844
di Altre versioni
Cum occupatum esset Privernum interfectique essent ii qui id oppidum ad rebellionem incitaverant, senatus, indignatione accensus, consilium agitabat quid sibi de reliquis Privernatibus esset faciendum. Tunc Privernates, quamvis animadverterent auxilium unicum in precibus sibi futurum esse, ingenui et Italici sanguinis oblivisci non potuerunt. Princeps enim eorum in curia interrogatus quam poenam cives eius pati mererentur, respondit: “Poenam quam merentur qui se dignos libertate iudicant”. His verbis patrum conscriptorum animos inflammaverat, qui magnam poenam decreturi erant. Sed Plautius consul, favens Provernatium causae, quaesivit es Privernatibus, qualem pacem cum eis Romani habituri essent, si impunitas eis data esset; et princeps constantissimo vultu “Si bonam dederitis – inquit – pacem, perpetuam habituri estis, si malam non diuturnam”. Qua voce commoti patres constituerunt ut victis non solum venia sed etiam ius et beneficium nostrae civitatis daretur.
Dopo che Priverno fu occupata e dopo aver ucciso quelli che avevano sollevato quella città alla ribellione, il senato, acceso di indignazione, rifletteva su che cosa doveva fare dei restanti Privernati. Allora i Privernati, nonostante si rendessero conto che l’unico soccorso per loro sarebbe stato nelle suppliche, non poterono dimenticarsi del loro sangue libero e italico. Infatti il loro capo interrogato in senato su quale pena i propri cittadini meritassero patire, rispose: “La pena che si meritano coloro che si ritengono degni della libertà ”. Con queste parole aveva acceso gli animi dei senatori, che si accingevano ad infliggere una pesante punizione. Ma il console Plozio, che era propizio alla causa dei Privernati, domandò ai Privernati che tipo di pace i Romani si sarebbero accinti a pattuire con loro, se fosse stata data loro l’impunità ; e il capo con sguardo molto fermo: “Se ce ne avrete data una buona, state per averla infinita, se cattiva non durevole”. I senatori commossi da questo discorso stabilirono che fosse dato ai vinti non solo il perdono ma anche il diritto e il beneficio della nostra cittadinanza.
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843
di Cesare
Dum haec in Venetis geruntur, Q. Titurius Sabinus cum iis copiis, quas a Caesare acceperat, in fines Unellorum pervenit. His praeerat Viridovix ac summam imperii tenebat earum omnium civitatum, quae defecerant, ex quibus exercitum magnasque copias coegerat; atque his paucis diebus Aulerci Eburovices Lexoviique senatu suo interfecto, quod auctores belli esse nolebant, portas
clauserunt seseque cum Viridovice coniunxerunt. Magnaque praeterea multitudo undique ex Gallia perditorum hominum latronumque convenerat, quos spes praedandi studiumque bellandi ab agri cultura et cotidiano labore revocabat. Sabinus idoneo omnibus rebus loco castris se tenebat, cum Viridovix contra eum duorum milium spatio consedisset cotidieque productis copiis pugnandi potestatem faceret, ut iam non solum hostibus in contemptionem Sabinus veniret, sed etiam nostrorum militum vocibus nonnihil carperetur; tantamque opinionem timoris praebuit, ut iam ad vallum castrorum hostes accedere auderent. Id ea de causa faciebat quod cum tanta multitudine hostium, praesertim eo absente qui summam imperii teneret, nisi aequo loco aut opportunitate aliqua data legato dimicandum non existimabat.
