfa, che viveva felicemente con l’illustre poeta. Ma anche il contadino Aristeo la amava; perciò tendeva insidie alla fanciulla, che voleva schivare le minacce dell’uomo; ma, mentre fugge Aristeo, viene morsa da una vipera nascosta nel bosco e uccisa. Allora una grande tristezza tormentava Orfeo; così discende agli Inferi, suona dolcemente la lira e commuove l’animo di Proserpina: la dea rilascia la fanciulla, a patto che il marito non la guardi durante il tragitto. Ma Orfeo, che amava troppo la fanciulla, non obbedisce al duro ordine e la osserva cupidamente. Così Proserpina richiama Euridice e il poeta non rivedrà mai più la sua fanciulla.

“Anche gli imperatori facevano la “pennichella””

Post cibum meridianum, ita ut vestitus calceatusque erat, paulisper Augustus conquiescebat, manum ad oculos opponens. A cena in lecticulam lucubratoriam se recipiebat. Ibi, residuum laborem aut reliqua officia conficiens, ad multam noctem permanebat. In ledum inde Cubans circiter septem horas dormiebat, ac ne continuas quidem, sed in illo temporis spatio ter aut quater surgebat. Quoniam, ut saepe evenit, interruptum somnum non recuperabat, lectores aut fabulatores arcessens, resumebat producebatque ultra primam lucem. Matutina vigilia offendebatur. Si propter officium maturius somno solvi debebat, numquam id contra commodum fecit, sed in proximo domesticorum cenáculo manebat. Sic quoque saepe, indigens somni, cum per vicos deportabatur, servos deponere lecticam iubebat ac inter moras dormiebat.

Dopo il pasto di mezzogiorno, Augusto, così com’era vestito e calzato, si riposava un po’, mettendo una mano davanti agli occhi. Si ritirava dalla cena sulla lettiga per lo studio notturno. Lì, portando a termine il lavoro residuo o altre incombenze, restava fino a tarda notte. Quindi, stendendosi sul letto, dormiva circa sette ore, ma neppure continue, anzi in quell’intervallo di tempo si alzava tre o quattro volte. Poiché, come spesso succede, non recuperava il sonno interrotto, mandando a chiamare lettori e narratori, riassumeva e produceva fin dopo l’alba. Era disturbato dalla sveglia mattutina. Se, a causa di un impegno, doveva essere svegliato prima del tempo, non lo faceva mai contro il (suo) comodo, ma restava nella più vicina stanza dei domestici. Anche così, avendo bisogno di dormire, quando era trasportato per le strade, ordinava ai servi di deporre la lettiga e dormiva nel frattempo.

“L’astuzia contro la brutalità

Ulixes ad insulam Cydopis Polyphemi, Neptuni filii, pervenit. Polyphemo, olim, responsum erat ab augure Telemo: “Ulixes veniet in speluncam tuam et ab eo excaberis”. Cyclops media fronte unum oculum habebat et carnem humanam magna cum voracitate edebat. Hic, postquam pecus in speluncam redegerat, molem saxeam ingetem ad ianuam apponere solebat. Ulixes, adpropinquans ad cavernam, curiositate victus est intravitque limen. Polyphemus Ulixem indusit, socios eius consumere incipiens. Ulixes, Cydopis immanitati atque ferinitati non resistens, vino eum inebriavit. “Quis es?” exdamavit iratus Polyphemus. “Utis vocor” respondit Ulixes. Itaque Ulixes trunco ardenti oculum Cydopis exussit, sed ille damoe suo ceteros Cyclopes convocans, dixit: “Utis me excaecat!”. Amici Cyclopes neglexerunt verba sua, dicentes: “Polyphemus hodie aut deridet aut insanus est”. At Ulixes socios suos ad pécora alligavit et ita e spelunca eduxit.

Ulisse, giunse all’isola del Ciclope Polifemo, figlio di Nettuno. Polifemo una volta ebbe un responso dall’indovino Telemo: “Verrà Ulisse nella tua spelonca e da questo sarai accecato”. Il Ciclope aveva al centro della fronte un solo occhio e divorava con molta voracità carne umana. Questo, dopo che avava radunato il bestiame nella spelonca, era solito collocare alla porta un’ingente mole di pietra. Ulisse, avvicinandosi alla caverna, fu vinto dalla curiosità e oltrepassò la via. Polifemo chiuse dentro Ulisse, cominciò a divorare i suoi alleati. Ulisse, non resistendo all’enormità e alla ferocia del Ciclope, lo inebriò col vino. “Chi sei?” – esclamò irato Polifemo. “Mi chiamo nessuno” rispose Ulisse. E così Ulisse con un tronco ardente bruciò l’occhio del Ciclope, ma quello con il suo grido aveva convocato gli altri Ciclopi, disse “Nessuno mi acceca”. Gli amici Ciclopi trascurarono le sue parole, dicendo: “Polifemo oggi o ci deride o è pazzo”. Ma Ulisse legò alle pecore i suoi alleati e così li condusse fuori dalla spelonca.

“I due muli e i ladri”

Duo muli eodem itinere procedebant, ponderosi sarcinis gravati: alter eorum gerebat fiscos cum pecunia, alter saccos tumentes, ulto hordeo. Mulus onere dives celsa cervice procedebat, clarumque tintinnabulum collo iactabat; comes quieto et placido gradu pone veniebat. Subito latrones ex insidiis advolant interque caedem mulum pecuniam gerentem ferro sauciant, nummos diripiunt, neglegunt autem alterum, qui vile hordeum gerit. Postquam latrones discesserunt, mulus pecunia spoliatus et saucius casus suos misere flebat. Tum alter: “Equidem”, inquit, “valde laetus sum quia latrones me contempserunt: nam nihil arrisi, neque ullum vulnus accepi”. Hoc argumento hominum tenuitas tuta est; contra magnae opes Semper alicui periculo obnoxiae sunt.

Due muli percorrevano la stessa strada, gravati da pesanti some: uno di loro portava casse piene di denaro, l’altro sacchi gonfi di una gran quantità d’orzo. Il mulo dal carico ricco camminava a testa alta e agitava con il collo un sonaglio squillante; il suo compagno veniva dietro con passo calmo e tranquillo. All’improvviso dei ladroni saltano fuori da un appostamento e durante la rapina feriscono il mulo che portava il denaro con un’arma da taglio, rubano i soldi ma non si curano dell’altro, che porta l’orzo da poco prezzo. Dopo che i rapinatori si furono allontanati il mulo spogliato del denaro e ferito, piangeva miseramente le sue disgrazie. Allora l’altro disse: “Io invece sono molto lieto perché i ladroni mi hanno trascurato: infatti non ho perso nulla e non ho ricevuto nessuna ferita”. L’ammaestramento da trarre da questo fatto è che essere insignificanti è una sicurezza per gli uomini; al contrario le grandi ricchezze sono sempre pericolose per qualche insidia.

