Bellum Iugurthinum, 63 (“Ritratto di Mario”)

di Sallustio

Per idem tempus Vticae forte C. Mario per hostias dis supplicanti magna atque mirabilia portendi haruspex dixerat: proinde quae animo agitabat, fretus dis ageret, fortunam quam saepissime experiretur; concta prospere eventura. At illum iam antea consulatus ingens cupido exagitabat, ad quem capiendum praeter uetustatem familiae alia omnia abunde erant: industria, probitas, militiae magna scientia, animus belli ingens domi modicus, libidinis et divitiarum victor, tantummodo gloriae auidus. Sed is natus et omnem pueritiam Arpini altus, ubi primum aetas militiae patiens fuit, stipendiis faciendis, non Graeca facundia neque urbanis munditiis sese exercuit: ita inter artis bonas integrum ingenium brevi adoleuit. Ergo, ubi primum tribunatum militarem a populo petit, plerisque faciem eius ignorantibus facile factis notus per omnis tribus declaratur. Deinde ab eo magistratu alium, post alium sibi peperit, semperque in potestatibus eo modo agitabat, ut ampliore quam gerebat dignus haberetur. Tamen is ad id locorum talis vir–nam postea ambitione praeceps datus est–consulatum appetere non audebat. Etiam tum alios magistratus plebs, consulatum nobilitas inter se per manus tradebat. Nouos nemo tam clarus neque tam egregiis factis erat, quin indignus illo honore et is quasi pollutus haberetur.

In quello stesso periodo, il caso volle che Gaio Mario, trovandosi a Utica, offrisse un sacrificio agli dèi; l’aruspice gli comunicò che si annunziava per lui un grande e meraviglioso destino: confidasse dunque nell’aiuto degli dèi per tutte le imprese che aveva in animo e tentasse la fortuna molte volte; tutto gli sarebbe riuscito nel migliore dei modi. Veramente già da tempo Mario era divorato dall’ambizione di diventare console e, tranne la nobiltà della stirpe, possedeva tutte le doti necessarie a ricoprire tale carica: energia, rettitudine, grande esperienza militare e un animo indomito in guerra, equilibrato in pace, capace di dominare le tentazioni dei sensi e della ricchezza, avido soltanto di gloria. Nato ad Arpino, dove aveva trascorso tutta la sua fanciullezza, appena fu in età di portare le armi, intraprese la carriera militare, noncurante di eloquenza greca e di raffinatezze cittadine: così, fra quelle sane occupazioni il suo carattere integro maturò precocemente. Perciò quando presentò al popolo la propria candidatura al tribunato militare, benché ai più fosse ignoto il suo aspetto, la sua sola reputazione fu sufficiente a procurargli il voto di tutte le tribù. Dopo quella egli ottenne una carica dietro l’altra e ogni volta esercitò la magistratura in modo tale, da essere considerato meritevole di rivestirne un’altra più importante. Eppure un uomo così eccezionale fino a quel momento – più tardi fu rovinato dall’ambizione – non osava aspirare al consolato: era ancora il tempo in cui la plebe poteva ottenere le altre cariche, ma il consolato passava dalla mano di un nobile a quella di un altro. Non c’era “uomo nuovo”, per quanto illustre e di alti meriti, che non venisse considerato indegno di quell’onore e quasi contaminato da qualche infamia.


Bellum Iugurthinum, 6 (“Il ritratto di Giugurta”)