Mentre si compivano queste cose contri i Veneti, Q. Titurio Sabino con quelle truppe, che aveva ricevuto da Cesare, giunse nei territori degli Unelli.Era loro capo Virodovice e teneva il controllo del potere di rutte quelle nazioni, che s’erano ribellate, tra le quali aveva radunato un esercito e grandi truppe;ma dopo pochi giorni, Aulirci, Eburovici e Lessovi, ucciso il loro senato, perché non volevano essere iniziatori della guerra, chiusero le porte e si unirono con Virodovice.Inoltre da ogni darte dalla Galli si era raccolta una gran massa di personaggi perduti e predoni, che una speranza di far bottino ed una voglia di combattere distoglieva dall’afgricoltura e dalla fatica quotidiana.Sabino si manteneva negli accampamenti in posizione favorevole per tutte le situazioni, mentre Virodovice si era insediato contro di lui alla distanza di due miglia e quotidianamente fatte avanzare le truppe offriva la possibilità di combattere, tanto che Sabino non solo per i nemici arrivava al disprezzo, ma qualcosa si poteva cogliere anche dalle frasi dei nostri soldati; ed offri una così grande convinzione di paura, che ormai i nemici osavano avvicinarsi alla palizzata deglia accampamenti. Faceva ciò per tale motivo, perché con una massa così grande di nemici, soprattutto essendo assente colui che deteneva il supremo comando, il legato non riteneva di scontrarsi se non in posizione favorevole o per una qualche opportunità offertasi.
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842
di Igino
Cum Tiresias vates iussisset Thebanos Latonae, Apollonis et Dianae matri, hostias immolare, Nioba, Thebanorum regis uxor, per urbem superba incedens, popolum a deae aris insolentibus verbis submovebat: “Cur, cives, ignotae deae sacrificare vultis? Omnes sciunt Tantalum patrem meum esse, Iovem, deorum patrem, avum meum (esse). Ego septem filios totidemque filias habeo, Latona mater est duorum tantum liberorum. Talem igitur deam ne colueritis!”. Thebani reginae dicto paruerunt. Sed Latona, Niobae superbiam aegre ferens, a filiis suis petivit ut iniuriam vindicarent et reginam poena afficerent. Statim Apollo et Diana ex Olympo Thebas descenderunt ac primum deus septem Niboae filios sagittis confodit. Sed, cum mater filiorum nece prostrata non esset, Diana omnes eius filias necavit. Narrant infelicem Niobam, maerore ac lacrimis confectam, a Iove in saxum mutatam esse.
Quando il vate Tiresia ordinò che i Tebani immolassero a Latona, madre di Apollo e Diana, delle vittime, Niobe, moglie del re dei Tebani, avanzando con superbia verso la città , allontanava il popolo dagli altari della dea con insolenti parole: “Perchè, cittadini, volete fare sacrifici ad una dea sconosciuta? Tutti sanno che Tantalo è mio padre, che Giove, padre degli dei, è mio nonno. Io ho sette figli e altrettante figlie, Latona è madre di soltanto due figli. Perciò non onorate tale dea!”. I Tebani obbedirono al comando della regina. Ma Latona, sopportando a stento la superbia di Niobe, chiese ai suoi figli di vendicare l’offesa e di punire la regina. Subito Apollo e Diana scesero dall’Olimpo a Tebe e il primo dio trafisse con delle frecce i sette figli di Niobe. Ma, poichè la madre non era avvilita per la morte dei figli, Diana uccise tutte le sue figlie. Si narra che l’infelice Niobe, distrutta dalla tristezza e dalle lacrime, fu trasformata da Giove in un sasso.
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840
di Esopo
Quum hoedus evasisset lupum et confugisset in caulamovium, quid tu, stulte, inquit ille, hic te salvumfuturum speras, ubi quotidie pecudes rapi et diismactari videas? Non curo, inquit hoedus; nam simoriendum sit, quanto praclarius mihi erit, meocruore aspergi aras deorum immortalium quam irrigarisiccas lupi fauces. Haec fabula docet, bonos mortemquae omnibus imminet, non timere, si cum honestate etlaude conjuncta sit.
Avendo il capretto evitato il lupo ed essendosi rifugiato nel recinto ovile: “Che cosa tu stoltamente – disse il lupo – speri che con questo ti sia salvo il futuro, dove ogni giorno, greggi sono portati via e le vittime sono date negli altari degli dei onorati?”. “Se dunque – disse il capretto – devo morire, quanto sarà più precaria con il mio sangue sparso sugli altari degli dei immortali, che bagnare le asciutte fauci del lupo!”. Questa favola insegna che i buoni non temono la morte che incombe su tutti, se è congiunta con onestà ed elogio.