“I Carnuti uccidono Tasgezio”

Erat in Carnutibus summo loco natus Tasgetius, cuius maiores in sua civitate regnum obtinuerant. Huic Caesar pro eius virtute atque in se benevolentia, quod in omnibus bellis
singularem eius operam adhibuerat, maiorum locum restituerat. Tertium iam annum Tasgetium regnantem inimici, multis palam ex civitate auctoribus(per palese istigazione), interfecerunt. Defertur ea res ad Caesarem, quem eius mortis valde miseritum est. Ille veritus, quod ad plures pertinebat(sottintendere quel delitto), ne civitas eorum impulsu deficeret, Lucium PLancum cum legione ex Belgio celeriter in Carnutes proficisci iubet ibique hiemare, quorumque opera cognoverat Tasgetium interfectum, hos comprehensos ad se mittere. Interim omnes legati quaestoresque, quibus legiones traditae erant, certiorem Caesarem fecerunt in hiberna se pervenisse lucumque hibernis esse munitum.

Tra i Carnuti viveva una persona di nobili natali, Tasgezio, i cui antenati avevano regnato sul paese: Cesare gli aveva restituito il rango degli avi, in considerazione del suo valore e della sua fedeltà, dato che in tutte le guerre Cesare si era avvalso del suo contributo incomparabile. Tasgezio era già al suo terzo anno di regno, quando i suoi oppositori lo eliminarono con una congiura, mentre anche molti cittadini avevano appoggiato apertamente il piano. La cosa viene riferita a Cesare, che, temendo una defezione dei Carnuti sotto la spinta degli oppositori – parecchi erano implicati nella vicenda – ordina a L. Planco di partire al più presto dal Belgio alla testa della sua legione, di raggiungere il territorio dei Carnuti e di passarvi l’inverno: chiunque gli risultasse implicato nell’uccisione di Tasgezio, doveva essere arrestato e inviato a Cesare. Nello stesso tempo, tutti gli ufficiali preposti alle legioni informano Cesare che erano giunti ai quartieri d’inverno e che le fortificazioni erano ormai ultimate.

Ab Urbe Condita, XXIX, 20

Haec quamquam partim vera partim mixta eoque similia veris iactabantur, tarnen vicit Q. Metelli sententia qui de ceteris Maximo adsensus de Scipionis causa dissensit: qui enim convenire quem modo civitas iuvenem admodum unum reciperandae Hispaniae delegerit ducem, quem recepta ab hostibus Hispania ad imponendum Punico bello finem creaverit consulem, spe destinaverit Hannibalem ex Italia retracturum, Africam subacturum, eum repente, tamquam Q. Pleminium, indicta causa prope damnatum ex provincia revocari, cum ea quae in se nefarie facta Locrenses quererentur ne praesente quidem Scipione facta dicerent, neque aliud quam patientia aut pudor quod legato pepercisset insimulari posset? Sibi piacere M. Pomponium praetorem, cui Sicilia provincia sorti evenisset, triduo proximo in provinciam proficisci: consules decern legatos quos iis videretur ex senatu legere quos cum praetore mitterent, et duos tribunos plebei atque aedilem; cum eo Consilio praetorem cognoscere; si ea quae Locrenses facta quererentur iussu aut voluntate P. Scipionis facta essent, ut eum de provincia decedere iuberent; si P. Scipio iam in Africam traiecisset, tribuni plebis atque aedilis cum duobus legatis quos maxime idoneos praetor censuisset in Africam proficiscerentur, tribuni atque aedilis qui reducerent inde Scipionem, legati qui exercitui praeessent donec novus imperator ad eum exercitum venisset: si M. Pomponius et decern legati comperissent neque iussu neque voluntate P. Scipionis ea facta esse, ut ad exercitum Scipio maneret bellumque ut proposuisset gereret. Hoc facto senatus consulto, cum tribunis plebis actum est aut compararent inter se aut sorte legerent qui duo cum praetore ac legatis irent: ad collegium pontificum relatum de expiandis quae Locris in tempio Proserpinae tacta ac violata elataque inde essent. Tribuni plebis cum praetore et decern legatis profecti M. Claudius Marcellus et M. Cincius Alimentus; aedilis plebis datus est quem, si aut in Sicilia praetori dicto audiens non esset Scipio aut iam in Africam traiecisset, prendere tribuni iuberent, ac iure sacrosanctae potestatis reducerent. prius Locros ire quam Messanam consilium erat.

Benché queste cose che si spacciavano fossero vere in parte, in parte miste, e per ciò più simili al vero, nondimeno prevalse il parere di Quinto Metello, il quale, assentendo quanto al resto a Quinto Fabio, discordò quanto a Scipione. “Infatti, come accordare insieme, che quello che testé la città elesse assai giovane a recuperare la Spagna, quello che, recuperata la Spagna, creò console per metter fine alla guerra Cartaginese, per opera del quale sperò che Annibale potesse essere scacciato dall’Italia e l’Africa soggiogata, questo stesso, come un altro Quinto Pleminio, quasi condannato prima di ascoltarlo sia improvvisamente richiamato dalla provincia? Mentre che le iniquità, di cui si dolgono i Locresi non le dicono commesse presente Scipione, né di altro si può tacciarlo, che di pazienza o troppo rispetto per aver perdonato al legati. Era egli d’avviso, che il pretore Marco Pomponio, cui era toccata in sorte la Sicilia, nei prossimi tre giorni andasse al suo governo; che i consoli scegliessero nel senato dieci legati, che paresse loro, mandandoli con il pretore e insieme due tribuni della plebe ed un edile; che il pretore con questo consiglio conoscesse della cosa. Se avessero trovato i falli di cui si lamentavano i Locresi avvenuti per volontà o comando di Publio Scipione, gli ordinassero di partire dalla provinicia. Se Publio Scipione fosse già passato in Africa, i tribuni della plebe, e l’edile con due legati che il pretore stimasse più idonei, andassero in Africa; i tribuni e l’edile per portare via da lì Scipione; i legati per attendere all’esercito, in sino a tanto, che vi giungesse il nuovo comandante. Se poi Marco Pomponio e i dieci legati avessero trovato che quelle cose non erano state fatte né per comando, né per volere di Publio Scipione, rimanesse Scipione al comando dell’esercito, governasse la guerra nella forma, che aveva proposto”. Fatto questo decreto, si trattò con i tribuni, perché tra loro convenissero o scegliessero a sorte i due che andassero col pretore e con i legati. Si consultò il collegio dei pontefici intorno all’espiazione da farsi per le cose toccate, violate o portate via dal tempio di Proserpina in Locri. Partirono con il pretore e con i dieci legati i tribù della plebe Marco Claudio Marcello e Marco Cinzio Alimento. Si aggiunse loro un edile della plebe, al quale, se Scipione o in Sicilia o di già passato in Africa ricusasse di obbedire, i tribuni commettessero di arrestarlo, e in virtù del sacrosanto loro potere, lo riportassero. Erano del parere di andare prima a Locri che a Messina.