di Sallustio

Qui ubi primum adolevit, pollens viribus, decora facie, sed multo maxime ingenio validus, non se luxu neque inertiae corrumpendum dedit, sed, uti mos gentis illius est, equitare, iaculari; cursu cum aequalibus certare et, cum omnis gloria anteiret, omnibus tamen carus esse; ad hoc pleraque tempora in venando agere, leonem atque alias feras primus aut in primis ferire: plurimum facere, [et] minimum ipse de se loqui. Quibus rebus Micipsa tametsi initio laetus fuerat, existimans virtutem Iugurthae regno suo gloriae fore, tamen, postquam hominem adulescentem exacta sua aetate et parvis liberis magis magisque crescere intellegit, vehementer eo negotio permotus multa cum animo suo voluebat. Terrebat eum natura mortalium auida imperi et praeceps ad explendam animi cupidinem, praeterea opportunitas suae liberorumque aetatis, quae etiam mediocris viros spe praedae transversos agit, ad hoc studia Numidarum in Iugurtham accensa, ex quibus, si talem virum dolis interfecisset, ne qua seditio aut bellum oriretur, anxius erat.

Appena che Giugurta diventò adulto, forte, di bello aspetto, ma assai più valido nell’intelligenza, non si lasciò corrompere né dal lusso né dall’indolenza, bensì, secondo l’usanza di quel popolo, cavalcò e lanciò dardi; gareggiò nella corsa con i coetanei e, sebbene si dimostrava superiore a tutti ricevendo riconoscimenti di gloria, stava tuttavia simpatico a tutti; oltre a questo la maggior parte del tempo cacciava, per primo o da principio feriva un leone o altre bestie feroci: più faceva e meno parlava di se stesso. Sebbene Micipsa all’inizio era stato contento di questa qualità, credendo che il valore di Giugurta avrebbe portato gloria al suo regno, tuttavia, dopo che comprese che quel giovane cresceva sempre più in potenza, visto che la sua vita stava terminando e i suoi figli erano piccoli, fortemente tormentato da quella preoccupazione, nel suo animo oscillava fra diverse soluzioni. Lo spaventava la natura degli uomini avida del potere e pronta a lanciarsi a capofitto per appagare la bramosia dell’animo, inoltre l’opportunità della sua età e di quella dei suoi figli, la quale con la speranza di un profitto mette di traverso anche persone moderate, e oltre a questo le simpatie dei Numidi raccolte da Giugurta: da questi, se avesse ucciso con l’inganno un tale uomo, temeva che sarebbe nata qualche sommossa o guerra.


De natura deorum, II, 10 (“L’errore di Tiberio Sempronio Gracco”)

di Cicerone

At vero apud maiores tanta religionis vis fuit, ut quidam imperatores etiam se ipsos dis inmortalibus capite velato verbis certis pro re publica devoverent. Multa ex Sibyllinis vaticinationibus, multa ex haruspicum responsis commemorare possum quibus ea confirmentur, quae dubia nemini debent esse. Atqui et nostrorum augurum et Etruscorum haruspicum disciplinam P. Scipione C. Figulo consulibus res ipsa probavit. quos cum Ti. Gracchus consul iterum crearet, primus rogator, ut eos rettulit, ibidem est repente mortuus. Gracchus cum comitia nihilo minus peregisset remque illam in religionem populo venisse sentiret, ad senatum rettulit. Senatus quos ad soleret, referendum censuit. Haruspices introducti responderunt non fuisse iustum comitiorum rogatorem.

Ma al tempo dei nostri progenitori fu tanto il peso dei fattore religioso che alcuni comandanti di eserciti, a capo coperto e con formule determinate offrirono se stessi in olocausto agli dèi immortali per il bene della patria. Dai vaticini delle sibille e dai responsi degli aruspici si possono trarre molte veritiere testimonianze che nessuno ha il diritto di porre in dubbio. Ma è l’evidenza dei fatti che ha comprovato la validità della scienza dei nostri auguri e degli aruspici etruschi quando erano consoli Publio Scipione e Gaio Figulo. Tiberio Gracco, che rivestiva per la seconda volta l’ufficio di console, stava presiedendo l’elezione dei suoi successori; ed ecco che l’ufficiale incaricato di raccogliere i voti della prima centuria non appena ebbe riferito i nomi degli eletti morì sul luogo stesso. Gracco condusse ugualmente a termine i comizi, ma avendo notato che l’evento aveva turbato il sentimento religioso dell’assemblea, ne riferì al Senato. Il Senato allora decretò che il caso venisse deferito a chi di consueto e gli aruspici introdotti per l’occasione dichiararono che il presidente dei comizi non esercitava la carica di pieno diritto.