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839
di Esopo
Tubicen ab hostibus captus, ne me, inquit,interficite; nam inermis sum, neque quidquam habeopraeter hanc tubam. At propter hoc ipsum, inquiunt,te interimemus; quod, quum ipse pugnandi sisimperitus, alios ad pugnam incitare soles. Fabula docet, non solum maleficos esse puniendos, sed etiameos, qui alios ad male faciendum irritent.
Un trombettiere catturato dai nemici: “Non volete uccidermi – disse – infatti sono inerme, e non ho nulla eccetto questa tromba”. Ma i nemici: “A causa di questa stessa cosa – risposero – ti uccideremo, poiché tu sei inesperto nel combattere, tuttavia sei solito incitare gli altri alla battaglia”. La favola insegna che non si deve punire solo i cattivi, ma anche quelli che esortano gli altri a fare il male.
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838
di Esopo
Mures aliquando habuerunt consilium, quomodo a felecaverent. Multis aliis propositis, omnibus placuit,ut ei tintinnabulum annecteretur: sic enim ipsos,sonitu admonitos, eam fugere posse. Sed quum jaminter mures quaereretur, qui feli tintinnabulumannecteret, nemo repertus est. Fabula docet, insuadendo plurimos esse audaces, sed in ipso periculotimidos.
I topi una volta ebbero un consiglio su come stare attenti al gatto. Alle molte cose proposte, alla fine con il consenso di tutti stabilirono di attaccare a lui un campanello, affinché gli stessi, potessero evitarlo, avvertiti dal suono. Ma quando si è cercato tra i topi chi avrebbe attaccato il campanello al gatto, non si trovò nessuno. La favola insegna che gli audaci nell’esortare sono di più, ma nello stesso pericolo sono paurosi.
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837
di Altre versioni
Atheniensibus cum Megarensibus veters inicimicitiae erant. Athenienses, qui hostes crebris proeliis superaverant, propter eorum recentes iniurias bellum renovaverunt et Pisistratum, virum animi fortis acrisque, ducem creaverunt. Megarenses, memores pristinarum claudium, in acie confligere noluerunt, sed Atheniensibus insidias paraverunt. Nam noctu navibus Eleusinem contenderunt, matronas Athenienses Cereris sacra celebrantes vi abducturi. Ad effectum consilii sui iam perventuri erant, cum Pisistratus cum delectis militibus supervenit. Dux enim, cognita re, milites in silvis occultaverat atque, hostibus appropinquantibus, signum dedit, Megarenses inopinantes oppressit eorumque classem expugnavit. Postea, militibus cum mulieribus in naves hostium impositis, Megaram contendit. Cum cives e moenibus navium formam et praedam agnoverunt, laetitia exsultantes ad portum accurrerunt. Athenienses igitur omnes cives incautos atque imparatos necaverunt et urbem, a defensoribus vacuam, occupaverunt. Ita Megarenses dolis suis magnae victoriae occasionem Atheniensibus dederunt.
Antiche inimicizie (vi) erano tra Ateniesi e Megarensi. Gli Ateniesi, che avevano superato i nemici in numerosi combattimenti, per le loro recenti ingiurie rinnovarono la guerra e nominarono comandante, Pisistrato, uomo d’animo forte e feroce. I Megarensi, memori delle vecchie stragi, non vollero combattere in battaglia, ma prepararono insidie agli Ateniesi. Infatti di notte con le navi si diressero all’Eleusino, per rapire le matrone Ateniesi, che stavano celebrando riti sacri a Cerere. Stavano così per giungere all’effetto del loro piano, quando Pisistrato giunse con milizie scelte. Il comandante infatti, saputa la cosa, aveva nascosto le milizie nei boschi e, avvicinandosi i nemici, diede il segnale, oppresse i sorpresi Megarensi e espugnò la loro flotta. Dopo, imbarcati soldati con le mogli nelle navi dei nemici, si diresse a Megara. Quando i cittadini riconobbero dalle mura l’aspetto delle navi e il bottino, accorsero al porto esultanti di gioia. Gli Ateniesi dunque uccisero tutti i cittadini incauti e impreparati e occuparono la città , vuota dai difensori. Così i Megarensi con i loro inganni diedero l’opportunità per una grande vittoria agli Ateniesi.
