De Beneficiis, III, 20

Errat, si quis existimat servitutem in totum hominem descendere: pars melior eius excepta est. Corpora obnoxia sunt, et adscripta dominis: mens quidem sui iuris; quae adeo libera et vaga est, ut ne ab hoc quidem carcere cui inclusa est teneri queat, quo minus impetu suo utatur, et ingentia agat, et in infinitum comes coelestibus exeat. Corpus itaque est, quod domino fortuna tradicit.
Hoc emit, hoc vendit: interior illa pars mancipio dari non potest. Ab hac quidquid venit, liberum est; non enim aut nos omnia iubere possumus, aut in omnia servi parere coguntur: contra rempublicam imperata non facient; nulli sceleri manus commodabunt.

Se qualcuno pensa che la schiavitù riguardi l’uomo nella sua totalità, sbaglia: la sua parte migliore ne è esclusa. I corpi sono soggetti e assegnati ai padroni, ma indipendente è la mente, che è libera e vagante a tal punto che nemmeno dal carcere, nel quale è rinchiusa, possa essere trattenuta dall’usare il suo ardore e dal compiere cose immense e dal librarsi all’infinito come compagna dei celesti. Dunque è il corpo, quello che la sorte assegna ad un padrone.
Questo compra, questo vende: quella parte più profonda non può essere venduta. Tutto ciò che da questa proviene, è libero; nè infatti noi possiamo ordinare ogni cosa, nè gli schiavi sono costretti ad obbedire in tutto e per tutto; non eseguiranno ordini contro lo stato, non si presteranno ad alcun crimine.

One thought on “De Beneficiis, III, 20

Comments are closed.