Epistularum Libri Decem, VIII, 16 (“Umanità verso gli schiavi”)

Confecerunt me infirmitates meorum, mortes etiam, et quidem iuvenum. Solacia duo nequaquam paria tanto dolori, solacia tarnen: unum facilitas manumittendi – videor enim non omnino immaturos perdidisse, quos iam liberos perdidi -, alterum quod permitto servis quoque quasi testamenta facere, eaque ut legitima custodio. Mandant rogantque quod visum; pareo ut iussus. Dividunt donant relinquunt, dumtaxat intra domum; nam servis res publica quaedam et quasi civitas domus est. Sed quamquam his solaciis adquiescam, debilitor et frangor eadem ilia humanitate, quae me ut hoc ipsum permitterem induxit. Non ideo tarnen velim durior fieri. Nec ignoro alios eius modi casus nihil amplius vocare quam damnum, eoque sibi magnos homines et sapientes videri. Qui an magni sapientesque sint, nescio; homines non sunt. Hominis est enim adfici dolore sentire, resistere tarnen et solacia admittere, non solaciis non egere. Verum de his plura fortasse quam debui; sed pauciora quam volui. Est enim quaedam etiam dolendi voluptas, praesertim si in amici sinu defleas, apud quem lacrimis tuis vel laus sit parata vel venia.

Mi rattristarono le malattie della mia gente, anche le morti, e anche di persone giovani. Due sole consolazioni non certo pari a sì gran dolore, ma pur consolazioni: anzitutto la possibilità di operar manomissioni (mi pare infatti di non aver perduto troppo immaturamente coloro che perdetti da liberi), poi il permesso accordato anche agli schiavi di fare delle specie di testamenti e che io rispetto come avessero valor legale. Dispongono e pregano, come a lor pare; obbedisco come a degli ordini. Essi fanno partizioni, donazioni, lasciti, a condizione che tutto avvenga nella cerchia domestica, giacché la casa per gli schiavi è per così dire lo Stato e quasi la loro città. Ma benché io sia confortato da queste consolazioni, mi abbatte e mi snerva la stessa tenerezza che mi ha indotto a permettere tali gesti. Non perciò voglio divenire men sensibile. Né ignoro che altri considerano null’altro che un danno dei casi di tal genere, pur stimando se stessi e del grandi uomini e dei saggi. Saggi non so se lo sono, uomini no di certo. È infatti dell’uomo essere scosso dal dolore, sentirlo, sapervi tuttavia resistere e ricever consolazioni, non già non aver bisogno di consolazione. Ma ho forse detto più di quel che dovevo, ma meno di quello che volevo. Infatti c’è una specie di voluttà anche nel dolore; soprattutto se tu versi le tue lacrime nel seno di un amico, disposto sempre a lodarle o a compatirle.

Noctes Atticae, II, 29 (“L’allodola saggia”)

Avicùla est parva cui nomen est cassita. Habitat nidificatque in segetibus ut appétat messis pullis iam iam plumantibus. Ea cassita in sementes tempestiviores forte congessèrat; propterea, frumentis flavescentibus, pulli etiam tunc involùcres erant. Dum igitur ipsa iret cibum pullis quaesitum, monet eos ut, si quid ibi rei novae fieret dicereturve, animadverterent idque sibi referrent, cum redisset. Postea dominus segètum illarum filium adulescentem vocat et: “Videsne – inquit – haec ematuruisse et manus iam postulare? Idcirco cras, ubi primum diluculabit, fac ad amicos eas et roges veniant et messim nobiscum resécent”. Haec ubi dixit, discessit. Atque ubi redit cassita, pulii tremibundi, trepiduli circumstrepunt orantque matrem ut iam statim propéret inque alium locum sese asportet: “Nam dominus – inquunt – amicos rogavit ut luce oriente veniant et metant”. Mater iubet eos otioso animo esse: “Si enim dominus – inquit – messim ad amicos reicit, cras seges non metetur neque necesse est hodie ut vos auferam.” Die igitur postero mater in pabulum volat. Dominus quos rogaverat opperitur. Sol fervit, et fit nihil; it dies, et amici nulli eunt. Tum ille rursum ad filium: “Amici isti cessatores sunt. Quin potius imus ad cognatos adfinesque nostros et oramus ut adsint cras tempéri ad metendum?” Itìdem hoc pulli pavefacti matri nuntiant. Mater hortatur ut tum quoque sine metu ac sine cura sint, cognatos adfinesque nullos tam esse obsequibiles ait, ut ad laborem capessendum nihil cunctentur et statim dicto oboediant. “Vos modo – inquit – adverfite, si quid denuo diceretur”. Alia luce orta avis in pastum profecta est.. Cognati et adfines operam, quam dare rogati sunt, supersedérunt. Ad postremum igitur dorninus filio: “Valeant- inquit – amici cum propinquis. Afferes primo luci falces duas, unam egòmet mihi et tu tibi alteram et frumentum nosmet ipsi manibus nostris cras metemus”. Id ubi ex pullis mater audivit dixisse dominum: “Tempus – inquit – est cedendi et abeundi; et nunc dubio procul quod futurum esse dixit. In ipso enim res est, non in alio, unde petitur”. Atque ita cassita nidum migravit, seges a domino demessa est.