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836
di Svetonio
Cum Caesar cum cohortibus ad Rubiconem flumen, quod Galliae Cisalpinaefinis erat, advenisset, paulum constitit. Nam, cum ponticulum suas copias traducturus esset, proximis dixit: “Si vero ponticulum transcensuri erimus, bellum civile exardescet”. Dum alia dicturus est, prodigium apparuit, quod omen faustum putatum est. Tum caesar dixit: “Age, alea iacta est!”. Cum haec verba dixisset, Rubiconem flumen trascendit.
Dopo che Cesare fu giunto con le sue coorti presso il fiume Rubicone, che era il confine della Gallia Cisalpina, si fermò un po’. Infatti, essendo sul punto di trasportare le sue truppe al di là del ponticello, disse ai più vicini: “Se attraverseremo il ponticello, scoppierà la guerra civile”. Mentre stava dicendo altre cose, apparve un presagio che fu considerato di buon augurio. Allora Cesare disse: “Orsù, il dado è tratto”. Dopo aver pronunciato queste parole, oltrepassò il fiume Rubicone.
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835
di Altre versioni
Theseus, Aegei Atheniensium regi filius, magnas res gessit. Debellavit Amazonas, genus mulierum crudelium bellicosarumque, apud Tanaim et Thermodonta flumina habitantes, earumque reginam Hyppolytam domum suam abduxit, quae ei Hyppolitum filium peperit. In insula Creta, Ariadna, regis filia, adiuvante, Minotaurum, monstrum immane, partim hominis partim tauri formam habentem, occidit et patriam cruento tributo liberavit. Creta Athenas navigans, et virginis amoris contemptor et benficii immemor, in insula Naxo miseram Ariadnam deseruit. Cum Pirithoo, familiari suo, ad inferos descendit, Proserpinam, Plutonis uxorem, rapturus. Pirithoo a cerbero, Tartareo custode, occiso, Theseus, aliquamdiu in vinculis Plutonis detentus, tandem ab Hercule liberatus est. Postquam Athenas rediit, civium discordia permotus, sponte sua in exilium iit, patriam, quam tantum amavit, reprehendes. In insula Scyro domicilium suum collocavit, sed a rege Lycomede necatus est.
Teseo, figlio del re ateniese Egeo, compì grandi imprese. Uccise le Amazzoni, popolo di donne crudeli e bellicose, che abitavano presso i fiumi Tanai e Termodonte, condusse a casa sua la loro regina Ippolita, che gli partorì il figlio Ippolito. Nell’isola greca di Creta, nell’aiutare Arianna, figlia del re, uccise il Minotauro, un mostro grandissimo, che aveva corpo in parte di uomo in parte di toro e liberò la patria dal cruento tributo. Navigando da Creta verso Atene, rifiutando l’amore della fanciulla e non curandosi del beneficio, abbandonò l’infelice Arianna nell’isola di Naxo. Discese negli inferi con Piritoo, suo schiavo, con l’intenzione di rapire Proserpina, moglie di Plutone. Ucciso Piritoo per mano di Cerbero, il guardiano del Trataro, Teseo, trattenuto per molto tempo nelle catene di Plutone, fu liberato finalmente da Ercole. Dopo che ritornò ad Atene, spinto dalla discordia dei cittadini, andò in esilio di sua volontà , mentre era trattenuto dalla patria che amò tanto. Collocò la sua casa nell’isola di Sciro, ma fu fatto uccidere dal re Licomede.