“Un episodio relativo al re Tarquinio”

di Gellio

Quaedam anus hospita atque incognita videtur olim ad Tarquinium regem se contulisse, novem libros secum ferens, quos divina oracula continere dicebat et vendere cupiebat. Cum Tarquinius pretium percontatus esset, anus nimiam atque immensam pecuniam petivit; quasi anus aetate desiperet, rex derisit. Tum illa, foculo cum igni ante eum posito, tres ex novem libris combussit et ex eo num sex reliquos eodem pretio emer vellet quaesivit. Sed Tarquinio, multo magis ridenti, anus sine dubio delirare visa est. At mulier ibidem statim, aliis tribus libris combustis, placide ex rege iterum quaesivit num reliquos tres libros eodem pretio emere vellet. Tum Tarquinius ore serio ac animo attentiore factus est; nam mulierem tam constantem securamque de se contemnendam sibi non esse putavit; itaque libros statim maximo pretio emit. Cum a Tarquinio anus abisset, nemo umquam quo ea se contulisset scivit: quod nusquam loci iam visa est.

Sembra che una volta una vecchia straniera e sconosciuta si sia recata dal re Traquinio, portando con sé nove libri, che diceva contenessero gli oracoli sacri e desiderava venderli. Quando Tarquinio domandò il prezzo, la vecchia chiese un’eccessiva e smirurata quantità di denaro; come se la vecchia con l’età avesse perso il senno, il re allora la derise. Allora quella, dopo aver messo un braciere con il fuoco davanti a lui, bruciò tre dei nove libri e gli chiese se voleva comperare i sei rimanenti allo stesso prezzo. Ma a Tarquinio, che rideva molto di più, la vecchia senza dubbio sembrò delirare. Ma la donna immediatamente in quello stesso luogo, dopo aver bruciato gli altri tre libri, tranquillamente per la seconda volta chiese al re se voleva comperare i tre restanti libri allo stesso prezzo. Allora Tarquinio divenne dal volto derio e con l’animo più attento; infatti ritenne di non dover sottovalutare una donna tanto insistente e sicura di sé; pertanto acquistò subito i libri al prezzo più alto. Quando la vecchia si fu allontanata da Tarquinio, nessuno seppe mai dove ella si fosse rifugiata: poiché non fu vista più in nessun posto.


Confessiones, X, 26 (“La morte di Monica, madre di Agostino”)

di Agostino

Cum talia loqueremur et mundus iste nobis inter verba vilesceret cum omnibus delectationibus suis, tunc ait illa: fili, quantum ad me adtinet, nulla re iam delector in hac vita. Quid hic faciam adhuc et cur hic sim, nescio, iam consumpta spe huius saeculi. Unum erat, propter quod in hac vita aliquantum inmorari cupiebam, ut te Christianum catholicum viderem, priusquam morerer. Cumulatius hoc mihi deus praestitit, ut te etiam contemta felicitate terrena servum eius videam. Quid hic facio?

Cose del genere dicevo, se non in questo modo e con queste parole: però tu lo sai, Signore, che quel giorno, mentre così ragionavamo e fra una parola e l’altra il mondo si sviliva ai nostri occhi con tutte le sue gioie, lei, mia madre, disse: “Per quanto mi riguarda, figlio mio, non trovo più piacere in questa vita. Che cosa faccia ancora qui e perché ci sia non so, ora che la speranza terrena è consumata. C’era una sola cosa per cui desideravo di restare ancora un poco in questa vita, ed era di vederti cristiano cattolico prima di morire. M’ha dato a iosa, anche di più, il mio Dio: di vederti addirittura disprezzare la fortuna terrena per servirlo. Cosa sto a fare qui?”