C’è un piccolo uccello che si chiama allodola. Abita e nidifica nei campi di grano, abbastanza presto, in modo che, quando si raccolgono le messi, i piccoli siano già in grado di volare. Un’allodola per caso aveva nidificato in un campo di grano primaticcio, sicché quando le messi biancheggiarono i piccoli non avevano ancora messo le piume. Mentre la madre ne se andava in cerca di cibo, ammonì i piccini che se accadeva qualcosa di nuovo vi prestassero bene attenzione, e fossero quindi in grado di avvertirla al suo ritorno. Sopraggiunge il padrone delle messi e chiama il figlio giovanetto, dicendogli: “Non ti pare che esse siano mature e attendano ormai la mano dell’uomo? Domani, dunque, al sorgere del sole, va’ a trovare i nostri amici e chiedi loro che vengano a darci una mano e ci aiutino a mietere le messi”. Così parlò e se ne andò. Quando l’allodola rientrò, i piccoli, tremanti e ansiosi, le furono attorno stridendo e pregavano la madre che si affrettasse a trasportarli in un altro luogo: “Il padrone” dicevano “ha mandato a cercare degli amici perché vengano allo spuntar del sole e mietano”. La madre ordinò loro di star di buon animo, dicendo: “Se anche il padrone si è rivolto agli amici, non mieterà le messi e non è necessario che io vi porti via oggi”. Il giorno dopo la madre se ne vola in cerca di cibo. Il padrone attende coloro che aveva chiamato, il sole già scotta e nulla accadde; il giorno avanza e nessun amico arriva. Allora egli dice al figlio: “Questi amici sono una genìa di fannulloni. Perché piuttosto non ce ne andiamo a pregare i nosti parenti e vicini, chiedendo che vengano domani per tempo a mietere?”. I piccoli, spaventati, riferiscono anche questo alla madre. La madre li esorta a non aver paura od affanno alcuno, giacché, afferma, non vi son parenti o vicini così servizievoli da iniziare un lavoro senza ritardo o da obbedire non appena avvertiti. “Se però” – dice – “udite di nuovo qualcosa, avvertitemi”. Appena spunta il nuovo dì, se ne va in cerca di cibo. I parenti e gli amici ben si guardano dal dare la propria opera alla quale eran stati chiamati. Alla fine il padrone dice al figlio: “Gli amici valgono quanto i parenti; allo spuntar del sole porta due falci; io stesso ne prenderò una e tu l’altra e mieteremo domani il frumento con le nostre stesse braccia”. Avendo la madre udito dai piccoli ciò che il padrone aveva annunciato: “E’ tempo” disse “di abbandonare il posto e andarcene; senza dubbio accadrà ciò che ha detto di voler fare. Ora infatti l’azione dipende da chi deve compierla, non da altrui cui è stata richiesta”. E senza tardare l’allodola portò via la nidiata, e le messi furono mietute dal padrone”.

Institutio oratoria, XII, I, 1-2-3

1 – Sit ergo nobis orator quem constituimus is qui a M. Catone finitur vir bonus dicendi peritus, verum, id quod et ille posuit prius et ipsa natura potius ac maius est, utique vir bonus: id non eo tantum quod, si vis illa dicendi malitiam instruxerit, nihil sit publicis privatisque rebus perniciosius eloquentia, nosque ipsi, qui pro virili parte conferre aliquid ad facultatem dicendi conati sumus, pessime mereamur de rebus humanis si latroni comparamus haec arma, non militi.
2 – Quid de nobis loquor? Rerum ipsa natura, in eo quod praecipue indulsisse homini videtur quoque nos a ceteris animalibus separasse, non parens sed noverca fuerit si facultatem dicendi sociam scelerum, adversam innocentiae, hostem veritatis invenit. Mutos enim nasci et egere omni ratione satius fuisset quam providentiae munera in mutuam perniciem convertere.
3 – Longius tendit hoc iudicium meum. Neque enim tantum id dico, eum qui sit orator virum bonum esse oportere, sed ne futurum quidem oratorem nisi virum bonum. Nam certe neque intellegentiam concesseris iis qui proposita honestorum ac turpium via peiorem sequi malent, neque prudentiam, cum in gravissimas frequenter legum, semper vero malae conscientiae poenas a semet ipsis inproviso rerum exitu induantur.

1 – L’oratore che mi sono riproposto di formare con i miei insegnamenti deve essere quindi un uomo perbene esperto nell’arte del parlare, secondo la definizione di Marco Porcio Catone. Ma quello che Catone ha messo al primo posto, e che è l’aspetto più pregevole e più grande per la sua stessa natura, è il suo essere un uomo perbene, e questo per due motivi. Se infatti quest’abilità retorica fornisse a un simile oratore soltanto le armi della frode, l’eloquenza sarebbe ciò che vi è di più dannoso per il bene comune e per il bene dei singoli cittadini; io stesso, che pure ho compiuto sforzi incredibili, per quanto era nelle mie possibilità, nel tentativo di far progredire in qualcosa le possibilità dell’arte oratoria, avrei fatto un pessimo servizio all’umanità fornendo queste armi non a un soldato, ma a un brigante.
2 – Perchè parlo di me? La natura stessa, proprio per aver dimostrato una particolare benevolenza nei confronti degli uomini e per averci voluto distinguere dagli altri animali, sarebbe stata una matrigna, e non una madre, se avesse inventato l’arte oratoria per farla diventare complice dei delitti, avversaria dell’innocenza, nemica della verità. Sarebbe infatti stato meglio nascere muti ed essere totalmente privi dell’intelligenza piuttosto che trasformare i doni della provvidenza nella nostra rovina reciproca.
3 – Ma, secondo me, la questione va ancora più oltre. Non voglio dire infatti soltanto che un oratore deve essere un uomo perbene, ma affermo anzi che, se non è un uomo perbene, non potrà nemmeno diventare un oratore. Nessuno sarebbe certo disposto ad ammettere che siano intelligenti coloro che, una volta che sono state messe davanti a loro la strada che porta verso l’onestà e quella che conduce verso il vizio, preferiscono seguire la peggiore, e nemmeno sarebbe disposto a concedere che siano avveduti e prudenti coloro che, quando le cose hanno avuto un risultato diverso da quello che avevano previsto, a causa delle proprie colpe incappano molto spesso nelle gravissime conseguenze della legge e finiscono sempre per patire i rimorsi della loro cattiva coscienza.

