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“La prima maestra è la nutrice”

di Quintiliano

Ante omnia ne sit vitiosus sermo nutricibus: quas, si fieri posset, sapientes Chrysippus optavit, certe quantum res pateretur optimas eligi voluit. Et morum quidem in his haud dubie prior ratio est, recte tamen etiam loquantur. Has primum audiet puer, harum verba effingere imitando conabitur, et natura tenacissimi sumus eorum quae rudibus animis percepimus: ut sapor quo nova inbuas durat, nec lanarum colores quibus simplex ille candor mutatus est elui possunt. Et haec ipsa magis pertinaciter haerent quae deteriora sunt. Nam bona facile mutantur in peius: quando in bonum verteris vitia? Non adsuescat ergo, ne dum infans quidem est, sermoni qui dediscendus sit.

Prima di tutto le nutrici non abbiano un parlare scorretto: Crisippo raccomandò quelle colte, se fosse stato possibile, volle almeno che venissero scelte le migliori per quanto risultasse chiaro. E la moralità certamente in queste cose senza dubbio è prioritaria, tuttavia parlino anche con rettitudine (correttezza grammaticale). Queste (nutrici) il bambino ascolterà inizialmente, cercherà di ripetere le parole di queste imitandole, e fin dalla nascita siamo molto attaccati alle cose che apprendiamo con animo inesperto: come dura il sapore di cui si impregnano i vasi (usati per la prima volta), e (come) non si estinguono i colori con i quali è stato corretto il primitivo candore della lana. Proprio queste (prime impressioni) si fissano più forte di quelle che si deteriorano. Infatti facilmente le cose buone si trasformano in peggiori: forse qualche volta i vizi si sono trasformati in buone abitudini? Non si abitui quindi al linguaggio famigliare chi, se non è ancora per lo meno un infante, dovrà dimenticarlo.


Epitomae, IX, 8, 11->21

di Giustino

Huic Alexander filius successit et virtute et vitiis patre maior. Itaque vincendi ratio utrique diversa. Hic aperta, ille artibus bella tractabat. Deceptis ille gaudere hostibus, hic palam fusis. Prudentior ille consilio, hic animo magnificentior. Iram pater dissimulare, plerumque etiam vincere; hic ubi exarsisset, nec dilatio ultionis nec modus erat. Vini nimis uterque avidus, sed ebrietatis diversa vitia. Patri mos erat etiam de convivio in hostem procurrere, manum conserere, periculis se temere offerre; Alexander non in hostem, sed in suos saeviebat. Quam ob rem saepe Philippum vulneratum proelia remisere, hic amicorum interfector convivio frequenter excessit. Regnare ille cum amicis nolebat, hic in amicos regna exercebat. Amari pater malle, hic metui. Litterarum cultus utrique similis. Sollertiae pater maioris, hic fidei. Verbis atque oratione Philippus, hic rebus moderatior. Parcendi victis filio animus et promptior et honestior. Frugalitati pater, luxuriae filius magis deditus erat. Quibus artibus orbis imperii fundamenta pater iecit, operis totius gloriam filius consummavit.

A costui (Filippo) successe il figlio Alessandro, superiore al padre sia nel bene che nel male. Ad esempio, adottarono diverse tattiche di vittoria: l’uno conduceva gli scontri frontali, l’altro ricorreva a sotterfugi; e così, quest’ultimo traeva personale soddisfazione dall’aver tratto in inganno i nemici, l’altro dall’averli sterminati senza mezzi termini. Quello fu più accorto in giudizio, questo di animo più grandioso. Filippo riusciva a non far trasparire la propria ira, e il più delle volte anche a soffocarla; questo (Alessandro), invece, una volta che s’era infiammato, la vendetta e il castigo trovavano libero e immediato sfogo. Entrambi erano provetti bevitori, ma sfogavano diversamente la propria ubriachezza molesta. Tipico del padre era passare direttamente dal banchetto al campo di battaglia, venire alle mani, esporsi ai pericoli senza timore; Alessandro infieriva non contro il nemico, ma contro i suoi amici; per la qual cosa, spesso Filippo tornava dai combattimenti con qualche ferita, Alessandro, altrettanto spesso, abbandonava il banchetto che aveva ucciso qualcuno dei suoi. Quello (Filippo) non gradiva circondarsi di persone del suo seguito nell’esercizio del potere; questi (Alessandro) pareva addirittura esercitare il potere a svantaggio dei suoi amici. Il padre ci teneva ad essere amato, il figlio ad esser temuto. Pari, in entrambi, l’amore per le belle lettere. Più portato alla critica il padre, più fedele alla tradizione il figlio. Filippo era più parco, tutto all’opposto il figlio. Nel figlio c’era un’animo più disposto e più genuino ad aver riguardo per gli sconfitti. Il padre era decisamente più dedito alla parsimonia; al figlio piaceva, invece, il lusso. Grazie a quelle disposizioni, Filippo gettò le fondamenta di un regno che coprisse l’intero mondo; il figlio portò a termine quel glorioso, universale disegno.


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