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Atticus, 4

di Cornelio Nepote

Huc ex Asia Sulla decedens cum venisset, quamdiu ibi fuit, secum habuit Pomponium, captus adulescentis et humanitate et doctrina. Sic enim Graece loquebatur, ut Athenis natus videretur; tanta autem suavitas erat sermonis Latini, ut appareret in eo nativum quendam leporem esse, non ascitum. Item poemata pronuntiabat et Graece et Latine sic, ut supra nihil posset addi. Quibus rebus factum est ut Sulla nusquam eum ab se dimitteret cuperetque secum deducere. Qui cum persuadere temptaret, ‘Noli, oro te’, inquit Pomponius ‘adversum eos me velle ducere, cum quibus ne contra te arma ferrem, Italiam reliqui’. At Sulla adulescentis officio collaudato omnia munera ei, quae Athenis acceperat, proficiscens iussit deferri. Hic complures annos moratus, cum et rei familiari tantum operae daret, quantum non indiligens deberet pater familias, et omnia reliqua tempora aut litteris aut Atheniensium rei publicae tribueret, nihilo minus amicis urbana officia praestitit. Nam et ad comitia eorum ventitavit, et si qua res maior acta est, non defuit. Sicut Ciceroni in omnibus eius periculis singularem fidem praebuit; cui ex patria fugienti HS ducenta et quinquaginta milia donavit. Tranquillatis autem rebus Romanis remigravit Romam, ut opinor, L. Cotta et L. Torquato consulibus. Quem discedentem sic universa civitas Atheniensium prosecuta est, ut lacrimis desiderii futuri dolorem indicaret.

Quando Silla nel suo ritorno dall’Asia giunse qua, per tutto il tempo che vi si trattenne, volle presso di sé Pomponio, conquistato dalla gentilezza e dalla cultura del giovane: parlava il greco così bene da sembrare nato in Atene; ma, nella sua conversazione latina, vi era tanta dolcezza che era chiaro che possedesse una certa quale grazia naturale, non acquisita. Recitava poi poesie greche e latine con una perfezione insuperabile. Per tutti questi motivi Silla lo volle sempre accanto a sé e desiderava portarlo con sé. E mentre cercava di convincerlo: “Ti prego”, gli disse Pomponio, “di non volermi portare contro quelli a causa dei quali dovetti lasciare l’Italia per non prendere con loro le armi contro di te”. Ma Silla lodò molto lo scrupolo leale del giovane, e partendo ordinò che fossero trasferiti a lui tutti i donativi che aveva rice*vuto ad Atene. Qui rimase molti anni, attendendo al patrimonio familiare tanto quanto è dovere di un oculato capo di famiglia, dedicando tutto il resto del tempo alla cultura o allo Stato ateniese; ma ebbe modo di prestare i suoi servigi anche agli amici di Roma. Infatti andò più volte alle loro campagne elettorali e non mancò quando si trattò qualche problema particolarmente importante. Per esempio a Cicerone mostrò una fedeltà straordinaria in tutti i suoi gravi frangenti; e quando questi lasciò la patria per l’esilio, gli fece dono di duecentocinquantamila sesterzi. Quando la situazione a Roma fu tornata tranquilla, vi fece ritorno sotto il consolato, mi pare, di L. Cotta e Lucio Torquato; alla sua partenza lo accompagnò tutta la popolazione ateniese dimostrando con le lacrime il dispiacere del futuro rimpianto.


“Elogio di Cicerone” (2)

di Quintiliano

Nam mihi videtur M. tullius, cum se totum ad imitationem Graecorum contulisset, effinxisse vim Demosthenis, copiam Platonis, iucunditatem Isocratis. Nec vero quod in quoque optimum fuit studio consecutus est tantum, sed plurimas vel potius omnes ex se ipso virtutes extulit inmortalis ingenii beatissima ubertas. Non enim pluvias, ut ait Pindarus, aquas colligit, sed vivo gurgite exundat, dono quodam providentiae genitus in quo totas vires suas eloquentia experiretur. Nam quis docere diligentius, movere vehementius potest? Cui tanta umquam iucunditas adfuit? Ut ipsa illa quae extorquet impetrare eum credas, et cum transversum vi sua iudicem ferat, tamen ille non rapi videatur sed sequi. Iam in omnibus quae dicit tanta auctoritas inest ut dissentire pudeat, nec advocati studium sed testis aut iudicis adferat fidem, cum interim haec omnia, quae vix singula quisquam intentissima cura consequi posset, fluunt inlaborata, et illa qua nihil pulchrius auditum est oratio prae se fert tamen felicissimam facilitatem.

A me pare infatti che Marco Tullio, nel suo dedicarsi interamente all’imitazione dei greci, abbia riprodotto la forza di Demostene, ricchezza di Platone e l’arrendevolezza di Isocrate. Ma tutti pregi che si trovano in quegli autori non gli era giunti soltanto con lo studio: la maggior parte delle sue virtù (o meglio, tutte) le ha prodotte la felicissima ricchezza del suo talento immortale, traendole da se stesso. Non si limita infatti a raccogliere, come dice Pindaro, le acque piovane, ma trabocca con la sua viva corrente: la sua nascita è stato un dono della provvidenza, affinché l’eloquenza potesse mettere alla prova in lui tutte le proprie possibilità. Dovrebbe infatti formare gli ascoltatori con maggior diligenza? Chi ha mai avuto il fascino così grande? Potresti addirittura credere che le ammissioni che estorce egli ne ottenga semplicemente, e che, quando trascina il giudice e gli fa cambiare opinione con la forza della sua eloquenza, si ha l’impressione che il giudice non venga rapito ma che lo segua docilmente. C’è poi in tutte le parole che dice una tale autorità che si prova vergogna a dissentire da lui; non porta nei processi la borsetta dell’avvocato, ma l’attendibilità di un testimone o di un giudice; tutti questi pregi che, a stento,uno per uno, si potrebbero raggiungere dopo uno studio intensissimo, scorrono in lui senza fatica; il suo famoso stile, il più bello che si sia mai ascoltato, ma sono felicissima spontaneità.


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