“L’oratore deve essere un uomo onesto”

Sit ergo nobis orator quem constituimus is qui a M. Catone finitur vir bonus dicendi peritus, verum, id quod et ille posuit prius et ipsa natura potius ac maius est, utique vir bonus: id non eo tantum quod, si vis illa dicendi malitiam instruxerit, nihil sit publicis privatisque rebus perniciosius eloquentia, nosque ipsi, qui pro virili parte conferre aliquid ad facultatem dicendi conati sumus, pessime mereamur de rebus humanis si latroni comparamus haec arma, non militi. Quid de nobis loquor? Rerum ipsa natura, in eo quod praecipue indulsisse homini videtur quoque nos a ceteris animalibus separasse, non parens sed noverca fuerit si facultatem dicendi sociam scelerum, adversam innocentiae, hostem veritatis invenit. Mutos enim nasci et egere omni ratione satius fuisset quam providentiae munera in mutuam perniciem convertere.

Dunque, l’oratore che noi abbiamo così formato, e di cui M. Catone ha dato la definizione di uomo onesto esperto nel parlare, questo sia perché quello l’ha detto prima sia perché la natura stessa è più dignitosa e più nobile: se l’abilità nel parlare disponesse della cattiveria dalla natura, niente sarebbe più dannoso dell eloquenza sia alle cose pubbliche che a quelle private, e noi stessi che siamo dalla parte dell uomo che tentammo di giovare a qualcuno con la capacità oratoria ci comportiamo malissimo nei confronti delle cose degli uomini se diamo questi strumenti al ladro e non al soldato. Cosa si dirà di noi? La stessa natura delle cose in quello che sembra essere benevolo agli uomini e in quello che ci distingue dagli animali, non madre ma matrigna sarebbe stata se avesse inventato l’abilità nel parlare alleata della frode avversa all’onestà e nemica della verità. Infatti, sarebbe stato meglio che gli uomini nascessero muti e privi di qualunque razionalità, piuttosto che trasformare in strumenti di reciproca rovina i doni della provvidenza.

Aristides, 1 (“Aristide esiliato perché… troppo giusto!”)

Aristides, Lysimachi filius, Atheniensis, aequalis fere fuit Themistocli. Itaque cum eo de principatu contendit; namque obtrectarunt inter se. In his autem cognitum est, quanto antestaret eloquentia innocentiae. Quamquam enim adeo excellebat Aristides abstinentia, ut unus post hominum memoriam, quem quidem nos audierimus, cognomine Iustus sit appellatus, tamen a Themistocle collabefactus, testula illa exsilio decem annorum multatus est. Qui quidem cum intellegeret reprimi concitatam multitudinem non posse cedensque animadvertisset quendam scribentem, ut patria pelleretur, quaesisse ab eo dicitur, quare id faceret aut quid Aristides commisisset, cur tanta poena dignus duceretur. Cui ille respondit se ignorare Aristiden, sed sibi non placere, quod tam cupide elaborasset, ut praeter ceteros Iustus appellaretur. Hic X annorum legitimam poenam non pertulit. Nam postquam Xerxes in Graeciam descendit, sexto fere anno, quam erat expulsus, populi scito in patriam restitutus est.

Aristide, figlio di Lisimaco, fu quasi coetaneo di Temistocle, così lottò con lui per il primato: infatti furono fra loro rivali. In questi si poté constatare anche quanto più l’eloquenza fosse superiore alla rettitudine. Infatti per quanto Aristide fosse superiore per il disinteressamento così che unico a memoria, per quanto abbiamo udito, fu soprannominato il Giusto, tuttavia, screditato nella reputazione da Temistocle fu multato con l’esilio per dieci anni, con il ben noto sistema dell’ostracismo. E poiché comprendeva che non era possibile calmare la folla, e andandosene, avendo visto un tizio che scriveva, affinché (Aristide) fosse cacciato dalla patria, cercò di sapere da lui perché facesse ciò, o che cosa Aristide avesse commesso, perché ritenuto degno di una pena così grave. E questo gli rispose che non conosceva affatto Aristide, ma che non gli piaceva, perché si era adoperato tanto con tanto zelo da essere soprannominato il Giusto, più di ogni altro. Questo tuttavia non scontò la legittima pena per dieci anni. Infatti dopo che Serse scese in Grecia, quasi sei anni dopo che era stato cacciato, fu richiamato in patria per deliberazione del popolo.

“La rotta di Teutoburgo”

Atrocissimas in Germanis calamitas, qua nulla post Crassi in Parthis cladem gravior Romanis fuit, deflenda est. Exercitus disciplina, vigore et bellorum experentia omnium fortissimus, marcore ducis, perfidia hostium, iniquitate fortunae circumventus, cum ne pugnandi quidem egrediendive occasio data esset, inclusus silvis, paludibus, insidis, ad internecionem trucidatus est. Duci plus animi ad moriendum quam pugnandum fuit. L. Asprenatus, legatus sub avunculo suo Varo militans, nava virilique opera duas legiones, quibus praeerat, immunes tanta calamitate servavit et mature adhiberna discendendo, vacillantes cis Rhenum sitarum gentium animos confirmavit. Etiam L. Caedicii, praefecti castrorum, eorumque qui una circumdati Alisone immensis Germanorum copiis obsidebantur, laudanda virus est. Hi enim, cum omnes diffficultates superavisset, quas inopia rerum intolerabiles faciebat, vis hostium inexsuperabiles (faciebat), nec temerario consilio nec nimia cautione usi, speculate opportunitatem, armis reditum ad suos sibi pepererunt.

In Germania fu respinta una disgrazia molto atroce, che non ci fu nulla di più grave per i Romani dopo la disfatta di Crasso con i Parti. L’esercito, più forte di tutti nella disciplina, nel vigore e nell’esperienza delle guerre, assalito dalla sfortuna, dalla debolezza del comandante, dalla perfidia dei nemici, essendo stata data l’occasione di non combattere neanche oppure di mettersi in marcia, nascosto tra i boschi, le paludi, le insidie, fu massacrato fino allo sterminio. L’animo del comandante fu più per morire che per combattere. L. Asprenato, prestando servizio come ambasciatore sotto suo zio Varrone, salvò con una diligente e coraggiosa azione due legioni, nelle quali aveva comandato, immuni da una tanto grande disgrazia, e con la discesa ai quartieri invernali rassicurò gli animi vacillanti delle genti collocate al di qua dal Reno. Si deve lodare anche la virtù di L. Cedico, sovrintendente dell’accampamento, e di coloro che, contemporaneamente circondati ad Alisone, erano assediati dalle smisurate truppe dei Germani. Questi infatti, avendo superato tutte le difficoltà, che la povertà rendeva insostenibili, la forza dei nemici (rendeva) insuperabili, servendosi nè di una decisione sconsiderata nè di un’eccessiva cautela, procurarono ai loro il ritorno alle armi.