“Origine del mitridatismo”

di Gellio

Anates Ponticas dicunt victitare venenis comedentis. Scriptum etiam est a Lenaeo, Cnei Pompei liberto, Mithridatem illum, Ponti regem, medinae et remediorum illius generis sollertem fuisse, solitumque esse anatum Ponticarum sanguinem miscere medicamentis, quae digerendis venenis valent. Arbitrabatur enim eum sanguinem potentissimum esse in ea confectione et ipse assidue talibus medelis utendo, a clandestinis epularum insidiis cavebat. Saepenumero etiam, ostentandi gratia, venenum rapidum et velox hausit, atque id sine noxa fuit. Quamobrem postea, cum, a populo Romano proelio victus, in ultima loca regni sui refugisset et venena violentissima, festinandae necis gratia, frustra espertus esset, suo se ipse gladio transegit. Huius regis antidotus celebratissima est, quae Mithridatea vocatur.

Dicono che le anatre del Ponto vivano di veleni, mangiandoli. Anche da Leneo, liberto di Gneo Pompeo, fu scritto che quel famoso Mitridate, re del Ponto, fosse stato esperto di medicina e di rimedi di quel genere, e che fosse solito mischiare alle medicine sangue di anatre del Ponto, che sono in grado di digerire i veleni. Credeva infatti che quel sangue fosse potentissimo in quella preparazione e lui stesso col servirsi assiduamente di tali metodi si guardava dalle insidie nascosti delle vivande. Spesso, per dimostrare, bevve anche del veleno rapido e veloce e ciò fu senza danno. Perciò in seguito, poiché, essendo stato vinto in battaglia dal popolo Romano, si era rifugiato nei luoghi più remoti del suo regno ed aveva provato, per affrettare la morte, invano dei veleni violentissimi, lui stesso si trafisse con la propria spada. L’antidoto di questo re, che si chiama mitridatico, è famosissimo.


“Ponzio attira i Romani verso le Forche Caudine”

di Livio

Duae ad Luceriam ferebant viae, altera praeter oram superi maris, patens apertaque sed quanto tutior tanto fere longior, altera per Furculas Caudinas, brevior; sed ita natus locus est: saltus duo alti angusti silvosique sunt montibus circa perpetuis inter se iuncti. Iacet inter eos satis patens clausus in medio campus herbidus aquosusque, per quem medium iter est; sed antequam venias ad eum, intrandae primae angustiae sunt et aut eadem qua te insinuaveris retro via repetenda aut, si ire porro pergas, per alium saltum artiorem impeditioremque evadendum. In eum campum via alia per cavam rupem Romani demisso agmine cum ad alias angustias protinus pergerent, saeptas deiectu arborum saxorumque ingentium obiacente mole invenere. Cum fraus hostilis apparvisset, praesidium etiam in summo saltu conspicitur. Citati inde retro, qua venerant, pergunt repetere viam; eam quoque clausam sua obice armisque inveniunt.

Le strade che portavano a Luceria erano due: una lungo la costa adriatica, aperta e sgombra, ma tanto più lunga quanto più sicura, l’altra attraverso le Forche Caudine, più rapida. Si tratta però di un luogo con questo tipo di conformazione: due gole profonde, strette e coperte di boschi, collegate da una catena ininterrotta di montagne. In mezzo a queste montagne si apre una pianura abbastanza ampia, ricca di acque e di pascoli, e tagliata da una strada. Ora, per accedervi è necessario attraversare la prima gola, mentre per uscire si deve o tornare sui propri passi per la strada fatta all’andata, oppure – qualora si voglia procedere – attraversare una gola ancora più stretta e impervia della prima. L’esercito romano, dopo aver raggiunto quella pianura attraverso uno dei passaggi incassati nella roccia, stava marciando verso la seconda gola, quando la trovò ostruita da una barriera di tronchi abbattuti e di grossi massi. Era chiaro che si trattava di un agguato nemico: infatti avvistarono sulla cima della gola un manipolo di armati. Cercarono quindi, senza perdere un attimo, di ritornare indietro per il passaggio attraverso il quale erano arrivati, ma trovarono sbarrato anche questo da ostacoli naturali e da uomini armati.


