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“Le matrone romane”

di Altre versioni

Mulierum quoque virtutes reipublicae Romanorum profuerunt et in secundis et in adversis rebus. Nam Romanae matronae semper dignas se praebuerunt fide atque existimatione omnium civium. Castae et temperantes domi vivebant, labori et familiae intentae, earumque praecipua laus haec fuit: prudenter et parce rem familiarem genere et liberis maritisque inservire. In adversis quoque rebus, fidei ac pietatis erga patriam insigna et varia exempla ediderunt. Secundo bello Punico enim, post Cannensem cladem, cum salutis spes iam non erat, matronae Romanae omnes ornatus aureos reipublicae donare non dubitaverunt. Ita senatus Romanus exercitui commeatus suppeditare potuit. Ita mulierum quoque vitrutes rempublicam Romanam servaverunt.

Anche le virtù delle mogli della repubblica dei Romani giovano sia nelle circostanze favorevoli che avverse. Infatti le matrone romane sono degne della fiducia e stima di tutti i cittadini. Vivevano caste e moderate in casa, intente al lavoro e alla famiglia, e il loro pregio principale fu questo: servire prudentemente e parcamente la famiglia, i figli e il marito. Anche nelle circostanze avverse, diedero nobili esempi di fede e rispetto nei confronti della patria. Infatti durante la seconda guerra punica, dopo la sconfitta di Canne, quando non c’era più speranza di salvezza, le matrone romane non dubitarono di donare tutti gli ori (di cui erano ornate) alla repubblica. Così il senato romano potè fornire le vettovaglie all’esercito. Così anche le virtù delle donne salvarono lo stato romano.


Eneide IV, 296-361 (“Lo scontro fra i due amanti”)

di Virgilio

At regina dolos (quis fallere possit amantem?) praesensit, motusque excepit prima futuros omnia tuta timens. Eadem impia Fama furenti detulit armari classem cursumque parari. Saevit inops animi totamque incensa per urbem bacchatur, qualis commotis excita sacris Thyias, ubi audito stimulant trieterica Baccho orgia nocturnusque vocat clamore Cithaeron. Tandem his Aenean compellat vocibus ultro: “Dissimulare etiam sperasti, perfide, tantum posse nefas tacitusque mea decedere terra? Nec te noster amor nec te data dextera quondam nec moritura tenet crudeli funere Dido? Quin etiam hiberno moliri sidere classem et mediis properas Aquilonibus ire per altum, crudelis? Quid, si non arva aliena domosque ignotas peteres, et Troia antiqua maneret, Troia per undosum peteretur classibus aequor? Mene fugis? Per ego has lacrimas dextramque tuam te quando aliud mihi iam miserae nihil ipsa reliqui, per conubia nostra, per inceptos hymenaeos, si bene quid de te merui, fuit aut tibi quicquam dulce meum, miserere domus labentis et istam, oro, si quis adhuc precibus locus, exue mentem. Te propter Libycae gentes Nomadumque tyranni odere, infensi Tyrii; te propter eundem exstinctus pudor et, qua sola sidera adibam, fama prior. Cui me moribundam deseris hospes hoc solum nomen quoniam de coniuge restat? Quid moror? An mea Pygmalion dum moenia frater destruat aut captam ducat Gaetulus Iarbas? Saltem si qua mihi de te suscepta fuisset ante fugam suboles, si quis mihi parvulus aula luderet Aeneas, qui te tamen ore referret, non equidem omnino capta ac deserta viderer”. Dixerat. Ille Iovis monitis immota tenebat lumina et obnixus curam sub corde premebat. Tandem pauca refert: “Ego te, quae plurima fando enumerare vales, numquam, regina, negabo promeritam, nec me meminisse pigebit Elissae dum memor ipse mei, dum spiritus hos regit artus. Pro re pauca loquar. Neque ego hanc abscondere furto speravi ne finge fugam, nec coniugis umquam praetendi taedas aut haec in foedera veni. Me si fata meis paterentur ducere vitam auspiciis et sponte mea componere curas, urbem Troianam primum dulcisque meorum reliquias colerem, Priami tecta alta manerent, et recidiva manu posuissem Pergama victis. Sed nunc Italiam magnam Gryneus Apollo, Italiam Lyciae iussere capessere sortes; hic amor, haec patria est. Si te Karthaginis arces Phoenissam Libycaeque aspectus detinet urbis, quae tandem Ausonia Teucros considere terra invidia est? Et nos fas extera quaerere regna. Me patris Anchisae, quotiens umentibus umbris nox operit terras, quotiens astra ignea surgunt, admonet in somnis et turbida terret imago; me puer Ascanius capitisque iniuria cari, quem regno Hesperiae fraudo et fatalibus arvis. Nunc etiam interpres divum Iove missus ab ipso testor utrumque caput celeris mandata per auras detulit: ipse deum manifesto in lumine vidi intrantem muros vocemque his auribus hausi. Desine meque tuis incendere teque querelis; Italiam non sponte sequor”.