“Da fabbro a imperatore”

Brevissium imperium Marii, viri robustissimi ac strenuissimi ducis, fuit. Tradunt interemptorem, dum eum mortifere vulnerat, exclamavisse: “Hic est gladius quemipse fecisti”. Marii imperatoris contio prima talis fuit: “Scio, commilitones, posse mihi obici artem pristinam. Sed dicat quisque quod vult. Ego tamen malo ferrum exercere quam luxuria corrumpi, ut alii imperatores. Vos fecistis imperatorem me qui numquam quiquam scivi tractare nisi ferrum; faciam igitur ut omnes Germani ceteraeque nationes imperio Romano finitimae, pluribus cladibus acceptis, putent populum Romanum ferratam gentem esse”.

Fu un brevissimo impero quello di Mario, uomo assai forte e strenue comandante. Si narra che l’assassino mentre lo aveva ferito a morte, abbia affermato: “Questa è la spada che lui stesso fece”. La prima arringa del comandante Mario fu la seguente: “Lo so, o compagni d’armi, di proporre l’arte antica. Ma ognuno sostenga ciò che vuole. Tuttavia io preferisco usare la spada che esser corrotto dalla lussuria, come altri comandanti. Voi mi avete eletto comandante che mai ho saputo trattare cosa alcuna se non con la spada, farò dunque in modo che tutti i Germani e le altre nazioni confinanti all’impero romano, ricevute molte sconfitte, ritengano che il popolo romano sia un popolo armato di ferro.

Themistocles, 2

Primus autem gradus fuit capessendae rei publicae bello Corcyraeo; ad quod gerendum praetor a populo factus non solum praesenti bello, sed etiam reliquo tempore ferociorem reddidit civitatem. Nam cum pecunia publica, quae ex metallis redibat, largitione magistratuum quotannis interiret, ille persuasit populo, ut ea pecunia classis centum navium aedificaretur. Qua celeriter effecta primum Corcyraeos fregit, deinde maritimos praedones consectando mare tutum reddidit. In quo cum divitiis ornavit, tum etiam peritissimos belli navalis fecit Athenienses. Id quantae saluti fuerit universae Graeciae, bello cognitum est Persico. Nam cum Xerxes et mari et terra bellum universae inferret Europae cum tantis copiis, quantas neque ante nec postea habuit quisquam – huius enim classis mille et ducentarum navium longarum fuit, quam duo milia onerariarum sequebantur; terrestres autem exercitus DCC peditum, equitum CCCC milia fuerunt -, cuius de adventu cum fama in Graeciam esset perlata et maxime Athenienses peti dicerentur propter pugnam Marathoniam, miserunt Delphos consultum, quidnam facerent de rebus suis. Deliberantibus Pythia respondit, ut moenibus ligneis se munirent. Id responsum quo valeret, cum intellegeret nemo, Themistocles persuasit consilium esse Apollinis, ut in naves se suaque conferrent: eum enim a deo significari murum ligneum. Tali consilio probato addunt ad superiores totidem naves triremes suaque omnia, quae moveri poterant, partim Salamina, partim Troezena deportant; arcem sacerdotibus paucisque maioribus natu ac sacra procuranda tradunt, reliquum oppidum relinquunt.

Il primo passo di impegnarsi per lo stato fu nella guerra di Corcira; per guidarla eletto comandante dal popolo non solo nella guerra presente, ma anche nel tempo restante rese la città più fiera. Infatti mentre il denaro pubblico, che rientrava dalle miniere, per la prodigalità dei magistrati annualmente periva, egli persuase il popolo che con quel denaro si allestisse una flotta di cento navi. Costruita questa velocemente dapprima spezzò i Corciresi, poi inseguendo i pirati marittimi rese il mare sicuro. In questa cosa da una parte adornò di ricchezze, dall’altra pure rese gli Ateniesi espertissimi di guerra navale. Di quanta grande salvezza ciò sia stato per tutta la Grecia, si conobbe con la guerra persiana. Infatti poiché Serse e per mare e per terra dichiarava guerra a tutta l’Europa con così grandi truppe, quante né prima né poi nessuno ebbe ““ la flotta di questi fu di mille e duecento navi da guerra, che migliaia di navi da carico seguivano; gli eserciti poi di terra furono di settecento (migliaia) di fanti, quattrocento migliaia di cavalieri – e del suo arrivo essendo stata portata la fama in tutta la Grecia e si diceva che soprattutto gli Ateniesi venivano assaliti per la battaglia di Maratona, inviarono a Delfi (una delegazione) per consultare, cosa mai decidessero per le loro cose. Ai richiedenti la Pizia rispose che si munissero con mura di legno. Mentre nessuno capiva a cosa si riferisse quel responso, Temistocle convinse che era proposito di Apollo, che si recassero sulle navi: quello infatti era il muro di legno significato dal dio. Approvata tale decisione, aggiungono alle precedenti altrettante navi trireme e tutte le loro cose che potevano essere mosse, in parte le portano a Salamina, in Parte a Trezene; ai sacerdoti ed a pochi anziani consegnano la rocca e le cose sacre da salvare, abbandonano il resto della città.

“Un imperatore colpito da ictus”

Valentinianus imperator ictu sanguinis exstinctus est. Nam, dum Quadorum legatos icrepat beneficiorum immemores, vehementer ira perculsus, tamquam ictus e caelo, vitali via voceque simul obstrictis, humi improviso lapsus est. Erumpente ex ore sanguine, laetali sudore perfusus, concursu ministrorum in conclave deductus est. Ibi, locatus in lecto, exiguas spiritus reliquias trahens, nondum intellegendi minuto vigore, cunctos agnoscere adstantes videbatur. Quoniam, viscerum flagrante compage, laxanda erat vena, nullus inveniri potuit medicus, quia omnes per regionem sparserat curaturos milites pestilentia tentatos. Unus tandem repertus, venas eius iterum saepiusque pungens, ne unam quidem cruoris guttam elicere potuit, quia nimis arefacta erant membra. Dicere aliqua conatus, sicuti stridor dentium et brachiorum motus et singultus, ilia pulsans, indicabant, animam efflavit.