Fabulae, 91 – Alexander Paris

di Igino

Priamus Laomedontis filius cum complures liberos haberet ex concubitu Hecubae Cissei sive Dymantis filiae, uxor eius praegnans in quiete vidit se facem ardentem parere, ex qua serpentes plurimos exisse. Id visum omnibus coniectoribus cum narratum esset, imperant, quicquid pareret, necaret, ne id patriae exitio foret. Postquam Hecuba peperit Alexandrum, datur interficiendus, quem satellites misericordia exposuerunt; eum pastores pro suo filio repertum expositum educarunt eumque Parim nominaverunt. Is cum ad puberem aetatem pervenisset, habuit taurum in deliciis; quo cum satellites missi a Priamo, ut taurum aliquis adduceret, venissent, qui in athlo funebri, quod ei fiebat, poneretur, coeperunt Paridis taurum abducere. Qui persecutus est eos et inquisivit, quo eum ducerent; illi indicant se eum ad Priamum adducere ei, qui vicisset ludis funebribus Alexandri. Ille amore incensus tauri sui descendit in certamen et omnia vicit, fratres quoque suos superavit. Indignans Deiphobus gladium ad eum strinxit; at ille in aram Iovis Hercei insiluit; quod cum Cassandra vaticinaretur eum fratrem esse, Priamus eum agnovit regiaque recepit.

Priamo, figlio di Laomedonte, aveva già avuto molti figli da Ecuba, figlia di Cisseo o di Dimante, quando sua moglie, di nuovo incinta, sognò di partorire una fiaccola ardente da cui uscivano tanti serpenti Tutti gli indovini ai quali venne riferita questa visione ordinarono di uccidere il nascituro, chiunque mai fosse, perché non portasse la patria alla rovina. Quando Ecuba partorì Alessandro, il bambino fu dato ai servi perché lo uccidessero, ma questi per pietà lo esposero; alcuni pastori lo trovarono, lo allevarono come se fosse stato figlio loro e lo chiamarono Paride. Il ragazzo, giunto all’adolescenza, si era molto affezionato a un certo toro. Alcuni servi, che erano stati mandati da Priamo a prendere un toro da dare in premio nei giochi funebri in onore dello stesso Paride, cominciarono a condurre via il toro di Paride, il quale li inseguì, chiedendo dove lo portassero; quelli risposero che lo stavano portando a Priamo, per darlo al vincitore dei ludi funebri in onore di Alessandro. Allora Paride, per amore del suo toro, partecipò alle gare e le vinse tutte, battendo anche i suoi fratelli. Deifobo, in preda all’ira, sguainò la spada contro di lui, ma Paride saltò sull’altare di Giove Erceo. Cassandra dichiarò, ispirata, che quello era loro fratello, al che Priamo lo riconobbe e lo accolse nella reggia.


“Plinio saluta al suo Marcellino”

di Plinio il Giovane

Plinius Marcellino suo salutat. Tristissimus haec tibi scribo, Fundani nostri filia minor decessit. Qua puella, nihil unmquam festivius et amabilius vidi. Nondum annos quattuordecim impleverat et iam illi anilis prudentia, matronalis gravitas erat, et tamen suavitas puellaris cum virginali verecundia. Ut illa patris cervicibus inhaerebat! Ut nos amicos paternos set amanter et modeste salutabar! Ut nutrices, ut paedagogos, ut praeceptores pro suo quemque officio diligebat! Quam studiose, quam intelligenter lectitabat! Ut parce custoditeque ludebat! Qua illa temperantia, qua patientia, qua etiam con stantia novissimam valetudinem toleravit! O triste plane acerbumque funus! O morte ipsa mortis tempus indignius! Iam destinata erat egregio iuveni, iam electus nuptiarum dies, iam nos vocati. Quod gaudium quo maerore mutatum est!