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834
di Altre versioni
Iugurthae, Numidarum regi, bello indicto, Calpurnius Bestia consul cum exercitu a senatu in Africam missus est, sed regis pecunia curruptus, flagitiosam pacem cum hostibus fecit. Calpurnio Romam revocato, belli imperium Sp. Postumio Albino commissum est, qui ignominiose contra Numidas pugnavit. Tum Q. Caecilius Metellus consul, gravis atque integer vir, in Africam missus est. Metellus, exercitu ingenti severitate correcto et ad pristinam disciplinam militarem reducto, variis proeliis Iugurtham vicit, eius elephantes occidit vel cepit, multasque Numidarum civitates subegit. Metello, qui propter egregia facta Numidicus appelatus est, successit Caius Marius, dux strenuus atque rei militaris peritus. Marius Iugurtham eiusque socium Bocchum, Mauritaniae regem, proelio superavit bellumque confecit. Romae Iugurtha catenis vinctus ante currum Marii triumphantis adductus est; paulo post, consulis iussu, in carcere strangulatus est.
Dichiarata guerra a Giugurta, il re dei numidi, il console Calpurnio Bestia fu mandato in Africa dal senato, ma corrotto dal denaro del re, fece una pace vergognosa con i nemici. Dopo che Calpurnio fu richiamato a Roma, il comando della guerra fu consegnato a Spurio Postumio Albino, il quale combattè in modo vergognoso contro i numidi. Allora il console Quinto Cecilio Metello, uomo autorevole e integro, fu madnato in Africa. Metello, dopo aver corretto l’esercito con grande severità e dopo averlo ricondotto alla disiciplina di prima, vinse Giugurta per mezzo di varie battaglie, prese o uccise i suoi elefanti e sottomise molti cittadini della Numidia. A Metello, che a causa delle sue straordinarie azioni fu chiamato “Numidico”, succeddette Caio Mario, comandante valoroso e conoscitore dell’arte della guerra. Mario superò in battaglia Giugurta e il suo alleato Bocco, re di Mauritania, e fece scoppiare la guerra tra uno e l’altro. A Roma Giugurta legato con delle catene fu condotto davanti al carro di Mario trionfante; poco dopo, per ordine del console, fu strangolato in prigione.
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833
di Cornelio Nepote
Nihil excellentius fuit Alcibiade vel in vitiis vel in vertutibus. Natus in amplissima civitate, summo genere, omnium aetatis suae multo formosissimus fuit, ad omnes res aptissimus, consilii plenus – namque imperator fuit summus et mari et terra – et disertissimus: tanta erat commedatio oris atque orationis ut nullus ei in contione posset resistere. Fuit etiam ditissimus, cum tempus posceret, laboriosus, patiens, liberalis, splendidus non minus in vita quam in victu, affabilis, blandus, temporibus callidissime serviens. Educatus est in domo Periclis, eruditus a Socrate. Socerum habuit Hipponicum, omnium Graecorum ditissimum. Itaque Alcibiades neque plura bona memorare neque maiora oppetere poterat quam vel natura vel fortuna tribuerat. Athenienses in Alcibiade non solum spem habebant maximam, sed etiam timorem, cum acerrimi viri et praestantem prudentiam in omnibus rebus cognoscerent et summam potentiae cupiditatem. Cum Alcibiades infamatus esset a plerisque, tamen tres gravissimi historici summis laudibus celebraverunt: Thucydides, qui eiusdem aetatis fuit, Theopompus, post aliquanto natus, et Timaeus.