L’imperatore Valentiniano fu ucciso da ictus. Infatti, mentre rimproverava gli ingrati ambasciatori dei Quadi, impetuosamente colpito dall’ira, come un colpo dal cielo, contemporaneamente strette le vie della voce e della vita, cadde a terra improvvisamente. Mentre il sangue sgorgava dalla bocca, bagnato di liquido mortale, fu condotto con l’efficenza dei servi nella stanza. Li, posto sul letto, trascinando con sé i deboli respiri restanti, con ancora una piccola lucidità nel capire, sembrava riconoscere tutti gli astanti. Dopo che, bruciando l’insieme delle viscere, la vena era stata allargata, nessun medico potè venire, perchè aveva sparso per tutte le regioni i soldati da curare toccati dalla peste. Infine trovato uno, avendogli chiuse le vene e pungendolo di nuovo, non potè neppure cavare una goccia di sangue perchè le membra erano troppo asciutte. Mentre tentava di dire qualcosa, come lo stridore dei denti, i moti delle braccia, i singulti e le viscere pulsanti indicavano, esalò l’anima.

“Il trionfo di Traiano”

Magnum est, imperator Auguste, stare in Danubii ripa, si transeas, certum triumphi nec decertare cupere cum recusantibus: quorum alterum fortitudine, alterum moderatione efficitur. Accipiet ergo aliquando Capitolium non mimicos currus nec falsae simulacra victoriae, sed imperatorem veram ac solidam gloriam reportantem, pacem tranquillitatem et tam confessa hostium obsequia. Pulchrius hoc omnibus triumphis est. Neque enim umquam nisi ex contemptu imperii nostri factum est, ut vinceremus. Videor iam cernere non spoliis provinciarum, et extorto sociis auro, sed hostilibus armis captorumque regum catenis triumphum gravem. Videor ingentia ducum nomina, nec indecora nominibus corpora noscitare. Videor intueri immanibus ausis barbarorum onusta fercula, et sua quemque facta vinctismanibus sequentem: mox ipsum te sublimem, instantemque curru domitarum gentium tergo; ante currum autem dypeos, quos ipse perfoderis. Nec tibi opima defuerint, si quis regum venire in manus audeat, nec modo telorum tuorum, sed etiam oculorum minarumque coniectum toto campo, totoque exercitu opposito, perhorrescat. Meruisti próxima moderatione, ut, quandoque te vel inferre vel propulsare bellum coegerit horrescat. Meruisti próxima moderatione, ut, quandoque te vel inferre vel propulsare bellum coegerit horrescat. Meruisti próxima moderatione, ut, quandoque te vel inferre vel propulsare bellum coegerit imperii dignitas, non ideo vicisse videaris ut triumphares, sed triumphare, quia viceris.

Fa stupore, o Cesare Angusto, fa stupore, che vi teniate fermo sulle rive del Danubio sicuro della vittoria, se lo valicate, e che non abbiate alcuna voglia di combattere con chi rifugge dalla battaglia: due cose, l’una delle quali è un effetto del valore, l’altra della moderazione. Il Campidoglio dunque accoglierà finalmente una volta non già carri vuoti di spoglie, non simulacri di bugiarde vittorie, ma bensì la tranquillità con vera e massiccia gloria dell’imperatore, che l’ha procurata, e le soddisfazioni date in tal modo dai nemici. Cosa che è ben più bella di tutti i trionfi. Infatti non accadde mai che vincessimo, se prima fu perso il rispetto della nostra potenza. Mi pare ormai di vederlo, il trionfo, carico non già delle spoglie delle province, né dell’oro rapito ai confederati, ma bensì delle armi ostili e delle catene dei re prigionieri. Mi pare di leggere i maestosi nomi dei condottieri, e di ammirare i loro sembianti ben meritevoli di tali nomi. Mi pare di vedere i carri carichi delle feroci torme dei barbari, e ognuno di questi seguire con le mani legate le proprie imprese: quindi seguire voi, sublime sul vostro cocchio, ed alle spalle delle nazioni soggiogate, con gli scudi davanti al cocchio da voi medesimo perforati. Né le spoglie opime mancheranno alla vostra gloria, se mai alcun re avrà l’ardire di capitare tra le vostre mani, invece di involarsi non solo dai colpi del vostro braccio, ma anche da quelli dei terribili vostri sguardi, quanto è largo il campo, e dietro al folto del proprio esercito. Ma con la moderazione di recente da voi mostrata avete ottenuto che, ogni volta che l’onore dell’imperio domandi che o dichiariate voi per primo la guerra, o la ripudiate a voi mossa, si debba capire, che non avete combattuto per trionfare, ma trionfate per aver vinto.

“Quanto tempo mi rimane?”

Haec ego multo ante prospiciens fugiebam ex Italia tum, cum me vestrorum edictorum fama revocavit; incitavisti vero tu me, Brute, Veliae. Quamquam enim dolebam in eam me urbem ire quam tu fugeres qui eam liberavisses, quod mihi quoque quondam acciderat periculo simili, casu tristiore, perrexi tamen Romamque perveni nulloque praesidio quatefeci Antonium contraque eius arma nefanda praesidia quae oblata sunt Caesaris consilio et auctoritate firmavi. Qui si steterit fide mihique paruerit, satis videmur habituri praesidi; sin autem impiorum consilia plus valuerint quam nostra aut imbecillitas aetatis non potuerit gravitatem rerum sustinere, spes omnis est in te. Quam ob rem advola obsecro, atque eam rem publicam, quam virtute atque animi magnitudine magis quam eventis rerum liberavisti, exitu libera. Omnis omnium concursus ad te futurus est. hortare idem per litteras Cassium. Spes libertatis nusquam nisi in vestrorum castrorum principiis est. Firmos omnino et duces habemus ab occidente et exercitus. hoc adulescentis presidium equidem adhuc firmum esse confido, sed ita multi labefactant ut ne moveatur interdum extimescam. Habes totum rei publicae statum, qui quidem tum erat, cum has litteras dabam. Velim deinceps meliora sint. Sin aliter fuerit, (quod di omen avertant!) rei publicae vicem dolebo quae immortalis esse debebat; mihi quidem quantulum reliqui est?