Plinio saluta al suo Marcellino.
Tristissimo, ti scrivo queste cose, la figlia minore del nostro Freudiano morì. Non ho mai visto nulla di più piacevole e di più amabile. Non aveva ancora compiuto quattordici anni e aveva già la saggezza di una vecchia, la maestà di una matrona e tuttavia aveva una dolcezza giovanile con timidezza verginale. Come si aggrappava al collo del padre! Come salutava amichevolmente e umilmente noi amici del padre! Come amava le nutrici, i maestri, i precettori ciascuno con i suoi ostacoli! Con quanta attenzione, con quanta intelligenza leggeva! Come lodava sobriamente e con ritegno!Con quale temperanza, con quale pazienza, anche con quale costanza sopportò l’ultima malattia! O funerale triste e completamente doloroso. O tempo della morte più indegno della morte stessa! Era già stata destinata ad un giovane eccellente, era già stato scelto il giorno delle nozze, noi eravamo già stati invitati. Con quale tristezza è stata cambiata questa gioia!


De Bello Gallico, VI, 22

di Cesare

Agriculturae non student, maiorque pars eorum victus in lacte, caseo, carne consistit. Neque quisquam agri modum certum aut fines habet proprios; sed magistratus ac principes in annos singulos gentibus cognationibusque hominum, qui una coierunt, quantum et quo loco visum est agri attribuunt atque anno post alio transire cogunt. Eius rei multas adferunt causas: ne adsidua consuetudine capti studium belli gerendi agricultura commutent; ne latos fines parare studeant, potentioresque humiliores possessionibus expellant; ne accuratius ad frigora atque aestus vitandos aedificent; ne qua oriatur pecuniae cupiditas, qua ex re factiones dissensionesque nascuntur; ut animi aequitate plebem contineant, cum suas quisque opes cum potentissimis aequari videat.

Non si occupano della coltivazione dei campi, la maggior parte del loro vitto consiste in latte, formaggio e carne. E nessuno ha una determinata estensione di terreno o terre proprie, ma i magistrati e i capi attribuiscono di anno in anno la quantità di terreno e nel luogo in cui sembra opportuno alle famiglie e alle parentele degli uomini che vivono insieme, e dopo un anno li obbligano a trasferirsi altrove. Adducono molte ragioni di questa usanza: affinché, presi dalla lunga abitudine, non sostituiscano l’agricoltura al desiderio di fare guerra; affinché non desiderino procurarsi campi vasti e i più potenti non scaccino dai possedimenti i più deboli; affinché non costruiscano le case con troppa cura per evitare il freddo e il caldo; affinché non sorga alcuna brama di denaro, motivo per cui nascono fazioni e dissensi; affinché trattengano la plebe con equanimità dato che ciascuno vede che le sue ricchezze sono uguali a quelle dei più facoltosi.


“Un sogno veritiero”

di Valerio Massimo

Duo familiares Arcades iter una facientes Megara Venerunt, quorum alter ad hospitium contendit, alter in tabernam meritoriam devertit. Is, qui in hospitio erat, vidit in somnis comitem suum orantem ut sibi, coponis insidiis circumvento, auxilio veniret. Excitatus visu prosiluit et cucurrit ad tabernam, sed omnia circa eam quieta videns lectum ac somnum repetiit. Tunc idem saucius ei apparuit petiitque ut saltem mortis suae ultor existeret: dixit enim corpus suum, a copone trucidatum, plaustro tum vehi extra portam stercore adopertum. Motus his precibus vir protinus ad portam adcucurrit, scelus deprehendit et coponem ad capitale supplicium duxit.