Ma la regina (chi potrebbe ingannare un amante?) presentì, per prima colse i movimenti futuri temendo ogni sicurezza. La stessa empia Fama riferì a lei impazzita, che si allestiva la flotta e si preparava la rotta. Impazza annichilita nel cuore e furiosa per la città smania come baccante, come Tiade scossa, iniziati i riti, quando udito Bacco, le orge triennali la stimolano ed il notturno Citerone la chiama col frastuono. Infine spontaneamente affronta Enea con queste frasi: “Sperasti pure poter dissimulare, perfido, sì gran sacrilegio e zitto allontanarti dalla mia terra? Né ti trattiene il nostro amore né la destra data un giorno né una Didone desinata amore di morte crudele? Anzi anche con stella invernale allestisci la flotta e ti affrettiamo ad andare al largo in mezzo agli Aquiloni, crudele? Che? Se non cercassi campi stranieri e case ignote e restasse l’antica Troia, Troia sarebbe cercata con flotte per il mare ondoso? Forse fuggi me? Io per queste lacrime e la tua destra te, poiché io stessa non lasciai null’altro a me misera, per i nostri vincoli, per le nozze incominciate, se per te meritai bene qualcosa, o per te ci fu qualche mia tenerezza, abbi pietà d’una casa che crolla e cancella, ti prego, se ancora c’è un posto per le preghiere, questa idea. A causa di te i popoli libici ed i tiranni dei Nomadi mi odiano, contrari i Tirii; proprio a causa di te fu estinto il pudore e la fama per prima, per la quale io sola salivo alle stelle. A chi mi abbandoni moribonda, ospite, solo questo nome da un marito mi resta? Che aspetto? Forse fin che il fratello Pigmalione distrugga le mie mura o il Getulo Iarba mi porti prigioniera? Almeno se prima della fuga mi fosse nato da te un figlio, se un piccolo Enea mi giocasse nella reggia, che ti richiamasse col volto, non mi sembrerei del tutto delusa e abbandonata”. Aveva detto. Egli teneva gli occhi immobili agli ordini di Giove e sforzandosi premeva il dolore dentro il cuore. Finalmente proferisce poche cose: “Io mai negherò che tu hai meriti, i maggiori che parlando sei in grado di enumerare, o regina, né mi rincrescerà ricordarmi di Elissa, fin che io stesso sia memore di me, fin che lo spirito regga queste membra. Per il fatto dirò poco. Né io sperai nasconder con frode questa fuga, non credere, né mai ho alzato fiaccole di marito o venni a tali patti. Io se i fati permettessero di condurre la vita secondo miei desideri e e calmare gli affanni di mia scelta, anzitutto onorerei la città troiana ed i dolci resti dei miei, si manterrebbero le alte regge di Priamo, e con mano ostinata avrei rifatto Pergamo per i vinti. Ma ora Apollo Grineo e gli oracoli dei Licia mi hanno comandato di raggiungere Italia; questo il mio amore, questa è la mia patria. Se le rocche di Cartagine e la vista d’una città libica trattiene te, Fenicia, quale invidia c’è che finalmente i Teucri si fermino su terra Ausonia? E’ fato che anche noi cerchiamo regni stranieri. Me terrorizza la sconvolta immagine del padre Anchise e mi ammonisce in sogno, quando, piovendo le ombre, la notte ricopre le terre, quando gli astri ignei sorgono; Me, pure, i piccolo Ascanio ed il torto del caro volto che defraudo del regno d’Esperia e dei campi fatali. Ora anche l’interprete degli dei mandato dallo stesso Giove, lo giuro sul capo d’entrambi, inviò ordini attraverso i cieli veloci: io stesso vidi il dio in chiara visione che penetrava le mura e ne assorbii la voce con queste orecchie. Smetti di incendiare me e te coi tuoi pianti; l’Italia la inseguo non spontaneamente”.


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