Io prevedendo molto tempo prima queste cose allora fuggivo dall’Italia, quando la notizia delle vostre ordinanze mi richiamò; tu in verità mi hai spronato, o Bruto, a Velia. Sebbene infatti mi rattristavo andare in quella città che tu fuggiresti giacché l’avessi liberata, poiché anche una volta mi era accaduto un simile pericolo, per un’occasione più triste, tuttavia mi incamminai e giunsi a Roma e senza alcun aiuto ho indebolito la posizione di Antonio e contro le scorte di lui nefande armi quelle che furono opposte per decisione di Cesare ed io ho rafforzato con autorità. Ed egli se fosse rimasto fermo alla parola data e mi avesse obbedito, ci sembrava sufficiente che avrebbe avuto gli aiuti; se invece avesse più tenuto conto i consigli dei malvagi anziché i nostri o non avesse potuto sostenere l’infermità dell’età la gravità delle vicende, tutta la speranza era in te. Perciò ti prego affrettati, libera con successo anche questa repubblica quella che hai liberato con coraggio e grandezza d’animo più che con avvenimenti. Completo sarebbe il concorso di tutti verso di te. La medesima cosa consigliava tramite lettere Cassio. La speranza della liberta e riposta nei capi dei vostri accampamenti. Abbiamo condottieri assolutamente saldi da occidente anche l’esercito. Confido che questo presidio di adolescente in vero fino ad ora sia stabile, ma cosi molti vacillano tanto che tema talvolta di non muoversi. Hai la stabilita dello stato, che anche allora c’era, quando affidavo questa lettera. Vorrei che in seguito ci siano cose migliori. Se sarà diversamente, (che gli dei disperdano quest’augurio!) a vicenda mi dorrò della repubblica che doveva essere eterna; quanto poco dunque mi resta?

“Bisogna sempre mantenere la moderazione”

Cicero in libris, quos de officiis servandis scripsit, ait achibendum esse modum ulciscendi et puniendi etiam adversus eos, a quibus iniuram acceperimus, et etiam in bellis qerendis maxime conservando esse iura qentium. Nam, cum sint duo qenera decertandi, unum per disceptationem, alterum per vim, confuqiendum est ad posterius, solum si uti non licet superiore. Quare bella suscipere oportet solum ut, nos defendendo, in pace vivamus. Post victoriam autem honestum et probum est eos conservare, qui non crudeles, non immanes, in bello qerendo fuerunt. Prisci Romani Tusculanos, Aequos, Volscos in civitatem accipiendos putaverunt; at, Carthaqine funditus eruenda, Poenis omnem renovandi belli opportunitatem sustulerunt. Ceterum ait Cicero semper paci, quae nihil insidiarum habitura sit, consulendum esse et recipiendos esse illos, qui, postquam arma posuerint, ad victoris fidem confugerint, spe veniam et clementiam consequendi.

Cicerone nei libri, che scrisse sul rispetto dei doveri, afferma che si deve applicare un limite alla vendetta e alla punizione anche nel confronti di coloro, dai quali avremo ricevuto offesa, e anche che nel condurre le guerre soprattutto devono essere osservati i diritti dei popoli. Infatti, dal momento che sono due i generi del contendere, uno attraverso la discussione, l’altro attraverso la forza, ci si deve rifugiare in quest’ultimo, solo se non è possibile avvalersi del primo. Perciò è necessario intraprendere guerre solo perchè viviamo in pace difendendoci. Dopo la vittoria infatti è dignitoso e virtuoso salvare coloro che non sono stati crudeli e feroci nel fare guerra. Gli antichi Romani ritennero di dover concedere la cittadinanza (fare cittadini romani) i Tuscolani, gli Equi, i Volsci; ma, col distruggere dalle fondamenta Cartagine, tolsero ai Cartaginesi ogni opportunità di rinnovare la guerra. Per il resto Cicerone afferma che si deve sempre provvedere alla pace, che non sia destinata ad avere nessuna insidia, e si devono accogliere quelli che, dopo che hanno deposto le armi, si siano rimessi alla lealtà del
vincitore, con la speranza di ottenere perdono e clemenza.

“Ottaviano signore unico di Roma”

Post Caesaris necem Octavianus claris operibus vitaeque integritate civium romanorum admirationem exercitabat. Marcus Antonius Alexandriae domicilium constituerat atque molliter vivebat cum Cleopatra, Aegypti regina. Praeterea, Cleopatrae amore atque impulsu, interitum parabat Romano imperio. Senatus igitur, Octaviani hortatu, bellum indixit Antonio Aegyptique reginae. Ideo mense Septembri in sinu maris Actiaci, duumvirorum copiae bellum navale gesserunt. Exercitus classesque pares erant magnaque cum virtute pugnaverunt. Belli exitus adhuc anceps erat, sed subito Cleopatra veloci navigio domum remeavit. Tunc Antonius, imperatoris officii immemor, ad Alexandriam velificavit. Octavianus magna cum celeritate in Aegyptum contendit. Post aemuli mortem, Romam properavit cum ingenti captivorum numero.

Dopo l’assassinio di Cesare Ottaviano suscitava l’ammirazione dei cittadini romani con opere famose e con l’onestà della (sua) vita. Marco Antonio aveva stabilito il domicilio ad Alessandria e viveva fiaccamente con Cleopatra, regina d’Egitto. Da allora, per amore e per incitamento di Cleopatra, preparava la distruzione dell’impero romano. Perciò il senato, per consiglio di Ottaviano, dichiarò guerra ad Antonio e alla regina d’Egitto. Percui nel mese di Settembre nel golfo del mar di Azio, le milizie nemiche combatterono una guerra navale. Gli eserciti e le flotte erano pari e combatterono con grande valore. L’esito della guerra fu lungamente incerto ma all’improvviso Cleopatra con un’imbarcazione veloce ritornò a casa. Allora Antonio, dimentico del suo incarico di comandante, navigò verso Alessandria. Ottaviano con grande velocità si diresse in Egitto. Dopo la morte del nemico, si affrettò verso Roma con un grande numero di prigionieri.

“Ottaviano e Antonio: scontro finale”

Exercitus classesque pares erant militumque manus magna cum virtute pugnaverunt. Belli exitus adhunc anceps erat, sed subito Cleopatra pugnae locum reliquit ac veloci navigio domum remeavit. Tunc Antonius, imperatoris officii immemor, ab Actiaci maris oris Alexandriam velificavit. Post Cleopatrae Antonique fugam, octavianus magna cum celeritate in Aegyotum contendit. Post aemuli mortem, Romam properavit cum ingenti captivorum numero. Romani cives victoris triumphum magnis plausibus honoribusque celebraverunt.

L’esercito e la flotta erano equivalenti e combattevano con grande virtù. Fin qui l’esito della battaglia era incerto, ma subito Cleopatra lasciò il luogo della battaglia e con delle barche veloci remò verso casa. Quindi Antonio, immemore del dovere di comandante, veleggiò dalle bocche del mare di Azio ad Alessandria. Dopo la fuga di Antonio e Cleopatra, Ottaviano con grande velocità si diresse in Egitto. Dopo la morte del nemico, si affrettò verso Roma con un grande numero di prigionieri al seguito. I cittadini di Roma celebrarono il trionfo del vincitore con grandi applausi e onori.