Due amici e compagni di viaggio, di nazionalità greca, giunsero a Megara; uno cercò alloggio in un albergo, l’altro in una locanda con camere in affitto. Quello che era in albergo, vide in sogno il compagno che gli chiedeva aiuto, perché caduto nelle grinfie malefiche del locandiere. Turbato dal sogno, quello balzò (fuori dal letto) e si fiondò alla locanda: ma vedendo che, nei paraggi della stessa, tutto era tranquillo, se ne tornò a letto a dormire. Gli apparve (in sogno) di nuovo l’amico, ferito, che gli chiese di vendicare, per lo meno, la propria morte: disse, infatti, che il proprio cadavere, martoriato dal locandiere, veniva giusto in quel momento trasportato su di un carretto fuori della porta, ricoperto di sterco. Mosso da tali preghiere, quello si fiondò alla porta e, sorpreso il misfatto, lo accusò di pena capitale.


“Un re romano di origine greca”

di Cicerone

Quidam Demaratus Corinthius, et auctoritate et fortunis facile civitatis suae princeps, cum Corinthiorum tyrannum Cypselum ferre non potuisset, magna cum pecunia fugisse seque contulisse Tarquinios in urbem Etruriae florentissimam dicitur. Cum libenter in civitatem receptus esset propter humanitatem atque doctrinam, Anco regi tam familiaris factus est ut conciliorum omnium particeps et socius regni putaretur. Eratin eo praeterea summa comitas, summaque in omnes cives benignitas. Mortuo Anco Marcio, cunctis populi suffragis rex est creatus Lucius Tarquinius: sic enim suum nomen ex Graeco nomine mutaverat, ut omni in genere populi Romani consuetudinem imitatus esse videretur.

Si narra che il corinzio Demarato, l’uomo senza dubbio più eminente della sua città per onori, autorità e fortune, non potendo tollerare la tirannia di Cipselo, fuggisse da Corinto con molte ricchezze e riparasse a Tarquinia, fiorentissima città dell’Etruria. Ottenuta facilmente la cittadinanza romana, per la sua gentilezza di costumi e per la sua cultura divenne così intimo del re Anco, da essere creduto partecipe di ogni suo disegno e suo socio nel regno. Era infatti uomo di singolare affabilità e di grande generosità verso tutti i cittadini. Quando Anco Marcio morì, Lucio Tarquinio fu creato re per unanime votazione del popolo: così (egli) aveva infatti mutato il suo nome dall’originale greco, per mostrare di avere assimilato in tutto le usanze del popolo romano.


“Il tebano Epaminonda, esempio di integrità morale e di valore militare”

di Cicerone

Difficile est dictu utrum Epaminondas melior vir an dux fuerit. Nam et imperium non sibi sed patriae semper quaesivit et pecuniae adeo parcus fuit ut pauper decesserit atque publico sumptu elatus sit. Litterarum ac philosophiae scientia tanta ei fuit, ut omnes quaererent unde etiam tam insignem rei militaris peritiam sibi paravisset. Neque ab hoc vitae proposito mortis ratio dissensit. Nam Epaminondas, cum Lacedaemonios apud Mantineam vicisset simulque ipse gravi vulnere exanimari se videret, in castra semianimis relatus, vocem spiritumque collegit atque e circumstantibus quaesivit salvusne esset clipeus. Quod cum salvum esset sui responderunt, rogavit essentne fusi hostes. Cum id quoque, ut cupiebat, audivisset, evelli iussit eam, qua transfixus erat, hastam. Ita in multo sanguine sed in laetitia et in victoria, patriae gratia agens, exspiravit.

E’ difficile a dire se Epaminonda fu migliore come uomo che come comandante. Infatti non chiedeva il potere per se stesso ma per la patria e fu così parco di denaro che allontanò la povertà e con spesa pubblica. A quello fu tanta la conoscenza delle lettere e della filosofia, che tutti gli chiedevano dove avesse appreso una simile perizia nell’arte militare. E non dissentiva da questo proposito di vita la sua idea della morte. Infatti Epaminonda, avendo vinto i Lacedemoni presso Mantinea ed essendosi accorto di morire per una grave ferita, riportato nell’accampamento inanime, unì la voce e lo spirito e chiese a chi lo circondava se lo scudo fosse salvo. Poichè gli risposero che era stato salvato, chiese se i nemici lo avessero rotto. Avendo sentito ciò, come desiderava, ordinò che quell’asta che lo aveva trafitto gli fosse tolta. Così nel molto sangue ma nella gioia e nella vittoria, rendendo grazia alla patria, morì.