Niente di Alcibiade fu più straordinario sia nei vizi sia nelle virtù. Nato in una grande città , di nobilissima stirpe, fu di gran lunga il più bello di tutti quelli della sua età , abilissimo in ogni attività e pieno di senno – fu infatti valentissimo comandante per terra e per mare – e eloquentisimo: tanta era la grazia nel volto e nella parola che nessuno poteva resistergli nell’assemblea. Fu anche: ricchissimo, quando il tempo lo richiedeva, laborioso, paziente, generoso, splendido non meno nella vita che nel vitto, affabile, mite, capace di adattarsi astutissimamente alle circostanze. Fu allevato nella casa di Pericle, istruito da Socrate. Ebbe come suocero Ipponico, il più ricco di tutti i greci. E così Alcibiade non poteva ricordare molti beni nè desiderarne maggiori quanti o la natura o la fortuna gli aveva attribuito. Gli Ateniesi non solo avevano in Alcibiade grande speranza ma anche timore, conoscendo dello strenue uomo non solo la prestante prudenza in tutte le cose ma anche il sommo desiderio di potenza. Essendo stato infamato da molti, tuttavia tre importanti storici con somme lodi lo celebrarono: Tucidide, che fu a quello contemporaneo, Teopompo, nato dopo di lui, e Timeo.
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832
di Vitruvio
Pptolomaeus, rex aegyptiorum, musis Apolinique poetarum certamina dicat; ut iudices sex claros homines litteratos nullo labore indenit de septimo iudice autem a bibliothecariis consilum exquirit. Bibliothecarii regi monstrant Aristothanem Dyzantium, virum probum et doctum summo studio maque diligentia cotidie multos libros perlegebat. In certamine poetae scritta sua recitant, cuntus populus magna voce admirationem suam significat. Reliqui iudices pro veluntate populi scriptoribus praemia tribuunt. Aristophanes autem de Ceterorum opinione dissentit et victoriam attribuit poetae qui popolo displiced: “in unus – inquit – est verus poeta; reliqui autem aliena carmina retitant”. spectatores obstupenscunt atque magno cum clamore sententiant improbant, rex quoque de aristophanis aupteriate dubitat. aristophanes, ir mirae momoriae, infinita volumina illuc educit, antiquorum scriptorum carmina recitat et certis argumentis litterarum furta probat. Itaque rex cum ignominia falsos poetas dimitti, Aristophanem vero amplis moneribus ornat et supra bybliothecam constituit.
Tolomeo, re degli Egizi, annuncia alle muse e ad Apollo le gare dei poeti; affinchè senza fatica trovi sei giudici tra i famosi uomini letterati invece riguardo al settimo giudice chiese consiglio tra i bibliotecari. I bibliotecari mostrano al re Aristofane di Bisanzio, uomo onesto e saggio che ogni giorno con grande diligenza e sommo studio rilegava molti libri. Nella gara i poeti recitano i loro scritti e tutto il popolo a gran voce mostra la propria ammirazione. I restanti giudici per volontà del popolo attribuiscono i premi agli scrittori. Aristofane invece discorda dall’opinione degli altri e dà la vittoria al poeta che al popolo non piace: “Costui – dice – è un vero poeta; gli altri recitano poesie inopportune”. Gli spettatori si meravigliano e con grande clamore disapprovano la sentenza e dubitano anche per questo fatto dell’autorità di Aristofane. Allora Aristofane uomo di somma memoria estrae lunghi volumi e recita canti di scrittori antichi e dimostra con argomenti esatti i plagi letterari. Perciò il re manda via con vergogna i falsi poeti e orna Aristofane con molte lodi e edifica per lui una biblioteca.
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831
di Altre versioni
Post bellum inter Catinenses et Syracusanos, Syracusani pacis condiciones non servaverunt, ergo Catinenses legatos in Graeciam miserunt qui sordida veste, capillo barbaque promissa, in concionem venerunt et flentes auxilium ab Atheniensibus petiverunt. Igitur classis ingens decernitur; Nicias, Alcibiades et Lamachus duces creantur et in Siciliam mittuntur. Sed in itinere Alciabiades in patriam revocatus est, ab Atheniensibus in impietatis iudicium vocatus. In Siciliam igitur Nicias et Lamachus soli pervenerunt et primum proelio dimicaverunt; deinde autem Syracusani auxilium a Lacadaemoniis petiverunt et ab iis Gylippus auxilio urbi missus est. Ita Athenienses, proelio victi, in fugam coniecti sunt; in ea pugna Lamachus, fortiter pugnans, occisus est. Tum Nicias navale bellum renovavit, sed, post varias vicissitudines, Atheniensium classis iterum victa est et Nicias cum terrestrium copiarum reliquiis fugit; Gylippus fugientes partim cepit, partim cecidit. Nicias captus est et captivitatis dedecore cladem suorum auxit.
Dopo la battaglia tra i Catanesi e i Siracusani, i Siracusani non rispettarono le condizioni di pace, pertanto i Catanesi mandarono degli ambasciatori in Grecia i quali con vesti sporche, i capelli e la barba lasciati crescere, arrivarono in assemblea e piangendo chiesero aiuto agli Ateniesi. Dunque si allestisce un’ingente flotta. Nicia, Alcibiade e Lamaco sono eletti capi e vengono mandati in Sicilia. Ma durante il viaggio Alcibiade fu richiamato in patria, citato in giudizio dagli Ateniesi per empietà . Perciò Nicia e Lamaco si diressero da soli in Sicilia e in un primo momento combatterono col favore di Marte; in seguito, invece, i Siracusani chiesero aiuto ai Lacedemoni e Gilippo fu mandato da questi ultimi in aiuto alla città . Così gli Ateniesi, vinti in battaglia, furono messi in fuga; in quella battaglia Lamaco, combattendo valorosamente, fu ucciso. Allora Nicia ricominciò la battaglia navale ma, dopo varie vicissitudini, la flotta degli Ateniesi fu vinta per la seconda volta e Nicia con le rimanenti truppe di terra fuggì; Gilippo in parte accolse i fuggitivi, in parte li uccise. Nicia fu catturato e a causa della vergogna della prigionia aumentò la sconfitta dei suoi.
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830
di Altre versioni
Apud Graecos et Romanos in magno honore semper viri probi modestique fuerunt. Quare Agesilaus, Lacedaemoniorum rex, cum a ceteris rerum scriptoribuss tum eximie a Xenophonte Atheniensi, Socratis discipulo, collaudatus est et propter singularem in bello virtutem et propter gravitatem parsimoniamque.
Severa vitae ratio et diutinae corporis exercitationes Agesilaum etiam in senectute alacrem servaverunt. Senex enim per acrem hiemem sine tunica, solo pallio opertus, deambulat, adulescentibus, signitiem vehementer exprobrans. Domus eius nullum habebat signum luxuriae, contra multa abstinentiae. Quod multis civitatibus praesidio adversus regem Persarum fuerat, magnam pecuniam dono accepit. Pecunia accepta patriam, praecipue rei pecuniariae inopia vacillantem, sublevavit.
Presso i Greci e i Romani furono sempre in grande onore gli uomini onesti e modigeratii. Perciò Agesilao, re degli Spartani, non solo fu lodato dagli altri storici ma anche particolarmente da Senofonte l’ateniese, discepolo di Socrate, sia per la virtù bellica (per il valore militare) sia per la serietà e la sobrietà . Il serio rigore morale di vita e gli esercizi quotidiani del corpo mantennero Agesilao attivo anche in vecchiaia. Da vecchio infatti passeggiava durante il freddo inverno senza tunica, coperto del solo mantello, rimproverando veementemente ai fanciulli la prigrizia. La sua casa non aveva nessun segno di lusso, al contrario molti di modestia. Poichè era stato d’aiuto a molte città contro il re dei Persiani, ricevette in dono una grande quantità di denaro. Accettato il denaro aiutò la patria, vacillante specialmente per la mancanza di denaro.