Hannibal, 2

di Cornelio Nepote

Nam ut omittam Philippum, quem absens hostem reddidit Romanis, omnium his temporibus potentissimus rex Antiochus fuit. Hunc tanta cupiditate incendit bellandi, ut usque a rubro mari arma conatus sit inferre Italiae. Ad quem cum legati venissent Romani, qui de eius voluntate explorarent darentque operam, consiliis clandestinis ut Hannibalem in suspicionem regi adducerent, tamquam ab ipsis corruptus alia atque antea sentiret, neque id frustra fecissent idque Hannibal comperisset seque ab interioribus consiliis segregari vidisset, tempore dato adiit ad regem, eique cum multa de fide sua et odio in Romanos commemorasset, hoc adiunxit: “Pater meus” inquit “Hamilcar puerulo me, utpote non amplius VIIII annos nato, in Hispaniam imperator proficiscens Carthagine, Iovi optimo maximo hostias immolavit. Quae divina res dum conficiebatur, quaesivit a me, vellemne secum in castra proficisci. Id cum libenter accepissem atque ab eo petere coepissem, ne dubitaret ducere, tum ille “Faciam”, inquit “si mihi fidem, quam postulo, dederis”. Simul me ad aram adduxit, apud quam sacrificare instituerat, eamque ceteris remotis tenentem iurare iussit numquam me in amicitia cum Romanis fore. Id ego ius iurandum patri datum usque ad hanc aetatem ita conservavi, ut nemini dubium esse debeat, quin reliquo tempore eadem mente sim futurus. Quare, si quid amice de Romanis cogitabis, non imprudenter feceris, si me celaris; cum quidem bellum parabis, te ipsum frustraberis, si non me in eo principem posueris”.

Infatti, per non parlare di Filippo, che egli, seppur lontano, seppe far diventare nemico dei Romani, a quei tempi il re più potente di tutti era Antioco: lo accese di tanto ardore di combattere, che costui fin dal Mar Rosso tentò di portare le armi contro l’Italia. Ora erano andati da lui ambasciatori romani per spiare le sue intenzioni e per cercare con segreti intrighi di far cadere sul re il sospetto che Annibale, come se da loro stessi corrotto, avesse ormai altri sentimenti che un tempo ed erano riusciti nel loro intento. Annibale, quando venne a conoscenza di ciò e si accorse che veniva tenuto lontano dalle più segrete decisioni, offertasi l’occasione, si presentò al re e dopo avergli ricordato molte prove e della sua lealtà e dell’odio contro i Romani, aggiunse questo: “Mio padre Amilcare, quando io ero fanciullo, non avevo più di nove anni, partendo da Cartagine come comandante per la Spagna, sacrificò vittime a Giove Ottimo Massinto; e mentre si svolgeva il sacro rito, chiese a me se volevo partire con lui per la guerra. lo accettai volentieri la sua proposta e cominciai a chiedergli che non esitasse a portarmi con sé; allora lui: “sì”, disse, “se mi farai la promessa che ti chiedo”. Così dicendo mi condusse all’ara sulla quale aveva cominciato il sacrificio e, allontanati tutti gli altri, mi fece giurare con la mano su di essa, che mai sarei stato amico del popolo romano. lo, questo giuramento fatto al padre, l’ho mantenuto fino ad oggi in modo tale che non può esservi dubbio per nessuno, che io non rimanga dello stesso avviso per tutto il resto della vita. Perciò se avrai sentimenti di amicizia nei confronti dei Romani, sarai stato prudente a tenermene all’oscuro; ma se preparerai la guerra, ingannerai te stesso, se non darai a me il supremo comando”.