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829
di Altre versioni
Phaethon, Apollinis filius, in patris regiam, excelsis columnis ornatam, luce et auro micantem, intravit et suavibus verbis patris animum movit: “Cupio, pater, solis currum regere; si vere pater meus es, currum filio tuo per unum diem concede”. Sic respondit Apollo: “Mi Phaethon, magnae sunt itineris difficultates, immania pericula, vehementes equi; tu parvus es et viae ignarus”. Sed patris verba puerum a proposito non averterum; Phaethon enim clam currum conscendit, habenas adducit, equos vehementer verberat. Tum equi, arugiam propter aetatem contemnentes, de via declinaverunt et nimis ad terram appropinquaverunt. Accurrit sollicitus Iuppiter qui fulmine puerum occidit. Itaque Phaethon e caelo decidit in planitiem apud Eridani ostium. Hic sorores, cum infelicis fratis exanimatum corpus viderunt, maesto ore copiosisque lacrimis fleverunt et in albas populos mutatae sunt.
Fetonte, figlio di Apollo, entrò nel palazzo del padre, ornato da alte colonne, brillante di luce e oro, e con dolci parole persuase l’animo del padre: “Desidero, padre, guidare il carro del sole, se sei davvero mio padre, concedi a tuo figlio il carro per un solo giorno”. Così rispose Apollo: “Fetonte mio, le difficoltà del viaggio sono grandi, immani i pericoli, violenti i cavalli; tu sei piccolo e inesperto della via”. Ma le parole del padre non distolsero il ragazzo dal proposito, Fetonte infatti salì sul carro di nascosto, tirò le redini, percosse fortemente i cavalli. Allora i cavalli, disprezzando l’auriga a causa dell’età , deviarono dalla via e si avvicinarono troppo alla Terra. Accorse turbato Giove che con una saetta uccise il ragazzo. Perciò Fetonte cadde dal cielo sulla pianura presso la foce del Po. Qui le sorelle, quando videro il corpo inanimato dell’infelice fratello, piansero con il viso triste e abbondanti lacrime e furono tramutate in bianchi pioppi.
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827
di Altre versioni
Postquam Romani Philippum, Macedonum regem, apud Cynoscephalas vicerant, Perseus, Philippi filius, in regnum patri successit. Romanorum victoria iuvenis animum non domuit: Perseus enim continenter ultionis cupiditate excitabatur. Frustra prudentes ministri regem monebant de ingentibus Romanorum viribus eorumque claris rebus gestis atque ei dicebant: “Si arma, domine, sumpseris contra populum Romanum, regnum libertatemque amittes!”. Sed Perseus, heres paterni odii adversus Romanos, foedera rupit et Romanis bellum indixit. In macedoniam contra regem a senatu missus est L. Aemilius Paulus consul, rei militaris peritus. Perseus, quia eius exercitus proelio victus fugatusque erat, in extremas Macedoniae regiones cum paucis amicis confugit, sed postremo in potestatem Romani consulis venit. Cum Aemilius Paulus Romae triumphum celebravit, miser Perseus in catenis post victoris currum trahebatur; denique inedia ac maerore praemature de vita decessit.
Dopo che i Romani avevano sconfitto Filippo, re dei Macedoni, vicino Cinocefale, Perseo, figlio di Filippo, successe nel regno al padre. La vittoria dei Romani non domò l’anima del giovane: Perseo infatti era spinto continuamente dal desiderio di vendetta. Inutilmente i ministri prudenti ammonivano il re della grande forza dei Romani e delle loro famose imprese e gli dicevano: “Se prenderai le armi Signore, contro il popolo Romano, perderai la libertà e il regno!”. Ma Perseo, erede dell’odio paterno contro i Romani, ruppe il trattato e dichiarò guerra ai Romani. Il console L. Emilio Paolo, esperto stratega, fu mandato in Macedonia dal senato contro il re. Perseo, poiché il suo esercito era stato sconfitto in battaglia e messo in fuga, si rifugiò nelle estreme regioni della Macedonia con pochi amici, ma alla fine cadde nel potere del Console Romano. Quando Emilio Paolo celebrò il trionfo a Roma, il povero Perseo in catene veniva trascinato dietro il carro del vincitore; alla fine morì prematuramente per fame e per dolore della vita.
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